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"C
r i s t o M a e s t r o"... i l S i t o |
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Dio
non si è però accontentato di lasciarsi visibilizzare dall’umanità di
Cristo, ma ha voluto riportare l’umanità di ciascun uomo alla fedeltà
espressiva della prima coppia, fatta a immagine di Dio creatore. In
Cristo, ogni uomo e ogni donna sono ricondotti alla capacità originaria
di rendere visibile l’immagine di Dio in questo mondo. La lettera ai
Romani si muove in questa direzione: “Coloro
che da sempre Egli ha fatto oggetto delle sue premure, li ha anche predeterminati
ad essere conformi alla immagine del Figlio suo, affinché Egli sia il
primogenito tra molti fratelli”
(Rm 8,29). Il disegno di Dio ha quindi di mira il ripristino della sua
immagine nell’uomo, offrendo in Cristo il modello visibile della nuova
umanità. In questo senso Egli è il nuovo Adamo, capostipite dell’umanità
restaurata in Cristo: “Come
a causa della disobbedienza di un solo uomo, i molti furono costituiti
peccatori, così anche per l’obbedienza di un solo uomo i molti saranno
costituiti giusti”
(Rm 5,19).
Se
rispetto a Dio, Cristo è la sua immagine fedele impressa nell’umanità
assunta con l’Incarnazione, rispetto all’umanità, Cristo è il modello
fedele di ciò che essa deve essere. Cristo è dunque la vera immagine
di Dio, ma, al tempo stesso, è anche la vera immagine dell’uomo. La
santità cristiana, che è la realizzazione piena della vera immagine
di Dio impressa nell’uomo, può consistere soltanto nella replica nuova
e originale della vita di Cristo in ogni singolo uomo e in ogni singola
donna di ogni secolo. Quando Gesù chiede ai suoi discepoli di osservare
la sua Parola, in realtà intende esortarli a vivere come Lui, perché
il suo insegnamento altro non è che la traduzione verbale del suo modo
di essere uomo. Ma la volontà di Cristo che i suoi discepoli vivano
come Lui, è esplicita in diversi punti del Vangelo: “Prendete
esempio da Me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per
le anime vostre”
(...); il discepolo deve essere dunque come il Maestro, ma mai più
del Maestro (cfr. ...).
Replicare in se stessi la vita di Cristo implica la cristificazione
di tre fondamentali settori della nostra personalità:
il pensiero, i sentimenti, il
modo di agire.
“Noi
abbiamo il pensiero di Cristo”
(1 Cor 2,16)
Il
primo e più importante passo verso la perfezione cristiana è la cristificazione
del pensiero. Qui ci troviamo al centro e nel cuore del rapporto
personale con la Parola. Questa forma di consacrazione del pensiero
è esigita esplicitamente dalla divina rivelazione ed è simbolicamente
rappresentata dal sigillo posto sulla fronte in Ezechiele e nell’Apocalisse:
“Non
devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo
impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi”
(Ap 7,3); “Il
Signore gli disse: Passa in mezzo alla città e segna un tau sulla fronte
degli uomini che piangono e che sospirano per tutti gli abomini che
vi si compiono”
(Ez 9,4). Si tratta dunque di un segno di consacrazione posto sulla
fronte, sede del pensiero. Il pensiero umano viene infatti consacrato
nella misura in cui è abitato dalla Parola di Dio. L’immagine più eloquente
della consacrazione del pensiero è il cantico della Vergine Maria riportato
in Lc 1,46-55; il magnificat
non è frutto della creatività religiosa di Maria ma è l’espressione
del suo pensiero abitato dalla Parola di Dio. L’inno di Maria risulta
infatti dall’accostamento di una serie di passi biblici citati ora esplicitamente
ora implicitamente. L’unica espressione originale di Lei è “D’ora
in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata, grandi cose ha fatto
in me l’Onnipotente”
(Lc 1,48-49). Tutto il resto è una cucitura di citazioni dell’AT che
vanno da Genesi (12,3; 13,15; 22,18; 30,13) ai Salmi (111,9; 103,17;
89,11; 98,3), dal primo libro di Samuele (1,11; 2,1) ai profeti Isaia
(61,10; 41,8-9) e Abacuc (3,18). Dinanzi al miracolo della visitazione,
Maria ha sciolto il suo cantico di lode, ma è più esatto dire che è
la Parola di Dio ad avere parlato in Lei: e ciò non sarebbe stato possibile
se il pensiero di Maria non fosse stato abitato interamente dalla Parola.
In sostanza, il pensiero umano riceve una consacrazione nella meditazione
assidua della Parola, che così diviene Pensiero del pensiero. Del resto,
cos’altro avrà voluto dire l’Apostolo Paolo se non questo, dicendo agli
Efesini: “dovete
rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo”
(Ef 4,23-24)? L’uomo nuovo, ossia l’immagine divina restaurata nell’uomo,
nasce a partire dalla consacrazione del pensiero, che avviene mediante
la Parola di Dio infusa nella mente. Il comportamento esteriore della
persona potrebbe replicare facilmente le modalità del cristianesimo,
così come non sarebbe difficile essere scambiati per musulmani o per
buddisti, avendo studiato e praticato a fondo le loro consuetudini.
Ma ciò non significa essere
musulmani o buddisti. L’essere è infatti qualcosa di più profondo che
il comportarsi. Si può assumere un comportamento ma non lo spirito di
esso. Si può decidere di impiegare del tempo al volontariato e all’assistenza
dei poveri, mantenendo verso gli assistiti un occulto disprezzo: si
possono compiere così i gesti dell’amore senza averlo nel cuore. Si
può essere assidui alla Messa domenicale e a tutte le altre pratiche
richieste dalla vita cristiana, senza avere la fede. Ecco perché l’Apostolo
dice agli Efesini che l’uomo deve rinnovarsi prima di tutto nella
mente (cfr Ef 4,23). E’ infatti troppo poco, e non di rado costituisce
un sottilissimo inganno, rinnovarsi solo nei
comportamenti.
“Abbiate
in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”
(Fil 2,5).
Il
secondo ambito di cristificazione del discepolo è rappresentato dai
sentimenti. L’esperienza
cristiana non è fatta solo di ragione e di volontà. Sarebbe riduttivo
pensarlo. La sfera emozionale è parte integrante della persona umana,
e come tale non può rimanere fuori dal processo di rinnovamento operato
dalla grazia battesimale. Tanto più che il sentimento è una forza cieca
e passionale che può portare l’uomo fuori strada, se non è equilibrato
e risanato dall’amore di Dio. L’Apostolo Paolo in Fil 2,5 fa intendere
chiaramente che anche Gesù, in quanto uomo, ha avuto i suoi
sentimenti; anzi, solo se i sentimenti di Cristo passano nel cuore del
cristiano, si può avere una passionalità risanata e riequilibrata. Sarà
a questo proposito opportuno rileggere i Vangeli sotto questa chiave
e osservare quali sentimenti hanno animato la vita umana di Gesù.
Il
primo grande sentimento che Cristo ha coltivato nel suo cuore umano
è certamente la coscienza della
paternità di Dio. Il Dio di Gesù Cristo è prima di ogni altra cosa
“il Padre”. Con questo appellativo Egli ha voluto che i cristiani si
rivolgessero a Dio nella preghiera, chiamandolo appunto “Padre nostro”.
Cerchiamo dunque di entrare nel sentimento filiale di Gesù, che è anche
la grande novità del cristianesimo. Si tratta intanto di una grande
promessa rivelata a chiare lettere dal profetismo biblico: “Saranno
chiamati figli del Dio vivente”
(Os 2,1), ma anche da altre parti della Scrittura (cfr. Sal 82,6). Gesù
stesso, parlando ai Giudei, collega il suo essere Figlio alla divinizzazione
dell’uomo (cfr. Gv 10,33-36): se la Scrittura chiama “figli dell’Altissimo”
(Sal 82,6) i destinatari della parola di Dio, a maggior ragione è Figlio
il Messia consacrato e mandato nel mondo. Si capisce insomma che il
disegno di Dio è quello di divinizzare l’umanità per opera del Figlio.
In più punti, le Scritture lo avevano preannunciato. Gesù si appoggia
proprio a questi passi per affermare e la propria identità e la propria
missione.
Tornando alla coscienza filiale di Gesù, dobbiamo partire dal
fatto che è innanzitutto il Padre a rendere testimonianza al Figlio.
In altre parole, Cristo si presenta dinanzi alla coscienza di ogni uomo,
insieme alla testimonianza del Padre. I Giudei pensano di aver trovato
un capo di accusa e un punto di debolezza nel ministero di Gesù, quando
gli dicono che la testimonianza di una persona può considerarsi veritiera
solo se convalidata dalla testimonianza di almeno un altro testimone
(cfr. Gv 8,13-19). Gesù sarebbe in difetto perché nessun testimone autorevole
conferma le sue parole (cfr. Gv 5,31). Cristo risponde riferendosi esplicitamente
alla testimonianza del Padre, precisando però che il secondo testimone
c’è, ma che essi non lo conoscono: “Voi
non conoscete né Me né il Padre”
(Gv 8,19). Secondo i racconti evangelici, il Padre ha confermato la
divinità del Figlio in tre maniere: mediante i miracoli (cfr. Gv 10,25;
Mt 11,2-5); mediante una voce che risuona dal cielo in occasione del
Battesimo di Gesù e della Trasfigurazione (cfr. Mt 3,17 e 17,5); mediante
un interiore convincimento operato dallo Spirito (cfr. Gv 16,7-8). Tuttavia,
l’ipotesi che il singolo uomo rifiuti tutte e tre le divine testimonianze
è sempre possibile (cfr. Gv 8,24). |
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