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"1Gesù riprese a parlare loro
in parabole e disse: 2Il regno dei cieli è simile a un re che
fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi
servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire.
4Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco, ho preparato il mio
pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati
e tutto è pronto; venite alle nozze! 5Ma costoro non se ne curarono
e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero
i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò
e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme
la loro città. 8Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale
è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9andate ora ai
crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle
nozze. 10Usciti nelle strade, quei servi, raccolsero quanti ne trovarono,
buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11Il re entrò
per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito
nuziale, 12gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senza l'abito
nuziale? E quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi:
Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà
pianto e stridore di denti. 14Perché molti sono chiamati, ma
pochi gli eletti" (Matteo 22,1-14)
La descrizione indiretta del Regno
Questa parabola del banchetto nuziale viene ripresentata all'interno
dei vangeli sinottici anche da Luca, con particolari leggermente diversi
e, in un certo senso, con delle specificazioni ulteriori; per questo
sarà opportuno tenere presente anche la versione di Luca, in
vista di una migliore intelligenza della parabola stessa. Il primo versetto
introduttivo riguarda l'insegnamento in parabole che sembra essere stata
una parte molto ampia dell'insegnamento di Gesù, soprattutto
in riferimento ai misteri del Regno. Cristo non ne ha mai parlato in
modo diretto, e ciò ha un grande peso per la nostra vita cristiana:
con le nostre parole umane, con il nostro linguaggio, non possiamo dire
in maniera adeguata cosa sia il regno di Dio. Si tratta infatti di una
realtà che supera così tanto la nostra esperienza, la
nostra immaginazione, la nostra capacità di comprensione, che
non si può esprimere se non con dei paragoni o delle similitudini,
che ci aiutano ad avvicinarci alla conoscenza della sua realtà,
anche se solo in modo analogico. Appunto per questo, Gesù parla
del regno dei cieli esprimendosi solitamente in questi termini: "Il
regno dei cieli è simile a
".
Il Regno di Dio è simile a una Persona
La similitudine stabilita da Gesù è sempre in relazione
a una persona e mai a una cosa: Il regno dei cieli è simile a:
"un re che convoca per un banchetto di nozze", "un uomo
che aveva due figli", "il seminatore che esce a seminare"
Il regno di Dio, insomma, non è una circostanza, non è
un insieme di cose da fare o da non fare: il regno di Dio è evidentemente
una Persona: il regno di Dio coincide con la Persona stessa di Dio che
ci convoca per stabilire con noi una alleanza. Nella nostra parabola,
la convocazione ha l'aspetto di un banchetto di nozze.La convocazione dell'umanità intorno ad una mensa è un
elemento che troviamo nei due vangeli di Matteo e di Luca, con una piccola
differenza nel racconto di quest'ultimo: in Lc 14,16 Cristo dice: "Un
uomo diede una grande cena e fece molti inviti". Per Luca si tratta
semplicemente di una grande cena, particolarmente solenne, dove ci sono
molti invitati. Per Matteo, invece, questa cena ha un carattere molto
determinato, perché si tratta di festeggiare il figlio del re,
e perciò tale convocazione acquista un aspetto squisitamente
cristologico: "Un Re che fece un banchetto di nozze per suo figlio"
richiama il matrimonio di Dio con l'umanità, avvenuto in Cristo.
L'occasione di questa convocazione quindi per Matteo è il matrimonio
del figlio del re, che riporta appunto l'eco di un particolare titolo
cristologico, che è quello di "Sposo". Infatti, gli
amici dello Sposo non possono digiunare mentre lo Sposo è con
loro (cfr. Mt 9,15).
La libertà umana dinanzi alla convocazione
Il regno di Dio è un banchetto di nozze dove tutti veniamo invitati.
In entrambe le parabole, quella di Matteo e quella di Luca, va notato
come l'esito di questo banchetto non è determinato da Colui che
invita, ma dall'atteggiamento che assumono gli invitati. In entrambi
i racconti, poi, Dio è presentato con una forte volontà
di incontrare l'uomo e di ammetterlo alla comunione con Sé, una
volontà determinata, al punto che, quando i primi invitati rifiutano
l'invito, il re non si rassegna e manda altri servi a chiamare ai crocicchi
delle strade tutti quelli che incontrano. Un banchetto di nozze per
Matteo, una grande cena per Luca, ma l'elemento comune a queste due
immagini è il carattere dell'intimità: non si può
infatti ammettere alla propria mensa se non chi vive con noi una comunione
di amicizia o di parentela o di fraternità. Questa convocazione
di Dio, che ci invita a partecipare al suo banchetto, alla sua mensa,
indica non soltanto la volontà di farci entrare in una profonda
amicizia con Lui, ma in qualche modo di sollevarci fino al suo livello.
Il nostro battesimo ci colloca di fatto in una sfera divina: essere
suoi figli, significa condividere la sua vita; è annullata la
distanza tra la divinità e l'umanità. Cristo dirà
ai suoi discepoli: "Non vi chiamo più servi
ma amici"
(Gv 15,15). Entrambe le immagini, il banchetto di nozze per Matteo e
la grande cena per Luca, sottolineano sia la volontà esplicita
di Dio di stabilire con noi un dialogo profondo, intimo come quello
di due sposi, sia quella di sollevarci verso di Sé nella comunicazione
della sua stessa vita divina. Ammetterci alla sua mensa significa considerarci
in qualche modo come parte integrante della sua casa, e quindi della
sua sfera divina. Ma qui la parabola entra in merito a una differenziazione
di destini, che entrambi i racconti attribuiscono alla posizione presa
dagli invitati.
Gli atteggiamenti degli invitati, e le loro motivazioni, vanno considerati
con attenzione, perché contengono alcune verità che nella
vita cristiana non si possono sorvolare. Al v. 3 del testo di Matteo
si dice che il re mandò i suoi servi a chiamare gli invitati
alle nozze. Essi risposero ciascuno a suo modo. La libertà umana,
dinanzi alla divina convocazione, è intatta; non c'è nessuna
forma di coercizione o di costrizione da parte di Dio. Il Signore ha
voluto correre con noi il rischio di un'alleanza con una creatura libera,
che può voltargli le spalle quando vuole, e nel momento in cui
gli volta le spalle, precipita nella morte. L'amore di Dio non si manifesta
nel sostituirsi a noi, decidendo per noi; l'alleanza con l'umanità
ha il carattere essenziale della libertà, così che Dio
non influisce mai su tutto quello che noi potremo liberamente decidere.
Il fatto che il v. 3 sottolinei l'atteggiamento degli invitati con un
atto volitivo, anche se in forma negativa: "non vollero",
indica che la convocazione ha un carattere di proposta e mai di imposizione.
Il v. 4 sottolinea anche un altro aspetto di questo pranzo: c'è
una grande abbondanza di cibi. I doni di Dio, infatti, non sono mai
limitati o razionati. Il Signore non si comporta come un avaro che invita
e poi offre qualcosa di scadente o solo dentro una determinata misura.
La parabola parla di buoi, di animali ingrassati che sono già
macellati, tutto è pronto; il lettore percepisce da questi particolari
come l'abbondanza del dono di Dio non abbia limiti di generosità.
Dall'altro lato, il v. 5 è un versetto di grande importanza,
soprattutto se lo mettiamo a confronto con il testo parallelo di Luca.
In questo versetto l'atteggiamento degli invitati si descrive così:
"Costoro non se ne curarono, se ne andarono chi ai propri campi,
chi ai propri affari". Il secondo termine della nostra scelta è
sempre qualcosa che riguarda la nostra vita personale, e così,
tra Dio e noi stessi, scegliamo talvolta noi stessi, perdendo il dono
di Dio; questi sono i due termini perenni entro cui si muove la nostra
risposta. In maniera molto più particolareggiata, il vangelo
di Luca, ai vv. 18-19, dice "Ma tutti, all'unanimità, cominciarono
a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo;
ti prego considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque
paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato.
Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire".
Qui Luca, più ancora di Matteo, sottolinea qual è il vero
grande impedimento che si pone davanti a noi, e ci blocca nella nostra
risposta al Dio che convoca. Dinanzi a questo versetto dobbiamo correggere
un nostro pensiero, e una nostra convinzione abbastanza diffusa; noi
pensiamo che l'unico nostro ostacolo alla risposta dinanzi alla chiamata
di Dio, alla sua divina convocazione, sia il peccato inteso come trasgressione
della sua Legge. Questo è vero, ma non è l'unica cosa
che ci ostacola, perché eliminato il peccato come trasgressione,
potrebbe rimanere - e di fatto rimane - un altro ostacolo tanto più
pericoloso quanto più è camuffato. Contrariamente a quanto
il buon senso possa suggerire, Satana compie la sua opera più
distruttiva non attraverso il male, ma attraverso un bene falsificato,
che porta fuori strada chi è privo di discernimento. E' soprattutto
Luca che sottolinea questa trappola micidiale del bene falsificato,
nella quale il cristiano non deve cadere.
Se analizziamo le motivazioni per le quali gli invitati rifiutano di
andare al banchetto, ci accorgiamo che nessuna di esse è banale
e, soprattutto - particolare di grande importanza - nessuna di esse
esprime la scelta esplicita del male. Rileggendo i versetti da 18 a
20 del testo di Luca, indubbiamente più accurato e più
esplicito da questo punto di vista, dobbiamo fare questa considerazione:
ciò che impedisce a questi invitati di partecipare, e in definitiva
di rispondere positivamente all'invito del re, sono delle motivazioni
serie, ragionevoli, insospettabili, che formano la trama della loro
vita quotidiana. Il primo dice: "ho comprato un campo e devo andare
a vederlo". E' una cosa importante da fare, nessuno ne dubita;
dal punto di vista umano, nessuno si sentirebbe di biasimarlo. Anche
la motivazione del secondo personaggio, quello che ha comprato cinque
paia di buoi e deve andarli a provare, sembra una cosa ragionevole,
e anche di una certa urgenza. Quell'altro ancora, che non aderisce alla
convocazione perché ha preso moglie, cosa gli si può rimproverare?
Ci sono infatti dei doveri derivanti dalla famiglia, e degli obblighi
da osservare verso i propri congiunti. Nessuna persona ragionevole,
di fronte a queste giustificazioni, si sentirebbe di dire qualcosa,
né tanto meno di biasimare i personaggi della parabola, impediti
dai loro "seri" impegni.
Ciò finché si guarda la parabola dal punto di vista degli
invitati. Se, invece, si guarda la medesima scena, dal punto di vista
di Colui che invita, le prospettive cambiano di colpo: allora si ha
l'impressione che questi personaggi, che hanno rifiutato l'invito per
i loro motivi importanti, non abbiano capito il valore del tempo trascorso
accanto a colui che li convoca. Nell'orizzonte della parabola, colui
che invita non è un uomo qualunque: un re per Matteo, un ricco
signore per Luca. Fuori dalla parabola: non si tratta di rispondere
a Dio solo nei tempi in cui non si ha niente di importante da fare,
perché tutti noi, all'orario della Messa, o a quello di un momento
di preghiera o di catechesi, potremmo fare una lista di cose importanti
che ci attendono, cose su cui nessuno potrebbe dirci niente: impegni
familiari, lavorativi, amici che vengono a far visita
, ma il problema
vero è un altro: "Ho capito cosa significa passare anche
solo un minuto accanto al Signore che mi convoca?". Se il salmista
può dire che "Un solo giorno passato negli atri del Signore
vale più che mille altrove" (Sal 84,11), ciò vuol
dire che, forse, l'ordine dei valori dentro di me ha bisogno di essere
aggiustato alla luce del primato assoluto di Dio, anche su determinati
obblighi personali. Vale a dire: quando i miei obblighi e i miei doveri
mi impediscono sistematicamente il cammino di fede, c'è qualcosa
che non funziona. Si tratta di recuperare insomma il retto ordine dei
valori, come accade troppo tardi al ricco epulone, che apre gli occhi
solo dopo essere passato nell'aldilà.
Il testo del vangelo di Matteo continua presentando di nuovo il re nell'atto
di rifare la convocazione: il primo significato riguarda la chiamata
dei pagani dopo il rifiuto degli ebrei, ma ci sono anche altri livelli
di interpretazione: Dio non si arrende nell'invitare l'uomo, e non c'è
nessun modo di poterlo scoraggiare davanti a tutti i "no"
che gli vengono detti. In realtà, anche quelli che vivono nello
Spirito, gli somigliano in questo: non si scoraggiano mai, perché
assumono gli stessi atteggiamenti di Dio. Ha fatto la prima convocazione
ed è andata male, allora Dio ne fa, e ne farà, tante altre
senza mai stancarsi; noi non possiamo mai scoraggiare il Signore. Anche
chi vive nella santità cristiana vive così, con un irriducibile
ottimismo. E in questa seconda convocazione, la sala del banchetto finalmente
si riempie.
L'ingresso del re, metafora del giudizio
Matteo fa notare un altro particolare che non troviamo in Luca, il quale
conclude la parabola con quell'immagine della convocazione ulteriore,
dopo che la prima aveva avuto un esito negativo. Così si riempie
la sala. Matteo, invece, presenta un successivo quadro: quello del re
che entra nella sala del trattenimento dove ci sono i suoi invitati
che banchettano e fanno festa a suo figlio. Lui entra e li guarda. Il
suo non è uno sguardo generico, che si posa su tutti e su nessuno;
egli guarda con attenzione i singoli invitati, tant'è vero che
ne scorge uno che non indossa l'abito nuziale. Quest'immagine indica
che, pur nel numero sterminato di uomini, Dio mantiene un rapporto personale
e diretto con ognuno di noi; un rapporto personale che sfocia in una
valutazione dell'esito della nostra vita. E' sotto questo aspetto che
dobbiamo comprendere il senso dell'abito nuziale. Dall'altro lato, accanto
al significato dell'abito nuziale, va notato pure che nessuno dei commensali
se ne accorge. La parabola sottolinea che solamente lo sguardo del re
è capace di distinguere realmente tra gli invitati chi ha l'abito
di nozze e chi non lo ha. Non si trova in quest'ultima immagine della
parabola alcuna forma di giudizio reciproco tra i commensali: i commensali
non si guardano tra loro, non esprimono giudizi di sorta, sono semplicemente
lì. Il giudizio è riservato infatti solo al re che entra
e guarda, e solo lui distingue chi ha l'abito adeguato alla circostanza.
Qui la parabola indica a un tempo due verità complementari: il
giudizio riservato solo a Dio e la rinuncia al giudizio reciproco, perché
nessuno è abilitato a farlo. Ci manca la capacità di leggere
i cuori, e perciò nessuno di noi può accorgersi se quest'abito
gli altri lo indossino oppure no. L'abito di nozze indica in definitiva
ciò che uno deve mettersi di suo per presentarsi a Dio. Il v.
8 merita una certa attenzione, ancora prima di entrare nel discorso
relativo all'abito nuziale: il re che si indigna dopo i primi rifiuti,
dice ai suoi servi: "Il banchetto nuziale è pronto ma gli
invitati non ne erano degni". Questa osservazione del re non riguarda
una indegnità anteriore alla chiamata, perché se fossero
stati indegni prima della chiamata, non li avrebbe neppure invitati.
Sembra piuttosto che le cose stiano al contrario, e cioè che
gli invitati dimostrano di essere degni dell'invito nel momento in cui
rispondono di sì all'invito stesso. Dio non ci invita alla sua
mensa, perché noi siamo degni di parteciparvi, ma, al contrario,
è proprio in forza del suo invito che noi ne diventiamo degni.
E quando al v. 8, il re che ha preparato il banchetto di nozze per suo
figlio, osserva, con una innegabile amarezza, che gli invitati non ne
erano degni, si riferisce evidentemente all'indegnità che è
conseguente al rifiuto. Nel momento in cui il nostro rifiuto pone un
ostacolo all'azione di Dio nella nostra vita, diventiamo per ciò
stesso indegni di Lui, perché gli impediamo di elevarci fino
a Sé; ciò significa ancora che Dio non ha bisogno dei
nostri meriti personali, anzi, è Lui che ce li conferisce, nel
momento in cui ci trova disponibili e aperti alla sua grazia. Il testo
poi continua mettendo in evidenza il fatto che questa dignità,
derivante dal nostro sì, diventa in qualche modo nostra, perché
la nostra volontà di aderire a Lui è l'unica cosa veramente
"nostra" che noi possiamo metterci. La nostra dignità
è un suo dono. Ma nella misura in cui noi "la vogliamo",
essa diventa nostra. Il fatto che tale dignità (la dignità
di essere figli di Dio) si presenti come abito di nozze, significa che
quel merito, quella dignità che Dio ci dona gratuitamente - e
che noi chiamiamo "giustificazione mediante la fede" -, questo
dono, una volta accolto da noi, diventa nostro. Ecco perché i
commensali si presentano con un abito proprio, anche se in verità
deriva dal re che li ha invitati. Questo abito, che indica la nostra
dignità filiale recuperata in Cristo (l'abito indica infatti
la dignità della persona), è segno della santità
personale, che risulta dalle virtù e dai doni dello Spirito.
Il fatto che il personaggio della parabola sia privo dell'abito nuziale,
significa che un battezzato può anche dare una cattiva risposta
alla grazia, una risposta cioè insufficiente o parziale, così
che un eletto possa anche decadere dalla grazia. Egli di fatto era già
entrato nella sala del banchetto, ma l'incontro col re lo costringe
a uscire. Questo incontro simboleggia il cosiddetto "giudizio particolare"
che si verifica per ciascuno subito dopo la morte.
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