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La mitezza è una virtù che sboccia sul terreno di un’altra virtù che si chiama “dominio di sé”. L’Apostolo Paolo cita tra i frutti dello Spirito, l’una accanto all’altro, la mitezza e il dominio di sé (cfr. Gal 5,22). Ciò significa che tanto l’una quanto l’altro possono esistere solo nel quadro della vita di chi cammina secondo lo Spirito. L’uomo che pensa e agisce in modo puramente naturale non sa neppure che cosa siano la mitezza o il dominio di sé, e spesso, vedendoli in una persona che vive il Vangelo, li fraintende, credendo che la mitezza sia in realtà debolezza, e il dominio di sé lo scambia con l’indifferenza. In verità, questo succede con tutto il resto delle manifestazioni dell’uomo spirituale; lo stesso Apostolo Paolo è molto esplicito su questo punto, perché nessun cristiano si illuda di essere compreso da un non cristiano: “l’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle” (1 Cor 2,14).Dunque, solo chi vive pienamente la vita nello Spirito sa che cos’è effettivamente la mitezza. Ai miti, Cristo promette la terra, cioè la creazione, come eredità. Vedremo più avanti cosa può significare questo. Per adesso, fermiamoci sul senso della mitezza come atteggiamento dell’uomo spirituale. La virtù della mitezza si inquadra intanto nella stessa logica di tutte le altre virtù evangeliche, la logica indicata da Cristo ai suoi discepoli, e che potremmo definire “logica imitativa”: Siate perfetti come è perfetto il Padre (cfr. Mt 5,48). La fisionomia spirituale del discepolo non si costruisce sulla base di un codice di “buone maniere”, o una specie di copione celeste da applicare, ma si costruisce lungo la maturazione di un processo imitativo per il quale il battezzato diventa tanto più cristiano quanto più agisce come agisce Dio. Al discepolo è richiesta la mansuetudine non perché essa fa parte delle “buone maniere”, ma perché Dio stesso è mansueto. E’ questo l’insegnamento proveniente dal libro della Sapienza: “Il tuo dominio universale ti rende indulgente con tutti… Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza; ci governi con molta indulgenza, perché il potere lo eserciti quando vuoi” (12,17-18). In sostanza, Dio si comporta con noi in maniera dolce e indulgente, governa tutto con mansuetudine, e si può permettere di essere mansueto non perché non ha forza, ma, al contrario, perché il potere lo esercita senza limiti, quando vuole. Ciò significa che la mansuetudine, come virtù evangelica, è autentica solo quando scaturisce da un animo reso forte dalla Presenza dello Spirito di Dio. Infatti, esiste anche una mansuetudine che non è virtù ma è semplice debolezza; è molto facile però distinguerle, perché chi cammina profondamente nella via del Vangelo, non è mai debole, perché lo Spirito di Dio gli dà una statura morale molto grande, e se non si impone lo fa solo per scelta. Chi vive un cristianesimo solo esteriore non ha la pienezza dello Spirito, e molto facilmente la sua mansuetudine non è una virtù. Ma a noi la degenerazione non interessa; interessa invece la virtù. Dicevamo che Dio è mite. Nell’AT, una delle figure più eminenti è Mosè; di lui si dice in Nm 12,3: “Mosè era molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra”. L’idea della mansuetudine di Mosè sembra essere particolarmente importante nella coscienza religiosa ebraica, tanto che viene ripresa dal Siracide: “Lo santificò nella fedeltà e nella mansuetudine” (Sir 45,4). Anche Cristo, nelle sue scelte di Uomo, si muove sulla strada della mansuetudine. Già il Salmo 45 presenta il Messia avanzare “per la verità, la mitezza e la giustizia” (v. 11). Anche il profeta Zaccaria si muove nella stessa linea: “Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile…” (9,9). E Isaia: “Quando sarà estinto il tiranno… allora sarà stabilito un trono sulla mansuetudine” (16,5). Finché ci viene svelata la volontà del Maestro, per il Quale la scelta della mansuetudine, prioritaria per Lui, deve esserlo anche per i suoi discepoli: “Imparate da Me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11,29). Il vertice della sua divina mansuetudine è rappresentato dal modo con cui Egli ha affrontato la sua Passione, rimanendo in silenzio dinanzi alle accuse e alle ironie di chi gli chiedeva un prodigio per dimostrare a tutti di non essere un impostore (cfr. Mt 27,39-40.49; Lc 23,8.37.39).

Il grande valore della mansuetudine è fortemente radicato nella coscienza degli Apostoli. La mansuetudine è una delle virtù principali di un pastore: “Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza” (1 Tm 6,11). E di nuovo: “Evita inoltre le discussioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese. Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, atto a insegnare, paziente nelle offese subite” (2 Tm 2,23-24). La mansuetudine è infatti la scelta di fondo del ministero dell’Apostolo Paolo: “Io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo” (2 Cor 10,1).

Quanto all’eredità della terra è un concetto che Cristo riprende dal Salmo 37, e questo particolare ci fa pensare che la promessa di entrare nella nuova creazione sia strettamente legata al rispetto dell’ordine stabilito da Dio nella natura, che presuppone appunto la scelta della mitezza. Il contrario della mitezza è infatti la violenza, ossia la violazione dell’ordine. Il Salmo 37 ha quasi le stesse parole pronunciate da Cristo nel discorso della montagna: “I miti possederanno la terra e godranno di una grande pace” (v. 11). Il Salmo mette in contrasto questo destino promesso ai miti con quello che toccherà agli empi, i quali “sfoderano la spada e tendono l’arco per abbattere il misero” (v. 14). La violenza dell’empio è quindi sinonimo di oppressione e di distruzione, quindi implicitamente è anche violazione dell’ordine del creato. Ogni atto violento, in sostanza, va a colpire i diritti di Dio nelle sue creature. Per questo, il disprezzo dell’ecosistema, e la violazione degli equilibri su cui si regge la terra, è uno stile di vita che rende la persona inaffidabile; vale a dire: dal punto di vista di Dio, la creazione nuova che ci è stata promessa, difficilmente potrà essere affidata alle mani di chi ha rovinato la creazione precedente, nella quale ci stiamo attualmente muovendo. Chi ha fatto la scelta della mitezza, invece, tratta ogni cosa creata con grande delicatezza e rispetto. Per questo, Dio gli affiderà la prossima, meravigliosa creazione (cfr. Ap 21,1).

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