"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Nel discernimento degli eventi, ossia la capacità di distinguere il linguaggio di Dio che si esprime coi fatti, entra il proverbio citato da Gesù in Mt 11,16-19. L'evento in questione è la manifestazione di Dio in due uomini diversissimi tra loro, come Gesù e Giovanni battista. Il testo di Matteo ci avvisa implicitamente del fatto che nel linguaggio di Dio non ci sono schemi prestabiliti e obbligatori. Il discernimento deve perciò tenere conto innanzitutto della libertà sovrana, con cui Dio agisce, sfuggendo sempre a qualunque umana categorizzazione. Perciò, leggere il linguaggio di Dio nei fatti presuppone in primo luogo un'elasticità mentale e un'apertura tali che non induriscano la persona nell'idea erronea che Dio possa agire solo in certi modi ma non in altri. Tutti coloro che schematizzano Dio, perdono la possibilità di dialogare con Lui in modo autentico e vivo. Costoro, quando si trovano dinanzi a una manifestazione di Dio che non rientra nei loro schemi mentali, subito la rifiutano, come sembra essere stato il caso cui allude il testo di Matteo sopra citato. Più in generale, bisogna dire che uno dei motivi per cui Israele non ha riconosciuto il Messia di Dio nella persona di Gesù è proprio questo: secoli di tradizione rabbinica avevano cristallizzato la figura del Messia secondo dei caratteri che non si riscontravano effettivamente nel ministero messianico di Gesù. Soprattutto la scelta della croce ha mandato in frantumi un'idea messianica di gloria, da cui neppure i suoi stessi Apostoli erano totalmente esenti. Ad ogni modo, non è questo l'argomento che qui intendiamo affrontare. Intendiamo solo enunciare un principio di discernimento: chi indurisce il proprio pensiero su Dio, chiudendolo in categorie standard, non è in grado di riconoscere il passaggio del Signore, quando Egli si compiace di presentarsi sotto altre forme. Ci sembra che il testo di Marco, dove si dice che Gesù risorto "apparve sotto altra forma a due di loro" (Mc 16,12). Egli si presentò, cioè, con fattezze diverse da quelle che essi si aspettavano.
Ma torniamo a Matteo e al proverbio dei ragazzi che giocano in piazza. L'errore di discernimento a cui ci siamo riferiti fin qui può avere sempre un rimedio, e perciò rimane possibile il passaggio dalla menzogna alla verità. Anche Nicodemo che va da Gesù di notte ha difficoltà ad accettare una prospettiva di rinascita "dall'alto" che faccia a meno della legge mosaica (cfr. Gv 3,1-15), e in questo senso non riesce a discernere la verità superiore contenuta nelle parole di Gesù; ma non è uno che falsifica intenzionalmente il dato della realtà. Egli è onestamente convinto che la vita eterna dipenda dall'osservanza dei precetti tradizionali. E' una convinzione che lo ostacola nel riconoscere Gesù come Messia, ma non è una convinzione intrinsecamente cattiva. Coloro a cui Gesù rivolge invece il detto dei ragazzi che giocano sulla piazza, sembrano avere una nota negativa in più: la loro coscienza non è aperta alla verità. Questa condizione interiore non solo impedisce di conoscere Dio, ma esclude dalla sua comunione, costituendo quello che i Sinottici chiamano "peccato contro lo Spirito". La pericope di Mt 11,16-19 non menziona esplicitamente il peccato contro lo Spirito, ma ne descrive la manifestazione: in sostanza, chi ha chiuso i ponti con Dio nel proprio cuore, viene raggiunto anche lui dai segni e dai richiami dello Spirito, ma li falsifica dentro la propria coscienza per avere una giustificazione davanti ai propri occhi (ed eventualmente quelli altrui). Il fatto che due manifestazioni di Dio, tra loro opposte nella forma, vengano entrambe rifiutate, indica chiaramente la cattiva fede dei destinatari: il battista non può essere un uomo di Dio perché esagerato nella sua ascesi e Cristo non può esserlo neppure per il motivo opposto. La contraddizione è evidente. Di queste due solo una cosa potrebbe essere vera: o l'uomo di Dio è un individuo separato, o è un individuo solidale con la società umana. Sarebbe stato un segno positivo se avessero escluso almeno uno dei due. Ma poiché hanno escluso entrambi, la loro cattiva fede è palese. Non occorre dire che nessun discernimento è possibile a chi è prevenuto a priori nei confronti di Dio. La pericope successiva riporta infatti un duro rimprovero di Gesù alle città più beneficate dai suoi miracoli di guarigione e di liberazione: Corazin, Betsaida e Cafarnao. Pur avendo constatato direttamente l'azione salvifica di Dio, non hanno voluto dargli il giusto riconoscimento. Per questo Isaia dice: "Guai a quelli che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro" (5,20). Essi si autoescludono dall'Amore.

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