"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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E’ vero pure che Gesù tace dinanzi a Erode durante la sua Passione, ma ciò non perché non avesse niente da dire né perché volesse evitare di offenderlo, ma perché Egli ha smascherato l’ipocrisia e l’ha condannata apertamente solo quando ciò poteva avere un risultato positivo, o poteva almeno aprire gli occhi a qualcuno. Davanti a Erode, Gesù tace perché la parola, in quel contesto, è ormai del tutto inutile. In nessun episodio evangelico Gesù dimostra la sua maestà e la sua dignità regale, come nel suo silenzio dinanzi alla meschinità dei tribunali umani. La gloria di questo silenzio - che supera nella potenza qualunque parola -, unica risposta possibile di Dio all’indegnità e alla grettezza umana, è uguagliata solo dalla sua intronizzazione alla destra del Padre.Occorre ora analizzare il contesto specifico di Fil 2,5, per vedere cosa intenda l’Apostolo in senso proprio con l’espressione “sentimenti di Cristo”. Abbiamo già visto che il modello umano di Gesù è molto ricco sul piano dei sentimenti. L’esortazione paolina, da cui siamo partiti, possiede però, a questo riguardo una sfumatura precisa: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale…” (Fil 2,5). Nel discorso dell’Apostolo, sembra che questo pronome relativo voglia rendere espliciti i contenuti a cui si allude con la parola “sentimenti”. L’inno cristologico continua dicendo che Gesù non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso per manifestarsi in questo mondo con l’apparenza di un servo e per ubbidire alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce. Si tratta dunque di una indicazione di percorso, ossia un modo preciso di vivere la propria vita, secondo il modello di Cristo, in una irrevocabile sottomissione alla volontà di Dio, per arricchire gli altri, spogliando se stessi. Infatti, anche le parole introduttive dell’Apostolo si muovono in questa stessa linea: “Non fate nulla per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4). E’ chiaro che queste parole, peraltro non bisognose di commento, esprimono in anticipo ciò che Paolo indica con l’esortazione del v. 5: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, e soprattutto con l’inno cristologico susseguente. L’unica precisazione che ci sembra di dover fare, riguarda uno solo di questi enunciati, comunemente frainteso: “ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso” (v. 3). Il fraintendimento consiste nel ritenere che il considerare gli altri superiori a se stesso sia un atto che si compie con la mente; cioè consista nel pensare sempre che gli altri sono più santi, più buoni, più perfetti di me. Ma qui l’Apostolo non intende insegnare ai cristiani quel che essi devono pensare, bensì quello che devono fare secondo il modello di Cristo. Il contesto prossimo ci dà pieno conferma di questa lettura: “ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4). In sostanza, considerare gli altri superiori a se stessi, non consiste nel pensare bene di loro, ma nel cercare il loro interesse come se fosse il proprio. Questa scelta eroica è poi motivata cristologicamente dall’Apostolo, dicendo che Cristo “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio” (Fil 2,6), ma nei giorni della sua vita terrena ha sposato la causa dell’uomo e l’ha fatta propria, senza curarsi del prezzo che per questo avrebbe dovuto pagare.

Il tema della replica della vita di Cristo nella propria è ripreso esplicitamente nella prima lettera di Giovanni:

Chi dice di dimorare il Lui, deve comportarsi come Lui si è comportato” (1 Gv 2,6).

Qui il riferimento va indubbiamente allo stile di vita di Gesù come uomo. Con il verbo “comportarsi”, l’Apostolo non ha inteso dire che il cristiano debba imitare Gesù negli aspetti esterni del suo agire. Il cristiano non è in rapporto con un codice di leggi né con una lista di comportamenti che “fanno” il cristiano. Il cristiano, insomma, non è tale perché “fa” certe cose, quali ad esempio la Messa domenicale o altre pratiche legate all’esperienza religiosa della comunità locale. Il cristiano è tale in forza di uno stile di vita che replica quello del Maestro. Ma cosa vuol dire esattamente “replicare lo stile di vita del Maestro”? Nell’insegnamento del NT, imitare la vita di Gesù non consiste nel riprodurre l’aspetto esteriore dei comportamenti del Figlio di Dio, bensì nell’assumerne il modello globale che, oltre ai gesti esterni, prevede anche l’assimilazione delle motivazioni interiori che hanno spinto il Cristo ad agire in un modo e non in un altro. Gesù stesso invita i suoi discepoli a imitarlo nelle disposizioni del suo animo piuttosto che nei comportamenti esteriori, dal momento che l’uomo si purifica o si contamina a partire dai contenuti del suo cuore (cfr. Mc 7,20-23; Mt 12,34). Saranno perciò i contenuti del cuore, e non il comportamento che esteriormente si assume, a caratterizzare il cristiano come autentico discepolo di Gesù. Del resto, Gesù stesso ha esplicitamente chiesto ai suoi discepoli di imitarlo nelle motivazioni interiori del suo agire, prima ancora che nei suoi atteggiamenti esterni: “Imparate da Me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Il tema dell’imitazione ritorna nella metafora della vite e dei tralci riportata dall’evangelista Giovanni: “Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come Io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (Gv 15,10). Questo genere di imitazione che Gesù chiede ai suoi discepoli, non si risolve in una pura esecuzione di un precetto, bensì nell’adesione a un volere che nasce dall’amore e conferma nell’amore. Non si tratta perciò di eseguire un comando, ma di rimanere nell’amore mediante l’adesione personale a Colui che comanda. Cristo stesso, relativamente alla sua esperienza di uomo, rimane nell’amore del Padre aderendo al suo volere. E’ dunque un’ubbidienza totalmente diversa da quella di chi applica i comandamenti semplicemente perché sa che deve farlo. Qui l’applicazione dei comandamenti si inquadra in una comunione d’amore, garantita appunto dall’ubbidienza. L’ubbidienza, a sua volte, è miserevole sottomissione, quando non è accompagnata dall’amore. L’ubbidienza senza amore è quella che il soldato semplice deve al suo superiore, ma è anche quella che – sebbene in una dimensione del tutto diversa - caratterizza il rapporto tra i demoni e il loro capo. Il regno delle tenebre non è diviso in se stesso, né lo potrebbe, come ha spiegato già il Maestro in Mt 12,25-26; eppure sappiamo bene che l’odio divide. Rimane quindi da spiegare in cosa possa mai consistere l’unità o la coesione di un regno fondato sull’odio allo stato puro. La risposta può essere una sola: il regno di satana, regno generato dall’odio, può restare unito in virtù della sottomissione forzata dai demoni gli uni agli altri e di tutti rispetto a satana. Ecco spiegato il mistero dell’unità nel regno della divisione: l’ubbidienza senza amore. In nessun modo il cristianesimo potrà fondarsi sullo stesso principio che garantisce la coesione dei suoi nemici. La scelta di vivere la propria vita come Cristo ha vissuto la sua, deve germogliare dall’amore per essere autenticamente cristiana. Ricordiamo infatti che esiste anche un’imitazione di Cristo dettata dall’odio, ed è quella dell’Anticristo, ossia della somma imperfezione che si crede una divinità, il cui numero è 666. Il tema dell’amore come basilare motivazione dell’essere cristiani imitando Cristo è menzionato nello stesso capitolo 15 del Vangelo di Giovanni: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come Io  vi ho amati” (Gv 15,12). Ancora una volta, non si tratta di rifare un gesto né di riproporre un comportamento tipico di Gesù, bensì di assumere le sue motivazioni interiori, ossia quelle motivazioni che lo hanno portato a toccare il vertice dell’amore nella consegna di se stesso alla morte per gli altri. Nessuno ha infatti un amore più grande di chi dà la propria vita per gli amici (cfr. Gv 15,13). Il raggiungimento di questo vertice è esplicitamente richiesto a ogni discepolo: “Se dunque Io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,14), laddove la lavanda dei piedi rappresenta l’immagine dell’amore che si immola. Ancora l’Apostolo Giovanni esprimerà tale verità in questi termini: “Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16). Tutto questo è molti di più che imitare un comportamento: è piuttosto un calare se stessi nel modello di Cristo, facendo proprie le motivazioni interiori del suo essere uomo.Chi riesce a calarsi nelle motivazioni profonde del modello umano di Cristo, si trasforma in Lui e, potremmo dire senza paura di esagerare, entra in un’esperienza permanente di trasfigurazione, con una intensità sempre crescente: “di gloria in gloria” (2 Cor 3,18). Per procedere ordinatamente, occorre prendere le mosse dalla trasfigurazione di Gesù. Osservando il contesto narrativo in cui si inserisce, in concomitanza con l’annuncio della passione e della morte, la trasfigurazione di Gesù ha il sapore di un anticipo della sua risurrezione, insieme a un incoraggiamento rivolto a coloro che potevano percepire la sua morte come la fine di tutto. A noi, però, interessa in questa sede un’altra cosa: qual è la natura della trasfigurazione di Gesù, cosa è effettivamente accaduto quel giorno sotto gli occhi stupiti di Pietro, Giacomo e Giovanni? Si potrebbe rispondere dicendo che la gloria della divinità ha trapassato per alcuni istanti il velo dell’umanità. L’Incarnazione non è altro che il nascondimento della divinità nell’umanità: il Dio trascendente è infatti svelato dal Dio nascosto dietro i tratti dell’uomo. L’Incarnazione dunque rivela e nasconde Dio, così che Dio è svelato nella misura in cui Cristo è “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15; cfr. anche Gv 14,8-11; 2 Cor 4,4 e Eb 1,3), ed è nascosto nella misura in cui Cristo è veramente uomo: “Gli risposero i Giudei: Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia, e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10,33).  A questa rimostranza dei Giudei sembra fare eco Pilato, quando presenta Gesù al popolo: “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5). Gesù appare a molti suoi contemporanei come un uomo troppo normale: “Ecco un mangione e un beone” (Mt 11,19). Egli non assume mai quelle pose da santone, che tradiscono i falsi maestri dinanzi agli occhi dei santi veri, ma che al tempo stesso li rendono accettevoli alla mentalità del mondo. Il mondo è avido di sensazionalismo, curiosità e ricercatezze: è disposto ad accettare perfino la santità, a condizione che questa lo distragga e lo faccia divertire con qualcosa che sia fuori dal comune. E’ esattamente questo lo spirito con cui Erode accoglie Cristo nel suo palazzo: “… sperava di vedere qualche miracolo fatto da Lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla” (Lc 23,8-9). La santità di Gesù manca di quell’elemento che attrae il mondo: non ha pose istrioniche, perciò il suo modo di essere uomo sembra fin troppo normale. La sua divinità si manifesta infatti quotidianamente nella sua statura morale, cosa che il mondo è del tutto incapace di capire, non avendo occhi per vedere lo splendore della virtù. Essa è il più delle volte fraintesa. Ecco che allora Dio, in Cristo, si rivela e si nasconde nello stesso tempo. Da qui la condanna dei tribunali umani, che non hanno conosciuto la sapienza e hanno crocifisso il Signore della gloria (cfr. 1 Cor 2,8).

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