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23A
proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare
i conti con i suoi servi. 24Incominciati i conti, gli fu presentato
uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25Non avendo però
costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto
lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così
il debito. 26Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore,
abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 27Impietositosi
del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il
debito. 28Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come
lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva:
Paga quel che devi! 29Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava
dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 30Ma
egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere,
fino a che non avesse pagato il debito.
31Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono
a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32Allora il padrone fece
chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato
tutto il debito perché mi hai pregato. 33Non dovevi forse anche
tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto
pietà di te? 34E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli
aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 35Così
anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete
di cuore al vostro fratello". ( Mt 18,23-35 )
Il senso della riconciliazione
cristiana
La parabola del servo spietato non ha paralleli negli altri Vangeli
e si trova solo nel capitolo 18 di Matteo, collocata in una particolare
posizione rispetto al contesto prossimo, agganciandosi al filo della
narrazione come un completamento della risposta data da Gesù
a Pietro, a proposito della domanda sul perdono: "Signore quante
volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me?"
(Mt 18,21); la risposta di Cristo suona così: "Fino a settanta
volte sette" (Mt 18,22), espressione semitica che indica una misura
illimitata. Nello stesso tempo, però, il carattere illimitato
di questa misura, ci lascia intravedere il vero significato della riconciliazione
cristiana, così come appunto Cristo la intende; in maniera discorsiva
potremmo definirla così: la riconciliazione non consiste in un
perdono singolo, offerto ad una singola offesa. Sarebbe riduttivo intendere
così, dal momento che Cristo risponde a Pietro indicando una
misura senza misura; non possiamo intendere allora il perdono cristiano
come un atto di riconciliazione offerto alla singola offesa. E' qualcosa
di più profondo e soprattutto di non episodico. Perdonare un'offesa
è un gesto episodico, in quanto si pone come atto singolo solo
perché esiste una singola offesa. Cristo non ci chiede solo di
perdonare le singole offese, ma di essere in primo luogo uomini di riconciliazione.
Il perdono cristiano coincide quindi con l'accettazione incondizionata
degli altri, in quanto il perdono illimitato, richiesto da Cristo ai
suoi discepoli, non è un perdono che si dà alla singola
offesa, bensì un perdono anteriore a ogni possibile offesa, che
consiste appunto nell'accettazione del prossimo nelle sue diversità,
nelle sue caratteristiche peculiari, nei suoi sbagli, nelle sue molteplici
forme di immaturità. Il senso profondo della riconciliazione
cristiana consiste allora nella capacità di perdonare al nostro
prossimo il peccato più grave che siamo soliti rimproverargli:
quello di non essere come noi lo vorremmo. L'accettazione incondizionata
degli altri è la misura senza misura indicata da Cristo a proposito
del perdono; sarebbe infatti troppo poco la disponibilità a perdonare
una sola offesa, o molte offese singolarmente prese, senza essere capaci
di accogliere la persona così come è: che riconciliazione
sarebbe? Accadrebbe come quelli che si ricordano infallibilmente dei
compleanni dei propri amici e parenti, e mandano sempre il biglietto
di auguri quando arriva la data della ricorrenza, e poi non riescono
a parlare con loro cinque minuti senza ferirli! In sintesi, la misura
senza misura del perdono non indica, dunque, la capacità di accogliere
e di perdonare una serie di sbagli intesi come singoli atti di offesa.
Il perdono cristiano, nella misura senza misura indicata da Cristo,
è l'accettazione incondizionata dell'altro, nelle sue diversità,
nei suoi sbagli, e negli aspetti di immaturità che si porta dentro
e che inevitabilmente feriscono; tutti gli aspetti, piccoli o grandi,
della nostra immaturità feriscono gli altri. La comunità
cristiana è una palestra di superamento di se stessi, proprio
perché tutti siamo in cammino; e in quegli aspetti che ancora
rimangono immaturi noi, in maniera più o meno forte, feriamo
coloro camminano accanto a noi. Per questo il tema della riconciliazione,
come abbiamo detto, non può riferirsi al perdono di una serie
di atti singoli, bensì all'accoglienza incondizionata dell'altro
così come è: questa è riconciliazione come la intende
il Maestro.Un altro motivo, che ci spinge ad intendere la riconciliazione
in questo senso, è il collegamento essenziale e necessario che
Cristo stabilisce nella parabola tra il giudizio di Dio e il giudizio
dell'uomo, lasciando intravedere il desiderio di Dio di essere imitato
nel suo amore imparziale, aperto ad accogliere l'uomo così come
è. Alla fine della lettera ai Romani, l'Apostolo Paolo esorta
la comunità cristiana ad imitare Cristo proprio in questo atteggiamento
di accoglienza, a partire dall'accoglienza personalmente sperimentata
presso di Lui: "Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo vi ha
accolto" (Rm 15,7). A partire dall'esperienza di perdono e di accoglienza,
che il cristiano sperimenta nel sentirsi amato da Dio, si fonda l'offerta
di un amore modellato su quello di Cristo. In sostanza, Cristo vuole
essere imitato, e vuole che nella comunità cristiana ciascuno
personifichi per gli altri questo amore incondizionato che Egli nutre
per ciascuno. La comunità cristiana è, infatti, quella
locanda, menzionata in un'altra parabola, dove viene portato il malcapitato
derubato dai ladri e raccolto dal buon samaritano. La comunità
cristiana è simboleggiata da quella locanda, perché in
essa ci deve essere qualcuno a cui il buon samaritano, che è
Cristo, possa dire: "Te lo affido, prenditene cura fino al mio
ritorno". Il carattere illimitato dell'accoglienza, che realizza
il significato più profondo della riconciliazione cristiana,
ha la sua radice imitativa nell'accoglienza di Cristo, che incondizionatamente
ha accolto ciascuno di noi nel suo Cuore senza sdegnarsi delle nostre
brutture.
La responsabilità imitativa
La parabola, al suo interno, in alcuni versetti chiave, ci permette
di cogliere altri aspetti integrativi dell'insegnamento di Gesù
sulla riconciliazione. Il versetto 23 ci riporta, intanto, ad un concetto
più volte incontrato. Non esiste la possibilità di una
giustizia personale, come non esiste alcun uomo che sia non bisognoso
del perdono di Dio: "
il regno dei cieli è simile a
un re che volle fare i conti con i suoi servi" (v. 23). Esso è
anche il versetto iniziale della parabola, il suo esordio, dove si descrive
il mistero del Regno sotto l'aspetto di un giudizio; si dice che il
re volle fare i conti con i suoi servi, ma non viene specificato che
egli faccia i conti solo con i servi che gli sono debitori; si tratta
di un'omissione di grande significato, che porta il lettore a identificare
la condizione di servo con la condizione del debitore. Essere servi
è dunque lo stesso che essere debitori, ossia essere uomini è
lo stesso che essere peccatori, e quindi necessariamente bisognosi del
perdono di Dio. "
il regno dei cieli è simile a un
re che volle fare i conti con i suoi servi": un'espressione senza
alcuna limitazione di significato, senza alcuna specificazione di categoria:
i servi, in quanto tali, sono in stato debitorio verso il loro padrone.
Partendo da questo presupposto, la prima affermazione teologica fondamentale
è questa: non esiste per alcun uomo una giustizia personale,
non c'è per nessuno la possibilità di ritenersi liberi
del bisogno di essere accolti e perdonati da Dio; ma nel momento in
cui questo si verifica, Dio vuole essere imitato e la riconciliazione
cristiana non si presenta in primo luogo come il desiderio di vivere
in pace con tutti, bensì come la volontà determinata di
imitare Dio. Cristo non ha presentato un'etica, l'insegnamento di Cristo
parte sempre dall'alto, e di conseguenza è nella radice divina
che si innestano tutte le scelte del cristiano. Anche il v. 23 parte
dall'alto, presentando il re nell'atto di decidere un incontro con i
suoi servi: l'iniziativa è sua, ed è sua anche l'autorità
del giudizio. Qui cogliamo un secondo aspetto della presentazione neotestamentaria
del Dio di Gesù Cristo: Egli è la misericordia, è
l'accoglienza incondizionata dell'uomo, ma è anche il giudice,
il rimuneratore, Colui che pronuncia una valutazione infallibile sull'esito
della vita terrena di ciascuno. Cristo dice che il Padre ha affidato
a Lui ogni autorità e ogni giudizio (cfr. Mt 28,18 e Gv 5,27)
e, nell'Apocalisse, il Cristo risorto dice al veggente: "Ecco Io
vengo presto e darò a ciascuno secondo le sue opere" (Ap
22,12). Entrambi gli aspetti coesistono nel Dio di Gesù Cristo,
ma sono distribuiti nel tempo in un rapporto di successione; così,
il re che fa i conti con i suoi servi, indica ovviamente un tempo diverso
da quello della misericordia, un tempo successivo. Infatti, prima della
decisione di chiamarli per il giudizio, i servi si muovono liberamente
nello spazio di fiducia concesso loro dal padrone. Il tempo della misericordia,
che coincide per il mondo con il tempo della Chiesa, per il singolo
uomo coincide con il tempo della vita terrena, ossia lo stato di pellegrinaggio
durante il quale Dio esercita la sua pazienza. Dopo subentrerà
la giustizia, appunto quando il tempo della pazienza sarà finito,
quando il tempo della grazia sarà scaduto e il re vorrà
fare i conti con i suoi servi. Prima di quel momento ciascuno è
libero di gestire la propria vita senza che Dio interferisca. Durante
il tempo della misericordia il cristiano è invitato a imitare
Dio; infatti è proprio questo il peccato fondamentale imputato
al servo che non applica al suo prossimo la stessa misura di tolleranza
che il padrone ha applicato a lui.
La sproporzione del peccato contro Dio
I due servi che si muovono sulla scena della parabola indicano l'umanità
nelle sue reciproche relazioni di giustizia. La parabola si compiace
di creare una sproporzione circa l'entità dei debiti: il debito
verso il padrone - ossia verso Dio -, è un debito incalcolabile,
si tratta di 10.000 talenti, una somma molto grande, se si pensa che
1 talento è pari a 6.000 denari e che uno stipendio medio era
di 30 denari: dunque, 10.000 talenti è una somma da capogiro,
per racimolare la quale un lavoratore dipendente avrebbe dovuto lavorare
per diversi decenni; infatti, il servo non è in grado di pagarli.
La parabola dunque stabilisce una sproporzione, assegnando 100 denari,
che si guadagnano in tre mesi circa, al debito del servo nei confronti
del suo simile: 100 denari contro 10.000 talenti, e ciò intende
sottolineare che il nostro debito nei confronti di Dio è enorme
e sempre impagabile relativamente alle nostre possibilità. Non
ci rendiamo conto di quanto sia grande il nostro debito verso Dio, che
tuttavia ci viene condonato, mentre il debito che a noi sembra grandissimo
è solo quello che scriviamo sul nostro registro delle offese.
Nella simbologia della parabola, l'entità del debito che a noi
sembra che gli altri abbiano nei nostri confronti, è rappresentato
da 100 denari, una somma meschina e irrisoria. Due somme sproporzionate
per indicare che nessun uomo può riscattare se stesso dal proprio
peccato: il cuore del NT è proprio qui. Dio ci condona il debito
che abbiamo verso di Lui, ma ci chiede al tempo stesso di fare altrettanto.La
nascita umana di Cristo e la sua morte non si spiegherebbero senza questo
dato: nessun uomo sarà mai in grado di dare a Dio il prezzo del
proprio peccato; il nostro peccato nei confronti di Dio può soltanto
essere perdonato, ma non può essere mai pagato da parte nostra.
Cristo lo ha già pagato, perché solo Lui era abbastanza
ricco per farlo: la gravità infinita del peccato contro Dio,
poteva essere equiparata solo da una offerta infinitamente valida. Perciò
Dio stesso ha pagato il debito che avevamo verso di Lui, nascendo come
uomo. Cristo agisce infatti come uomo, ma le sue azioni sono divinamente
valide. Tornando al desiderio di Dio di essere imitato dall'uomo, la
mancanza di disponibilità a fare altrettanto con gli altri è
il vero peccato e, in definitiva, il vero debito di questo servo; il
servo, cioè, non viene punito per i 10.000 talenti che non ha
restituito al suo padrone, ma perché non ha imitato il suo padrone
nella medesima generosità. E qui cogliamo un altro aspetto della
riconciliazione, riportato anch'esso dal vangelo di Matteo, sebbene
alcuni capitoli prima, in 7,1, secondo cui il giudizio di Dio non ha
un criterio indipendente dalla misura che noi applichiamo agli altri
nel giudicarli, una misura che può più o meno essere larga
o stretta. Ciascuno di noi, infatti, assegna al prossimo una misura
larga o stretta, nella quale gli altri si muovono finché hanno
spazio, e una volta superato tale spazio sono considerati debitori da
noi, peccatori nei nostri confronti. L'insegnamento del vangelo di Matteo
al capitolo 7 ci dice che questa misura predeterminata, che noi applichiamo
agli altri, rappresenta il criterio del giudizio della retribuzione
divina quando, scaduto il tempo della pazienza, subentrerà il
tempo della giustizia. In sostanza, il giudizio di Dio, per valutare
noi, prenderà in prestito il criterio che noi stessi abbiamo
applicato per valutare gli altri, come si vede in Mt 7,1-2: "
con
la misura con la quale misurate sarete misurati". Il medesimo insegnamento,
in termini narrativi, viene presentato dalla parabola al v. 32, dove
l'unico rimprovero che il padrone dà al suo servo è quello
di non averlo imitato nella pietà: "
io ti ho condonato
il debito, perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu avere
pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà
di te?" (Mt 18,32-33). I vv. 33 e 34 contengono altre sfumature
degne di nota. Innanzitutto, la richiesta del perdono è esplicitamente
voluta da Dio: "
perché mi hai pregato"; in una
somma dall'entità incalcolabile, quale è il nostro peccato,
Dio si dimostra disponibile al condono gratuito, ma non al punto tale
che noi non dobbiamo metterci nulla di nostro, neppure il pentimento;
e quindi il padrone sottolinea che il perdono, cioè il condono
del debito, avviene in seguito alla preghiera che dà voce al
pentimento, non potendo avvenire in seguito ad un'espiazione personale.
La preghiera supplisce a ciò che l'uomo non può, perché
con la preghiera si attinge ai meriti di Cristo. Ma ancora, la domanda
che il padrone rivolge al suo servo al v. 33: "Non dovevi forse
anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho
avuto pietà di te?", suppone che la capacità di perdonare
gli altri, sorge nel cuore umano soltanto dopo avere sperimentato di
essere stati perdonati da Dio. E' lo stesso insegnamento riportato dalla
prima lettera di Giovanni, dove si dice che nessuno può amare
gli altri se prima non si è sentito amato lui stesso da Dio;
la capacità di amare deriva dunque dall'esperienza di sentirsi
amati, come la capacità di perdonare deriva dalla coscienza di
essere stati perdonati: "Non dovevi forse anche tu avere pietà
del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?".
Una domanda carica dello stupore di come possa verificarsi che, chi
ha sperimentato tanto amore su di sé, non sia poi disponibile
a tradurlo nel dono gratuito di sé agli altri. In modo particolare,
proprio qui si manifesta quella capacità di perdono che non si
riferisce al perdono di una singola offesa, ma a quel perdono radicale
per il quale noi accettiamo incondizionatamente l'altro così
come è, nello stesso modo in cui Dio lo ha fatto verso di noi;
perciò, chi si sente davvero perdonato e accolto da Dio è
in grado di perdonare gli altri con misura illimitata. Il primo e fondamentale
perdono è rappresentato dall'accoglienza incondizionata del prossimo.
Verrà dopo, eventualmente, il perdono di un singolo atto o di
una singola offesa, se mai accadrà di riceverla. Questa imitazione
di Dio impone, perciò, un perdono illimitato che lo imita nella
capacità di accoglienza della persona umana.
Il disappunto degli altri servi
Dobbiamo fare, ancora, qualche osservazione legata al v. 31, dove sulla
scena compare un nuovo gruppo di personaggi, ovvero quei servi che prendono
coscienza di ciò che è accaduto e se ne rattristano, riferendo
ogni cosa al loro padrone. Perché Cristo in questo punto aggiunge
il disappunto di questi personaggi? Questo terzo gruppo, che è
rappresentato dagli altri servi, simboleggia, nell'economia generale
della parabola, l'aspetto ecclesiale del peccato e della riconciliazione.
Il peccato e la riconciliazione nella comunità cristiana non
sono mai un affare privato, da risolversi semplicemente tra me e Dio,
o semplicemente tra me e un'altra persona. L'intervento dei servi, che
si sentono addolorati di ciò che è accaduto, allude alla
ferita che il grande Corpo della Chiesa - cioè il Corpo mistico
di Cristo - riceve da qualunque peccato compiuto contro l'amore. Non
è soltanto colui che né è vittima, l'unico a patirne
le conseguenze. Anche gli altri servi, simbolo del corpo mistico della
Chiesa, ne vengono feriti, e si addolorano perché la Chiesa riceve
una ferita da ogni peccato compiuto in qualsiasi zona sperduta del mondo,
o in qualsiasi luogo segreto della terra, così come la Chiesa
guarisce dalla crescita nella santità di un solo battezzato,
in qualsiasi zona sperduta del mondo ciò avvenga. Cristo ha voluto
introdurre questi personaggi per spezzare il carattere privato che sembrava
chiudere la prospettiva delle due relazioni tra il servo e il padrone,
e tra il servo e il suo compagno. L'introduzione del simbolo della Chiesa
ci apre a comprendere anche il perché la riconciliazione cristiana,
come sacramento, presupponga l'incontro con il ministro della Chiesa
e non possa costituirsi da una richiesta di perdono fatta direttamente
e privatamente a Dio, non essendo appunto un affare privato. Il ministro
della Chiesa rappresenta il Corpo di Cristo ferito dal peccato personale
di un battezzato, così che la riconciliazione come sacramento,
oltre al soggetto che ha peccato, include anche gli altri due personaggi
colpiti dal dramma del male: Dio e la Chiesa.Il testo di Matteo, osservato
in parallelo con quello di Luca, ci dà l'impressione che Luca
abbia voluto completare un punto lasciato un po' in ombra da Matteo.
In Lc 17,3-4 viene espressa una precisazione sul carattere illimitato
del perdono, precisazione che riguarda un punto espresso nel modo seguente:
"Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli.
E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice
'Mi pento', tu gli perdonerai". Questa precisazione ci sembra di
grande importanza, perché si trasferisce nel processo della riconciliazione
umana lo stesso carattere di pentimento, che si rende necessario nella
riconciliazione con Dio; perciò, l'esperienza di riconciliazione,
sia che riguardi l'uomo sia che riguardi Dio, rimane, comunque, una
strada impraticabile, quando l'offensore non si pente del suo sbaglio
e ritiene ostinatamente di essere nel giusto.Quando questo si verifica
nei confronti di Dio, si ha il peccato contro lo Spirito, di cui i Sinottici
dicono che è imperdonabile, o più precisamente, è
una condizione di imperdonabilità, perché la persona si
esclude dall'amore e fugge via dalla misericordia di Dio.
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