"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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"E disse: Ecco il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda. Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: Perché parli loro in parabole? Egli rispose: Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani. Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono! Voi dunque intendete la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta" (Mt 13,3-23)
La Parola e il seme
La parabola del seminatore rappresenta una grande metafora dell'evangelizzazione e in modo particolare del rapporto dell'uomo con la Parola di Dio. Il primo punto che merita una certa attenzione è il paragone tra la Parola e il seme. Le similitudini evangeliche hanno una ragione e, talvolta, una profondità teologica nascosta nei misteri della natura. Il senso dell'accostamento "Parola-seme", è chiarito meglio da Marco che non da Matteo. In particolare, l'evangelista Marco riportando le parole di Cristo si esprime così: "Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché venuta la mietitura" (Mc 4,26-29).Questa ripresa del tema che troviamo in Marco, ma non in Matteo, ci dà un primo riferimento per la comprensione di questa metafora. La Parola somiglia al seme perché il seme ha dentro di se un'energia, una vita intrinseca che si sprigiona quando esso viene deposto nella terra fertile a prescindere da colui che l'ha deposta. Così il ministro della Parola depone la Parola nei cuori ed essa produce i frutti con la sua efficacia senza, che l'annunciatore possa più influire. E' proprio per questo che l'apostolo Paolo, trovandosi in carcere e ricordando alcuni che annunciano la Parola per motivi personali o di rivalità, si esprime in questi termini: "Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa. Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene" (Fil 1,15.18). Dall'altro lato però il seme ha anche un'altra caratteristica: non può svilupparsi se non trova un terreno adeguato. Se dal punto di vista di Dio la Parola è infallibile, dal punto di vista dell'uomo essa potrebbe fallire. Il motivo fondamentale per cui Cristo ha voluto paragonare la Parola al seme è legato quindi a questi due aspetti: l'aspetto dell'efficacia che la Parola possiede di suo, e l'aspetto dello sviluppo che è determinato dalle disposizioni di chi la riceve. Il fatto che la Parola sia paragonata al seme e non al frutto ci dice ancora un'altra cosa. Il Signore non sembra disposto a offrirci la sua grazia in una maniera completa. Tutti i suoi doni hanno un carattere embrionale come quello del seme. Lo sviluppo verso la pienezza dei frutti, pertanto, in qualche maniera dipende da ciò che uno ci mette di suo. Infatti, mentre Marco sottolinea in modo particolare il carattere efficace della Parola, la prospettiva di Matteo sembra focalizzare maggiormente le disposizioni di chi riceve la Parola, disposizioni che vengono rappresentate dall'immagine della terra.

La terra e il cuore
La prima cosa che colpisce il lettore è che vengono considerati quattro tipi di terreno di cui soltanto uno ha la capacità di mutare in frutto ciò che il seme contiene in modo embrionale. Ciò vuol dire che l'evangelizzazione non raggiunge sempre i suoi effetti e incontra un terreno ostile tre volte su quattro. Dall'altro lato, guardando la terra buona, il Maestro non dice che essa porta sempre il massimo frutto. La Parola, infatti, soltanto una volta su quattro giunge a destinazione e quando vi giunge soltanto una volta su tre produce il cento per cento. Queste proporzioni, per un certo verso impressionanti, ci dicono che la santità piena è rarissima. Il terreno che porta frutto per il sessanta e per il trenta rappresenta quella condizione di risposta parziale in cui la persona non è così cattiva da andare all'inferno ma non è neanche così santa come Dio vorrebbe che fosse.
Le diverse disposizioni dell'uomo dinanzi alla Parola, vengono definite dalla parabola attraverso immagini simboliche che nel contesto biblico hanno un loro significato.Il v. 4 indica una prima condizione che soffoca la Parola: "Mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono". Il seme che cade sulla strada si deposita solo in superficie ma non penetra perché non trova spazio. Dietro questa immagine ci sembra di sentire l'eco di Giovanni 8,37: "So che siete stirpe di Adamo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia Parola non trova spazio in voi". Nel suo dialogo con i Giudei, Cristo percepisce che la sua Parola non trova spazio negli ascoltatori. Si potrebbe esemplificare in molti modi la mancanza di spazio della Parola, ma si potrebbe indicare la radice ultima che consiste nella pienezza di se stessi. Al v. 19, nella traduzione dei simboli, Cristo dice che quando la Parola non trova spazio non rimane affatto ma viene rubata: "Viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore". Il Maligno viene presentato in questa parabola come una presenza minacciosa che accompagna l'evangelizzazione e intercetta il seme della Parola per rubarlo, impedendogli di depositarsi e di germogliare nel cuore degli ascoltatori. Satana, infatti, raggiungerebbe un obiettivo scarso se volesse ostacolare solo gli evangelizzatori; in realtà lui sa bene che gli giova molto di più intervenire su coloro che ascoltano, derubandoli della grazia che la Parola porta con se quando viene accolta nella fede. Di fatto, questa azione di Satana non avviene soltanto quando la Parola non trova posto nel cuore umano, ma anche quando la Parola viene accolta con gioia occorre stare bene attenti a non lasciare spazi al Maligno che sta in agguato per depredare di tutto quanto il Signore dona ai suoi figli. Se le insidie di Satana sono sempre tendenzialmente in agguato, esse si addensano soprattutto nei momenti forti di incontro col Signore, quali i momenti di preghiera, di istruzione religiosa e le giornate di ritiro. Basta infatti molto poco a turbare la mente e impedire così l'ascolto profondo: una parola udita che crea un'alterazione dell'animo, un imprevisto, un impedimento, per essere derubati di quello che la Parola può depositare dentro di noi. La Parola, allora, non solo va accolta e meditata ma va anche custodita e difesa dagli uccelli predatori (qui vi è un riferimento ad Abramo che scacciava gli uccelli che scendevano sugli animali separati, cfr. Gen 15,11). Questa difesa della Parola è parte integrante del combattimento spirituale.La parabola prevede una seconda condizione che anch'essa è abortiva: "Un'altra parte cadde in un luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo" (v. 5). La Parola di Dio abortisce nel cuore di coloro per i quali la vita è uno sciopero continuo, dove tutto si vive in superficie, dove tutto serve per svagarsi, per ridere e per distrarsi. Nell'incontro con la Parola occorre imparare la meditazione, scendere nel profondo di sé, perché la Parola non manifesta i suoi significati in superficie. Non è un caso che nel medesimo capitolo 13, al v. 44, Matteo riporta un'altra similitudine tratta dalla natura che ha un certo implicito collegamento col v. 5 dove si fa menzione del terreno poco profondo: "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi pieno di gioia và, vende quello che ha e compra quel campo". Questo versetto indica un rapporto con la Parola che non si ferma alla superficie, ma che piuttosto compie un lavoro di scavo così come si fa per trovare un tesoro nascosto. Come avviene per la ricerca di un tesoro, lo scavo non sempre porta ad una scoperta immediata ma bisogna perseverare anche quando non si trova niente. Talvolta dinanzi alla Parola si può avere l'impressione di scavare senza trovare nulla; in questi casi occorre pazientare e continuare a scavare. In realtà il Signore prova così la nostra tempra. Il libro dei Proverbi paragona l'atteggiamento del saggio a uno che scava: "Figlio mio, se accoglierai le mie parole e conserverai con te i miei precetti, volgendo alla sapienza il tuo orecchio, se ricercherai la sapienza come si cerca l'argento e per essa scaverai come si scava per i tesori allora…" (Prv 2,1-4). Il rapporto con la Parola non è facile ma esige forza di volontà, uno scavo costante e instancabile, perché da essa si deve trarre il nutrimento della vita. Per contrasto, visto che del terreno buono non si dice nulla, si comprende che il seme porta frutto in un cuore che sa fermarsi, che sa scendere dentro di sé e meditare. La vita cristiana non può procedere verso gli stadi superiori senza la profondità della meditazione. Al v. 21 Cristo accosta la mancanza di profondità all'incostanza: "Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, ma non ha radice in se ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato". Colui che non è capace di meditazione è di conseguenza incostante, volubile, oscillante tra diverse possibilità senza essere mai capace di sceglierne una e di seguirla fino in fondo. La mancanza di meditazione impedisce alla Parola di radicarsi e la Parola rimane vittima delle debolezze umane. Infine c'è un'altra condizione abortiva rappresentata dalle spine che crescono soffocano la Parola: "Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto" (v. 22). Le spine che soffocano la Parola sono costituite da fatti, circostanze, preoccupazioni non necessarie sulla propria vita, ingigantimenti vari, un insufficiente abbandono del cuore alla volontà di Dio; tutte queste cose talvolta riescono a occupare lo spirito umano come inutili detriti trasportati da un fiume. A volte il bombardamento delle cose inutili, che soffocano la Parola, può derivare dall'insufficiente libertà nei confronti degli altri, i quali, con le loro parole ci turbano. I farisei in tono forse ingannevole riconoscono a Cristo una caratteristica reale che deve essere di ogni cristiano: "Noi sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno" (Mt 22,16). La condizione contraria a quella delle spine, si definisce come la libertà interiore di chi, in forza delle proprie scelte, procede dritto dinanzi a sé e non si turba mai per le parole, per i gesti, per le decisioni di quelli che gli vivono intorno. Il cristiano vive, decide e agisce sulla base dei valori della propria coscienza che sono sufficienti a dare la serenità dinanzi alla vita. Diversamente ci saranno tante piccole sudditanze o dipendenze che occupano lo spazio della interiorità umana e lo sottraggono alla signoria della Parola. Fino a quando tutti i signorotti non vengano abbattuti, la Parola non troverà il suo spazio adeguato. La conseguenza sarà l'aborto della vita nuova e della santità. L'inganno della ricchezza, invece, rappresenta la deviazione del cuore umano verso una gerarchia di valori non esatta che mette in prima posizione le realtà materiali o gli interessi personali. Un'altra indicazione sulla realtà della Parola e della sua efficacia è contenuta nei versetti intermedi tra la parabola e la sua traduzione simbolica ovvero nei versetti da 10 a 17. Il versetto 10 si apre con una distinzione implicita tra la posizione dei discepoli e quella delle folle che ascoltano la Parola di Cristo: "Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero:Perché parli loro in parabole?". Evidentemente la domanda presuppone una distinzione e lascia intendere che ai discepoli Cristo spiegava tutto. Infatti anche nel capitolo 13 di Matteo si dice che, quando Cristo lascia la folla ed entra in casa, i discepoli gli si accostano dicendo: "Spiegaci la parabola della zizzania nel campo" (v. 36). Tale immagine molto significativa fa leva ancora una volta sulla medesima distinzione. La risposta di Cristo all'osservazione dei discepoli è questa: "Per questo io parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono,e pur udendo non odono e non comprendono" (v. 13). Questa citazione di Isaia viene accompagnata da una premessa: "A voi è dato di conoscere i misteri del Regno dei cieli, ma a loro non è dato" (v. 11). Il significato di questa risposta del Maestro va cercato proprio nell'atteggiamento diverso dei dodici rispetto alla folla. Quando nel capitolo 13 di Matteo i discepoli entrano in casa e gli chiedono la spiegazione della parabola della zizzania, della folla si dice che rimane dov'è. Il Signore, insomma, vuole darci le sue ricchezze con infinita generosità, ma non è disposto a riversarcele addosso senza una ricerca di Lui, faticosa e costante, da parte nostra. Cristo parla in parabole per questo: per stimolare una ricerca più profonda della sua verità in quelli che sono già in cammino e per mettere in movimento coloro che sono ancora fermi.

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