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Tornando alle vicende della Vergine Maria, dobbiamo constatare che il ritardo di Dio nel risolvere la situazione gravemente incresciosa della sua serva, deve essere stato notevole. Giuseppe deve avere riflettuto e pregato a lungo prima di trovare la soluzione riportata dall’evangelista Matteo in 1,19, cioè di ripudiarla in segreto. Dio ha lasciato Giuseppe col suo tormento e Maria con la sua attesa umiliante per un tempo sufficiente a far emergere la statura di entrambi: Giuseppe, con la sua giustizia senza rigorismi e col suo tentativo di applicare la legge di Mosè senza schiacciare la persona di Maria; e Maria con la sua fede incrollabile e con la sua capacità di restare in silenzio e pagare di persona la sua accoglienza di un progetto di Dio che Lei stessa non sapeva ancora dove l’avrebbe condotto. La storia successiva ha dimostrato che l’ha condotta sul Golgota insieme al Figlio.

Proprio sul Golgota raggiunge il vertice la sua tempra di autentica discepola, donna forte e dignitosa dinanzi al dolore ingiustamente subito. Maria aveva amato il nascondimento negli anni in cui il Figlio passava per le strade della Palestina beneficando e risanando gli infermi, insegnando autorevolmente la verità di Dio. Non aveva mai cercato il consenso e la stima di cui le folle l’avrebbero circondata per il fatto di essere Madre di Lui. Tra gli uditori di Gesù c’è perfino chi la loda senza neppure conoscerla: “Mentre parlava così, una donna, dalla folla, alzò la voce e disse: Beato il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!” (Lc 11,27). Cosa avrebbe detto se l’avesse conosciuta? Così Maria non si trova mai accanto a Gesù mentre Egli istruisce le turbe: “La madre e i fratelli andarono un giorno a trovarlo, ma non potevano avvicinarlo per causa della folla. Gli fecero sapere: Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti” (Lc 8,19-20).Quando però Gesù viene processato e fatto oggetto dell’odio del popolo e dei sommi sacerdoti, Maria è lì in primo piano (cfr. Gv 19,25). Lei, che non aveva cercato la gloria umana di essere vicina a Lui quando tutti lo acclamavano re a modo loro, non ha paura di venire alla ribalta e di stare ben visibilmente, di fronte al popolo inferocito, accanto a Lui, quando viene colpito dall’obbrobrio della croce. Il discepolo ha molto da imparare da questo insegnamento non verbale della Madre: non bisogna cercare la gloria e il consenso dell’uomo nell’essere suoi discepoli, ma , al contrario, il discepolo è colui che si nasconde quando il Maestro è glorificato ed esce allo scoperto, accanto a Lui, quando il Maestro è perseguitato; né bisogna vergognarsi di questa verità scandalosa del Dio umiliato e crocifisso. E’ infatti questa e non altra la fede che noi annunciamo al mondo: quell’uomo crocifisso è personalmente Dio.

Sotto la croce, avviene un fatto cruciale per la vita della Chiesa nascente: Maria, per esplicita volontà di Cristo, assume una maternità universale che la rende davvero, e in senso pieno e diretto, “madre di tutti viventi” (Gen 3,20). Sarà opportuno riprendere nel dettaglio il relativo testo giovanneo, ossia Gv 19,25-27:

Vicino alla croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria Maddalena. Gesù, dunque, vista la madre e presso di lei il discepolo che amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio! Quindi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quell’ora il discepolo la prese in casa sua”.

Si tratta di un episodio raccontato da un testimone oculare quale l’Apostolo Giovanni che, l’unico tra i dodici, rimase accanto a Maria sotto la croce. Apparentemente sembra che Gesù intendesse affidare sua Madre a qualcuno, in previsione della propria morte imminente. Un’analisi dettagliata del testo, ci permette di capire che nell’intenzione di Gesù c’erano della finalità più alte e più importanti.Ci meraviglia intanto la duplice ripetizione: “Ecco tua Madre”, “Ecco tuo figlio”, perché se Gesù avesse avuto in mente un semplice affidamento di tipo familiare, l’interlocutore sarebbe stato soltanto Giovanni. Invece Egli si rivolge in primo luogo a Maria, affidando lui a Lei, e solo secondariamente Gesù si rivolge al discepolo. Ciò significa che il primo soggetto di questo affidamento non è Maria, ma è il proprio discepolo. Ci chiediamo allora se la principale preoccupazione di Gesù, sul punto di lasciare questo mondo, non sia stata la comunità cristiana nascente, piuttosto che il destino terreno della Madre. E poi il Vangelo parla più volte dei cugini di Gesù, definiti alla maniera semitica “fratelli”, i quali si sarebbero presi cura di Maria anche senza alcun mandato esplicito da parte di Gesù. Inoltre non può trattarsi neppure di una semplice volontà testamentaria, perché Gesù avrebbe già disposto tutto in anticipo, conoscendo l’epilogo del suo ministero pubblico. Non sarebbe superfluo chiederci quindi: perché Gesù ha atteso l’agonia per compiere questo affidamento e non lo ha fatto prima? E rispondiamo così: Gesù ha atteso quell’ora, perché questo affidamento non riguarda una semplice volontà testamentaria, bensì è un atto strettamente connesso al mistero della redenzione. Non poteva perciò avere altro luogo che sotto la croce. Notiamo pure che Gesù la chiama “donna”, esattamente come a Cana. E ciò ci riporta al primo dei segni anticipatori dell’ora del Messia. Maria è presente all’inizio e alla fine del ministero di Gesù: a Cana e sul Golgota. La presenza della Vergine copre tutto l’arco dell’opera della redenzione, e ciò indica una partecipazione profonda di Lei al ministero del Messia. Sotto la croce, Maria viene data alla Chiesa nascente come Madre, appunto, in senso messianico. Non poteva perciò avere altro luogo questo affidamento, perché la Chiesa non poteva essere affidata a Maria se non nel momento della sua nascita, ossia – secondo Giovanni – sotto la croce. Parimenti solo nel momento della sua nascita, la Chiesa può rivolgersi a Maria chiamandola “Madre”.Dobbiamo anche osservare che la maternità di Maria assume un aspetto nuovo per il fatto di essere destinata a un figlio che non è fisicamente nato da Lei. In ogni senso questa maternità supera la logica terrestre: Giovanni non è nato da Lei, non è neppure suo parente, non è il figlio maggiore di Zebedeo (di regola nella tradizione ebraica era il primogenito che assumeva qualunque ruolo di responsabilità). Potrebbe persino risultare offensivo il pensiero di affidare Maria a un estraneo piuttosto che a un parente prossimo. Tutto questo conferma ancora una volta che l’intenzione di Gesù andava ben aldilà di una preoccupazione pratica circa il destino terreno di Maria. In tal caso Gesù avrebbe agito diversamente. Giovanni è perciò rappresentativo della comunità dei discepoli che, da quel momento in poi, riconoscerà in Maria la propria Madre. Da quell’ora Maria assume questa universale maternità in quanto realmente genera nel proprio dolore un’umanità nuova, unendosi col proprio consenso all’offerta del Figlio, così come col proprio consenso, manifestato all’angelo dell’annunciazione, ne aveva reso possibile l’Incarnazione. Da qui si comprende come a Maria si debba applicare in modo pieno e del tutto originale il titolo di “corredentrice”.Nell’accogliere Giovanni come figlio, Maria tocca il vertice della scoperta, tipica del discepolato, di relazioni umane totalmente nuove. Chiunque entra nella profondità del discepolato, sperimenta un ridimensionamento delle relazioni della parentela, derivanti dalla consanguineità. Da quel momento in poi, in forza della consanguineità nel sangue di Cristo, Giovanni è figlio di Maria in senso pieno e reale, forse ancora di più che se fosse nato fisicamente da Lei. Così come Maria è veramente Madre per lui, e in un senso più profondo ed essenziale di quello sperimentabile nella maternità umana. La differenza più grande tra la maternità umana e la maternità verginale, che Dio ha dato a Maria, consiste nel fatto che chi è veramente figlio di Maria le somiglia nel cuore. Generare dei figli umanamente, significa comunicare la vita a un essere nuovo che porta i caratteri somatici dell’albero genealogico; si tratta di figli che somigliano fisicamente ai genitori, ma molto spesso sono dissimili nel cuore. Questa è una sfumatura dell’affidamento di Giovanni a Maria. Perché proprio lui? Il discepolo vergine affidato alla Vergine. Una grande similitudine di cuore unisce la Vergine Madre al discepolo che Gesù amava, il quale, solo tra i Dodici, è il suo confidente (cfr. 13,23-25). Se la nuova nascita ha origine dalla croce, la realizzazione concreta di tale nascita, e al tempo stesso la sua prova più irrefutabile, consiste nell’esperienza della similitudine con i due modelli umani da cui nasciamo. Possono dire di essere davvero rinati come creature nuove solo coloro che vivono la propria vita umana come copie minori di Cristo e di sua Madre. Se nascere da genitori umani significa essere simili a loro nel DNA, nascere dal Redentore e dalla Corredentrice, significa essere simili a loro nel cuore e nella mente e riprodurre nella propria umanità i tratti e i lineamenti della loro immagine interiore.Gesù aveva preparato a lungo sua Madre a questa nuova esperienza di maternità: avere dei figli che le somigliassero davvero. Soprattutto durante la vita pubblica ne abbiamo più volte la percezione e scorgiamo una forma di pedagogia con cui il Figlio ha distanziato la Madre dalla sua umana maternità. Lo vediamo in primo luogo alle nozze di Cana. Qui Gesù, esattamente come sul Golgota, chiama Maria non con l’appellativo di “Madre” ma con quello di “Donna” (cfr. Gv 2,4), appellativo più generale e privo di qualunque relazione con Lui. L’unica frase che Gesù rivolge a Maria durante il trattenimento è fortemente marcata dalla divina pedagogia con la quale Ella deve sempre di più essere allontanata dalla propria maternità verso di Lui: “Che ho da fare con te, o Donna?” (2,4). In un certo senso, Cana è per Maria, ciò che il ritrovamento al Tempio era stato per Giuseppe una ventina di anni prima. In quell’occasione Maria aveva detto: “Tuo padre e io ti cercavamo angosciati” (Lc 2,48). E Gesù aveva risposto: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). Per Giuseppe ciò rappresenta un ridimensionamento della propria paternità: Gesù non ha da rendere conto a lui per il semplice fatto che Giuseppe è solo un padre adottivo. Gesù ha invece da rendere conto al Padre suo, davanti al quale la paternità di Giuseppe si eclissa. Maria poteva ritenere che il ridimensionamento della paternità di Giuseppe fosse un fatto logico, una conseguenza del tutto naturale per un uomo che non era il vero padre di Gesù, mentre più difficile era per Lei accettare il ridimensionamento della propria maternità che invece era reale e concreta: Gesù era davvero uscito dal suo grembo, carne della sua carne. Alle nozze di Cana, Maria comincia a capire che non solo la paternità apparente di Giuseppe doveva essere ridimensionata, ma anche la propria maternità reale doveva subire un processo di trasformazione. In sostanza, la paternità divina del Padre non ammette accanto a sé altre autorità genitoriali di nessun genere, né Gesù stesso ammette su di Sé alcuna autorità se non quella del Padre. Se Gesù compie atti di ubbidienza verso le autorità terrene, ciò è solo per una sua libera degnazione. Non altro.A Cana la maternità di Maria viene ridimensionata e Maria è invitata a prendere psicologicamente le distanze dalla sua tendenza femminile a considerare il Figlio come qualcosa di “proprio”. Quando nel bel mezzo della festa viene a mancare il vino, Maria interviene con la sua autorità materna verso il Figlio che può risolvere il problema di quegli sposi. E dà per scontato che il Figlio le ubbidirà. E di fatto Gesù le ubbidisce, facendo un miracolo non eccessivamente cruciale, che infatti non è né di liberazione né di guarigione, ma sottolineando che la sua ubbidienza è solo una degnazione: “Non è ancora giunta la mia ora” (2,4)

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