"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Ma torniamo alla trasfigurazione di Gesù. Si tratta di un episodio che si colloca significativamente in concomitanza con la rivelazione del mistero della croce e dell’annuncio dell’arresto e della condanna da parte delle autorità di Gerusalemme. Gli Apostoli si trovano perciò alla vigilia di una grande bufera che sta per abbattersi su di loro, perché si avvicina “l’ora delle tenebre” (cfr. Lc 22,53). Il Maestro li previene e li fortifica mediante un’esperienza unica, che consiste nel lasciar trasparire la gloria della sua divinità dal velo del corpo. Con l’Incarnazione la divinità non si è annullata nell’umanità e le due nature del Cristo si sono unite in Lui ma non si sono confuse. La divinità ha semplicemente rinunciato liberamente alle sue prerogative, ma non è stata svilita dal fatto di avere assunto l’umanità. Ciò significa che il Cristo storico poteva in qualunque momento, anche prima della sua risurrezione dai morti, presentarsi agli uomini con quella gloria che Egli ha eternamente presso il Padre, ma non volle mai farlo, lasciando che la luce della sua gloria divina rimanesse come velata dietro lo schermo della carne umana. Sul monte della trasfigurazione, però, figura del monte della crocifissione – dove il Figlio di Dio ha di nuovo manifestato la sua gloria, ma questa volta non con la luce, bensì col sangue e con l’acqua -, Cristo ha sollevato leggermente il velo dell’umanità e così la gloria della divinità si è irradiata con tanta potenza da spaventarli (cfr. Mc 9,6).Ciò significa che la gloria della divinità può dimorare nell’umanità senza trasparire dalla carne. Questo discorso si può trasferire interamente sui battezzati.

Il battesimo ha in certo qual modo replicato in noi l’unione delle due nature che caratterizza il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. La grazia battesimale ci ha infatti comunicato la vita divina, in virtù della quale possiamo vivere “divinamente”, ossia in maniera deiforme o deificata. Il NT possiede una lucida consapevolezza del fatto che l’involucro carnale della nostra corporeità è divenuto il tempio della presenza personale di Dio. Possiamo ricordare alcuni testi chiave. La similitudine evangelica degli otri e del vino nuovo (cfr. Mt 9,17) può essere letta senz’altro anche nella linea del dono della grazia battesimale; certo, il suo primo significato allude all’impossibilità di calare la nuova alleanza dentro le strutture della vecchia, ma è altrettanto legittima una lettura individuale: il Messia offre un vino nuovo che riempie la vita del singolo uomo. Con altre immagini e altre parole, il medesimo messaggio viene lanciato dall’episodio delle nozze di Cana: in Cristo c’è un vino nuovo da gustare, ossia una nuova esperienza dell’amore di Dio. Questa nuova esperienza consiste nella promessa inaudita di diventare “come Dio” (cfr. Mt 5,48). Cristo torna a proporre all’uomo ciò che l’uomo ha desiderato da sempre: la deificazione. E’ infatti questo, e non altro, il vero struggimento e il più profondo desiderio del cuore umano. Essere come Dio è il desiderio che ha fatto inciampare l’uomo nell’astuzia di satana in un giorno molto lontano (cfr. Gen 3,5); la colpa di Adamo non consistette però nell’avere desiderato di essere assorbito nella divinità, bensì nella via scelta per giungervi. La via proposta dal diavolo era quella di essere Dio, senza Dio; si trattava di inventare la propria divinizzazione in modo che scaturisse dal rifiuto di riconoscere Dio in quanto Dio. Espulso Dio dalla coscienza, tutto, e il contrario di tutto può, essere collocato su quel trono ormai rimasto vuoto. Satana suggerì all’uomo di intronizzare il proprio “io”, mentre in realtà mirava a sedervisi lui stesso. Era solo un inganno nell’inganno: l’inganno consisteva infatti nel far credere all’uomo che Dio non gli aveva dato abbastanza, ma l’inganno nell’inganno consisteva nel fargli credere che sarebbe diventato padrone assoluto della propria vita, nel momento in cui si fosse sottratto all’autorità di Dio e gli avesse negato la propria ubbidienza. La verità era (ed è) invece che l’uomo sottratto alla divina signoria è totalmente in balia del potere del maligno, che a quel punto può prendersi gioco dell’uomo con assoluta libertà. L’obiettivo ultimo di satana è quello di colpire Dio nella sua immagine terrestre, compiendo un’opera orrenda di deformazione della creatura. Così, l’uomo in balia di satana a poco a poco cessa di essere un uomo e assume una fisionomia sempre più vicina a quella della Bestia (cfr. Ap 13,2.11). Ecco perché l’Incarnazione del Verbo in una vera carne umana appare come l’opera di restauro di quell’immagine che originariamente Dio ha impresso nell’uomo. Mentre l’immagine di Dio viene restaurata nell’uomo dall’opera dello Spirito, la persona umana a poco a poco si trasfigura, assumendo i tratti stessi del Figlio di Dio.

La trasfigurazione del cristiano è presente in diversi punti tra le righe del NT. Nel racconto degli Atti degli Apostoli è la figura del diacono Stefano, nella sua difesa davanti al Sinedrio, a contenere questa allusione: “Lo catturarono e lo trascinarono davanti al Sinedrio. Presentarono quindi dei falsi testimoni… E tutti quelli che sedevano nel Sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo” (At 6,12-13.15). La trasfigurazione non è dunque un’esperienza esclusiva di Gesù; anche i cristiani, assimilati per il battesimo alla vita divina (cfr. 2 Pt 1,4), nascondono nell’involucro della loro carne la luce della gloria divina, che può manifestarsi, se Dio lo ritiene opportuno per sostenere i suoi servi contro l’ostilità del mondo. Del resto, anche Gesù si è trasfigurato dinanzi agli occhi dei discepoli per la stessa ragione: essi avevano infatti bisogno di un grande segno della divinità di Cristo, prima che venisse l’ora delle tenebre.

L’Apostolo Paolo esprime la realtà della trasfigurazione dei cristiani con immagini cultuali: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3,16); e di nuovo: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?” (1 Cor  6,19). Il corpo umano è quindi stato sottratto a ogni realtà profana: è oramai abitato dalla gloria di Dio e va trattato con sommo rispetto come cosa sacra. Tale sacralità del corpo, tuttavia, non elimina gli aspetti molteplici della debolezza creaturale: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta” (2 Cor 4,7).

Nella seconda lettera ai Corinzi, al capitolo terzo, l’Apostolo fa riferimento a un episodio narrato in Esodo 34: Mosè scende trasfigurato dal monte su cui si è intrattenuto a colloquio con Dio (vv. 29-35). I figli di Israele non potevano fissare lo splendore del volto di Mosè, uno splendore tuttavia molto meno intenso di quello che promana dal ministero dello Spirito (cfr. 2 Cor 3,7-8). Se Mosè è stato trasfigurato dalla sola vicinanza occasionale del Dio di Israele, a maggior ragione sarà trasfigurato colui che non è semplicemente - e solo in determinati tempi - a colloquio con Lui sulla vetta del monte, ma che è in ogni istante il tempio vivente in cui Egli inabita senza sosta: infatti, “quello che era glorioso non lo è più a confronto della sovraeminente gloria della Nuova Alleanza” (2 Cor 3,10). Essere talvolta a colloquio con Dio è certamente molto meno che essere abitati da Lui; dinanzi a questa prospettiva ogni privilegio di Mosè sembra ridimensionarsi nella luce dell’insegnamento paolino: quella gloria che ha trasfigurato Mosè adesso è dentro di noi, non più davanti a noi. Non siamo più corpi investiti dalla Luce, siamo la dimora della Luce. Così, la trasfigurazione dei cristiani è affermata più avanti a chiare lettere e senza metafore dall’Apostolo: “Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2 Cor 3,18). In sostanza, l’opera dello Spirito consiste proprio nel trasfigurarci, ossia nel renderci conformi all’immagine del Signore, in un processo ininterrotto e intensivamente crescente, appunto “di gloria in gloria”. In fondo è la stessa cosa che si legge nella prima lettera di Giovanni: “Carissimi, fin d’ora siamo figli di Dio e non si è ancora manifestato quel che saremo. Sappiamo che quando ciò si sarà manifestato saremo simili a lui, poiché lo vedremo com’egli è” (1 Gv 3,2).

 Ritorna il tema della similitudine dell’immagine umana con l’immagine divina, perché conoscere Dio è lo stesso che diventare come Lui. E ciò si verifica “fin d’ora”, nella misura in cui la conoscenza del modello umano di Gesù mi plasma a vivere la mia vita come Lui ha vissuto la sua. I figli di Dio, oggi sconosciuti al mondo, saranno però rivelati nella loro similitudine con Lui, quando verrà il tempo. La gloria di Dio dimora già in essi, anche se nessuno se ne accorge. Tra loro, però, essi si conoscono, o più esattamente, si riconoscono quando si incontrano. Infatti, chi conosce il Padre, conosce anche i figli: “La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto Lui” (cfr. 1 Gv 3,1). Il che equivale a dire: chi conosce Dio, riconosce anche l’uomo di Dio. E, capovolgendo i termini, se uno non riconosce l’uomo di Dio, è perché in realtà non conosce Dio. Vivere da figli è già una vita trasfigurata. Fin da ora siamo cittadini della Gerusalemme celeste e viviamo nella speranza che l’esperienza battesimale della trasfigurazione, si compia nella trasfigurazione dei risorti. L’Apostolo dice altrove: “Noi però siamo cittadini del cielo, da dove attendiamo anche, come salvatore, il Signore Gesù Cristo, che trasformerà il nostro misero corpo per uniformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutto l'universo” (Fil 3,20-21). Risorgere dai morti significa diventare simili all’immagine del Cristo risorto, e ciò non è altro che l’ultima tappa di quel processo di trasfigurazione iniziato nel battesimo e portato avanti, nella forza dello Spirito, di gloria in gloria. Del resto, anche l’AT attribuisce all’azione dello Spirito una virtù trasfigurante: Saul si sente dire dal veggente: “Allora irromperà su di te lo spirito del Signore e ti metterai a fare il profeta insieme con loro e sarai trasformato in un altro uomo” (1Sam 10,6). E’ proprio questa la parola che deve risuonare nel cuore di ogni battezzato il giorno stesso in cui accetta di diventare discepolo: irromperà su di te lo Spirito del Signore e sarai trasformato in un altro uomo.

La vera immagine di Dio si rivela nel mondo attraverso il Corpo di Cristo, che è la comunità cristiana: “Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente” (2 Cor 6,16). La comunità cristiana è la lettera di Dio, leggibile da parte di tutti gli uomini: “La nostra lettera siete voi… conosciuta e letta da tutti gli uomini… voi siete una lettera di Cristo, scritta non con inchiostro ma con lo Spirito del Dio vivente” (2 Cor 3,2). In sostanza, Dio al mondo non ha donato la Bibbia, ma ha donato una comunità di uomini e di donne trasfigurati dalla Bibbia; al mondo Dio non ha dato i Sacramenti, ma una comunità di uomini e di donne trasfigurati dai Sacramenti. Il vero dono di Dio al mondo è la comunità cristiana che vive di fede: essa è il tempio dove abita Dio. Se la comunità cristiana è il tempio di Dio, allora deve essere anche la meta del pellegrinaggio di tutti gli uomini che cercano Dio. Nella comunità cristiana essi devono poterlo trovare e riconoscere nei suoi segni.

Tutto ciò si realizza in sommo grado nella Liturgia. La convocazione ecclesiale è di tipo rappresentativo. I radunati intorno alla mensa eucaristica rappresentano il raduno del genere umano presso Dio. In loro è convocata tutta l’umanità. La convocazione è in funzione di una trans-figurazione della realtà umana. Nell’incontro con i segni del Risorto, ossia la Parola e il Pane, la comunità radunata subisce un processo di cristificazione, come risulta chiaro anche dalle preghiere eucaristiche nelle quali lo Spirito è invocato non solo sul pane e sul calice ma anche sull’assemblea. L’effusione dello Spirito sull’assemblea transustanzia l’assemblea così come transustanzia i doni portati all’altare nella processione offertoriale.Questo processo di trasfigurazione dell’assemblea si verifica lungo il passaggio della Parola dall’ambone al cuore e dal cuore alla vita quotidiana. L’assemblea è convocata dai suoi luoghi abituali e ad essi poi rimandata nuovamente, per annunciare in tali luoghi la salvezza sperimentata nell’incontro domenicale col Risorto. Per questa ragione, una tale assemblea è un’assemblea dossologica; infatti, la lode scaturisce dalla consapevolezza che l’assemblea, nell’atto della convocazione, è stata liberata dalle tenebre del peccato, è stata perdonata da Dio (cfr. riti penitenziali), e infine viene da Lui inviata a proclamare al mondo l’offerta divina della riconciliazione. Dinanzi a questa divina condiscendenza e dinanzi ai benefici innumerevoli di Dio, l’assemblea prorompe nel giubilo del “gloria”. La lode è dunque la preghiera più eccellente della comunità cristiana, perché con essa non si chiede qualcosa a Dio, ma è una preghiera che scaturisce da un moto del tutto gratuito del cuore, con cui semplicemente si riconosce la sua grandezza e il suo amore per l’uomo. E’ quindi una preghiera non motivata da un’aspettativa, o da un’attesa di ritorno, e in quanto tale è libera da intenzionalità egoistiche.

La lode è la preghiera di chi si muove verso Dio perché riconosce che Dio è Dio e non perché si attende qualcosa da Lui. Quel che si attendeva si è già verificato: il dono del Figlio. Adesso non resta che prorompere nel giubilo e nella lode, perché il Messia liberatore è con noi.

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