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"1Il regno dei cieli è
simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere
a giornata dei lavoratori per la sua vigna. 2Accordatosi con loro
per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3Uscito
poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza
disoccupati 4e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello
che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. 5Uscì
di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6Uscito
ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là
e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?
7Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli
disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. 8Quando fu sera, il
padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà
loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. 9Venuti quelli
delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando
arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più.
Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. 11Nel ritirarlo,
però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12Questi ultimi
hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo
sopportato il peso della giornata e il caldo. 13Ma il padrone, rispondendo
a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse
convenuto con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene; ma io voglio
dare a quest'ultimo quanto a te. 15Non posso fare delle mie cose quello
che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? 16Così
gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi" (Matteo 20,1-16)
La conoscenza di Dio ha il primato sulle opere
Il testo della parabola comincia così: "Il Regno dei cieli
è simile ad un padrone di casa". Questa espressione contiene
già un significato che non deve sfuggire al lettore attento.
Il mistero del regno dei cieli non è paragonato ad una situazione,
a un fatto o a una circostanza: il regno dei cieli è paragonato
ad una Persona. Il regno dei cieli è infatti una PERSONA. Il
regno dei cieli è dunque simile a "un padrone di casa".
In riferimento ai misteri del Regno che ci vengono rivelati, Cristo
non fa mai leva, come prima istanza, sulle cose da fare e neppure
sui decreti della volontà di Dio. Il regno dei cieli, nell'insegnamento
di Gesù, non è simile a una lista di cose da fare per
andare d'accordo con Dio. Certo, Dio si aspetta da noi anche delle
scelte concrete e delle realizzazioni quotidiane, ma in primo luogo,
e soprattutto, esige di essere conosciuto e amato al di sopra di tutto
e di tutti. Le opere particolari vengono dopo. E' dunque innanzitutto
la sua Persona che ci chiama ad un incontro, a un dialogo intersoggettivo.
L'uscita all'alba
Il regno dei cieli è simile a un padrone che esce di casa per
cercare operai. Questo padrone di casa è descritto nell'atto
di uscire all'alba, e non durante la notte. L'azione di Dio non è
mai un'azione assimilabile alle tenebre; essa è sempre produttrice
di luce, manifestandosi in concomitanza del sorgere dell'alba, come
il Cristo risorto che compare sulla riva del lago di Tiberiade, nel
capitolo 21 di Giovanni: lo vedono in piedi sulla riva all'alba, con
le prime luci dell'aurora. In ciò si coglie anche un criterio
di discernimento che ci viene dato per non confondere l'opera di Dio
con quella del suo nemico. L'opera del padrone di casa (che è
figura di Dio) che inizia con le prime luci dell'alba riveste anche
un altro significato: Dio agisce in modo graduale e progressivo nella
nostra vita, come la luce del giorno che cresce di intensità
a poco a poco. Egli ci conduce alla santità facendoci passare
sapientemente dal meno al più. Non ci chiede subito quel che
non siamo ancora in grado di dargli, ma pretende giustamente di più
in proporzione al molto che ci dà lungo il cammino. Per questo
il libro dei Proverbi si esprime in questi termini: "La strada
dei giusti è come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore
fino al meriggio" (4,18).Il regno dei cieli è dunque simile a un padrone uscito di casa
all'alba. La parabola non comincia dicendo che uscì a mezzogiorno,
appunto perché la grazia di Dio nella nostra vita non è
come una luce improvvisa e folgorante che ci acceca, ma una illuminazione
graduale, così come il nostro cammino di santità non
è una trasformazione rapida della nostra persona ma è
un'opera che comincia all'alba e come la luce dell'aurora cresce gradualmente
fino a quando diventa intensa e forte. La santità somiglia
al sole che splende in tutta la sua potenza, ma anche essa, come il
sole, sorge a poco a poco. Il padrone di casa esce all'alba, la sua
opera comincia con le prime luci dell'aurora ma non si ferma lì
e prosegue alle nove del mattino, poi a mezzogiorno, poi alle tre,
poi alle cinque del pomeriggio. L'azione di Dio non possiamo perciò
confonderla con quella del suo nemico. Il nemico agisce nell'ombra.
L'azione di Dio invece è luce e il suo risultato è luce.
Gesù continua dicendo che questo padrone di casa, che esce
all'alba, ha uno scopo ben preciso: prendere lavoratori per la sua
vigna. In questo senso cogliamo un carattere essenziale del Dio di
Gesù Cristo. E' un Dio che associa a sé l'uomo nelle
proprie opere, e per questo coloro che sono soliti scansare fatiche
e sacrifici risultano inadatti al regno di Dio.
La ricerca degli operai
Il padrone di casa che esce per prendere dei lavoratori; non va dunque
alla ricerca di chiunque, ma soltanto di coloro che sono idonei a
diventare suoi collaboratori nell'edificazione del suo regno. Vale
a dire: uomini disposti alla fatica, gente che non sfugge la sofferenza,
che non cerca continuamente la via più breve o le soluzioni
più semplici e meno impegnative. Il fatto che Dio cerchi dei
lavoratori per la sua vigna ci fa interrogare anche sul cosa significhi
essere lavoratori di Dio. Bisogna stare ben attenti a non compiere
l'errore di Davide che pensava di dover servire Dio costruendo un
tempio per Lui. Ma il Signore nella notte rivolge la sua Parola a
Natan: "Va' e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore:
Forse tu mi costruirai una casa, perché vi abiti?
Una
casa farà a te il Signore" (2 Sam 7,5.11). Davide si pone
davanti a Lui con l'idea di lavorare per Lui compiendo delle cose;
non così la vergine Maria. La risposta di Maria, all'angelo
che le annunciava la divina maternità, contiene l'esatto punto
di vista circa il senso del servire Dio: "Eccomi, sono la serva
del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38) .
Essere serva del Signore per Maria non significa fare qualcosa per
Dio ma lasciarlo libero di agire nella propria vita così come
Lui vuole. Il servizio di Maria nei confronti di Dio è tutto
qui e di fatto non c'è altro da fare perché chi ha dato
a Dio lo spazio assoluto di fare della propria vita quello che gli
pare non può fare niente di più, ha già toccato
il vertice dell'amore. Nello stesso versetto si dice che il padrone
uscì per prendere lavoratori "a giornata". Questa
espressione cronologica allude ad almeno due cose. La prima: collaborare
col Dio vivente significa accettare di lasciare il domani nelle sue
mani. Con Lui si lavora sempre "a giornata", nel senso che
Egli suole fornire al cristiano tutto quello che gli serve per "l'oggi",
esigendo fiducia incondizionata per ciò che sarà il
domani. Infatti la preghiera insegnataci da Gesù ci fa chiedere
a Dio appunto il pane "quotidiano", ossia la risorsa dell'oggi,
ma non quella per domani. Il nostro coinvolgimento nel disegno di
Do e nella sua storia non ci rende mai consapevoli di ciò che
sarà domani. Noi siamo chiamati a lavorare oggi e soltanto
nell'oggi abbiamo tutta la luce necessaria per compiere quello che
Dio ci chiede. Cristo stesso nel vangelo di Matteo dice ai suoi discepoli:
"Ad ogni giorno basta la sua pena" (Mt 6,34). Tutto ciò
che il discepolo ha al suo attivo e tutte le sue risorse, sono concentrate
nell'oggi. In un insegnamento dei Padri del deserto si narra di un
giovane monaco che, tormentato dal pensiero della morte, si reca da
un anziano per chiedergli come fare per superare la propria paura
della morte. L'anziano gli risponde che la soluzione è semplice
e consiste nel prepararsi al momento della morte fin dal giorno prima.
Alla domanda del giovane che chiedeva come fare a sapere quale fosse
il giorno prima, l'anziano risponde che occorre vivere ogni giorno
come se fosse l'ultimo, ponendo tutte le energie in ogni istante.
Infatti, avendo vissuto con intensità ogni istante della giornata
si può andare incontro a Cristo senza rimpianti. C'è
poi un secondo significato: questa giornata di cui qui si parla è
anche il modo evangelico di pensare alla nostra vita terrena. Essa
non è la vita definitiva: è solo la prima fase della
nostra esistenza, la fase transitoria, ossia una vita che somiglia
a un giorno che passa rapido. Una giornata è il simbolo del
tempo che intercorre tra nascita e la morte, un tempo rapidissimo,
se guardato dal punto di vista dell'eternità, anche se può
durare molti anni, calcolati col calendario della Terra. Il cristiano
non perde mai di vista quest'aspetto della vita terrena, dove non
c'è mai nulla di definitivo, dove tutto scorre via rapidamente
e dove l'unica sapienza è quella di non sciupare questo tempo
breve di una giornata, durante la quale abbiamo la preziosa possibilità
di scegliere di lavorare con Lui e per Lui, o di seguire le nostre
strade. Se non facciamo la scelta della via più breve, ossia
la scelta di fuggire la fatica e il sacrificio, Dio ci associa alla
sua opera e sviluppa nel tempo la sua storia con noi. Una volta scelti
i collaboratori, il padrone si accorda con loro per un denaro al giorno.
C'è dunque una retribuzione concordata fin dall'inizio con
gli operai della prima ora. Significativamente, i successivi operai
vengono assoldati, ma senza alcun accordo circa la loro retribuzione.
La condizione di questi operai successivi differisce da quelli della
prima ora, perché essi, a differenza degli altri, si trovano
nella condizione di doversi fidare della generosità del padrone,
non sapendo in anticipo come li tratterà. Su questo elemento
della fiducia dovremo tornare nel contesto del pagamento degli operai
alla fine della giornata lavorativa.
L'uscita a determinate ore
Notiamo pure che questo padrone, protagonista della parabola, esce
successivamente a diverse ore, presentandosi più volte sulla
piazza nel corso della giornata. Dopo l'alba si presenta alle nove
del mattino, poi a mezzogiorno, poi alle tre del pomeriggio e poi
alle cinque. Gesù non descrive questo padrone come un uomo
che circola continuamente sulla piazza, come se fosse a continua disposizione
di coloro che lo cercano; nessuno dei potenziali operai può
insomma incontrarlo quando vuole. Il Dio di Gesù Cristo non
si può incontrare quando si vuole, perché è Lui
che si lascia incontrare nei tempi di grazia da Lui stesso predisposti
per ogni uomo; per questo il padrone della vigna non è sulla
piazza continuamente. Il Dio di Gesù Cristo dispone dei tempi
di grazia e si lascia trovare dall'uomo solo quando vuole Lui. Questo
è il senso teologico della presenza discontinua sulla piazza
del mondo del padrone della vigna. La presenza del padrone non è
dunque stabile né prevedibile: passa quando dice lui, e invita
quelli che vuole a seguirlo. Così, uno dopo l'altro gli esseri
umani entrano nella sua Alleanza, diventando collaboratori di Lui
nella realizzazione del disegno di salvezza. Questo è un insegnamento
fondamentale che nei vangeli incontriamo ripetutamente: non è
un caso che nel vangelo Cristo è descritto sempre nell'atto
di passare, mai nell'atto di fermarsi in un luogo e risiedervi. Cristo
è la grazia itinerante, è il passaggio continuo dell'Amore
su questa terra, un passaggio che appunto va colto nel momento opportuno;
nei racconti evangelici incontrano l'Amore e la Salvezza quelli che
l'afferrano al momento del suo passaggio nella loro vita. Soprattutto
il vangelo di Luca ci presenta un Cristo sempre in movimento; la grazia
itinerante sarà presa e accolta, da coloro che, nel momento
in cui passa, si dispongono a riceverla; così il cieco di Gerico,
così Zaccheo, figure altamente rappresentative di tutti coloro
che non si lasciano passare Cristo sotto il naso per poi farselo sfuggire,
con il rischio che la grazia di Dio passi invano. E chi potrà
prevedere quando essa tornerà? Certo è che non sarà
possibile afferrarla in un tempo in cui Dio stesso non si lasci prendere.
Probabilmente è proprio questo il senso delle parole di Agostino
d'Ippona quando parlando di un suo particolare timore dice: Timeo
Dominum transeuntem, ossia "Ho paura del Signore che passa".
Il fatto che in certe circostanze della vita Cristo ci passa vicino,
e la possibilità non remota che questo passaggio sia vanificato
dalla nostra cattiva risposta, costituiva il timore di Agostino. Un
timore certamente giustificato dalla grandezza di ciò che si
perde qualora questo passaggio fosse vano. Infatti, il padrone della
parabola, che esce a cercare lavoratori per la sua vigna (figura della
Chiesa), non è continuamente a disposizione di tutti. Il testo
di Isaia 55 riporta un oracolo che potrebbe meravigliare i fautori
del cristianesimo buonista i quali attribuiscono anche a Dio il proprio
atteggiamento di superficialità: "Cercate il Signore,
mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino" (Is
55,6). Vi sono tempi in cui scade la possibilità di incontrare
Dio così come per Gerusalemme scade il tempo della grazia prima
che Cristo fisicamente sia eliminato. Le parole pronunciate da Cristo
in quell'occasione suonano come una profezia terribilmente attuale:
"Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della
pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi" (Lc 19,42). Il
fatto che gli operai dell'ultima ora aderiscono, e che questa loro
adesione li equipara a coloro che hanno aderito fin dall'inizio, ci
dà possibilità di una speranza per la quale se anche
avvenisse di accogliere la grazia che passa all'ultima ora del nostro
giorno, il tempo precedente non è perduto. Il tempo nelle mani
di Dio ha un valore che è Lui stesso stabilisce. Così
il ladro che muore accanto a Cristo va in paradiso con Lui come se
avesse servito Dio tutta la vita. Il passato non è perduto
ma è misteriosamente recuperato in un atto di fede perfetta:
"Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno" (Lc 23,42).
Così gli operai della ultima ora ricevono la stessa retribuzione
di coloro che lo avevano servito dalla prima ora. Il passaggio del
Signore va temuto solo se lo sciupiamo ma se siamo capaci di afferrarlo,
anche all'ultima possibilità che ci viene data prima di morire,
entriamo nell'anno giubilare, nel tempo della grazia che non finisce
più. Gli operai dell'ultima ora
C'è qui un particolare che va notato a proposito degli operai
chiamati alle cinque: "Uscito verso le cinque ne vide altri che
se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui
tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha
presi a giornata". Questa risposta degli operai dell'ultima ora
allude sia alla divina convalida delle opere umane (le opere buone
non sono valide in se stesse, ma in quanto Cristo le convalida dinanzi
al Padre), sia alla responsabilità della Chiesa e della comunità
cristiana. Il senso della domanda "perché ve ne state
qui oziosi", è molto chiaro: per il Signore sono oziosi
tutti quelli che non vivono con Lui e per Lui; tutti quelli che non
lavorano per Lui, anche se fanno molte cose buone, è come se
perdessero tempo, come se fossero oziosi per tutto il giorno (Mt 12,30).
Le opere anche eroiche, e umanamente molto meritorie, ma compiute
senza di Lui, non possono avere alcun valore. E' infatti Cristo che
convalida le nostre opere. Per questa ragione, tutte le opere compiute
fuori di Lui rischiano di non potersi inserire nei dinamismi della
salvezza. I salmi sono eloquenti anche sotto questo aspetto: "Invano
faticano i costruttori, se la casa non è costruita dal Signore"
(Sal 127,1). Ma in modo ancora più radicale un altro salmo
dice: "Invano andate tardi riposare e invano vi alzate di buon
mattino. Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno" (Sal
127,2). Non contribuire alla storia di Dio con la propria vita è
lo stesso che essere oziosi. Tuttavia, la risposta degli operai delle
cinque lascia intravedere anche una possibile responsabilità
della comunità cristiana: "Nessuno ci ha presi a giornata".
Dietro queste parole forse c'è il vuoto di una testimonianza
cristiana talvolta incapace di attirare, di far percepire con una
vita pienamente trasparente il fascino e l'innamoramento di quella
vita vissuta in Dio. "Nessuno ci ha presi a giornata": questi
operai non sono degli scansafatiche; avrebbero desiderato impegnarsi
nel lavoro, ma nessuno li ha coinvolti in un progetto, per il quale
valesse la pena di faticare. Dietro questi operai dell'ultima ora
si nascondono forse tutti gli uomini di buona volontà, ai quali
la cattiva testimonianza di quelli che si professano cristiani ha
impedito di arrivare alla fede, costringendoli a un itinerario di
ricerca di Dio più lungo e più sofferto. Ma anche questi,
nonostante l'ora tarda delle cinque del pomeriggio, mentre ormai la
loro giornata terrena sta per concludersi, vengono integrati tra gi
altri operai e anch'essi ottengono il loro posto nel lavoro della
vigna. Alla fine della giornata vengono retribuiti dal datore di lavoro.
Qui comincia a svelarsi ancora un altro aspetto dell'alleanza di Dio
con l'uomo.
Il tempo della retribuzione
"Quando fu sera il padrone della vigna disse al suo fattore:
Chiama gli operai e dà loro la paga". Nel momento in cui
ha inizio la retribuzione degli operai, sembra, agli occhi dei primi,
che si compia un atto di ingiustizia. Indubbiamente, il gesto del
padrone è piuttosto singolare e ha bisogno di essere spiegato:
come è possibile che poche ore di lavoro possano essere valutate
da lui allo stesso modo di una intera giornata lavorativa? Dietro
la scelta retributiva del datore di lavoro, si cela il criterio del
giudizio di Dio sulle azioni umane, un criterio che è molto
diverso dalle proporzioni matematiche che noi siamo soliti mettere
in gioco quando si tratta di valutare noi stessi, o gli altri, in
ciò che abbiamo fatto o non abbiamo fatto. La logica matematica,
insita nelle parole di rimprovero che gli operai della prima ora rivolgono
al loro padrone, e cioè una mancanza di proporzione fra il
lavoro svolto e la retribuzione ricevuta, svela il punto di vista
delle aspettative umane. Evidentemente, però, dal punto di
vista di Dio il criterio per valutare la vita cristiana non è
desunto dalle proporzioni matematiche e non tiene conto delle quantità;
anche una sola giornata, o un'ora sola passata al suo servizio con
una grande intensità di amore, potrebbe avere, agli occhi di
Dio, lo stesso valore - se non addirittura un valore maggiore - di
una vita intera spesa per Lui ma tiepidamente. Dal punto di vista
di Dio le cose stanno certamente così, e il vangelo di Luca
come abbiamo visto ce ne offre una testimonianza concreta nella persona
del ladrone che muore accanto a Cristo e che tuttavia, privo di opere
buone com'è, ma avendo amato Cristo con grande intensità
nelle brevi ore della sua agonia, in quello stesso momento egli viene
accolto in Paradiso presso Dio, come se lo avesse servito per una
vita intera. La logica matematica delle quantità e delle proporzioni
vale solo per le cose di quaggiù e non funziona più
con i misteri del Regno né si adatta al criterio di giudizio
che Dio applica verso di noi. La quantità di tempo spesa al
suo servizio vale molto solo per noi, ma per il Signore i nostri gesti
acquistano valore a partire dai contenuti del cuore, a partire dalla
qualità della nostra amicizia con Lui e dall'intensità
d'amore di cui siamo capaci nel servirlo. Infatti, il rimprovero che
gli operai della prima ora rivolgono al padrone della vigna nasconde
proprio questa caratteristica di grande significato: Hanno lavorato
tutta la giornata per lui, certo, ma è chiaro che non hanno
amato il loro padrone; tant'è vero che lo rimproverano di non
riconoscere i loro meriti, giudicano i suoi decreti e la sua maniera
di disporre le circostanze della vita quotidiana pensando di essere
penalizzati da Lui, sono sospettosi, mormorano contro di lui e gli
rinfacciano un criterio di retribuzione che per loro è del
tutto squilibrato. Essi sono perciò il simbolo di tutti coloro
che hanno lavorato tutta la vita per il Signore, nella Chiesa, nella
pastorale o nel volontariato, ma non lo hanno mai amato veramente.
Il loro servizio era perciò in funzione di quella paga precedentemente
pattuita. E qui ci chiediamo: Perché in questa parabola Gesù
fa riferimento alla retribuzione concordata all'inizio solo con i
primi? Per quale motivo gli operai che vengono presi dopo, sono presi
senza una paga ben determinata? Essi semplicemente si fidano di colui
che dice: "Quello che è giusto ve lo darò!".
E' ovvio che anche questo particolare è funzionale a una migliore
comprensione dell'esito del racconto. Gli altri operai che lavorano
per lui, e che iniziano a metà giornata, senza la promessa
di una precisa retribuzione, rispetto ai primi hanno questa caratteristica
peculiare: si fidano del loro datore di lavoro. La fiducia dà
un particolare colore e una particolare bellezza al servizio; al contrario
la sfiducia toglie valore e qualità al nostro servizio di Dio.
Quelli che cominciano all'alba, lavorano invece con un animo diverso,
che poi si manifesterà esplodendo nella ribellione aperta.
Soltanto alla fine, cioè al momento della retribuzione, diviene
chiaro il disinteresse di quelli che hanno iniziato a lavorare nelle
ore successive. Questa disposizione d'animo carica d'amore quel servizio
che i primi hanno fatto soltanto come lavoratori dipendenti; in sostanza,
questi operai presi successivamente aggiungono al loro servizio un
carattere più profondamente umano, fatto di fiducia verso il
datore di lavoro. Fuori dalla metafora, l'intensità d'amore
con cui essi lavorano nell'ultima parte della giornata, riempie di
valore una fatica che, quantitativamente è breve, ma qualitativamente
supera un lungo servizio fatto senza amore. Questa intensità
d'amore arricchisce quell'ultima ora di lavoro come se fosse una giornata
intera. Dall'altro lato, anche se il padrone offre la stessa paga
agli operai dell'ultima ora, non per questo tale generosità
è ingiusta, come vorrebbero far capire gli scontenti della
prima ora: "il padrone rispondendo a uno di loro, disse: Amico,
io non ti faccio torto, non posso fare delle mie cose quello che voglio?".
Il criterio del giudizio di Dio armonizza sempre i due poli inseparabili
della Misericordia e della Giustizia. Dio non è mai misericordioso
in modo da essere ingiusto, né mai giusto in modo tale da essere
inflessibile. Egli agisce sempre con generosità, mai però
contro la giustizia. Gli operai della prima ora vengono retribuiti
secondo la somma pattuita, pur per un lavoro fatto senza amore, e
perciò cattiva qualità agli occhi del padrone; essi
vengono retribuiti con giustizia, così come coloro che hanno
lavorato amando, fidandosi del loro datore di lavoro e senza giudicarlo,
vengono retribuiti con una generosità che non danneggia nessuno.
Dal punto di vista di Dio quello che allora conta, è questo:
Non la quantità di opere fatte al suo servizio, né la
durata di tempo, bensì l'amore con cui si serve Dio e il prossimo.
Anche un minuto, in questa prospettiva che dà il primato alla
qualità e non alla quantità, diventa prezioso come una
vita intera. I libri sapienziali, del resto, si muovono pure in questa
stessa direzione: la sapienza non consiste in una vita lunga, perché
si può arrivare anche alla vecchiaia vivendo da stolti. La
sapienza consiste invece in un'illuminazione derivante dall'amore,
perché è proprio da questo canale che Dio si comunica
a noi e conferisce valore e significato a tutte le nostre opere, anche
le più piccole, anche quelle che sono compiute solo alla fine
della nostra giornata terrena.
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