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Il
dono del timore di Dio è strettamente connesso a quello della
pietà. Infatti, questo timore di cui parliamo non è il
timore dello schiavo, bensì il timore del figlio, preoccupato
di non addolorare il padre con la propria disubbidienza. E' proprio
questo che Giovanni intende, dicendo: "Nell'amore non c'è
timore" (1 Gv 4,18): il timore di Dio scaturisce dall'amore, e
per questo è un timore filiale, mentre è assente il timore
dello schiavo, che non può convivere con l'amore. L'amore purifica
il timore. Nell'amore non c'è il timore, ossia il timore umiliante
dell'estraneo verso un potente, ma c'è certamente il timore confidente
del figlio che, come tale, impone a se stesso dei limiti, nella consapevolezza
di essere infinitamente amato dal Padre, ma senza mai innalzarsi sul
suo stesso piano. Vediamo quali sono i riscontri biblici di questo insegnamento.
Dobbiamo per prima cosa riconoscere che l'idea del timore di Dio ha
subito una notevole evoluzione nel corso dello sviluppo della divina
rivelazione. Il primo concetto di timore di Dio che si incontra nella
Scrittura è quello rappresentato dalla fuga di Adamo dopo il
peccato originale: Dio lo chiama e lui si nasconde (cfr. Gen 3,8-10).
Questa forma di timore di Dio è negativa sotto tutti gli aspetti;
si tratta di una conseguenza psicologica del senso di colpevolezza.
All'uomo in quanto tale, tutto ciò che appartiene al mondo divino
della trascendenza fa paura. Il filosofo greco Epicuro elabora un'etica
partendo dal presupposto che gli uomini hanno paura degli dèi,
e si propone una filosofia di liberazione. Per l'uomo non ancora illuminato
dallo Spirito di Cristo, tutte le realtà invisibili, quando non
le nega in nome del materialismo, gli sono in certo senso estranee,
e tra esse anche Dio, percepito come il lontano ordinatore del cosmo
o come il capriccioso arbitro dei destini umani. Il dono del timore
viene perciò a risanare una disposizione volitiva emozionale
comune a tutti gli uomini, infondendo nell'animo quella confidenza rispettosa
che non ci fa sentire estranei al mondo di Dio, ma che al tempo stesso
ci mantiene nella nostra realtà di creature. Il difficile equilibrio
tra figliolanza e creaturalità è dato dal dono del timore.La
ferita del peccato originale ha dunque creato una frattura nei rapporto
tra l'uomo e Dio, creando nella sensibilità religiosa degli uomini
un senso di timorosa estraneità. Nell'AT questa forma negativa
del timore di Dio è comune a tutti i personaggi che sono chiamati
a particolari ruoli nel disegno di Dio. Possiamo ricordare Abramo: nella
notte in cui Dio stipula con lui l'Alleanza, egli viene assalito da
un oscuro terrore (cfr. Gen 15,12). E' la percezione della vicinanza
di Dio ciò che lo terrorizza. Giacobbe, quando si sveglia dopo
il sogno della scala su cui salivano e scendevano gli angeli, "ebbe
timore e disse: Quanto è terribile questo luogo" (Gen 28,17).
In Esodo 3 Mosè è descritto nell'atto di velarsi il volto,
perché aveva paura di guardare verso Dio (cfr. v. 6). Un atteggiamento
simile si riscontra anche nel grande profeta Elia, che, sul monte Oreb,
si vela il volto col mantello al passaggio del Signore (cfr. 1 Re 19,13).
Isaia vede il Signore nel Tempio e si sente impuro: "Ohimè!
Io sono perduto" (Is 6,5), Ezechiele rimane stordito per una settimana
(cfr. Ez 3,15) e Daniele cade con la faccia a terra (cfr. Dn 8,17-18).
Ecco le reazioni dei santi dell'AT dinanzi alla rivelazione del mistero
di Dio.Alle soglie della Nuova Alleanza sembra che questo atteggiamento
di timore del divino continui a sussistere. Ad esempio, quando Zaccaria
vede l'angelo Gabriele ritto alla destra dell'altare, "si turbò
e fu preso da timore" (Lc 1,12). Lo stesso angelo porta l'annuncio
a Maria, ma non ci sembra che la Vergine abbia provato lo stesso tipo
di paura. Lei, nella sua Immacolata Concezione, non poteva provare lo
stesso genere di paura: è detto infatti che non l'apparizione
celeste, ma il contenuto delle parole dell'angelo provoca in Lei un
certo turbamento: "A queste parole Ella rimase turbata
"
(Lc 1,29). Queste parole svelavano infatti un grande e incomprensibile
privilegio di cui Maria non sapeva di essere stata destinataria. Il
timore di Dio comincia ad assumere le sue giuste proporzioni quando
dal timore scaturisce la lode, e ciò avviene solo dove Cristo
compie i suoi gesti di liberazione: il racconto dell'episodio in cui
Gesù risuscita il figlio della vedova di Nain, si conclude dicendo
che "tutti furono presi da timore e glorificavano Dio" (Lc
7,16). Il termine di passaggio dal timore servile veterotestamentario
al timore filiale del discepolato è lo squarcio del velo del
Tempio, che ha luogo in concomitanza con il terremoto che accompagna
la morte di Gesù (cfr. Mt 27,51). Il velo separava infatti il
"santo dei santi", luogo sacro dove nessuno poteva entrare,
se non il sommo sacerdote una volta all'anno. Squarciato questo velo,
il luogo sacro dove abita Dio non è più inaccessibile:
la morte di Cristo inaugura un'epoca nuova e noi siamo accolti presso
Dio come figli a cui è promessa l'eredità (cfr. Rm 8,16-17).
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