"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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"1Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna. 2Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. 5Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? 7Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. 8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest'ultimo quanto a te. 15Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? 16Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi" (Matteo 20,1-16)
La conoscenza di Dio ha il primato sulle opere
Il testo della parabola comincia così: "Il Regno dei cieli è simile ad un padrone di casa". Questa espressione contiene già un significato che non deve sfuggire al lettore attento. Il mistero del regno dei cieli non è paragonato ad una situazione, a un fatto o a una circostanza: il regno dei cieli è paragonato ad una Persona. Il regno dei cieli è infatti una PERSONA. Il regno dei cieli è dunque simile a "un padrone di casa". In riferimento ai misteri del Regno che ci vengono rivelati, Cristo non fa mai leva, come prima istanza, sulle cose da fare e neppure sui decreti della volontà di Dio. Il regno dei cieli, nell'insegnamento di Gesù, non è simile a una lista di cose da fare per andare d'accordo con Dio. Certo, Dio si aspetta da noi anche delle scelte concrete e delle realizzazioni quotidiane, ma in primo luogo, e soprattutto, esige di essere conosciuto e amato al di sopra di tutto e di tutti. Le opere particolari vengono dopo. E' dunque innanzitutto la sua Persona che ci chiama ad un incontro, a un dialogo intersoggettivo.
L'uscita all'alba
Il regno dei cieli è simile a un padrone che esce di casa per cercare operai. Questo padrone di casa è descritto nell'atto di uscire all'alba, e non durante la notte. L'azione di Dio non è mai un'azione assimilabile alle tenebre; essa è sempre produttrice di luce, manifestandosi in concomitanza del sorgere dell'alba, come il Cristo risorto che compare sulla riva del lago di Tiberiade, nel capitolo 21 di Giovanni: lo vedono in piedi sulla riva all'alba, con le prime luci dell'aurora. In ciò si coglie anche un criterio di discernimento che ci viene dato per non confondere l'opera di Dio con quella del suo nemico. L'opera del padrone di casa (che è figura di Dio) che inizia con le prime luci dell'alba riveste anche un altro significato: Dio agisce in modo graduale e progressivo nella nostra vita, come la luce del giorno che cresce di intensità a poco a poco. Egli ci conduce alla santità facendoci passare sapientemente dal meno al più. Non ci chiede subito quel che non siamo ancora in grado di dargli, ma pretende giustamente di più in proporzione al molto che ci dà lungo il cammino. Per questo il libro dei Proverbi si esprime in questi termini: "La strada dei giusti è come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio" (4,18).Il regno dei cieli è dunque simile a un padrone uscito di casa all'alba. La parabola non comincia dicendo che uscì a mezzogiorno, appunto perché la grazia di Dio nella nostra vita non è come una luce improvvisa e folgorante che ci acceca, ma una illuminazione graduale, così come il nostro cammino di santità non è una trasformazione rapida della nostra persona ma è un'opera che comincia all'alba e come la luce dell'aurora cresce gradualmente fino a quando diventa intensa e forte. La santità somiglia al sole che splende in tutta la sua potenza, ma anche essa, come il sole, sorge a poco a poco. Il padrone di casa esce all'alba, la sua opera comincia con le prime luci dell'aurora ma non si ferma lì e prosegue alle nove del mattino, poi a mezzogiorno, poi alle tre, poi alle cinque del pomeriggio. L'azione di Dio non possiamo perciò confonderla con quella del suo nemico. Il nemico agisce nell'ombra. L'azione di Dio invece è luce e il suo risultato è luce. Gesù continua dicendo che questo padrone di casa, che esce all'alba, ha uno scopo ben preciso: prendere lavoratori per la sua vigna. In questo senso cogliamo un carattere essenziale del Dio di Gesù Cristo. E' un Dio che associa a sé l'uomo nelle proprie opere, e per questo coloro che sono soliti scansare fatiche e sacrifici risultano inadatti al regno di Dio.

La ricerca degli operai
Il padrone di casa che esce per prendere dei lavoratori; non va dunque alla ricerca di chiunque, ma soltanto di coloro che sono idonei a diventare suoi collaboratori nell'edificazione del suo regno. Vale a dire: uomini disposti alla fatica, gente che non sfugge la sofferenza, che non cerca continuamente la via più breve o le soluzioni più semplici e meno impegnative. Il fatto che Dio cerchi dei lavoratori per la sua vigna ci fa interrogare anche sul cosa significhi essere lavoratori di Dio. Bisogna stare ben attenti a non compiere l'errore di Davide che pensava di dover servire Dio costruendo un tempio per Lui. Ma il Signore nella notte rivolge la sua Parola a Natan: "Va' e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché vi abiti?… Una casa farà a te il Signore" (2 Sam 7,5.11). Davide si pone davanti a Lui con l'idea di lavorare per Lui compiendo delle cose; non così la vergine Maria. La risposta di Maria, all'angelo che le annunciava la divina maternità, contiene l'esatto punto di vista circa il senso del servire Dio: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38) . Essere serva del Signore per Maria non significa fare qualcosa per Dio ma lasciarlo libero di agire nella propria vita così come Lui vuole. Il servizio di Maria nei confronti di Dio è tutto qui e di fatto non c'è altro da fare perché chi ha dato a Dio lo spazio assoluto di fare della propria vita quello che gli pare non può fare niente di più, ha già toccato il vertice dell'amore. Nello stesso versetto si dice che il padrone uscì per prendere lavoratori "a giornata". Questa espressione cronologica allude ad almeno due cose. La prima: collaborare col Dio vivente significa accettare di lasciare il domani nelle sue mani. Con Lui si lavora sempre "a giornata", nel senso che Egli suole fornire al cristiano tutto quello che gli serve per "l'oggi", esigendo fiducia incondizionata per ciò che sarà il domani. Infatti la preghiera insegnataci da Gesù ci fa chiedere a Dio appunto il pane "quotidiano", ossia la risorsa dell'oggi, ma non quella per domani. Il nostro coinvolgimento nel disegno di Do e nella sua storia non ci rende mai consapevoli di ciò che sarà domani. Noi siamo chiamati a lavorare oggi e soltanto nell'oggi abbiamo tutta la luce necessaria per compiere quello che Dio ci chiede. Cristo stesso nel vangelo di Matteo dice ai suoi discepoli: "Ad ogni giorno basta la sua pena" (Mt 6,34). Tutto ciò che il discepolo ha al suo attivo e tutte le sue risorse, sono concentrate nell'oggi. In un insegnamento dei Padri del deserto si narra di un giovane monaco che, tormentato dal pensiero della morte, si reca da un anziano per chiedergli come fare per superare la propria paura della morte. L'anziano gli risponde che la soluzione è semplice e consiste nel prepararsi al momento della morte fin dal giorno prima. Alla domanda del giovane che chiedeva come fare a sapere quale fosse il giorno prima, l'anziano risponde che occorre vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, ponendo tutte le energie in ogni istante. Infatti, avendo vissuto con intensità ogni istante della giornata si può andare incontro a Cristo senza rimpianti. C'è poi un secondo significato: questa giornata di cui qui si parla è anche il modo evangelico di pensare alla nostra vita terrena. Essa non è la vita definitiva: è solo la prima fase della nostra esistenza, la fase transitoria, ossia una vita che somiglia a un giorno che passa rapido. Una giornata è il simbolo del tempo che intercorre tra nascita e la morte, un tempo rapidissimo, se guardato dal punto di vista dell'eternità, anche se può durare molti anni, calcolati col calendario della Terra. Il cristiano non perde mai di vista quest'aspetto della vita terrena, dove non c'è mai nulla di definitivo, dove tutto scorre via rapidamente e dove l'unica sapienza è quella di non sciupare questo tempo breve di una giornata, durante la quale abbiamo la preziosa possibilità di scegliere di lavorare con Lui e per Lui, o di seguire le nostre strade. Se non facciamo la scelta della via più breve, ossia la scelta di fuggire la fatica e il sacrificio, Dio ci associa alla sua opera e sviluppa nel tempo la sua storia con noi. Una volta scelti i collaboratori, il padrone si accorda con loro per un denaro al giorno. C'è dunque una retribuzione concordata fin dall'inizio con gli operai della prima ora. Significativamente, i successivi operai vengono assoldati, ma senza alcun accordo circa la loro retribuzione. La condizione di questi operai successivi differisce da quelli della prima ora, perché essi, a differenza degli altri, si trovano nella condizione di doversi fidare della generosità del padrone, non sapendo in anticipo come li tratterà. Su questo elemento della fiducia dovremo tornare nel contesto del pagamento degli operai alla fine della giornata lavorativa.
L'uscita a determinate ore
Notiamo pure che questo padrone, protagonista della parabola, esce successivamente a diverse ore, presentandosi più volte sulla piazza nel corso della giornata. Dopo l'alba si presenta alle nove del mattino, poi a mezzogiorno, poi alle tre del pomeriggio e poi alle cinque. Gesù non descrive questo padrone come un uomo che circola continuamente sulla piazza, come se fosse a continua disposizione di coloro che lo cercano; nessuno dei potenziali operai può insomma incontrarlo quando vuole. Il Dio di Gesù Cristo non si può incontrare quando si vuole, perché è Lui che si lascia incontrare nei tempi di grazia da Lui stesso predisposti per ogni uomo; per questo il padrone della vigna non è sulla piazza continuamente. Il Dio di Gesù Cristo dispone dei tempi di grazia e si lascia trovare dall'uomo solo quando vuole Lui. Questo è il senso teologico della presenza discontinua sulla piazza del mondo del padrone della vigna. La presenza del padrone non è dunque stabile né prevedibile: passa quando dice lui, e invita quelli che vuole a seguirlo. Così, uno dopo l'altro gli esseri umani entrano nella sua Alleanza, diventando collaboratori di Lui nella realizzazione del disegno di salvezza. Questo è un insegnamento fondamentale che nei vangeli incontriamo ripetutamente: non è un caso che nel vangelo Cristo è descritto sempre nell'atto di passare, mai nell'atto di fermarsi in un luogo e risiedervi. Cristo è la grazia itinerante, è il passaggio continuo dell'Amore su questa terra, un passaggio che appunto va colto nel momento opportuno; nei racconti evangelici incontrano l'Amore e la Salvezza quelli che l'afferrano al momento del suo passaggio nella loro vita. Soprattutto il vangelo di Luca ci presenta un Cristo sempre in movimento; la grazia itinerante sarà presa e accolta, da coloro che, nel momento in cui passa, si dispongono a riceverla; così il cieco di Gerico, così Zaccheo, figure altamente rappresentative di tutti coloro che non si lasciano passare Cristo sotto il naso per poi farselo sfuggire, con il rischio che la grazia di Dio passi invano. E chi potrà prevedere quando essa tornerà? Certo è che non sarà possibile afferrarla in un tempo in cui Dio stesso non si lasci prendere. Probabilmente è proprio questo il senso delle parole di Agostino d'Ippona quando parlando di un suo particolare timore dice: Timeo Dominum transeuntem, ossia "Ho paura del Signore che passa". Il fatto che in certe circostanze della vita Cristo ci passa vicino, e la possibilità non remota che questo passaggio sia vanificato dalla nostra cattiva risposta, costituiva il timore di Agostino. Un timore certamente giustificato dalla grandezza di ciò che si perde qualora questo passaggio fosse vano. Infatti, il padrone della parabola, che esce a cercare lavoratori per la sua vigna (figura della Chiesa), non è continuamente a disposizione di tutti. Il testo di Isaia 55 riporta un oracolo che potrebbe meravigliare i fautori del cristianesimo buonista i quali attribuiscono anche a Dio il proprio atteggiamento di superficialità: "Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino" (Is 55,6). Vi sono tempi in cui scade la possibilità di incontrare Dio così come per Gerusalemme scade il tempo della grazia prima che Cristo fisicamente sia eliminato. Le parole pronunciate da Cristo in quell'occasione suonano come una profezia terribilmente attuale: "Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi" (Lc 19,42). Il fatto che gli operai dell'ultima ora aderiscono, e che questa loro adesione li equipara a coloro che hanno aderito fin dall'inizio, ci dà possibilità di una speranza per la quale se anche avvenisse di accogliere la grazia che passa all'ultima ora del nostro giorno, il tempo precedente non è perduto. Il tempo nelle mani di Dio ha un valore che è Lui stesso stabilisce. Così il ladro che muore accanto a Cristo va in paradiso con Lui come se avesse servito Dio tutta la vita. Il passato non è perduto ma è misteriosamente recuperato in un atto di fede perfetta: "Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno" (Lc 23,42). Così gli operai della ultima ora ricevono la stessa retribuzione di coloro che lo avevano servito dalla prima ora. Il passaggio del Signore va temuto solo se lo sciupiamo ma se siamo capaci di afferrarlo, anche all'ultima possibilità che ci viene data prima di morire, entriamo nell'anno giubilare, nel tempo della grazia che non finisce più. Gli operai dell'ultima ora
C'è qui un particolare che va notato a proposito degli operai chiamati alle cinque: "Uscito verso le cinque ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata". Questa risposta degli operai dell'ultima ora allude sia alla divina convalida delle opere umane (le opere buone non sono valide in se stesse, ma in quanto Cristo le convalida dinanzi al Padre), sia alla responsabilità della Chiesa e della comunità cristiana. Il senso della domanda "perché ve ne state qui oziosi", è molto chiaro: per il Signore sono oziosi tutti quelli che non vivono con Lui e per Lui; tutti quelli che non lavorano per Lui, anche se fanno molte cose buone, è come se perdessero tempo, come se fossero oziosi per tutto il giorno (Mt 12,30). Le opere anche eroiche, e umanamente molto meritorie, ma compiute senza di Lui, non possono avere alcun valore. E' infatti Cristo che convalida le nostre opere. Per questa ragione, tutte le opere compiute fuori di Lui rischiano di non potersi inserire nei dinamismi della salvezza. I salmi sono eloquenti anche sotto questo aspetto: "Invano faticano i costruttori, se la casa non è costruita dal Signore" (Sal 127,1). Ma in modo ancora più radicale un altro salmo dice: "Invano andate tardi riposare e invano vi alzate di buon mattino. Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno" (Sal 127,2). Non contribuire alla storia di Dio con la propria vita è lo stesso che essere oziosi. Tuttavia, la risposta degli operai delle cinque lascia intravedere anche una possibile responsabilità della comunità cristiana: "Nessuno ci ha presi a giornata". Dietro queste parole forse c'è il vuoto di una testimonianza cristiana talvolta incapace di attirare, di far percepire con una vita pienamente trasparente il fascino e l'innamoramento di quella vita vissuta in Dio. "Nessuno ci ha presi a giornata": questi operai non sono degli scansafatiche; avrebbero desiderato impegnarsi nel lavoro, ma nessuno li ha coinvolti in un progetto, per il quale valesse la pena di faticare. Dietro questi operai dell'ultima ora si nascondono forse tutti gli uomini di buona volontà, ai quali la cattiva testimonianza di quelli che si professano cristiani ha impedito di arrivare alla fede, costringendoli a un itinerario di ricerca di Dio più lungo e più sofferto. Ma anche questi, nonostante l'ora tarda delle cinque del pomeriggio, mentre ormai la loro giornata terrena sta per concludersi, vengono integrati tra gi altri operai e anch'essi ottengono il loro posto nel lavoro della vigna. Alla fine della giornata vengono retribuiti dal datore di lavoro. Qui comincia a svelarsi ancora un altro aspetto dell'alleanza di Dio con l'uomo.
Il tempo della retribuzione
"Quando fu sera il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga". Nel momento in cui ha inizio la retribuzione degli operai, sembra, agli occhi dei primi, che si compia un atto di ingiustizia. Indubbiamente, il gesto del padrone è piuttosto singolare e ha bisogno di essere spiegato: come è possibile che poche ore di lavoro possano essere valutate da lui allo stesso modo di una intera giornata lavorativa? Dietro la scelta retributiva del datore di lavoro, si cela il criterio del giudizio di Dio sulle azioni umane, un criterio che è molto diverso dalle proporzioni matematiche che noi siamo soliti mettere in gioco quando si tratta di valutare noi stessi, o gli altri, in ciò che abbiamo fatto o non abbiamo fatto. La logica matematica, insita nelle parole di rimprovero che gli operai della prima ora rivolgono al loro padrone, e cioè una mancanza di proporzione fra il lavoro svolto e la retribuzione ricevuta, svela il punto di vista delle aspettative umane. Evidentemente, però, dal punto di vista di Dio il criterio per valutare la vita cristiana non è desunto dalle proporzioni matematiche e non tiene conto delle quantità; anche una sola giornata, o un'ora sola passata al suo servizio con una grande intensità di amore, potrebbe avere, agli occhi di Dio, lo stesso valore - se non addirittura un valore maggiore - di una vita intera spesa per Lui ma tiepidamente. Dal punto di vista di Dio le cose stanno certamente così, e il vangelo di Luca come abbiamo visto ce ne offre una testimonianza concreta nella persona del ladrone che muore accanto a Cristo e che tuttavia, privo di opere buone com'è, ma avendo amato Cristo con grande intensità nelle brevi ore della sua agonia, in quello stesso momento egli viene accolto in Paradiso presso Dio, come se lo avesse servito per una vita intera. La logica matematica delle quantità e delle proporzioni vale solo per le cose di quaggiù e non funziona più con i misteri del Regno né si adatta al criterio di giudizio che Dio applica verso di noi. La quantità di tempo spesa al suo servizio vale molto solo per noi, ma per il Signore i nostri gesti acquistano valore a partire dai contenuti del cuore, a partire dalla qualità della nostra amicizia con Lui e dall'intensità d'amore di cui siamo capaci nel servirlo. Infatti, il rimprovero che gli operai della prima ora rivolgono al padrone della vigna nasconde proprio questa caratteristica di grande significato: Hanno lavorato tutta la giornata per lui, certo, ma è chiaro che non hanno amato il loro padrone; tant'è vero che lo rimproverano di non riconoscere i loro meriti, giudicano i suoi decreti e la sua maniera di disporre le circostanze della vita quotidiana pensando di essere penalizzati da Lui, sono sospettosi, mormorano contro di lui e gli rinfacciano un criterio di retribuzione che per loro è del tutto squilibrato. Essi sono perciò il simbolo di tutti coloro che hanno lavorato tutta la vita per il Signore, nella Chiesa, nella pastorale o nel volontariato, ma non lo hanno mai amato veramente. Il loro servizio era perciò in funzione di quella paga precedentemente pattuita. E qui ci chiediamo: Perché in questa parabola Gesù fa riferimento alla retribuzione concordata all'inizio solo con i primi? Per quale motivo gli operai che vengono presi dopo, sono presi senza una paga ben determinata? Essi semplicemente si fidano di colui che dice: "Quello che è giusto ve lo darò!". E' ovvio che anche questo particolare è funzionale a una migliore comprensione dell'esito del racconto. Gli altri operai che lavorano per lui, e che iniziano a metà giornata, senza la promessa di una precisa retribuzione, rispetto ai primi hanno questa caratteristica peculiare: si fidano del loro datore di lavoro. La fiducia dà un particolare colore e una particolare bellezza al servizio; al contrario la sfiducia toglie valore e qualità al nostro servizio di Dio. Quelli che cominciano all'alba, lavorano invece con un animo diverso, che poi si manifesterà esplodendo nella ribellione aperta. Soltanto alla fine, cioè al momento della retribuzione, diviene chiaro il disinteresse di quelli che hanno iniziato a lavorare nelle ore successive. Questa disposizione d'animo carica d'amore quel servizio che i primi hanno fatto soltanto come lavoratori dipendenti; in sostanza, questi operai presi successivamente aggiungono al loro servizio un carattere più profondamente umano, fatto di fiducia verso il datore di lavoro. Fuori dalla metafora, l'intensità d'amore con cui essi lavorano nell'ultima parte della giornata, riempie di valore una fatica che, quantitativamente è breve, ma qualitativamente supera un lungo servizio fatto senza amore. Questa intensità d'amore arricchisce quell'ultima ora di lavoro come se fosse una giornata intera. Dall'altro lato, anche se il padrone offre la stessa paga agli operai dell'ultima ora, non per questo tale generosità è ingiusta, come vorrebbero far capire gli scontenti della prima ora: "il padrone rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto, non posso fare delle mie cose quello che voglio?". Il criterio del giudizio di Dio armonizza sempre i due poli inseparabili della Misericordia e della Giustizia. Dio non è mai misericordioso in modo da essere ingiusto, né mai giusto in modo tale da essere inflessibile. Egli agisce sempre con generosità, mai però contro la giustizia. Gli operai della prima ora vengono retribuiti secondo la somma pattuita, pur per un lavoro fatto senza amore, e perciò cattiva qualità agli occhi del padrone; essi vengono retribuiti con giustizia, così come coloro che hanno lavorato amando, fidandosi del loro datore di lavoro e senza giudicarlo, vengono retribuiti con una generosità che non danneggia nessuno. Dal punto di vista di Dio quello che allora conta, è questo: Non la quantità di opere fatte al suo servizio, né la durata di tempo, bensì l'amore con cui si serve Dio e il prossimo. Anche un minuto, in questa prospettiva che dà il primato alla qualità e non alla quantità, diventa prezioso come una vita intera. I libri sapienziali, del resto, si muovono pure in questa stessa direzione: la sapienza non consiste in una vita lunga, perché si può arrivare anche alla vecchiaia vivendo da stolti. La sapienza consiste invece in un'illuminazione derivante dall'amore, perché è proprio da questo canale che Dio si comunica a noi e conferisce valore e significato a tutte le nostre opere, anche le più piccole, anche quelle che sono compiute solo alla fine della nostra giornata terrena.

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