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Il Padre ha voluto rendersi visibile all’umanità e al mondo nell’icona vivente della personalità umana. E ciò fin dagli albori della creazione. In origine l’uomo è creato avendo in Dio il modello della propria realtà. Ciò significa che, sulla terra, Dio è reso visibile dalla realtà personale dell’uomo. Da questo presupposto discende, in modo rigorosamente logico, la proibizione delle immagini contenuta nel decalogo. La legge di mosaica proibisce ovviamente ogni rappresentazione di Dio, poiché Dio è già rappresentato in quell’icona vivente che è l’uomo. Tuttavia sappiamo dai capitoli 3-11 della Genesi che questa immagine divina impressa nell’uomo, fedele in origine, subisce notevoli deformazioni nelle diverse fasi della preistoria biblica: il peccato dei progenitori, l’assassinio di Abele, la violenza di Lamech, la corruzione dell’umanità anteriore al diluvio, il peccato di Cam, l’orgoglio di Babele. L’immagine di Dio nell’uomo si deforma in un crescendo di corruzione e lo spirito di Dio si sente umiliato nella carne umana: “Il Signore disse: il mio spirito non durerà per sempre nell’uomo, perché egli non è che carne, e i suoi giorni saranno di centoventi anni” (Gen 6,3).Con la vocazione di Abramo (Gen 12) inizia la storia del popolo eletto, dal quale tutte le nazioni della terra avrebbero ricevuto la benedizione divina, ma la deformazione del peccato non cessa, anzi si prolunga nel peccato del vitello d’oro, nelle mormorazioni contro Mosè, nei peccati della monarchia, nell’indurimento del popolo che rifiuta e perseguita i suoi profeti.

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