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Il tema del nascondimento della virtù intende presentare una disposizione d’animo del discepolo, che consiste nel rifuggire da qualunque eccentricità, da qualunque posa teatrale, e da qualunque tendenza a mettere in mostra se stessi, specialmente nel campo della propria crescita spirituale. L’insegnamento di Cristo prende in esame tre particolari ambiti in cui il discepolo ci tiene a non pubblicizzare il suo operato: la carità verso il prossimo, la profondità della propria preghiera e il livello di austerità della propria vita.Questo tema viene interrotto dall’insegnamento sulla preghiera cristiana, con la formula del Padre Nostro, e poi viene ripreso successivamente. Noi tratteremo prima il nascondimento della virtù e poi ci soffermeremo sui fondamenti della preghiera cristiana.Il brano in questione comprende i vv. 1-17 del cap. 6, escludendo dalla sezione i vv. 5-15, che analizzeremo separatamente, sotto la voce successiva “La preghiera cristiana”.I vv. 1-6 sono dedicati alle opere di carità fraterna, rappresentate dalla pratica dell’elemosina, in l tema del nascondimentouso presso il giudaismo farisaico. La parabola già citata del buon samaritano conteneva una netta distinzione e una presa di distanza dell’amore fraterno che si vive nel discepolato cristiano, da quello che si sperimentava nell’ambito del giudaismo. L’insegnamento dei farisei non conosceva alcun atto d’amore fuori dalla cerchia genealogica dei discendenti di Giacobbe. In sostanza, l’amore fraterno, sì, ma dentro i confini dello stesso popolo di Israele, benché alcuni brani dell’AT vanno in una linea universalista, p. es. Sir 7,32ss. Ad ogni modo, il malcapitato della parabola è comunque uno sconosciuto di cui non si dice che sia di nazionalità israelitica. Nel NT perfino gli Apostoli mostrano una certa difficoltà ad aprirsi alla prospettiva di un amore universale che viene a sostituire la vecchia legge mosaica. Questa era già una prima distinzione. Una seconda distinzione è data in questo enunciato dei vv. 1-6: il gesto d’amore fraterno (specialmente quello compiuto verso i veri bisognosi) non è l’applicazione di un precetto, ma è un movimento che parte dal cuore ed è compiuto alla presenza del Padre, e non alla presenza degli uomini. L’espressione della più autentica carità cristiana fugge, insomma, lo sguardo dell’uomo, evitando gli spettatori non necessari, e talvolta fugge perfino lo sguardo della stessa persona beneficata, che in questo mondo magari non giunge a conoscere il suo benefattore.Dalle parole di Cristo, riportate in questi versetti, sembra che presso i farisei la pratica dell’elemosina tendesse a collocarsi nel quadro generale della rispettabilità della persona, e che quindi assumesse necessariamente un carattere esteriore e pubblico. Questo atteggiamento rappresenta una chiara degenerazione dell’esperienza religiosa di Israele, dal momento che neppure l’AT, pur col suo carattere spesso legalista, è mai così utilitarista nei suoi ordinamenti. I farisei del Vangelo sono più volte rappresentati in questa tendenza a “strumentalizzare” le varie pratiche della religione, per dare agli altri un’immagine lodevole di se stessi (cfr. Mt 23,5-8). E’ proprio questo che il discepolo non deve fare mai. Il discepolo cammina solo alla presenza del Padre, e la sua divina approvazione gli basta.Tralasciamo momentaneamente l’insegnamento sulla preghiera (vv. 5-15), per poterlo trattare in maniera ampia più avanti, e andiamo direttamente alla questione del digiuno.I vv. 16-18 sono dedicati esplicitamente alla pratica ascetica del digiuno, pratica già in uso nel giudaismo contemporaneo a Gesù. Obiettivo specifico dell’insegnamento è quello di determinare la differenza specifica tra il digiuno dei farisei e quello dei discepoli di Cristo. Implicitamente, dietro la figura del digiuno bisogna vedere ogni altra pratica di astinenza corporale o morale (ossia, la rinuncia volontaria e temporanea a un bene o a un divertimento non necessario), per la quale resta valido tutto ciò che si dice a proposito del digiuno.La chiave di interpretazione dell’ascesi cristiana, che differisce sostanzialmente da quella dei discepoli dei farisei, è la medesima che è stata enunciata a proposito della carità fraterna: questo aspetto del discepolato si svolge nel segreto, è un movimento che parte dal cuore ed è compiuto alla presenza del Padre, e non alla presenza degli uomini. Anzi, nel caso specifico del digiuno – o, in generale, della rinuncia volontaria a ciò che piace – bisogna fare in modo che gli uomini non sappiano nulla, o che addirittura siano portati a pensare il contrario: “Non assumete aria malinconica… profumati la testa e lavati il volto” (6,16.17). E’ sufficiente che lo sappia solo “il Padre tuo, che vede nel segreto” (6,18).Dopo avere compreso il modo in cui va vissuta l’ascesi cristiana, e in particolare la pratica del digiuno, occorre dire anche il perché il digiuno deve avere un posto nella vita del discepolo. A questo proposito bisogna riprendere l’insegnamento biblico sul digiuno, che culmina poi nelle parole di Cristo.

Nell’AT e nel NT, la pratica del digiuno talvolta figura da sola, talaltra è associata alla preghiera. In entrambi i casi, il digiuno ha un valore penitenziale, ossia di richiesta di perdono per i propri peccati personali e per quelli del popolo, oppure di richiesta di aiuto nella prova.. La pratica del digiuno appare sia nella sua forma comunitaria, cioè un digiuno compiuto tutti insieme a un giorno stabilito, sia in quella privata e individuale. Del primo caso abbiamo un esempio in 1 Sam 7: “Si radunarono a Mizpa… digiunarono in quel giorno, dicendo: Abbiamo peccato contro il Signore!” (v. 6). Oppure in 2 Cr 20,3, in cui il re Giosafat bandisce un digiuno per tutto il suo regno. Per il digiuno individuale possiamo ricordare il digiuno di Daniele, come atto penitenziale in riparazione dei peccati di Israele (cfr. 9,3-19) e il digiuno di Ester (a cui si associano anche altri), durante la persecuzione antigiudaica di Assuero (cfr. 4,16). Ma, accanto a questi due significati originari, cioè la richiesta di perdono e la richiesta di aiuto nel tempo della prova, nella tradizione biblica ve ne sono altri che, in certo qual modo, preparano il significato neotestamentario del digiuno. In primo luogo ci riferiamo a Dt 8,2-3: “Il Signore tuo Dio… ti ha fatto provare la fame… per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore”.

Il brano del Deuteronomio 8,2-3 impone una nuova visione del digiuno: il distacco e la libertà da ciò che sostenta materialmente la nostra vita è una affermazione del primato della Parola di Dio. Col digiuno il discepolo afferma che tutte le risorse terrestri potrebbero venire a mancare, e che questa privazione non provocherebbe alcun danno alla vita dell’uomo, se la Parola di Dio rimanesse al vertice di ogni coscienza. Naturalmente, i due valori già menzionati, quello penitenziale e quello di richiesta di aiuto nella prova, rimangono inclusi nel digiuno del discepolo, che però deve radicarsi sul primato della Parola. Inoltre, il digiuno del discepolo si inquadra in una vita purificata, ossia libera da idoli o signorotti di vario genere. Isaia rimprovera coloro che nel nel giorno del loro digiuno curano i propri affari (cfr. 58,3); questo significa che il digiuno non è pienamente autentico, quando nell’animo umano ci sono ancora dei padroni che reclamano di essere serviti. Prima si sgombra la coscienza dai macigni che l’appesantiscono e dai signorotti che la tiranneggiano, e dopo si digiuna.L’insegnamento sul digiuno viene completato nel NT dalle parole di Cristo. La prima cosa che fa impressione è che i Dodici non digiunano. La cosa ha fatto impressione anche ai discepoli del Battista, i quali chiedono a Gesù: “Perché, mentre noi e i farisei, digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?” (Mt 9,14). La risposta del Maestro orienta il pensiero dei suoi interlocutori verso la novità del tempo messianico: alla presenza dello Sposo non si digiuna; si digiunerà quando lo Sposo sarà tolto (cfr. Mt 9,15); in altri termini è come dire: d’ora in poi, ogni atto religioso, per essere valido davanti a Dio, deve essere compiuto in relazione a Cristo. Il digiuno, che l’AT ha sempre raccomandato come prassi penitenziale, per i discepoli acquista il senso del coinvolgimento personale nella Passione di Cristo, cioè diventa memoria viva del giorno in cui lo Sposo è stato rapito all’amore dei suoi amici. Per questo i discepoli, fin dalla prima generazione, sogliono digiunare il Venerdì. Anzi, nella Chiesa primitiva, si digiunava anche il Mercoledì. L’affermazione del primato della Parola, cui abbiamo già fatto cenno, diventa affermazione della Signoria della Parola Incarnata, una signoria esercitata dalla Croce (cfr. Gv 12,32) e da un Trono edificato sulla mansuetudine (cfr. Is 16,5). Nell’insegnamento di Cristo, il digiuno acquista anche un particolare valore esorcistico; scendendo dal monte della trasfigurazione, i sinottici raccontano un episodio piuttosto imbarazzante per i discepoli che erano rimasti a valle: un uomo presenta loro il proprio figlio malato, con la convinzione che si tratti di epilessia; i discepoli, però, non riescono a guarirlo. Non appena Gesù ritorna dal monte, lo presentano a Lui, perché lo guarisca. Allora Gesù compie un esorcismo e non parla di epilessia. Ad ogni modo, il ragazzo guarisce immediatamente (cfr. Mt 17,14-21). I discepoli lo prendono poi in disparte per conoscere il motivo della loro incapacità. Cristo risponde che essi non sono riusciti a guarire il ragazzo per due motivi: primo, non hanno abbastanza fede; secondo, il ragazzo non era epilettico ma posseduto da un tipo di entità demoniache che si possono scacciare solo con la preghiera e il digiuno. Si schiude qui un nuovo valore del digiuno cristiano: esso fortifica lo spirito del discepolo e lo rende saldo nella lotta contro lo spirito delle tenebre.

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