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Questa disposizione d’animo, o virtù, apre la serie delle beatitudini, e ciò significa che ne è, per così dire, la porta di ingresso. La povertà di spirito non va confusa con la povertà materiale: la specificazione “di spirito” intende indicare proprio il fatto che non è in questione la quantità di cose che si possiedono. E’ in ballo piuttosto il valore che si attribuisce alle proprie risorse umane, materiali e morali. La mancanza di povertà di spirito impedisce il discepolato, sia che essa si collochi nella sfera dei beni materiali, sia che si collochi in quella dei beni di ordine morale. Ne abbiamo diversi esempi nel Vangelo: il giovane ricco è impedito nel discepolato dal fatto di avere sopravvalutato la sua condizione economica, insieme alla rispettabilità sociale che ne deriva: cfr. Mt 19,16-22; i Farisei, invece, sono impediti nel discepolato dal fatto di avere sopravvalutato la loro cultura e la loro autorità in campo religioso: cfr. Gv 9,30-34. Al cieco nato che tenta di spiegare loro il mistero della sua guarigione, rispondono: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?”. Ormai essi sono giunti all’apice della sapienza e pensano di non avere più nulla da imparare. Sotto questo punto di vista, la povertà di spirito coincide con la verginità mentale. La verginità della mente, infatti, è una delle possibili realizzazioni della povertà di spirito, che invece è un concetto più ampio e più inclusivo.I due aspetti della povertà di spirito si realizzano in pieno, anche se in modi ovviamente diversi, nei modelli umani di Cristo e di sua Madre.La Seconda Persona della Trinità, ossia la Parola del Padre, ha fatto delle scelte ben precise circa le risorse terrestri, fin dal primo istante della sua Nascita umana. I Vangeli dell’infanzia ne sono una impressionante testimonianza. Fin da quando si trova nel grembo della Madre “non c’era posto” (cfr. Lc 2,7) per Lui in questo mondo. La sua nascita è quindi sprovvista delle risorse normali che sono a disposizione di tutti, sia ricchi che poveri. Da adulto, durante il ministero pubblico, “non ha dove posare il capo” (cfr. Mt 8,20) e si ferma laddove viene ospitato (cfr. Lc 10,38 e 22,11). Cristo tende in sostanza a utilizzare le risorse terrestri, senza tuttavia farne un assoluto. Come uomo, l’unico elemento a cui attribuisce un carattere assoluto è la Parola che, udita dal Padre nelle sue notti di preghiera, Egli trasmette alle folle che si radunano per ascoltarlo come Maestro (cfr. Gv 5,19-30 e Lc 10,21-22). Come uomo, in certo qual modo, anche Lui vive “un suo discepolato” nei confronti del Padre che gli indica costantemente cosa deve fare e cosa deve dire. Ciò avviene in Lui sulla base di una mente perfettamente vergine e libera dagli ingarbugliamenti umani. Lo stesso avviene nel discepolato di Maria. Ella vive realizzando la Parola, e la Parola si realizza in Lei. Per il resto, la vita quotidiana scorre sui binari di ciò che è essenziale, senza strane ambizioni, e senza illusioni su se stessa, sapendo di essere, davanti a Dio, soltanto la “sua serva” (cfr. Lc 1,48). Questa capacità di usufruire di tutte le cose create, senza assolutizzarne alcuna, cioè senza far dipendere la propria felicità o infelicità da alcuna cosa creata, e nello stesso tempo percepire la realtà del Regno di Dio come unico assoluto, si chiama evangelicamente “povertà di spirito”, ed è un atteggiamento che rende beati coloro che vivono così.

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