"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La coscienza filiale risalta però in tutto il suo nitore solo dalle parole del Maestro. I suoi contemporanei hanno capito bene chi Cristo diceva di essere: la sua identità divina diventa l’obiettivo principale dello scherno popolare, nel momento in cui Gesù si mostra impotente e si lascia crocifiggere: “Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce […] Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio” (Mt 27,40.43). Ciò significa che, dal punto di vista della mentalità ebraica, proprio questa era la colpa gravissima, degna di condanna a morte, che Egli aveva commesso: proclamarsi Figlio di Dio (cfr. Mc 14,61-64).

La coscienza filiale del Cristo storico è espressa nel Vangelo di Matteo in termini di perfetta, reciproca conoscenza: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). Il detto del Maestro intende negare ogni possibilità umana di conoscere il Padre; mentre il Padre e il Figlio si conoscono in modo diretto, il Figlio è l’unico canale attendibile di rivelazione del Padre. Da ciò deriva anche una particolare e unica intimità del Figlio fatto uomo col Padre, nei giorni della sua vita terrena. Nel momento in cui però il Figlio ha rivelato il Padre, questa intimità diventa in qualche modo accessibile a ogni uomo divenuto figlio nel Figlio in forza del battesimo. Il Vangelo di Giovanni è il testo più ricco di riferimenti alla relazione tra il Figlio fatto uomo e il Padre: pur essendo due persone distinte coesistono tuttavia l’uno nell’altro (cfr. Gv 10,38 e 14,10); il Padre e il Figlio sono identici nella natura divina (Gv 10,30 e 14,9), sebbene il Figlio, in quanto uomo, è inferiore al Padre (cfr. Gv 10,29); il Figlio fatto uomo riceve dal Padre i contenuti dell’insegnamento da trasmettere agli uomini e il potere di agire con autorità (cfr. Gv 8,26 e 10,25.32.37-38). Questo potrebbe essere già sufficiente per comprendere la relazione Padre-Figlio nelle variazioni determinate dall’Incarnazione. In forza del battesimo tutto questo si replica nel cristiano che, nello Spirito di Dio, è una cosa sola col Padre e col Figlio; dai Tre inabitanti il cristiano riceve la dottrina da credere e il potere di agire efficacemente nella vita della Chiesa. Dio torna così a incarnarsi e a personificarsi nella vita di ogni battezzato.

 Un altro sentimento che caratterizza il cuore di Cristo è la compassione. Gesù è l’immagine vivente del cuore nuovo promesso dal profeta Ezechiele (cfr. Ez 36,26), un cuore di carne in sostituzione del cuore indurito, un cuore sensibile capace di commuoversi dinanzi alle sventure dell’umanità. In più punti il Vangelo sottolinea come Cristo sia spinto a insegnare e a compiere miracoli dalla sua compassione. Possiamo citare alcuni brani per rendercene subito conto: “Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36); a questa compassione segue ungesto concreto: Gesù invia i dodici alle pecore perdute della casa di Israele (cfr. Mt 10,1.6). Passando per la città di Nain, Gesù si imbatte in un corteo funebre e il morto è figlio unico di madre vedova. “Vedendola il Signore ne ebbe compassione e le disse:Non piangere! Poi disse: Giovinetto, dico a te, alzati! Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed Egli lo diede alla madre” (Lc 7,13-15). E’ questo il caso di un miracolo compiuto da Gesù, senza che nessuno lo chiedesse; la richiesta del miracolo è partita infatti unicamente dalla sua compassione per il dolore altrui. Così la guarigione dei due ciechi che a Gerico lo supplicano, ha inizio dalla sua compassione: “Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista” (Mt 20,34). Non diversamente accade a Betania, vicino alla tomba di Lazzaro, dove Gesù lo richiama in vita dopo essersi commosso profondamente e avere pianto per la morte dell’amico (cfr. Gv 11,33-35.38). La compassione, la sensibilità del cuore di Cristo e la sua compartecipazione al dolore dell’uomo, stanno all’origine del suo ministero di guarigione, ma anche del ministero della parola: “Sbarcando vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose” (Mc 6,34); anche il servizio prezioso della evangelizzazione nasce dunque da un cuore capace di commuoversi.

Ma c’è anche un altro genere di compassione nota al cuore di Cristo, ed è la compassione, fatta di dolore e di lacrime, provata da Gesù dinanzi ai disastri a cui l’uomo va incontro dopo avere rifiutato la via della pace e della conoscenza di Dio. L’incontro con Cristo e la conoscenza della sua Parola sono il porto di salvezza offerto agli uomini negli ultimi tempi; rifiutare questa ancora di salvataggio equivale a rimanere in balìa delle tempeste del mondo. Qui Cristo non può fare più nulla, per non violare la libertà del singolo uomo, che può anche andare alla deriva dell’esistenza, se così ha scelto. E’ proprio questo il senso delle parole di Gesù ai Giudei: “Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24), e soprattutto a Nicodemo: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce” (Gv 3,19). Dinanzi a ogni essere umano si pone quindi la possibilità di una scelta, nella quale non interviene neppure Dio: l’uomo è solo con la sua libertà e la sua coscienza.La compassione più dolorosa di Cristo è espressa dal suo pianto sulla città di Gerusalemme. Sembra che essa abbia fatto la sua scelta irreversibile verso la tenebra. Il pianto di Gesù sulla città santa richiama quello sul sepolcro di Lazzaro, ma con una differenza: un cadavere umano in decomposizione può essere richiamato in vita dal potere di Dio, mentre la morte dello spirito ha sempre il sapore di una scelta libera. Gerusalemme appare a Gesù come un gigantesco cadavere che attira tutta la sua compassione, ma nelle sue parole c’è la coscienza di un limite preciso che Dio impone a se stesso, ed è il libero arbitrio: “Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi […] perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc 19,41-42.44). Le parole che Gesù pronuncia alla vista di Gerusalemme, contengono lo stesso insegnamento teologico di alcune parabole come quella del padrone che esce in cerca di operai per la sua vigna (Mt 20,1-16) o in certi detti come quello di Gv 11,9-10: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno non inciampa […] ma se uno cammina di notte inciampa”. Il passaggio del Signore e il tempo opportuno per la conversione e la salvezza non sono continuamente a disposizione dell’uomo, come se questi potesse appropriarsene quando vuole. Nella vita di una persona (o di una comunità o di un popolo) ci sono particolari momenti di grazia che Dio dona, e che possono passare senza essere stati valorizzati. Il detto di Qoelet, secondo cui c’è un tempo per ogni cosa (cfr. Qo 3,1), va applicato anche al mistero della redenzione. Un giorno non è uguale a un altro; un periodo della vita non è uguale a un altro. Il Signore crea talvolta delle circostanze più favorevoli all’incontro con Lui, che possono durare persino degli anni, e vanno valorizzate mentre sono a disposizione. Poi passano. La medesima teologia sta alla base della celebrazione degli anni giubilari, ma in fondo anche il calendario liturgico, con la sua distinzione dei tempi forti dal tempo ordinario, si muove sullo stesso versante. I tempi di grazia che vengono sciupati dall’umanità costano lacrime alla compassione del Redentore, il quale non può fare più nulla dopo avere dato Se Stesso ed essere stato respinto. Il cuore degli autentici discepoli avverte, in misura ridotta ma non per questo meno dolorosa, la stessa compassione di Cristo verso chi sciupa e vanifica ciò che Dio gli ha donato per la sua santificazione.

Un altro sentimento del cuore di Cristo, riportato dai Vangeli - anche se potrà sembrare strano a coloro che si sono dipinti un Gesù conciliante e buonista -  è rappresentato dall’ira e dallo sdegno verso il peccato compiuto intenzionalmente dall’uomo, dopo aver conosciuto la volontà di Dio. Il primo grande segno pubblico di questo sentimento di santo sdegno che alberga nel cuore di Cristo è la cacciata dei venditori dal Tempio, episodio riportato da tutti e quattro i Vangeli.

 L’unica differenza è che i Sinottici collocano questo fatto alla fine del ministero di Gesù, mentre Giovanni ne parla come se fosse avvenuto all’inizio. Particolare trascurabile dal punto di vista contenutistico. L’insegnamento è abbastanza chiaro e costituisce un inequivocabile correttivo per tutti coloro che intendono il cristianesimo come uno stile di vita remissivo e buonista, che fa sempre buon viso ai buoni e ai cattivi. Gesù dimostra col suo atteggiamento che l’uomo giusto non deve essere complice di chi sfrutta e strumentalizza il prossimo. La mansuetudine, come virtù cristiana, non è sinonimo di rassegnazione alla legge del più forte. La mansuetudine cessa di essere una virtù, nel momento in cui il suo risultato pratico è la complicità coi malvagi. Cristo è stato mansueto nel senso che su Se Stesso ha accettato persecuzioni e tormenti per un fine maggiore e per i misteriosi benefici che sarebbero venuti all’umanità dal suo soffrire. Ma quando la malvagità umana colpiva gli altri danneggiandoli, Gesù ha alzato la sua voce in una severa condanna. Ciò è avvenuto al Tempio, ma è anche avvenuto in molte dispute con gli scribi e i farisei, dove la parola di Cristo è davvero quella verga preannunciata da Isaia che percuote l’empio (cfr. Is 11,4). Basti ricordare le requisitorie riportate dai Sinottici che si aprono con le parole “Guai a voi!” (Mt 23,13ss e Lc 11,42ss), o certe espressioni di estrema durezza riportate da Giovanni: “Vi ho detto che morirete nei vostri peccati” (Gv 8,29); “Voi, che avete per padre il diavolo, volete compiere i desideri del padre vostro” (Gv 8,44); “Chi mi glorifica è il Padre mio, di cui voi dite ‘E’ nostro Dio’, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore” (Gv 8,54-55). Un Gesù buonista, insieme a un cristianesimo buonista, è solo una falsificazione romantica. La verità è che Cristo è il Giudice universale oltre che il Redentore dell’uomo. A Lui il Padre ha rimesso ogni giudizio (cfr. Gv 5,22).

Lo sdegno di Cristo si manifesta anche in altri contesti, a cui pure possiamo fare riferimento, per comprendere come il cuore di Cristo non è uno strumento monocorde, ma è come una musica in cui si intrecciano molte voce. Le tonalità della dolcezza e della misericordia si alternano a quelle dello sdegno, perché gli uomini che peccano non sono uguali: alcuni peccano e ne sono consapevoli, altri peccano sentendosi giusti; per i primi la musica del cuore di Cristo esprime l’infinita compassione di Dio per l’uomo smarrito, per i secondi la sua compassione si colora di sdegno. Basta ripercorrere i racconti evangelici per constatare che le cose stanno proprio così. L’Evangelista Marco riferisce un paio di episodi in cui Gesù manifesta lo stato d’animo dell’indignazione; quando nella sinagoga c’è un uomo dalla mano inaridita e i presenti lo osservano aspettando di vedergli fare un miracolo, per poi accusarlo di trasgredire il sabato (cfr. Mc 3,5-6). Marco ci dice ancora che Gesù si indignò quando i suoi discepoli volevano allontanare i bambini che i loro genitori gli presentavano perché li accarezzasse (cfr. Mc 10,14). Così, quando i farisei lo interrogano con fini ingannevoli, la risposta di Gesù ha una venatura di sdegno: “Ipocriti, perché mi tentate?” (Mt 18,22). Questi riferimenti possono bastare per capire che il modello umano di Gesù, proposto come stile di vita ai suoi discepoli, rifiuta ogni atteggiamento accomodante di complicità con i malvagi, preferendo smascherarli a costo di attirarsi la loro ira, piuttosto che tacere in nome di una falsa carità.

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