"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Dopo avere parlato del discernimento sotto l'aspetto della prassi della Chiesa, intraprendiamo un cammino di attraversamento delle Scritture alla ricerca del senso biblico del discernimento, cercando di cogliere tutte le sue sfumature nei passi biblici relativi. Cominceremo perciò dal Pentateuco e proseguiremo poi l'indagine nelle altre sezioni dell'AT e del NT.Il primo capitolo della Bibbia ci si presenta come un insegnamento sul discernimento, in quanto ci permette - e al tempo stesso ci invita - di guardare il mondo che ci circonda con gli stessi occhi con cui lo guarda Dio. Si potrebbe forse dire che è proprio questa la definizione più onnicomprensiva del discernimento: guardare come guarda Dio. Il capitolo 1 di Genesi, fin dal terzo giorno della creazione, ossia fin dal giorno in cui inizia la preparazione dell'ambiente vitale dell'uomo, non presenta solo il Dio creatore ma, in certo senso, presenta anche il Dio che contempla, che si compiace della sua opera. Adatto al discernimento è colui che riesce a cogliere nel mondo, e nelle vicende della vita, l'opera di Dio e a sentirla come essenzialmente "buona". Inadatto è invece colui la cui mente è abitata dalle ombre del pessimismo; meno che mai è adatto al discernimento colui che non vede il bene e l'amore che ha accanto. L'opera creativa dei primi due giorni non riguarda in modo diretto l'umanità, ma ciò che ha una qualche relazione con l'uomo è vista da Dio come "cosa buona". Tutto ciò che nel mondo e nella vita è operato o permesso da Dio in relazione all'uomo, è dunque "buono". Chi ha occhi avvezzi al discernimento, si accorge che è così. Gli altri, ingannandosi, non si rendono conto dell'intrinseca bontà dell'opera di Dio. Il male ha infatti un'altra origine. Ma sarà il capitolo secondo di Genesi a occuparsi di questo ulteriore problema. Per il momento, il racconto della tradizione sacerdotale non fa che affermare una verità perenne e peraltro ovvia per tutti coloro che vedono le cose come le vede Dio: tutto ciò che esiste è buono. Tuttavia, la bontà intrinseca di ciò che Dio vuole o permette non è mai evidente alla conoscenza ordinaria dell'uomo. L'opera di Dio si rivela buona in relazione a dei parametri diversi da quelli suggeriti dalla natura e dal buon senso. Quel che Dio opera nella nostra vita è infatti essenzialmente "buono" in relazione al cammino della santità cristiana. E non sempre le esigenze della santità possono conciliarsi col benessere terreno. Solo qualche volta queste due cose possono coincidere, ma quando non coincidono non si deve concludere che Dio ha cessato di amarci. E poi vi è anche l'incognita del futuro: talvolta accade che Dio permette qualcosa di spiacevole al mio buon senso, in vista di un bene maggiore che ne verrà molti anni dopo: così avvenne a Giuseppe di Giacobbe, che fu espulso dalla famiglia all'età di 17 anni per governare l'Egitto con la sua sapienza circa venti anni dopo (cfr. Gen 37-50). Insomma, la non conoscenza del futuro ci impedisce di vedere perfino da un punto di vista umano il senso completo degli eventi che Dio permette nell'oggi.Al capitolo 2 della Genesi la creazione viene raccontata una seconda volta, ma non più dal punto di vista di Dio, bensì dal punto di vista dell'uomo. Qui Adamo viene descritto più volte nell'atto di discernere: egli scopre innanzitutto la sua vocazione nel quadro del mondo creato e il suo lavoro quotidiano gli appare chiaramente come una partecipazione all'opera creatrice di Dio: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen 2,15). L'uomo dotato della luce del discernimento vede dunque se stesso in questa medesima luce e comprende di essere un partner del Signore, il Quale vuole realizzare qualcosa nel mondo insieme a lui. Al tempo stesso, l'uomo vede la sua chiamata all'amore e l'atto di discernimento fondamentale in questo ambito consiste nel riconoscere che non tutti possono stabilire con lui un rapporto di comunione personale, ma solo colei (o colui) che possiede una particolare rassomiglianza. Dio dice infatti: "gli voglio fare un aiuto che gli sia simile" (Gen 2,18). E nel momento in cui Adamo incontra la donna che Dio ha pensato come sua partner si rende subito conto che essa è simile a lui, cioè un altro se stesso in versione femminile (cfr. Gen 2,23). La persona priva di discernimento rischia infatti di non distinguere davvero il partner idoneo e adatto a sé, sottovalutando certe diversità di vedute o certe scelte di coscienza che vanno in una direzione diversa. In sostanza, non basta che un uomo e una donna siano simili nel carattere o nei gusti, per poter formare una coppia secondo Dio; è necessario che essi siano simili soprattutto nel loro modo di vedere la vita. Le diversità della visione della vita in una coppia creano già dei problemi mentre si è ragazzi, ma si acuiscono drammaticamente negli anni della maturità. Chi non ha discernimento considera queste cose come inezie.Al capitolo 3 della Genesi si narra per la prima volta l'incontro tra un essere umano e lo spirito delle tenebre. Qui il discorso sul discernimento si arricchisce di diversi particolari e va a confluire nella dinamica della tentazione, di cui questa pagina dà una magistrale rappresentazione, accanto a quella neotestamentaria di Matteo 4,1-11 (cfr. anche Luca 4,1-13). Il brano della caduta originale merita una analisi particolareggiata. Parleremo perciò del discernimento sotto l'aspetto specifico dei criteri e della capacità di individuare gli influssi dello spirito di Satana nella psiche e nella sensibilità della persona umana. Intanto riportiamo il testo integralmente e poi metteremo in evidenza i versetti chiave relativi al tema del discernimento:
1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?". 2 Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto

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