"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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L'ultima cena
Gesù trascorre la settimana che precede la festa di Pasqua ad insegnare nel Tempio. In questa settimana, infatti, si collocano il dialogo coi sadducei sulla risurrezione, come pure la disputa sul tributo esigito da Cesare. La sera del giovedì santo Gesù entra nel cenacolo per celebrare il banchetto pasquale. A proposito di questo intenso momento che i discepoli vivono con il Maestro, Luca si esprime così: "Quando fu giunta l'ora egli si mise a tavola e i suoi discepoli con Lui" (Lc 12,14). La stessa espressione ritorna in Marco 14,17: "Venuta la sera, egli giunse con i dodici", e anche in Matteo 26,20: "Venuta la sera, si mise a tavola con i dodici". La sera era infatti l'orario prescritto per la celebrazione della Pasqua ebraica. Dopo questa breve introduzione, Marco e Matteo riportano direttamente le parole di Cristo che, all'inizio della cena pasquale, dice: "Io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovamente nel regno di Dio". (Mt 26,29; Mc 15,25). Anche Luca riporta queste parole, ma con una aggiunta che vuole dare un particolare senso di gioia al banchetto che Cristo sta facendo con i suoi discepoli, pur in una circostanza altamente drammatica e densa di minacce: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio" (Lc 22,15). Con questa espressione, Luca vuole sottolineare come Cristo non abbia affrontato la Passione subendola, come se fosse un triste destino che non era possibile scansare. L'approccio di Cristo con la sua morte personale non è quello di colui che cade in balia di una potenza superiore, ma è l'offerta di chi liberamente e con gioia si dona. Cristo si consegna col desiderio di compiere il totale sacrificio di Se stesso. Il "frutto della vite", di cui qui si parla, assume la valenza biblica della gioia che nasce dalla comunione con Dio. Evidentemente, Cristo non si riferisce a un banchetto concreto, ma al fatto che, dopo la sua morte, nel momento in cui la riconciliazione con Dio viene effettuata nel suo Sangue, Egli gusterà la gioia di vedere i suoi discepoli, e in essi l'intera umanità, ricongiunta all'amore del Padre. Matteo, in questo punto, inserisce un'aggiunta: "Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio" (Mt 26,29). La prospettiva di Matteo sembra perciò concentrata sul regno di Dio inteso come il raduno dei discepoli con Cristo. Questa visione di Matteo riduce la prospettiva della Redenzione all'ambito del discepolato; Luca e Marco riportano queste stesse parole, omettendo il "con voi" inserito da Matteo, e aprendo in tal modo uno spazio ampio di universalità: "Non berrò più del frutto della vite fino a quando ne berrò ancora nel regno di Dio". Luca continua poi dicendo: "Preso un calice, rese grazie e disse: Prendetelo e distribuitelo tra voi" (Lc 22,17). Marco e Matteo omettono la menzione di questo calice, che potrebbe essere confuso con il calice dell'Alleanza, su cui Cristo pronuncia le parole relative al suo Sangue. Il calice di cui parla Luca, infatti, non è il calice del sangue, cioè del vino transustanziato, ma è il primo dei quattro calici del banchetto pasquale su cui il padre di famiglia, o il rabbino, pronunciava la benedizione. Questo calice veniva poi distribuito a tutti i presenti. Luca parla appunto di questo primo calice, perché siamo all'inizio della cena. Cristo pronuncerà invece le parole nuove, non previste dal rito ebraico, su un altro calice, probabilmente il terzo, ossia quello successivo alla distribuzione del pane azzimo. Marco e Matteo hanno evitato, forse per non ingenerare una confusione tra le due cose, la menzione di questo calice, che fa parte del rito dell'antica Alleanza e non è quello della Pasqua di Gesù. E' comunque significativo che Luca ne parli. Luca, infatti, accosta il calice dell'antica Alleanza al calice della nuova, per mostrare come la nuova Alleanza scaturisca dall'antica. All'interno del banchetto pasquale, celebrato da Gesù con i suoi discepoli, l'evangelista Luca riporta un insegnamento sul servizio, che è parallelo a quello che Giovanni ha tramandato raccontando la lavanda dei piedi: "I re delle nazioni le signoreggiano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve.Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve" (Lc 22,25-27).Sempre al capitolo 22, Luca riporta la menzione del tradimento e lo fa, come è solito, in modo sfumato. Così, mentre Marco e Matteo riportano la profezia del tradimento in termini crudi e diretti: "In verità vi dico: uno di voi mi tradirà" (Mc 14,18; Mt 26,21), Luca dice semplicemente: "Ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola" (Lc 22,21). Luca, nella sua sensibilità personale, e nel suo modo sfumato di descrivere gli eventi più gravi accaduti nel Collegio apostolico, omette la minaccia di Cristo riportata da Marco e da Matteo: "Sarebbe stato meglio per quell'uomo non essere mai nato" (Mt 26,24; Mc 14,21).In questa occasione gli evangelisti riportano unanimemente un particolare. All'annuncio traumatico che raggela improvvisamente il gruppo dei Dodici: "Uno di voi mi tradirà", nessuno degli Apostoli sospetta di Giuda ma addirittura alcuni tendono più a sospettare di se stessi che di lui. Questo ci sembra molto significativo: Cristo deve avere posto un velo sull'evoluzione di Giuda verso il male, verso la sua "possessione", potremmo dire in termini giovannei. Questo atteggiamento di Cristo rappresenta anche un insegnamento non verbale: Cristo stende un velo sul male, la cui conoscenza potrebbe solo produrre altro male. Egli ha nascosto agli Apostoli, fino all'ultimo, il dramma che si stava consumando nell'animo di Giuda; e ciò, sia perché una tale conoscenza avrebbe prodotto mali maggiori, sia perché a Giuda viene garantita da Gesù in modo incondizionato la possibilità di una conversione, per la quale, l'ostilità degli altri undici, che si sarebbero certamente scagliati contro di lui, se avessero soltanto sospettato cosa egli stava per fare, sarebbe stata un ostacolo insormontabile. Insomma, il silenzio di Gesù sulle reali intenzioni di Giuda, fa sì che intorno al traditore si mantenga una atmosfera amichevole e serena, presupposto necessario di qualunque possibile pentimento.Subito dopo l'annuncio del tradimento si ha il racconto dell'istituzione dell'Eucaristia. Luca, Marco e Matteo riportano le parole di Gesù sul pane e sul calice in maniera quasi uguale. Marco e Matteo omettono il comando del memoriale riportato solo da Luca: "Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19). E ancora: mentre Marco e Matteo parlano di un sangue versato "per molti", Luca dice "per voi". Nel riportare le parole di Cristo sul pane e sul calice, Luca si muove dunque dentro una prospettiva squisitamente ecclesiale, dove il memoriale della Pasqua di Gesù è il patrimonio della comunità cristiana e i suoi destinatari sono i discepoli. Quindi, l'umanità è destinataria della nuova Alleanza in quanto la comunità dei discepoli, depositaria del Corpo e del Sangue di Cristo, ha il mandato di estendere sul mondo i suoi benefici. Potremmo chiederci come mai gli evangelisti non abbiano detto "per tutti" ma "per molti". La spiegazione potrebbe essere semplicemente di ordine grammaticale, ossia in lingua ebraica - che è la lingua di riferimento anche del greco del NT - la parola "molti" (in ebraico rabbim) è sinonimo di "tutti". La liturgia della Chiesa, infatti, nella preghiera eucaristica unisce le due prospettive: "Prendete e mangiate questo è il mio sangue versato per voi e per tutti".
Nel suo prosieguo, il racconto della Passione coglie un altro momento di realizzazione delle antiche profezie e ancora una volta è Cristo stesso a indicare quale profezia si compie: "Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse" (Zc 13,7). Cristo introduce la realizzazione di questa profezia con delle parole riportate identicamente da Marco e da Matteo: "Allora Gesù disse loro: Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte" (Mt 26,31; Mc 14,27); Luca non si sente di riportare queste parole che implicano lo smarrimento dei Dodici. E' una costante del racconto della Passione secondo Luca la delicatezza con cui egli sfuma, o talvolta omette completamente, gli episodi che non recano onore ai Dodici. Subito dopo questa profezia, Marco e Matteo aggiungono ancora negli stessi termini, l'annuncio del raduno: "Dopo che io sarò risuscitato, vi precederò in Galilea" (Mc 14,28; Mt 26,32). E' evidente che questo atteggiamento del precedere è la condizione tipica del pastore. Cristo si presenta come un pastore che raduna e che allo stesso tempo precede il suo gregge. Con questo si vuol dire che Cristo non chiede nulla ai suoi discepoli che Egli non abbia già fatto, non indica alcuna strada che non abbia già personalmente percorso. Così dietro il verbo "precedere", non c'è solo il riferimento al fatto che essi, giunti in Galilea, lo troveranno, ma c'è anche una chiara allusione all'anteriorità di Cristo in ogni esperienza di discepolato: Egli indica la strada della santità percorrendola Lui stesso.Dopo questa profezia nel racconto di Marco e in quello di Matteo segue la resistenza di Pietro all'insegnamento di Gesù: "Anche se tutti si scandalizzassero, io non lo sarò mai" (Mc 14,29; Mt 26,33). Pietro assume qui un atteggiamento molto simile a quello di Cesarea di Filippo: lì aveva resistito all'insegnamento del Maestro, qui addirittura lo contraddice. Luca, invece, pone in questo punto una parola che Cristo rivolge a Pietro ed è precisamente la promessa di una preghiera rivolta a Dio per lui affinché non venga meno: "Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,32). Pietro gode quindi di un particolare carisma che lo abilita a essere il punto di riferimento visibile, attorno al quale i Dodici, e con loro tutta la comunità cristiana, si raduneranno dopo lo smarrimento del venerdì santo. Anche Luca parla della resistenza di Pietro all'idea di una possibile personale caduta, ma lo fa soltanto una volta: "Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte. Gli rispose Gesù: Pietro, io ti dico: non canterà il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi" (Lc 22,34). Marco e Matteo, invece, sottolineano che, dopo questa parola di Cristo, Pietro torna ad insistere inopportunamente con più forza: "Anche se dovessi morire non ti rinnegherò". A questa insistenza di Pietro, Gesù risponde con il silenzio. Lo stesso farà dinanzi al sommo sacerdote e a Pilato. Dinanzi all'ostinazione umana Cristo risponde sempre col silenzio, unica parola pronunciabile sull'indurimento del cuore. Luca aggiunge una domanda di Gesù circa la diversità dei tempi di Dio: "Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa? […] Ma ora chi ha borsa la prenda" (Lc 22,35-36) Con questo, Cristo intende dire ai discepoli che i tempi di Dio non sono sempre uguali. Vi sono dei tempi carichi di grazia, in cui si ha la sensazione di essere portati da Dio come in braccio, sostenuti da Lui senza sforzo, ma vi è un tempo di combattimento, in cui se uno non ha la spada è meglio che se la compri, perché l'ora delle tenebre travolge tutti e tutto. Dunque, il tempo che essi stanno per vivere è un tempo di combattimento, un tempo che si ripresenta sempre nella storia della Chiesa, e si ripresenta anche nel cammino di ogni singolo cristiano. Occorre saper individuare perciò le fasi in cui Dio ci tiene in modo particolare al riparo dal male per nutrirci della sua grazia ("…vi è forse mancato qualcosa?": Lc 22,35) e per fornirci le armi della luce adatte a resistere nella lotta quando Satana ci attaccherà. Secondo i sinottici, a questo punto la cena si conclude. Marco e Matteo citano entrambi la recita dei cantici previsti per la fine del rito pasquale, ossia i Salmi cosiddetti hallel. Luca, rivolgendosi a dei destinatari che non hanno familiarità con gli usi ebraici, dice semplicemente che i Dodici escono dal cenacolo e si recano con Gesù al monte degli ulivi.

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