"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Possiamo adesso affrontare il tema molto impegnativo della preghiera nel contesto del discepolato cristiano. Il Maestro dedica molto spazio a questo insegnamento, e sarà opportuno ripercorrerlo nelle sue linee principali.

Il contesto prossimo ci conduce direttamente alla preghiera del cuore: è infatti tolta di mezzo ogni forma di preghiera che si esaurisca nel pronunciamento meccanico di determinate formule: “Quando preghi, entra nella tua camera…” (6,5). La propria “camera” è indubbiamente un’immagine finalizzata a un insegnamento, visto che la preghiera comunitaria e liturgica è sempre stata, fin dalla prima generazione cristiana, un elemento portante della vita della Chiesa. In sostanza, non si tratta di un invito di carattere privato e intimistico, quanto piuttosto di una qualità dell’incontro con Dio. La “camera” indica il dialogo del cristiano con il Padre, incontrato nella profondità della propria coscienza. La stessa preghiera comunitaria e liturgica si svuota completamente, e diventa pura esteriorità, quando i membri dell’assemblea, ciascuno per la propria parte, non hanno incontrato il Padre nelle profondità del proprio animo. Ancora peggio è quando la preghiera è fatta visibilmente, per dare un “tocco di classe” alla propria rispettabilità sociale (cfr. 6,5). Al giorno d’oggi, perfino i maghi ricorrono a questo stratagemma, circondandosi di crocifissi e di immagini sacre, per far credere alla gente che i loro “poteri” vengono da Dio. Perciò il discepolo non deve mai lasciarsi trarre in inganno dalle apparenze, perché Satana si traveste solitamente da angelo di luce (cfr. 2 Cor 11,14). L’insegnamento centrale sulla preghiera è però rappresentato dal Padre Nostro, che non si presenta come una “formula” di preghiera, bensì come un archetipo su cui modellare la preghiera cristiana. Il medesimo insegnamento è riportato nel Vangelo di Luca, dove la parabola dell’amico importuno è introdotta dalla preghiera del Padre Nostro, che Luca riporta in una maniera più breve di quella di Matteo (cfr Lc 11,1-4). La diversità delle due redazioni di questa preghiera, dimostra che non si tratta di una “formula” ma, come abbiamo detto, di un modello di preghiera. Se si fosse trattato di una formula, sarebbe stata registrata parola per parola, tanto più che questa è l’unica preghiera insegnata direttamente dal Signore.

Da questo modello risulta:

1.      La nostra preghiera è rivolta più alla Paternità di Dio che alla sua onnipotenza: “Quando pregate, dite: Padre...” (6,9).

2.      Non è giusto pregare per le proprie necessità umane, senza cercare prima la gloria di Dio: cfr vv. 9-10

3.      Non è autentica la preghiera di chi non è uomo di pace (cfr. v. 12)

Dobbiamo riprendere questi singoli punti in modo più analitico.

Padre Nostro

Con la prima espressione, Cristo ha voluto eliminare dall’immaginario umano ogni elemento di distanza o di timore servile. Inoltre, fin dall’inizio viene ricordato all’orante che la preghiera è “dialogo”, relazione io-Tu; essa è rivolta a Qualcuno, e questo Qualcuno è innanzitutto PADRE. Si esclude perciò fin, dalla prima parola, ogni atto liturgico che ruoti intorno a se stesso, e non sia una viva relazione col Dio Vivente. Ma si esclude anche il semplice riflettere o monologare tra sé e sé, sia pure su cose buone. Il riflettere su qualcosa non è ancora “pregare”: la preghiera nasce solo quando si riesce a stabilire il contatto vitale tra il “tu” umano e il “Tu” di Dio. Si comprende subito se, nella nostra preghiera personale, si verifica un autentico incontro con il Padre, oppure no. Quando infatti questo incontro si è verificato, ci si sente diversi: vale a dire, si lascia la preghiera e si torna alla vita attiva, con la sensazione di essere invasi da una forza nuova. Nell’immaginario cristiano il Padre è pensato di solito al maschile, ma si comprende bene, alla luce dell’intera rivelazione biblica, che nell’Amore di Lui ci sono anche delle tonalità femminili e materne. Basti pensare a Is 49,15-16: “Si dimentica forse una donna del suo bambino?… Io non ti dimenticherò mai”. Dio stesso qui assimila il proprio amore a quello di una donna, e non a quello di un uomo. I sentimenti di Dio verso di noi – se così si può dire – risultano dalla somma dei valori maschili e femminili, costituendo così un amore che è contemporaneamente paterno e materno.La parola di apertura della preghiera di Cristo, “Padre”, allude anche alla verità esistenziale dell’orante: in realtà solo chi vive “da figlio” può sperimentare davvero cosa sia la preghiera cristiana. Non è in sostanza conciliabile l’atto di rivolgersi a Dio, mettendosi in comunicazione con Lui, con certe disposizioni d’animo come l’indifferenza verso la sua Parola, la sfiducia, la negazione dell’amore o la presentazione di opere di giustizia per essere accettati da Lui. La prima parola dell’orazione esclude l’atteggiamento di tutti coloro che si rivolgono alla sua Onnipotenza, ma non alla sua Paternità, ossia: quelli che Lo accettano in qualità di Creatore, ma non in qualità di Padre. Ci sono in realtà diversi stadi di ingresso nella divina figliolanza e tutti si radicano nella fede: si deve credere che Dio non è soltanto Creatore ma anche un Padre che ama; e non soltanto un Padre che ama tutti, ma un Padre che, pur senza trascurare gli altri, ama personalmente proprio me. Si prende cura delle circostanze quotidiane della mia vita (cfr. Mt 6,26). Si comporta con me come un educatore (cfr. Eb 12,5-9). Ogni giorno rinnova il suo “sì” alla mia vita, e io mi alzo dal letto e sono vivo (cfr. Sal 104,29). Se le cose stanno così, allora bisogna saper individuare la sua Mano paterna nella vita quotidiana, oltre che nell’intero arco della propria storia. Un cristiano non può ritenere che alcune cose accadano perché Dio le vuole, e altre invece perché gli sfuggono dal controllo. Più correttamente bisogna pensare che tutto ciò che accade, accade in Lui. Come nell’universo Egli ha disposto l’ordine e la legge fisico-chimica di tutte le cose, fino alle più piccole (cfr. Sap 11,20), così anche nella vita dell’uomo che cammina alla sua presenza, e che vale più dei passeri e dei gigli (cfr. Mt 6,25-34; 10,29), a maggior ragione, tutti gli eventi sono disposti secondo un ordine logico, noto con precisione solo a Dio. Rispetto agli uomini, poi, Egli non si comporta solo da creatore o da Dio, ma anche da Padre, che gioisce nel dare le cose migliori ai suoi figli (cfr. 7,7-11).

La parola iniziale, “Padre”, oltre a indicare la realtà della divina figliolanza, nella quale l’orante è stato assunto da Cristo, indica pure un’altra conseguenza esistenziale: nel pronunciare questa parola, l’orante si professa fratello di tutti coloro che invocano Dio nella stessa maniera, avendo lo stesso Cristo come fratello Primogenito (cfr. Col 1,18). Dopo la sua risurrezione, Gesù ci chiama “fratelli”, ed è ovvio che l’essere fratelli “suoi” coincide con l’essere fratelli “tra noi”. Possiamo ricordare qualche brano tra i più significativi. Mt 28,10: “Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea, là mi vedranno”; Gv 20,17: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro…”.Dio, in Cristo, ha voluto discendere per gradi fino al punto più basso: la discesa nell’umanità, imponendosi i limiti dello spazio e del tempo; la discesa nella povertà, rinunciando ai sostegni del potere umano; la discesa nella sofferenza morale, accettando l’incomprensione dei suoi stessi discepoli, il tradimento di Giuda e la persecuzione del sinedrio; la discesa nella sofferenza fisica, accettando la morte prematura, e quella morte; la discesa nel mistero dell’abbandono del Padre, che giunge al vertice nell’agonia sulla croce; la discesa agli inferi, dove gli spiriti dei giusti lo attendevano per essere liberati.

La sua risalita nella risurrezione attraversa poi tutti questi strati e li contagia definitivamente con l’energia divina della risurrezione. Da quel momento in poi, ogni uomo che sperimenta la discesa nella sofferenza morale o fisica, la discesa nella solitudine, nell’incomprensione, nella malattia, e nella morte, si incontra necessariamente con Colui che vi è già disceso. Da quel momento in poi, nella totale condivisione della sorte umana, Cristo si è fatto fratello di ciascuno, perché ciascuno sia a sua volta fratello di tutti. Questo significa che solo chi entra nello spessore della croce, può dire con verità “Padre Nostro”. Infatti, solo se si entra nel mistero di Cristo, si acquista lo statuto di “fratelli” e di “figli”; e si acquista come dono gratuito del Risorto nell’effusione dello Spirito Santo. Questa è pure la ragione per cui, tra le richieste previste dall’orazione del Signore, non c’è la richiesta dello Spirito Santo. Ed è ovvio: chi prega autenticamente con le stesse parole di Cristo, lo fa mosso dallo Spirito; l’orante ha già ricevuto lo Spirito Santo, perché è già entrato nello statuto di “figlio” (cfr. Rm 8, 14)

che sei nei cieli

Ci colpisce questa specificazione “che sei nei cieli”, dal momento che noi sappiamo bene che il Padre è presente ovunque. La Scrittura è molto chiara in proposito; possiamo ricordare Geremia: “Non riempio Io il cielo e la terra?” (23,24). Anche la preghiera di Salomone, in occasione della dedicazione del Tempio, si muove sulla stessa linea: “I cieli dei cieli non possono contenerti” (1 Re 8,27). Eppure ci viene detto da Cristo che il Padre, pur presente ovunque, va però invocato “nei cieli”. Ci deve essere un motivo.  Inoltre, non ci viene neppure detto di invocarlo specificamente nel luogo sacro, o nel luogo destinato al culto, ma “nei cieli”. La Terra non è allora il vero teatro in cui si svolge l’azione della preghiera umana. Chi prega, in certo qual modo, è trasportato “nei cieli”, sede del Padre. La preghiera quindi non fa scendere Dio sulla Terra (Dio non è circoscritto e non può avere alcun movimento locale), ma al contrario, trasporta l’uomo presso Dio, e lo solleva in un certo qual modo nelle sue altezze. Invocare il Padre “nei cieli” equivale inoltre a ricordarsi che qui non abbiamo una dimora stabile, e che la nostra ultima destinazione è la gloria incorruttibile del Paradiso (cfr. Col 3,1-2). Invocare il Padre “nei cieli” ci dispone quindi a cercare le cose di lassù e non quelle della Terra.

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