"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Il primo ordine dei valori:
sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà

Abbiamo già detto che l’orazione del Signore, più che una formula di preghiera è un modello. Questo significa che occorre prestare attenzione all’ordine e alla posizione che Gesù attribuisce alle necessità umane nella formulazione delle richieste, in modo che non succeda di chiedere per prima cosa ciò che è meno importante, e per ultima cosa ciò che invece deve trovarsi al vertice dei valori. Una preghiera personale o comunitaria che non tenga conto dell’ordine dei valori indicato da Cristo, rischia di girare continuamente intorno a ciò che per me (o per noi qui) è più necessario e urgente, perdendo di vista il fatto che al di sopra delle mie (nostre) necessità ci sono gli interessi del Regno di Dio. Questi vanno cercati per primi, anche nella preghiera (cfr. Mt  6,33).

Sia santificato il tuo nome

Nel comporre questa preghiera, il Signore ha seguito un ordine abbastanza rigoroso: nella preghiera cristiana, Dio deve occupare il primo posto. Successivamente verranno anche le altre cose, ma una preghiera che non si compagina sul primato di Dio, non è evangelica. In base a questo presupposto, Cristo ha messo al vertice di tutto la santificazione del Nome. Occorre chiarire il senso di questa cosa. Il Nome di Dio non ha bisogno certo di essere “santificato” da noi, dal momento che Egli è santo nella sua stessa Natura eterna e immutabile. Inoltre, il verbo greco è al passivo, come quello che troveremo tra poco nella richiesta relativa al compimento perfetto della sua volontà. L’orante non promette a Dio che santificherà il suo Nome, né che farà la sua volontà. Ma chiede semplicemente che queste due cose si verifichino nel mondo. Ma andiamo con ordine.

La santificazione del Nome ci riconduce ad alcune allusioni bibliche. Prima di tutto occorre ricordare che per la mentalità semitica il “nome” è rappresentativo della personalità. Nell’annunciazione, viene detto dall’angelo anche quale sarebbe stato il nome da imporre al Figlio: Gesù (Lc 1,31), che etimologicamente significa “Dio salva”. Il nome stesso, insomma, indica già la missione del Cristo storico: rendere operante la potenza salvifica di Dio. Il nome esprime il nucleo della personalità di colui che lo porta. Mancare di rispetto al nome è lo stesso che mancare di rispetto alla persona. Nel caso di Dio, il Nome è addirittura impronunciabile per gli ebrei. Il Decalogo proibisce di nominare invano il Nome di Dio, e gli ebrei si sono messi al sicuro da questa possibile trasgressione evitando di pronunciarlo del tutto. La santificazione del Nome di Dio, richiesta dal Padre Nostro, va prima di tutto intesa come la riedizione in forma positiva del suddetto comandamento (cfr. Dt 5,11). Laddove il comandamento diceva “Non pronunciare invano il Nome”, la preghiera cristiana dice “Sia santificato il Nome”. La prospettiva è però teologicamente perfezionata, perché il comandamento del Decalogo faceva appello solo alla buona volontà dell’uomo, mentre il Padre Nostro fa leva sulla Grazia di Dio, senza l’illusione che l’uomo possa compiere da solo un’opera valida agli occhi di Dio. Il Decalogo è espresso con l’imperativo “Non pronunciare”, il Padre Nostro si esprime al passivo “Sia santificato”: vale a dire, è Dio che santifica il proprio Nome, l’uomo può solo desiderarlo senza resistere alla Grazia.Si potrebbero ancora vedere quali altre sfaccettature la Bibbia conosce a proposito di questa santificazione del Nome.Il Nome di Dio è una forza che protegge il credente e lo custodisce dai pericoli occulti. Possiamo ricordare il Salmo 89: “Il nostro aiuto è nel Nome del Signore” (v. 8). Oppure il libro dei Proverbi: “Torre fortissima è il Nome del Signore” (18,10). Anche Cristo si esprime in questi stessi termini: “Padre Santo, custodiscili nel tuo Nome” (Gv 17,11). E Gioele: “Chiunque invocherà il Nome del Signore, sarà salvato” (3,5). Rifugiarsi nel Nome del Signore e invocarlo è quindi certezza assoluta di salvezza e di liberazione.

Santificare il Nome di Dio significa innanzitutto riconoscerlo come Signore. Questo fatto risulta chiaramente sia dal Salmo 68: “Signore è il suo Nome” (v. 5), sia da un oracolo del profeta Isaia: “Io sono il Signore, questo è il mio Nome” (42,8). Possiamo aggiungere anche Geremia: “Sapranno che il mio Nome è Signore” (16,21). E si potrebbe continuare sulla scia dei profeti, che riaffermano più volte il medesimo concetto. All’inizio della preghiera cristiana allora va riconosciuta la Signoria di Dio, e si ricorda, al tempo stesso, che tale riconoscimento è dono di grazia, e perciò è oggetto di preghiera: “Sia santificato” e non “Santificheremo”. E’ una richiesta e non una promessa umana.La santificazione del Nome di Dio, nella Bibbia, ha una estensione non soltanto limitata al popolo di Dio, come sembra suggerire il salmista: “Annunzierò il tuo Nome ai miei fratelli” (Sal 22,23), ma possiede anche una portata universale: “Tutti i popoli conoscano il tuo Nome” (1 Re 8,43). Anche se la conoscenza del Nome di Dio tra le nazioni è condizionata dal riconoscimento autentico di questo Nome in seno a Israele (Chiesa), sia in senso negativo: “Il Nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani” (Rm 2,24), sia in senso positivo: “Risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre” (Mt 5,16). La responsabilità del popolo cristiano verso il mondo è quindi tutta racchiusa in questa breve invocazione: “Sia santificato il tuo Nome”, che implica anche l’impegno di non presentare al mondo un’immagine falsificata di Dio e, di conseguenza, un’immagine falsificata della Chiesa. Nel Padre Nostro si chiede in sostanza che ciò non avvenga, perché se taluni abbandonano la comunità cristiana perché volgono intenzionalmente le spalle a Dio, tanti altri l’abbandonano perché hanno conosciuto, nelle loro comunità di origine, solo una rappresentazione alterata o falsa di Dio e della Chiesa; e questa responsabilità è unicamente nostra.

Venga il tuo Regno           

Seconda petizione: il Regno di Dio, ossia il punto di arrivo di tutto il Vangelo. Il Vangelo stesso si definisce come Vangelo “del Regno” (Mt 4, 23 e 9,35). L’annuncio del Vangelo ha una funzione preparatoria: l’umanità deve prepararsi alla venuta del Regno di Dio, che avrà luogo nella venuta del Figlio (cfr. Lc 21,27). “Regno di Dio”, significa cessazione di tutti i poteri estranei che limitano e mortificano la dignità della persona umana, in tutte le sue componenti fisiche e spirituali. La fine sopraggiungerà, quando il Figlio “consegnerà il Regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza” (1 Cor 15,24). Solo quando regna Dio, il creato è ricondotto ai suoi migliori equilibri. Il Vangelo è ordinato al Regno di Dio. Come l’annuncio del Battista ha preparato la venuta del Cristo nella carne umana, così l’annuncio del Vangelo, per opera degli apostoli di ogni secolo, prepara la Terra alla definitiva venuta del Regno. Il Regno di Dio non risulterà, però, da un progressivo miglioramento della qualità della vita umana sulla Terra, e non sarà il punto finale di una qualche evoluzione storica; il Regno di Dio verrà, perché Dio lo farà venire in un tempo sconosciuto a tutti, tranne che al Padre (cfr. Mt 24,36). L’annuncio del Vangelo e la Chiesa stessa non instaurano il Regno di Dio, ma soltanto preparano le coscienze ad accoglierlo. Nell’insegnamento di Cristo, il Regno di Dio è senza dubbio una realtà che deve ancora venire, perché non è di quaggiù (cfr. Gv 18,36), ma bisogna anche dire che esso non è totalmente assente dalla fase presente. Esso deve venire, ma in qualche modo già è (Lc 17,21). Con la Presenza personale di Cristo nel mondo, il Regno è infatti già arrivato. In questo senso, più che di “venuta finale” del Regno, occorre parlare di “compimento”. Il Regno di Dio è già presente sulla Terra, ma in maniera embrionale, nel mistero e invisibilmente, anche se i discepoli sono in grado di fissare lo sguardo sulla sua realtà (cfr. Mc 4,11). I discepoli, in virtù della fede nella Parola di Dio, partecipano già da questa Terra alle energie del mondo futuro. Sotto questa chiave comprendiamo delle similitudini come quella del lievito che progressivamente fa fermentare tutta la pasta (cfr. Mt 13,33), oppure come quella del granello di senapa (cfr. Mt 13,31), dove il Regno di Dio è rappresentato in un processo di crescita fino alla piena maturità (cfr. Ef 4,13). La porta di ingresso di questo Regno è rappresentata dalla rinascita del singolo uomo per acqua e Spirito (cfr. Gv 3,5). Il sacramento del Battesimo è dunque necessario in quanto via ordinaria della salvezza. La caratteristica principale del processo di graduale crescita del Regno di Dio, consiste nel fatto di non avere la sua radice in basso ma in alto, e di non procedere sulla spinta dell’evoluzione umana, ma su quella di un moto impresso da Dio: “Né chi pianta né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere” (1 Cor 3,7). Per questo siamo invitati a chiedere a Dio di portare a compimento quell’opera che Lui stesso ha iniziato. Essa si compirà definitivamente con la resurrezione della carne e l’ingresso dell’umanità rinnovata in una nuova creazione (cfr. Ap 21,1).

Sia fatta la tua Volontà

e armonie del mondo naturale e di quello soprannaturale sono garantite da un unico centro di gravitazione. La lettera ai Colossesi descrive il Cristo risorto nella sua dimensione cosmica; vale a dire: nella Risurrezione tutto il creato ha ritrovato in senso pieno il suo centro di unità, centro che già aveva precedentemente nella Parola, nei tempi anteriori all’Incarnazione (cfr. Eb 1,3). L’Apostolo è molto chiaro: “Egli è prima di tutte le cose, e tutte sussistono in Lui” (1,17). Ne consegue che se anche un solo elemento si sottraesse alla sua signorìa, cadrebbe nel disordine e comprometterebbe gli equilibri generali. Nella natura, dove manca la libertà del volere, tutti gli esseri animati e inanimati ubbidiscono a leggi creative pressoché immutabili. Le organizzazioni sociali delle formiche o delle api sono quelle e non possono cambiare. La tonalità del canto di ogni specie di uccelli è modulato su certe note e non altre, così la tecnica di costruzione dei nidi è quella e tale resterà. Anche gli astri mantengono quell’orbita che hanno, e sarebbe una girandola di scontri se ne uscissero, ma ancora più drammatica sarebbe l’alterazione dell’orbita terrestre, perché comporterebbe la scomparsa di ogni vita su questo pianeta.

Nel significato più ampio della petizione, chiedere a Dio che la sua volontà sia fatta, equivale a chiedere che gli equilibri generali della natura e dello spirito non siano turbati, perché dalla custodia di tutti gli equilibri dipende la vita, in ogni senso. Alla luce di questo si spiega anche il verbo al passivo: è Dio che custodisce tutti gli equilibri del creato, mentre l’uomo può solo rispettarli e non può in alcun modo far sì che essi mantengano la loro sincronia.Nel significato più ristretto, la petizione va riferita al mondo umano, che è il regno della libertà, ma è anche la sfera di azione dello spirito del male, con la sua potente capacità di suggestionare la mente e la sensibilità degli esseri umani. La volontà buona dell’uomo non è sufficiente a rispettare, con atto libero, gli ordinamenti divini, e ha bisogno di chiedere a Dio una forza e un sostegno per rendere efficace l’atto del volere.

Va ulteriormente approfondito il senso del compimento della volontà di Dio nell’esperienza degli uomini. Il punto di partenza è la cognizione esatta della realtà umana che è uscita dal peccato di origine. L’uomo “storico” sperimenta una sorta di indebolimento delle sue facoltà relativamente al piano delle realtà spirituali; in questo ambito, la sua capacità mettersi in relazione con Dio appare particolarmente incrinata. Tale incrinatura è evidente a tutti i livelli sia conoscitivi che volitivi. Vale a dire: dal peccato originale siamo usciti con un offuscamento intellettivo, che non ci permette di vedere Dio con chiarezza nelle cose create e nella sua Parola, e con un offuscamento della volontà, che non riesce a volere il bene con tutta se stessa, ma non di rado si trova divisa tra stimoli contrastanti e non tutti positivi. Il battesimo ci ha rinnestati nella Vita divina, ma non ha ripristinato la totalità dei nostri equilibri (cosa che avverrà con la risurrezione personale alla fine dei tempi). La richiesta “sia fatta la tua volontà” si basa sull’idea che da soli non ce la facciamo ad aderire senza stonature e disfunzioni a tutte le aspettative di Dio; perciò il discepolo chiede a Dio di realizzare Lui stesso la sua volontà nella vita dell’orante. Da qui il passivo “sia fatta la tua volontà” e non “farò la tua volontà”. C’è una seconda idea che soggiace a questa petizione: se è Dio stesso a realizzare la sua volontà nella vita dell’orante, ciò significa che l’orante talvolta compie la volontà di Dio senza saperlo. La volontà di Dio, quindi, non va intesa come una serie di indicazioni esplicite, che, una volta conosciute, il discepolo le applica, come si applicano le regole della grammatica o della matematica. In realtà, il discepolo compie la volontà di Dio non perché applica un codice a lui noto, ma perché Dio stesso, con la forza del suo Spirito, lo coinvolge in un dinamismo di vita che lo spinge verso la perfezione come il vento spinge una barca a vela. Molte cose il discepolo le fa con la consapevolezza che Dio le vuole, altre, invece, (e sono le più perfette) le fa alla maniera di Abramo, che “partì senza sapere dove andava” (Eb 11,8).

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