"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
Avanti
Tu sei in: Home > Il Discernimento > Il Discernimento nel Pentateuco (parte IV)

Tornando al testo di Genesi, il secondo quadro del capitolo 3, presenta Dio come uno che si mette in cammino alla ricerca dell'uomo che è stato intrappolato nella menzogna satanica. Se l'incontro con Dio si verifica, la menzogna satanica cade subito in frantumi. Se non si verifica, la persona resta intrappolata in un mondo inesistente, dipinto dal diavolo sulle pareti della sua mente, come un carcerato la cui cella ha pareti con affreschi che ritraggono orizzonti aperti, ma lui non si potrà muovere da quel perimetro. Gli affreschi che Satana dipinge sulle pareti della nostra mente sono di due tipi differenti. Il primo tipo è utilizzato da lui con coloro che sono lontani dalla fede, il secondo con chi si avvicina alla fede. Con chi è lontano dalla fede, satana lo tiene in carcere dipingendo sulle pareti della cella panorami accattivanti: praterie, alberi, tramonti pieni di sfumature; con chi si avvicina alla fede, invece, gli affreschi che satana dipinge sulle pareti del carcere ritraggono unicamente Dio, Cristo e la comunità cristiana, ma li ritraggono con i tratti fortemente deformati, fino al punto da suscitare la paura e la fuga. Nell'uno e nell'altro caso la persona resterà in carcere finché crederà che quegli affreschi sono realtà. I progenitori fuggono davanti a Dio che li cerca, perché l'affresco del loro carcere ritraeva Dio con tratti talmente falsificati da stravolgere la sua paternità in una tirannide. Così in verità essi non fuggono da Dio, ma dall'immagine falsificata di Dio, dipinta sulle pareti delle loro menti suggestionate del maligno. Il risultato è la fuga da Chi li ama, per cadere in potere di chi li odia con odio inestinguibile. Ed era questo ciò che Satana voleva. A questo punto si instaura un dialogo tra Dio e l'uomo (vv. 9-13). Qui possiamo scorgere come lo Spirito di Dio agisce nelle coscienze, per non lasciarle nel buio della menzogna satanica, che è orribile per chi ci cade. In questo primo intervento di Dio, dopo il peccato originale, la caratteristica pervasiva del suo incontrare l'uomo peccatore è il rispetto della sua interiorità. Inoltre va notato che Dio non si pone davanti all'uomo peccatore come un accusatore. Questo dato è importantissimo per il discernimento dei pensieri: talvolta il ricordo dei peccati del passato ci si presenta col carattere di un'accusa e allora pensiamo, erroneamente, che Dio ci stia facendo ricordare i nostri peccati per darcene consapevolezza; intanto però ci sentiamo inspiegabilmente schiacciati, mentre il nostro animo cade a poco a poco prigioniero della tristezza. Il grave inganno di fondo consiste qui nell'attribuire a Dio un'azione che invece sta compiendo lo spirito del male. Non c'è pericolo più grande di questo: essere in dialogo con Satana, credendo di parlare con Dio. Quando il nostro peccato ci torna in mente nei termini di un'accusa che ci schiaccia, non è perché Dio ci sta conducendo verso la coscienza di noi stessi, ma è perché sta influendo sulla nostra mente "l'accusatore dei nostri fratelli" (Ap 12,10), colui che accusa gli eletti giorno e notte. E così come l'accusa mentale proviene dal maligno, anche colui che suole colpevolizzare gli altri proviene dal maligno: "il tiranno non sarà più, sparirà il beffardo, saranno eliminati quanti tramano iniquità, quanti con la parola rendono colpevoli gli altri" (Is 29,20-21). Quelli che con la parola rendono colpevoli gli altri sono dunque equiparati al tiranno, al beffardo e a coloro che tramano iniquità. Va notato che gli interventi di Dio in Gen 3,9-13, dopo il peccato dell'uomo, non sono affermazioni ma sono solo domande. La domanda è il segno esterno del rispetto della libertà individuale. La libertà viene infatti violata dall'accusa diretta, che determina ineluttabilmente uno stato debitorio. Un esempio potrà aiutarci a capire meglio: Se qualcuno ha mancato nei miei confronti e io gli getto in faccia la sua colpa, senza dargli la possibilità di ricredersi liberamente, io ho violato la sua libertà, imponendo alla sua coscienza il riconoscimento della colpa, prima ancora che ciò sorga spontaneamente dalla sua riflessione personale. Ma se, al contrario, evitando l'accusa diretta parlo in privato all'offensore e gli chiedo: "Ma perché in quell'occasione hai fatto così e così?", allora metto in moto, dentro di lui, un processo di autocoscienza che potrà sfociare nel riconoscimento della colpa. E sarà un atto libero, perché non imposto da me. Tanto è vera la sua libertà, che ciò potrebbe non avvenire. Dio pone delle domande all'uomo peccatore, e ciò è simbolo del pungolo della coscienza, che tuttavia non è mai un'accusa a viso aperto. Nei versetti del Genesi sopra citati, appare chiaro, specialmente dalla risposta negativa dei progenitori, i quali non si mostrano disposti a fare una onesta autocritica, che le domande di Dio non hanno minimamente intaccato la libertà della persona. La loro indisponibilità al riconoscimento libero della propria responsabilità morale, impedisce a Dio di effondere su di loro la sua Misericordia. Perciò, in luogo di essa, subentra la Giustizia e i due vengono colpiti nei loro specifici ambiti: l'uomo nel lavoro e la donna nella maternità. L'aspetto importante per il discernimento è, a questo riguardo, la distinzione dei pensieri suggeriti dallo Spirito: essi ordinariamente nascono nella libertà e generano libertà (cfr. 2 Cor 3,17). Tutti quei pensieri apparentemente veritieri e persuasivi, che però producono forme di dipendenza dalle cose e dalle persone, non sono pensieri di Luce.

Tu sei in: Home > Il Discernimento > Il Discernimento nel Pentateuco (parte IV)
Commenti; suggerimenti; Pregasi contattare il Webmaster
 
Copyright © 2001-2007 "CristoMaestro" Tutti i diritti  riservati.