"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La fedeltà di Dio non permette alcuna prova superiore alle possibilità del soggetto. Chi si sente provato oltre le proprie forze contraddice la Parola di Dio: o non parla secondo verità, oppure non attinge forza dal Signore (cfr. 2 Tm 2,1). Dobbiamo naturalmente escludere tutti coloro che si cacciano nei guai con le loro scelte difformi dal Vangelo; questi sono sempre provati duramente, perché con le loro mani si mettono sulle spalle una croce non voluta da Dio, e che eviterebbero se ubbidissero al Vangelo. Ma quelli che ubbidiscono al Vangelo sono messi alla prova, e al tempo stesso sono sostenuti dalla potenza di Dio. Per questo è una gioia e un privilegio poter soffrire per il Signore: “afflitti, eppure sempre lieti; poveri, mentre arricchiamo molti; gente che non ha nulla, mentre possediamo tutto” (2 Cor 6,10). E ancora, nel libro degli Atti si dice degli Apostoli che “se ne andavano via dal sinedrio lieti perché erano stati fatti degni di subire oltraggi per il nome” di Cristo (At 5,41). Questa è dunque la differenza tra la chiamata alla croce proveniente da Dio e la croce che stupidamente mettiamo sulle nostre spalle, ma che Dio non voleva darci: la croce che ci dà il Signore è sempre accompagnata da una particolare grazia, che fruttifica nella santità per coloro che sono ben disposti.Anche per la Vergine Maria la chiamata alla croce è stata accompagnata da un disegno pedagogico di Dio. Con molta gradualità è stata preparata al mistero della croce fin dall’inizio della sua vocazione alla divina maternità, avvenuta a Nazaret con l’annuncio dell’angelo. Nel giro di poche settimane, Maria sperimenta la prima chiamata alla croce, ossia il turbamento di Giuseppe, a cui Lei non avrebbe potuto, con le proprie sole parole, spiegare il mistero della sua maternità verginale. Per la prima volta emerge anche, in questa circostanza, la grande statura di Maria, la donna forte, che non anticipa l’intervento di Dio con il proprio. Anche se ciò le costa una profonda umiliazione. Dio infatti interverrà, svelando a Giuseppe la maternità verginale della sua sposa, ma lo farà dopo che i due hanno a lungo tribolato. Solo due personalità di grande fede avrebbero potuto affrontare questa prova, senza che il loro nucleo familiare venisse sconquassato. Giuseppe era infatti deciso a chiudere il fidanzamento, ma senza sollevare polveroni; salvando Maria dalla maldicenza della gente. Il Signore interviene proprio all’ultimo momento, ossia quando Giuseppe ha già deciso di ripudiare Maria in segreto (cfr. Mt 1,19). Anche Gesù, nel Vangelo, spesso agisce così, intervenendo all’ultimo momento, quando tutto sembra ormai perduto: fa sgolare la cananea, prima di liberare dal demonio la sua figliola (cfr. Mt 15,23) e si reca a casa di Marta e Maria, che speravano nella venuta di Gesù per la guarigione del loro fratello (cfr. Gv 11,21.32), solo dopo quattro giorni che Lazzaro è nel sepolcro (cfr. Gv 11,6.39). Talvolta, il Signore prova la fede del discepolo fino all’estremo limite possibile, per dargli l’occasione di portare a livelli eroici la propria fede e la propria speranza. Anche nei riguardi della Vergine, la divina pedagogia è stata la medesima. Il Signore l’ha gradualmente preparata e ha fatto in modo che le sue virtù di fede, speranza, carità, ubbidienza raggiungessero il vertice, mediante difficoltà e prove che non hanno fatto altro che far risaltare ancora di più dinanzi al mondo la sua grandezza e la sua statura morale.

Il clima di sospetto che si era creato intorno alla Vergine, nelle settimane successive all’annunciazione, era solo il preludio. A questo seguirono i disagi della nascita in condizioni di estrema necessità, i disagi della fuga in Egitto e l’ansia di sapersi perseguitati dalla ferocia dei potenti (cfr. Mt 2,13ss). Un momento di grande importanza nella divina pedagogia è rappresentato senza dubbio dal giorno della presentazione di Gesù al Tempio. Un giorno di grande gioia per ogni famiglia che portava al Tempio il primogenito, secondo il precetto della Torah (cfr. Lv 12,1-8 e Es 13,1-2) che imponeva la purificazione rituale alla giovane mamma e la consacrazione a Dio del primogenito. Per Maria questo è il secondo momento in cui lo spirito di profezia le viene in soccorso per renderla più acutamente consapevole della propria vocazione; il primo, era stato infatti l’incontro con Elisabetta. Nell’annunciazione la Vergine aveva avuto un contatto diretto col soprannaturale ed era stata toccata dallo Spirito di Dio per divenire feconda senza il concorso dell’uomo. Ma il carisma della profezia, operante in Elisabetta, offre a Maria una conferma inaspettata della sua divina maternità, prima ancora che la sua gravidanza si potesse vedere dall’esterno (cfr. Lc 1,41-44). Al Tempio, quando sopraggiunge Simeone, il carisma della profezia torna a operare e la Vergine viene raggiunta da un messaggio gioioso e drammatico al tempo stesso, ma comprensibile solo fino a un certo punto: “Ora, suo padre e sua madre rimasero meravigliati di quanto era stato loro detto di lui. Simeone li benedì e a Maria, sua madre, disse: Ecco, egli è posto per la caduta e per la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, sicché una spada trapasserà la tua anima, affinché vengano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,33-35). Luca nota innanzitutto la meraviglia di Maria e di Giuseppe al sentire il cantico di Simeone, che definisce il Bambino come “salvezza e luce per tutti i popoli” (Lc 2,30-32). Queste parole erano collegate nel loro contenuto a quelle che i pastori avevano udito da parte degli angeli nella notte del Natale, e che avevano riferito a Maria e a Giuseppe (cfr. Lc 2,16-17). E ciò confermava l’autenticità del carisma profetico di Simeone, dando così un particolare peso alle parole successive, rivolte direttamente a Maria: l’immagine dell’umanità che si divide dinanzi a quel Bambino divenuto adulto e che in Lui trova la propria risurrezione, ma anche la propria caduta; e infine quella minaccia enigmatica di una spada che le trapassa l’anima, ossia un dolore che a suo tempo l’avrebbe ferita molto in profondità. Fin dall’inizio del suo ministero materno, la Vergine non viene tenuta allo scuro di ciò che avrebbe comportato per Lei la più grande intimità col Figlio. Nella divina pedagogia, il carisma della profezia gioca un ruolo fondamentale. Il discepolo non è mandato allo sbaraglio in un cammino difficile in cui l’intimità col Cristo comporta la partecipazione al rifiuto, di cui Lui è oggetto. Gesù stesso parlerà apertamente avvertendo i discepoli del fatto che camminare con Lui è rischioso, ma promettendo anche la forza dello Spirito. Il discepolato è infatti per coloro che l’amore rende abbastanza forti da sopportare l’obbrobrio di Cristo e lo scandalo della croce. Per i Dodici non è stato facile, solo Giovanni è arrivato fino al Golgota. Ma lo Spirito non era ancora stato dato (cfr. Gv 7,39). Nella forza dello Spirito ogni eroismo diventa possibile.Quel giorno al Tempio, Maria ha intuito qualcosa circa le esigenze del discepolato in quella spada misteriosa profetizzata da Simeone, ma anche nella divisione dell’umanità che si sarebbe verificata al cospetto del Messia del Signore. E proprio da questa divisione sarebbe emersa la spada destinata a colpire Lei. Nella vita di ogni discepolo, con le dovute differenze e proporzioni, si ripete la medesima trafittura: il rifiuto del Cristo, che separa radicalmente gli uomini, colpisce al cuore chiunque per Lui ha consegnato se stesso, lasciandosi espropriare dallo Spirito nel miracolo della povertà evangelica. Ma più di ogni altro, e prima di ogni altro, ha colpito sua Madre, prima Discepola e prima Martire. In vista di tale altissima vocazione, il Signore ha voluto preparare gradualmente la sua Serva fin dall’infanzia di Gesù, che per Lei è stato certamente un periodo carico di segni e di messaggi da decodificare. Anche per questo è l’unico periodo della vita di Gesù riportato dai Vangeli canonici. Il discepolato cristiano ha infatti molto da attingere a quegli stessi eventi che hanno rappresentato il centro della meditazione della Vergine Maria nei giorni del suo primo discepolato.Dopo l’episodio della presentazione al Tempio subentrano circa dodici anni di silenzio. Il primo grande insegnamento che istruisce Maria è perciò il silenzio della Parola. Il discepolato di Maria si trova subito dinanzi a questo fatto apparentemente paradossale: la Parola che si è fatta carne, tace per circa trent’anni. Maria è perciò istruita a lungo dal silenzio della Parola, prima che la Parola parli per istruire gli uomini. Quando la Parola parla, il suo parlare non si protrae che per il tempo brevissimo di tre anni circa. In questo Maria comprende che la Parola non concede al linguaggio nessun primato. Viene così smascherata ai suoi occhi l’illusione di quanti, non essendo discepoli, pensano che tutto possa risolversi a forza di parole. Gesù, perfino alla sua personale parola concede uno spazio di soli tre anni, dopo trenta di silenzio. E anche durante il ministero pubblico, la sua parola sarà sobria; talvolta, persino in contesti cruciali e drammatici, in cui qualunque uomo normale riterrebbe logico effondersi in lunghe spiegazioni, Gesù tace: “Pilato lo interrogò di nuovo: Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano! Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato” (Mc 15,4-5). E così anche con Erode che lo interrogava insistentemente; anche a lui Gesù rispose col suo silenzio (cfr. Lc 23,9). Lo stesso si verifica perfino dinanzi al sommo sacerdote nel sinedrio: “Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: ‘Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di Te?’. Ma Gesù taceva” (Mt 26,62-63). Il silenzio di Gesù è il suo insegnamento più profondo e il meno compreso. Maria dimostra di avere già in sé stessa questa disposizione, o capacità, di intuire quando la parola umana è perfettamente inutile; e ciò si vede nel silenzio di Maria dinanzi alla perplessità turbata di Giuseppe, che sta per rimandarla in segreto. Il silenzio di Maria sta lì come la dimostrazione più lampante della sua sapienza: ogni parola pronunciata dall’uomo sarebbe stata infinitamente inferiore alla gravità di quella situazione. Solo Dio aveva il diritto di intervenire. E intervenne, come già si è notato, al limite estremo, quando Giuseppe ha già deciso di sciogliere il fidanzamento (cfr. Mt 1,19).Dopo dodici anni di silenzio e di vita domestica, accade, di nuovo nel Tempio, un altro episodio di estrema importanza nella divina pedagogia, che guida la Vergine Maria verso il discepolato. In occasione del pellegrinaggio stabilito per la festa di Pasqua, Gesù si ferma a Gerusalemme senza avvertire né Giuseppe né sua Madre. Non si tratta di uno scherzo gratuito da dodicenne, ma di un segnale ben preciso. Maria e Giuseppe devono comprendere che se Gesù si mostra docile e ubbidiente verso le loro persone (cfr. Lc 2,51) ciò non è dovuto a un riconoscimento della loro autorità, ma a un atto di condiscendenza e di degnazione del Figlio di Dio. La Paternità di Dio è l’unica autorità genitoriale che Egli può riconoscere. E’ il suo disegno l’unico scopo della sua vita terrena. Ciò avrà sempre il primato su ogni genere di affetto umano o familiare.

Maria, però, richiama il Figlio anche alla paternità di Giuseppe, mettendosi in seconda posizione: “Tuo padre e Io…” (Lc 2,48). Ella intende dirgli che, nonostante Egli sia il Messia, a dodici anni è ancora sotto la tutela giuridica di Giuseppe, e a lui avrebbe quantomeno dovuto dare la notizia della sua decisione di restare a Gerusalemme. Nella sua risposta, anche Gesù si richiama alla “paternità” di Giuseppe, e lo fa in contrasto con la paternità di Dio: “Devo occuparmi delle cose del Padre mio” (2,49). Implicitamente Egli intende affermare che Giuseppe non è suo padre, nonostante il fatto che Maria glielo presenti come tale: “tuo padre e Io” (Lc 2,48). Giuseppe assiste in silenzio a questo dialogo, che in parte lo riguarda, e si trova per la prima volta davanti a un dato di fatto: deve constatare cioè che, all’età di dodici anni, il Bambino cresciuto in casa sua “sa” di non essere suo figlio. Ma sa pure a quale “paternità” maggiore fare riferimento. Torna così in primo piano il mistero della sua nascita: nella menzione del Padre mio, è contenuta la conferma di quanto, dodici anni prima, Giuseppe aveva appreso dall’angelo, durante la sua lunga notte di travaglio interiore (cfr. Mt 1,20). Maria, dal canto suo, viene preparata in anticipo a una separazione più lunga e più dolorosa dal Figlio suo, che avrebbe avuto luogo diciotto anni più tardi, quando, all’inizio del suo ministero pubblico, Gesù sarebbe andato via da casa per ubbidire alla divina paternità. Infine, Maria avrebbe sperimentato la separazione più radicale, che è quella della morte del Figlio, separazione anch’essa della durata di circa tre giorni (cfr. Lc 2,46), prima di poterlo ritrovare definitivamente.

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