"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La questione del discernimento si riapre, quando Mosè compare davanti al Faraone e compie dei segni che i maghi d'Egitto riescono a imitare. Il dato di fatto è che il Faraone, vedendo l'esatta riproduzione dei segni operati da Mosè negli artifici dei maghi di Egitto, si indurisce nella decisione di non ascoltare le parole che egli pronuncia nel nome del Dio di Israele. L'episodio delle piaghe ci offre l'occasione di fare alcune osservazioni sul tema del discernimento. I maghi di Egitto, che si oppongono a Mosè, rappresentano la personificazione dell'opera del maligno. Questo veicola già un insegnamento che può tradursi così: I segni, o i fenomeni straordinari, da soli non sono sufficienti a costituire un messaggio credibile da parte di Dio. Il testo sacro osserva infatti ripetutamente che "i maghi, con le loro magie, operarono la stessa cosa" (Es 7,11.22 e passim). Fin dal primo segno che Mosè opera al cospetto del Faraone, l'imitazione compiuta dai maghi, anche se è perfetta, si presenta con un carattere instabile e transitorio: I Maghi "gettarono ciascuno il suo bastone e i bastoni divennero serpenti. Ma il bastone di Aronne inghiottì i loro bastoni" (Es 7,12). Il risultato dell'arte magica sembra raggiungere uno scopo, ma non a lungo. Sono proprio di questo genere le guarigioni e gli esorcismi compiuti da coloro che esercitano l'arte magica: sembra che per un certo tempo la persona sia libera e abbia riacquistato la salute, ma prima o poi ricade nella rete dei suoi guai. Il testo di Esodo non a caso fa osservare che i maghi mutano i loro bastoni in serpenti, come Mosè aveva fatto col suo, ma la differenza è che il serpente di Mosè rimane finché egli non lo ritrasforma in bastone, mentre i loro serpenti scompaiono ingoiati da quello di Mosè. Inoltre, l'arte magica è presentata dal racconto delle piaghe con una seconda caratteristica: non sempre raggiunge i suoi scopi: "I maghi fecero la stessa cosa con le loro magie, ma non ci riuscirono" (Es 8,14). Vale a dire: chi si fa alleato del maligno, deve sapere che egli non è leale. Comunica il suo potere solo quando gli conviene, per creare una dipendenza da sé; oppure delude le aspettative dei suoi servi, quando questo gli permette di gettarli nella disperazione. In tutti i casi, egli non ama nessuno, neppure quelli che lo servono con fedeltà, perché è "omicida fin dal principio" (Gv 8,44). Nell'episodio delle piaghe, il Faraone si dimostra privo di discernimento, in quanto non coglie tutto ciò che si realizza sotto i suoi occhi: o meglio, coglie solo il fatto che i maghi imitano i carismi di Mosè alla perfezione, ma non nota le differenze essenziali che scavano un abisso tra il potere carismatico, comunicato da Dio, e i risultati dell'arte magica.

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