"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Un altro testo che ci sembra importante a proposito del discernimento si trova ancora in Genesi, al capitolo quattro: il racconto di Caino e Abele. In modo particolare, la figura di Caino ci permette di aggiungere qualche indicazione al tema del discernimento sotto l'aspetto specifico del modo in cui lo Spirito di Dio agisce nell'animo umano e nella psiche. Abbiamo già detto che lo Spirito di Dio parla al nostro cuore dopo che abbiamo peccato senza mai accusarci e generando libertà. Alla luce di Gen 4,1-16 dobbiamo aggiungere che lo Spirito di Dio comincia a parlarci quando nel nostro spirito si formano le prime ombre del peccato.L'episodio di Caino e Abele aggiunge appunto un particolare nuovo all'azione misericordiosa di Dio descritta precedentemente verso i loro genitori. Qui il pungolo dello Spirito nella coscienza umana precede addirittura la decisione del peccato. A Dio è noto infatti ogni particolare dell'animo umano e gli è noto anche tutto ciò che ancora non abbiamo fatto, e di cui, forse, non ci crederemmo capaci. Così l'Apostolo Pietro rinnega Cristo nella notte del Giovedì Santo, compiendo un gesto di cui non si sarebbe mai ritenuto capace. Ma Cristo lo sapeva in anticipo, in anticipo lo aveva avvisato e in anticipo lo aveva perdonato. Tutte le cose future sono presenti nella mente di Dio. Tornando a Genesi, il delitto di Caino è già presente nella divina prescienza, prima ancora lui stesso possa concepirlo. L'azione di Dio verso Caino si manifesta con un carattere innanzitutto preveniente. Prima ancora che Caino compia il suo delitto, e forse anche prima che lo abbia deciso dentro di sé, lo Spirito di Dio mette un pungolo nella sua coscienza. Molti ritengono che Dio non intervenga su coloro che compiono il male. Alla luce di Genesi 4 si comprende che essi sono in errore: Dio interviene prima ancora che i malvagi si decidano per il delitto, pungolando la loro coscienza in anticipo, senza però eliminare la loro libertà. E poi interviene di nuovo, dopo che il delitto è stato compiuto. Va notato che anche con Caino, così come verso i suoi genitori, l'intervento di Dio è costituito solo da domande. Sia prima che dopo il delitto, Caino è semplicemente interrogato da Dio, non accusato. Abbiamo già spiegato il senso di queste domande poste da Dio e non è opportuno ripeterlo. Nel dialogo con Caino, solo alla fine, quando le risposte di quest'ultimo non solo rifiutano il confronto onesto, ma rasentano perfino l'arroganza, Dio gli svela una terribile verità: "La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo" (Gen 4,10). Anche questa non è un'accusa ma una constatazione sulla quale Dio non può sorvolare, perché dalla terra c'è qualcuno che grida a Lui. Per questo è così importante perdonare gli altri perché essi, a loro volta, ottengano il perdono di Dio: se io subisco un'ingiustizia e faccio valere il danno subito, Dio non può perdonare il mio offensore finché io lo considero colpevole. Il mio gridare a Dio infatti è giustificato dal danno reale che ho subito dal mio offensore. E finché io grido, la Giustizia di Dio è chiamata in causa. Ma nel momento in cui io perdono al mio offensore e dico a Dio: "Il danno che ho subito non lo considero più, perciò non se ne tenga conto", allora anche la Giustizia di Dio non ha più nulla di cui chiedere conto al mio offensore che, a un tratto, in forza del mio perdono diventa innocente anche davanti a Dio. Gli rimarrà solo il dovere della riparazione, ma la sua colpevolezza è scomparsa.Nell'episodio di Caino e Abele va notato ancora il fatto che Dio parla esclusivamente a Caino, mentre ad Abele non dice nulla. Ciò significa che l'uomo che tende di più verso il male, riceve da Dio più avvertimenti e spinte interiori di quanto non accada all'uomo che vive abitualmente nel favore di Dio. Nel momento in cui si dice che "Il Signore gradì Abele e la sua offerta" (v. 4), ciò è già tutto. E' significativa la posizione degli elementi: si dice prima di tutto che Dio gradì Abele, e solo dopo si aggiunge che gradì anche la sua offerta. Il senso è chiaro: non è un problema legato all'offerta in se stessa, ma è la persona che è gradita a Dio, e, di conseguenza, gli è gradito anche ciò che essa fa. Abele insomma è già nella sfera della santità e Dio è tranquillo a suo riguardo; chi ha più bisogno di aiuti soprannaturali non è Abele ma Caino. Per questo, Dio sembra più preoccupato di Caino, il cui spirito è gravemente insidiato dal male. Prima che egli decida il delitto, già gli fa sentire lo stimolo della coscienza; e ciò avviene in forma di domanda, per mettere in moto un processo interiore libero di riconoscimento della propria verità. Per Caino ciò non avviene, perché non dà alcuna risposta alla stimolazione della sua coscienza: dopo che Dio gli ha parlato ai vv. 6 e 7, al v. 8 egli non risponde a Dio, ma si rivolge al fratello per invitarlo a una passeggiata in campagna. La decisione per il male è già presa, nonostante l'intervento preveniente di Dio. Anche dopo il fratricidio, Dio ritorna a porre domande a Caino, per aiutarlo a prendere coscienza del buio che si è infittito nella sua anima, e qui Caino risponde, sebbene in realtà non si tratti di una risposta, ma di una replica ironica e offensiva; è la solita tecnica per fuggire dal confronto onesto, quando si sa che si è colpevoli. Dio attendeva che dalla eventuale presa di coscienza scaturisse una preghiera penitenziale, ma ciò non si è verificato. Tuttavia, Caino viene segnato da Dio (cfr. v. 15), e in questo si coglie un atto protettivo di Dio che, non potendo dare a Caino un perdono pieno, lo preserva tuttavia dai mali in cui potrebbe incorrere nel tempo del suo esilio. Dopo il delitto, Caino dovrà infatti andarsene da casa per stabilirsi altrove, nel paese di Nord.

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