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La condanna e la crocifissione
All'inizio del processo civile, entra in scena, tra le figure del racconto della Passione, il procuratore Ponzio Pilato. All'interno di questa girandola di personaggi che costellano la Passione di Gesù, e che veicolano degli insegnamenti perennemente validi, Pilato rappresenta la condizione di chi è capace di individuare l'innocenza e la colpevolezza, senza agire di conseguenza; egli personifica chi è in grado di distinguere il bene dal male, senza però avere la forza di attuarlo. Di Pilato vengono riportate delle parole inequivocabili, con cui egli afferma a chiare lettere l'innocenza di Cristo. Luca, Marco e Matteo presentano con delle espressioni simili la consegna di Cristo a Pilato, ma solo Luca riporta con quale accusa. Il processo si snoderà su un'accusa di tipo politico: "Abbiamo trovato costi che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" (Lc 23,2). L'evangelista Giovanni approfondirà in modo particolare il senso di questa regalità che, pur essendo il motivo dell'accusa dal punto di vista dei suoi nemici, è al tempo stesso una realtà che qualifica Cristo nei suoi rapporti con il mondo. Egli è davvero l'unico re di tutto ciò che esiste, Colui che possiede ogni potere. Nel contesto del processo civile, gli evangelisti sottolineano nuovamente il silenzio di Gesù, di cui anche Pilato, come tutti gli uomini del potere, si meraviglia. In questo punto soltanto Luca riporta la duplice dichiarazione di innocenza fatta da Pilato nei confronti di Cristo.Anche dinanzi al tribunale civile Gesù viene sbeffeggiato con uno scherno incentrato sul tema della regalità. Cristo viene rivestito di porpora, sul capo gli viene posta una corona di spine, gli viene data una canna come segno del comando. Gli evangelisti qui sono concordi nel descrivere la Passione di Cristo non soltanto come una sofferenza fisica ma anche come una sofferenza interiore: lo scherno che colpisce il suo cuore e il suo spirito indica chiaramente che la sua crocifissione non è solo fisica. A conclusione del processo civile Cristo viene riconosciuto innocente, ma stranamente è condannato lo stesso. Inizia così il cammino della via dolorosa che Egli percorre sotto il peso della croce per circa settecento metri, dal pretorio al Calvario. All'inizio di questo tragitto entra in scena un altro personaggio: Simone di Cirene. Luca riporta una annotazione cha dà alla figura di Simone di Cirene un particolare significato teologico. Marco e Matteo presentano Simone di Cirene come colui che aiuta Cristo a portare il peso della croce fino al calvario: "Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene… a portare la croce" (Mc 15,21); così Matteo: "Mentre uscivano incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prendere su la croce di lui" (Mt 27,32). Luca pone una piccola variazione: "Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù" (Lc 23,26). L'espressione utilizzata da Marco e da Matteo descrive un semplice portare la croce da parte di Simone, come dato di fatto; le parole di Luca, invece, sembrano tratteggiare in Simone una icona del discepolato: il cireneo non sta semplicemente portando la croce di Cristo, ma la sta portando dietro a Cristo. Ciò richiama indirettamente il testo di Luca 9,23: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua". Il discepolo vive l'esperienza della compartecipazione al dolore di Cristo nel proprio dolore, a condizione che la sua ubbidienza sia ispirata dall'amore. L'amore trasfigura il proprio dolore e lo rende conforme al mistero pasquale vissuto personalmente da Gesù. L'espressione "dietro a Gesù" allude anche al fatto che la croce acquista il suo vero significato soltanto nel discepolato. Non c'è alcun dolore umano, così come non c'è alcuna opera umana, che possa avere un valore, se Cristo non la convalida. Non ogni sofferenza è una croce evangelica, ma soltanto quel dolore che poggia sul discepolato. Vi è infatti un dolore vissuto con ribellione, con astio e con molteplici resistenze; esso non può ovviamente venire inserito nell'esperienza della croce autenticamente evangelica, che presuppone l'abbandono fiducioso nei misteriosi disegni di Dio. Inoltre solo Luca, in questo punto, descrive l'incontro di Gesù con le donne di Gerusalemme che piangono su di Lui: "Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato" (Lc 23,28-29). Con questa espressione, il Cristo di Luca non accetta una compassione orientata al suo dolore personale. La compassione che Egli si aspetta dai suoi discepoli è radicata piuttosto nella comprensione della vera causa della sua morte di croce, il peccato del mondo e il nostro peccato personale. Con le parole rivolte alle donne di Gerusalemme, Cristo ci richiama a non soffermarci sul senso di commozione che le scene della Passione possono suscitare nel nostro animo, se questa commozione non poggia sulla coscienza della gravità del peccato, anche mio, che ha causato il versamento del suo Sangue. Nello stesso tempo, le parole di Cristo riportate da Luca alludono a un passo del profeta Osea: "Sono venuti i giorni del castigo, sono giunti i giorni del rendiconto… a causa delle tue molte iniquità, per la gravità del tuo affronto" (Os 9,7). Questa citazione allude al giudizio finale, dove l'umanità si trova dinanzi alla verità di se stessa, e dove l'esito della vita dei singoli e delle nazioni viene finalmente alla luce. La croce di Cristo, letta nel prisma di queste parole, si presenta come il luogo del giudizio escatologico, che si realizza nel momento in cui la persona si incontra con la predicazione della croce.Successivamente, Luca fa riferimento a due malfattori che vengono portati al Golgota per essere giustiziati con Cristo. In questo punto, Luca compie delle omissioni derivanti dalla sua sensibilità e delle aggiunte determinate dalla sua teologia. La crocifissione è narrata da Luca in modo molto succinto ed essenziale: "Quando furono giunti al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori" (Lc 23,33); il passo parallelo di Marco e di Matteo aggiunge il particolare dell'offerta del vino aromatizzato, dato di solito ai condannati per stordirli e per attutire così il dolore della crocifissione. Cristo rifiuta questa bevanda. Il racconto della crocifissione possiede in Luca delle significative angolature, quali il perdono per i crocifissori e il dialogo che si snoda tra Cristo e i due ladri crocifissi accanto a Lui. Marco, invece, inquadra profeticamente questa scena mediante la citazione di Isaia 53,12, dove il Cristo crocifisso è esplicitamente identificato con il servo di Jahweh, che senza una colpa personale viene consegnato alla morte e annoverato tra i malfattori. Sulla croce viene posta un'iscrizione con la condanna del tribunale civile.Gli evangelisti riportano le parole pronunciate da Cristo dal momento in cui viene innalzato sulla croce fino al momento della morte. La prima parola che Egli pronunzia sulla croce è riportata solo da Luca: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34). Questo perdono di Cristo, come prima parola pronunciata sulla croce, intende offrire la chiave di lettura del più autentico significato della morte di Lui. Dalle sue piaghe aperte scaturisce il perdono e la guarigione dell'umanità, una guarigione che si radica nel recupero della divina paternità. In questa divina paternità l'essere umano ritrova la sua bellezza, la sua armonia e la sua perfezione. La croce, come il Cristo di Luca lascia intendere alle donne che piangono su di Lui, è il luogo escatologico del giudizio che Dio pronuncia sul mondo, ma questo giudizio è di assoluzione e non di condanna. Dall'altro lato, Luca sottolinea pure che, nel tribunale divino, presieduto dal Messia crocifisso, il giudizio di assoluzione è essenzialmente diverso dal giudizio di condanna, per il fatto che il giudizio di condanna entra in vigore anche se l'imputato non lo vuole, mentre il giudizio di assoluzione entra in vigore solo se l'imputato lo accoglie. Infatti, non a caso l'evangelista Luca, pochi versetti dopo, riporta il dialogo tra Gesù e i due ladri crocifissi con Lui: "Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi! Ma l'altro lo rimproverava: neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena?" (Lc 23,39-40); Marco e Matteo dicono genericamente che i ladri crocifissi con Lui lo oltraggiavano: "E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano" (Mc 15,32; Mt 27,44). La parola pronunciata da uno dei due ladri: "Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena", implica un riconoscimento che in qualche modo, nel dolore di Cristo, Dio stesso soffra e che nella sua crocifissione, Dio stesso venga crocifisso. Ma nello stesso tempo, con queste medesime parole, il ladro crocifisso accanto a Cristo allude anche al fatto che è possibile soffrire accanto a Cristo ma senza Cristo. Il discepolo, anche in questa icona, come nell'altra icona lucana, quella di Simone di Cirene, viene avvertito di un possibile rischio che potrebbe sciupare la grazia del mistero pasquale: la condizione miserevole di chi soffre accanto a Cristo ma senza Cristo, ossia l'esperienza di un dolore permesso dal mistero della volontà di Dio ma talvolta non accolto dal cristiano con fiducia e mansuetudine dalle mani del Padre. Nessuno può infatti partecipare alla grazia di salvezza insita nel mistero della croce, se non vive la sua sofferenza insieme a Cristo.

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