"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Alla fine Giuseppe si fa riconoscere e la famiglia si riunisce presso di lui. L'ultimo atto della sapienza di Giuseppe è la rilettura della sua vita tormentata in chiave di salvezza. Specialmente dopo la morte del padre Giacobbe, i fratelli di Giuseppe cominciano a temere la sua vendetta, credendo che era per rispetto al padre che lui si era trattenuto. Perciò, gli mandano a dire: "Tuo padre, prima di morire ha dato quest'ordine: perdona il delitto dei tuoi fratelli. Ma Giuseppe disse loro: Non temete. Se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso" (Gen 50,15-20).Le parole di Giuseppe contengono qui una profonda teologia. La sua sapienza lo porta a rifiutare l'atteggiamento infantile di chi si piange addosso. E lo conduce a cogliere la difficile verità della pedagogia di Dio, che lo ha guidato per vie incomprensibili e aspre. Ma per un fine alto e buono. Si ha qui anche il primo barlume della sapienza della croce: Dio non affligge mai per il gusto di affliggere; certamente non lo farebbe, se la gioia e il frutto di bene che ne derivano non fossero sensibilmente maggiori. Giuseppe, negli anni della sua maturità, è in grado di rileggere la propria esperienza di dolore e di rifiuto, la propria vita di uomo respinto e perseguitato, senza sentire più alcuna ferita, e ciò perché la luce sapienziale che invade la sua mente, gli dà di comprendere che i dolori della vita, vissuti nel e col Signore, distruggono nell'uomo solo ciò che deve essere distrutto, in modo tale che ciò che sopravvive è sempre la parte migliore e più eletta della personalità. Così nascono i santi: fioriscono sulle ceneri del proprio uomo vecchio, distrutto dai dolori della vita, accettati con amore, senza mai pensare che Dio ci abbia colpiti per capriccio o per arbitrio. Dopo molti decenni di paziente attesa, però, splende la verità della divina pedagogia, troppo alta per essere compresa da noi prima che tutto si compia. Sono i giudizi rapidi che ci portano fuori strada. Giuseppe ha valutato il senso globale della sua vita, ma solo alla fine, quando il disegno di Dio a suo riguardo si era ormai quasi del tutto compiuto. Tocchiamo qui un'altra caratteristica dell'uomo saggio: la lentezza nel pronunciare giudizi definitivi sull'opera di Dio e l'attesa di ciò che Dio farà domani. Altri aspetti dell'agire del saggio provengono dalla figura del veggente Daniele. Osserviamo intanto il distacco dagli onori e da ciò che umanamente procura la stima del prossimo. Daniele viene chiamato a corte per interpretare una misteriosa scrittura comparsa sulla parete; il re Baldassar chiama tutti i maghi del suo regno ma nessuno riesce a leggere e decifrare quella scritta. Infine si rivolge a Daniele: "Mi è stato detto che tu sei esperto nel dare spiegazioni e sciogliere enigmi. Se quindi potrai leggermi questa scrittura sarai vestito di porpora, porterai al collo una collana d'oro e sarai il terzo signore del regno. Daniele rispose al re: tieni pure i tuoi doni per te, tuttavia io leggerò questa scrittura al re e gliene darò la spiegazione" (Dn 7,16-17). Il saggio non è quindi sedotto dalla gloria umana, perché la sapienza è già un abito regale che lo riveste in modo più prezioso di quanto non possano le umane onorificenze. L'uomo saggio è abbellito in modo soprannaturale dalla sua stessa dignità e statura morale, perciò non è bisognoso di altri riconoscimenti, da lui considerati tutti inferiori alla ricchezza spirituale già posseduta.Nella figura di Daniele il saggio si presenta anche come un uomo di preghiera. Daniele prega molto. Soprattutto nei momenti difficili. Quando, ad esempio, Nabucodonosor, adirato coi maghi del suo regno colpevoli di non avergli fornito la spiegazione autentica di un suo sogno, decide di metterli a morte, Daniele interviene per evitare lo sterminio e prega tutta la notte. Così, in una visione notturna Dio gli svela sia il sogno del re sia la sua spiegazione autentica. Questo fatto placa l'ira del re (cfr. Dn 2). Al cap. 6 si dice inoltre che Daniele era solito pregare tre volte al giorno rivolto verso Gerusalemme, lodando Dio (cfr. v. 11). La luce sapienziale si ottiene in sostanza nel contesto della preghiera. La sapienza è data a chi prega. Un'altra caratteristica del saggio, molto evidente in Daniele, è il rifiuto del servilismo verso i potenti. Daniele si dimostra perfino disposto a morire, pur di non adorare il potere umano come se fosse una divinità. A Nabucodonosor, che gli impone l'adorazione di una statua, dice insieme ai suoi compagni: "sappi che il nostro Dio può liberarci dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi che noi non serviremo mai i tuoi dèi" (Dn 3,17-18). La dirittura di coscienza è assoluta, inflessibile dinanzi all'autorità umana. Per il saggio, l'autorità umana perde ogni valore, quando è esercitata contro la verità e contro il bene.La terza grande figura di uomo sapiente, nell'AT, è il re Salomone. Anche in lui possiamo notare taluni aspetti della sapienza che vanno senz'altro sottolineati. Ritorna a questo proposito il tema della preghiera: Salomone è un uomo di preghiera, anzi, è colui che edifica e consacra il luogo di preghiera per Israele, costituendo il centro ideale della spiritualità del popolo eletto. Salomone, così come farà anche Gesù nel suo ministero pubblico, affronta tutte le circostanze più cruciali della sua vita con la preghiera. Dopo la morte di Davide, il suo governo ha inizio con una notte di preghiera nel tempio di Gabaon (cfr. 1 Re 3,4ss) e più avanti è descritto mentre prega (cfr. 1 Re 8,22ss); e poi compare anche nell'atto di intercedere in favore del popolo (cfr. 1 Re 8,30ss). Il libro della Sapienza riporta pure una preghiera attribuita a Salomone, per ottenere da Dio la luce del discernimento (cfr. cap. 9). Nella visita della regina di Saba viene fortemente sottolineata questa caratteristica di Salomone, possessore di un acuto discernimento: "La regina di Saba si presentò a Salomone e gli disse quanto aveva pensato. Salomone rispose a tutte le sue domande, nessuna ve ne fu che non avesse risposta o che restasse insolubile per Salomone" (1 Re 10,1-3). Dopo che lo ebbe ascoltato, la regna concluse: "Beati i tuoi uomini, beati questi tuoi ministri che stanno sempre davanti a te e ti ascoltano" (1 Re 10,8). E possiamo anche comprendere, a questo punto, la profondità del rimprovero di Gesù ai suoi contemporanei: "La regina del Mezzogiorno si alzerà, nel giorno del giudizio, a condannare questa gente: essa infatti venne dalle più lontane regioni della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Eppure, di fronte a voi sta uno che è più grande di Salomone" (Lc 11,31). Nell'ultimo giorno non sarà dunque Dio a biasimare chi ha avuto la salvezza a portata di mano e non vi ha attinto la propria liberazione: saranno gli antichi, i quali hanno affrontato grandi sacrifici pur di avvicinarsi solo a un riflesso di quella luce che in Cristo splende in tutta la sua pienezza (cfr. Ap 1,16).

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