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Ai puri di cuore è promessa la visione di Dio. Ci si deve chiedere a quale visione Cristo qui intenda riferirsi: se a quella che si ha di Dio dopo la morte, oppure anche a qualcosa d’altro. La visione di Dio dopo la morte è comunque inclusa necessariamente in questo enunciato, come parte integrante della fede biblica; si può ricordare a questo proposito il libro di Giobbe: “senza la mia carne vedrò Dio” (19,26), oppure la prima lettera di Giovanni: “Lo vedremo così come Egli è” (3,2). La Scrittura insomma afferma in più punti che Dio può essere visto dall’uomo in visione diretta, ma non con gli occhi del corpo; di conseguenza,  la visione diretta di Dio è possibile solo dopo che l’anima umana si è liberata dai limiti della corporeità.

Secondo le Scritture, però, questo non è l’unico modo di “vedere Dio”. Per esempio, in Es 24,10 si dice che Mosè e gli anziani “videro il Dio di Israele”. Il profeta Isaia, nel giorno della propria vocazione, avverte una particolare cognizione della gloria di Dio: “Io vidi il Signore seduto su un trono… i miei occhi hanno visto il Re” (6,1.5). Infine, Gesù stesso, nel suo dialogo notturno con Nicodemo, afferma la possibilità di “vedere” il Regno di Dio, ancor prima di morire, ma a condizione di essere rinati dall’alto (cfr. Gv 3,3). Ai suoi discepoli, poi, Cristo dice: “Fin da ora avete visto il Padre… chi ha visto Me, ha visto il Padre” (Gv 14,7-9). La beatitudine dei puri di cuore, va allora interpretata in entrambe le direzioni: Dio e il suo Regno sono visibili già su questa terra, anche se non a tutti. La purezza di cuore si presenta perciò come la condizione della visione di Dio nell’aldiqua. Rimane però da vedere che cosa intenda la Bibbia con l’espressione “purezza di cuore”. L’AT considera la purezza di cuore in contrasto con la purezza rituale. Il culto di Israele richiedeva una serie di lavaggi del corpo, delle vesti, degli oggetti, però era chiaro che questa purificazione con l’acqua era solo un precetto del rituale e che a essa si doveva accompagnare una seconda purezza, che è quella interiore, appunto la “purezza del cuore”. Un testo abbastanza chiaro a questo riguardo è 2 Cr 30,18-20, dove si afferma che il culto si può celebrare ugualmente, “anche senza la purificazione necessaria”, a condizione che si abbia “il cuore disposto a ricercare Dio”. Si comprende da questo che il cuore disposto a ricercare Dio costituisce già in se stesso quella “purezza” richiesta per il culto, di cui la purificazione rituale è soltanto un segno esteriore. Si può tentare allora una risposta alla domanda sulla natura della purezza di cuore che permette di vedere Dio: è puro quel cuore che cerca Dio senza seconde finalità. In sostanza, la radice della purezza di cuore è cercare Dio senza cercare se stessi. Il libro della Sapienza conferma questo insegnamento: “Cercate il Signore con cuore semplice” (1,1), ossia: senza doppiezze o secondi fini. A questi, Dio dà la visione di Sé, già in questa vita. Vedere Dio in questa vita equivale a riconoscere il suo passaggio e i suoi “segni”. Cristo piange su Gerusalemme proprio perché non ha saputo “vedere” Dio che l’ha visitata a suo tempo (cfr. Lc 19,41-44). Alla disposizione di rettitudine, propria di chi cerca Dio senza cercare un utile personale, si aggiunge poi un’opera di purificazione passiva, che deve essere oggetto della preghiera del discepolo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro” (Sal 51,12). L’uomo non è infatti in grado di purificare la propria interiorità solo con la forza della volontà. Il cuore umano ha bisogno di essere in un certo qual modo ricreato: “Vi darò un cuore nuovo” (Ez 36,26).

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