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La
riflessione più ampia sul timore di Dio si trova nei libri sapienziali,
a cui è opportuno dedicare una riflessione accurata. Innanzitutto,
nell'insegnamento sapienziale, il timore di Dio, come atteggiamento
religioso, non ha nulla a che vedere con la paura istintiva che si è
soliti provare dinanzi a tutto ciò che può spaventarci.
Tant'è vero che il timore di Dio si apprende: "Venite, figli,
ascoltatemi e vi insegnerò il timore del Signore" (Sal 34,12).
Si viene dunque educati al timore religioso, e ciò presuppone
un cammino di iniziazione e di conoscenza del mistero di Dio. Non a
caso il timore di Dio nasce dall'ascolto. E ancora: "Figlio mio,
se tu accoglierai le mie parole
allora comprenderai il timore
del Signore" (Prv 2,1.5). Del re Ozia si racconta che "ricercò
Dio finché visse Zaccaria, che l'aveva istruito nel timore del
Signore" (2 Cr 26,5). Senza un'adeguata istruzione il timore di
Dio non si comprende. Nel medesimo tempo, mentre l'uomo è istruito
nei misteri di Dio, gli viene comunicato come dono l'autentico timore,
che è una disposizione liberatoria: "non mi allontanerò
più da loro per beneficarli; metterò nei loro cuori il
mio timore, perché non si distacchino da me" (Ger 32,40).
Inoltre, la mancanza di timore religioso è la caratteristica
principale dell'empio: "Nel cuore dell'empio parla il peccato,
davanti ai suoi occhi non c'è timor di Dio" (Sal 36,2).
Al timore di Dio si è dunque educati mediante l'insegnamento
sapienziale, ma questo atteggiamento religioso può prendere consistenza
solo nel contesto di una vita retta e innocente. L'empio infatti può
conoscerne la nozione, ma non lo può vivere, perché nel
suo cuore parla il peccato. Il timore del Signore, lungi dall'essere
una condizione di infelicità o di mancanza di serena disinvoltura,
è al contrario una fonte di energia positiva per l'uomo retto:
"Tu avrai una grande ricchezza se avrai il timore di Dio, se rifuggirai
da ogni peccato e farai ciò che piace al Signore tuo Dio"
(Tb 4,21); l'uomo che è rivestito di fortezza non confida nella
medesima fortezza che ha ricevuto, ma nel timore di Dio: "Nel timore
del Signore è la fiducia del forte" (Prv 14,26). Anzi, perfino
la salute, la longevità e il prolungarsi dei propri giorni hanno
causa e origine nel timore di Dio: "Il timore del Signore prolunga
i giorni, ma gli anni dei malvagi sono accorciati" (Prv 10,27).
Infatti: "con il timore del Signore si evita il male" (Prv
16,6). Per il libro del Siracide, il timore di Dio non solo non è
un atteggiamento umiliante ma è addirittura "gloria e vanto,
gioia e corona di esultanza
dà contentezza, gioia e lunga
vita" (Sir 1,9-10). Prima di giungere alla sapienza occorre passare
per il dono del timore, perché "principio della sapienza
è temere il Signore" (Sir 1,12), "il timore di Dio
è una scuola di sapienza" (Prv 15,33). Il discepolo trova
rifugio nel timore del Signore quando arriva il momento della sua morte:
"Per chi teme il Signore andrà bene alla fine, sarà
benedetto nel giorno della sua morte" (Sir 1,11), "Vanto dei
vecchi è il timore del Signore" (Sir 25,6). Che il timore
servile non abbia niente a che vedere col dono del timor di Dio è
riaffermato dal Siracide in questi termini: "Quanti temete il Signore,
aspettate la sua misericordia; voi che temete il Signore confidate in
Lui; voi che temete il Signore, sperate i suoi benefici" (Sir 2,7-9).
In sostanza, il dono del timore di Dio si specifica in tre atteggiamenti
particolari: l'attesa della misericordia, la confidenza in Dio e la
speranza di essere da Lui beneficati. Esattamente il contrario di qualunque
timore servile e oppressivo. Ma a questi atteggiamenti se ne aggiungono
altri, descritti più avanti, per completare il quadro: "Coloro
che temono il Signore, non disobbediscono alle sue parole, cercano di
piacergli, tengono pronti i loro cuori, umiliano l'anima loro davanti
a Lui" (Sir 2,15-17). In fondo, insieme ai tre precedenti, non
sono altro che questi gli atteggiamenti tipici del discepolato: la venerazione
della Parola e la sottomissione gioiosa al suo insegnamento; l'indifferenza
per il giudizio umano, allo scopo di essere graditi e lodati solo da
Dio; la prontezza e l'attenzione vigile ai segnali che Dio dissemina
nella nostra vita quotidiana; l'umiltà della creatura che non
presume nulla dinanzi al suo Creatore, e che, anzi, tutto attende da
Lui. |