"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Home > Lectio Divina > Il racconto della passione secondo i Vangeli sinottici > La condanna e la crocifissione (parte II)

Il ladro continua dicendo: "Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male" (Lc 23,41). In questo modo il ladro dimostra di aver capito, anche se forse non le aveva sentite pronunciare, le parole di Gesù rivolte alle donne di Gerusalemme: "Non piangete su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli" (Lc 23,28), come a dire: "Abbiate qualche lacrima in meno per il mio dolore e qualche consapevolezza in più sulla causa che lo ha provocato, ossia il peccato del mondo, e in esso il tuo peccato personale". Ciascuno di noi ha contribuito alla sofferenza del Cristo storico e contribuisce ancora alla sofferenza del Cristo mistico, cioè il Cristo che vive e soffre nella sua Chiesa, talvolta spogliato di nuovo delle sue vesti regali, sbeffeggiato nelle liturgie celebrate senza fede, vissute con indifferenza o con troppa perfezione esteriore e svuotate dello spirito della autentica pietà cristiana. Il dialogo che si snoda tra il Cristo crocifisso e il ladro convertito ha un approdo che è un atto di fede e di abbandono fiduciale da parte di quest'ultimo: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno" (Lc 23,42). Questo ladro vive la virtù teologale della fede in un grado così pieno da ottenere l'immediata risposta di Gesù: "In verità ti dico, oggi sarai con Me in paradiso" (Lc 23,43). Il ladro che ha riconosciuto di non avere azioni buone, e che peraltro non è in grado neppure di compierle, essendo oramai inchiodato sulla croce, viene tuttavia giustificato da Cristo mediante la fede. La sua fede e il suo abbandono fiduciale è convalidato da Cristo come se tali disposizioni di spirito fossero già in se stesse un'opera. Il tema della convalida di Cristo delle opere umane attraversa non soltanto il racconto della Passione ma, potremmo dire senz'altro, tutto il vangelo. Il cristiano deve vincere perciò la fascinazione delle opere buone, dinanzi alle quali Dio non è obbligato a pronunciare nessun atto di riconoscimento. Le nostre opere buone non determinano la divina approvazione. Al contrario, è la sua divina condiscendenza ciò che lo porta a convalidare come buona un'opera fatta da noi. Il ladro crocifisso accanto a Cristo, che come il pubblicano della parabola riconosce il proprio peccato, è l'icona della teologia della giustificazione, dove è la fede ciò che dà fondamento alla divina convalida dell'esito della vita di ciascuno e non la bontà intrinseca delle opere stesse. La medesima parabola presenta anche il fariseo come un uomo in grado di presentare a Dio una lista di opere buone realmente compiute; questi però se ne torna a casa senza essere stato giustificato: le sue opere oggettivamente buone non hanno ottenuto alcuna convalida da parte di Dio, e perciò è come se non fossero state mai compiute.Dopo avere pronunciato la parola di perdono per i crocifissori, che colpisce il ladro e innesca in lui quel processo di conversione con cui, in pochi minuti, brucia le tappe fino alla fede teologale più perfetta, i soldati si dividono le vesti. Gli evangelisti sinottici non danno molta importanza a questo gesto dei soldati e lo descrivono con delle parole essenziali e sintetiche: "Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte" (Lc 33,34); "Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere" (Mc 15,24); "Dopo averlo crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte" (Mt 27,35). Giovanni, invece, si sofferma con attenzione sulle vesti di Gesù che hanno, dal suo punto di vista, un particolare significato simbolico. Per lui, come si vede anche nel racconto della lavanda dei piedi, la veste è qualcosa di più che non il rivestimento del corpo; essa è il segno della sua vita consegnata nella morte e poi ripresa nella risurrezione. Allo stesso modo, nel momento della crocifissione, per Giovanni la divisione delle vesti assume un significato particolare, in quanto egli distingue dalle altre vesti la tunica senza cuciture indossata da Gesù, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. L'unità della tunica ha come sfondo veterotestamentario l'abito del sommo sacerdote del culto levitico. La tunica senza cuciture è l'abito sacerdotale che indica il sacerdozio di Cristo comunicato alla Chiesa, un sacerdozio indivisibile. Giovanni collega quindi la tunica indivisibile con la preghiera sacerdotale di Gesù, nella quale Egli chiede al Padre di conservare la comunità dei suoi discepoli nell'unità divina della Trinità: "Io in loro, tu in me, perché siano perfetti nell'unità" (Gv 17,23). La tunica rappresenta la realizzazione di quell'unità desiderata e richiesta dal Maestro, una unità perfetta che non possa essere scalfita neppure dall'odio del mondo. Tutte le volte che la Chiesa viene colpita e divisa - il racconto degli Atti ne è una testimonianza lampante -, essa risorge ancora più unita e più splendida, perché la Chiesa, nel simbolo della tunica, non è stata divisa al momento della crocifissione di Cristo; essa ha conservato la sua unità, l'unità del sacerdozio, l'unità della fede e della comunione trinitaria. Giovanni aggiunge che tutto questo ha un preciso riscontro nella profezia veterotestamentaria: "Si sono divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte" (Gv 19,24).
La seconda parola pronunciata da Cristo dopo la parola di assoluzione sul mondo, è la parola dell'affidamento: "Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio!" (Gv 19,26). Cristo si rivolge alla Madre e non al discepolo, perché è Lei in primo luogo il soggetto e la destinataria dell'affidamento. Non è Lei ad essere affidata a Giovanni ma è la Chiesa nascente, rappresentata nel discepolato di Giovanni, che viene affidata a Maria come un neonato bisognoso della madre per non morire. Il discepolo che Gesù amava è infatti l'unico che può rappresentare la Chiesa nascente; il suo è l'unico discepolato autentico, insieme a quello della Maddalena - per non parlare del discepolato perfetto della Vergine - il discepolato di chi si lascia amare e non quello di chi pretende di amare Cristo. Pietro sperimenta, infatti, proprio nella sua personale pretesa di amare Cristo, l'indebolimento del discepolato: "Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò" (Mc 14,29). Dal seguito della storia sappiamo che egli è invece fuggito. Questa sua pretesa di amare Cristo, impedisce a Pietro di stare sotto la croce, lì dove c'è il discepolo che si è lasciato amare da Cristo, simbolo dell'autentica comunità di Gesù che riconosce in Maria la sua vera Madre e la sua Maestra nel discepolato. Secondariamente, come una conseguenza dell'affidamento già compiuto, Cristo dice al discepolo: "Ecco la tua Madre! Da quell'ora il discepolo la prese tra le sue cose più care" (Gv 19,27). Il discepolo che Gesù amava prende Maria nella sua intimità; la accoglie nell'affidamento personale di se stesso a Lei, nel riconoscimento dei suoi diritti materni, ottenuti sotto la croce unendo il suo consenso materno all'offerta sacrificale del Figlio. Se Abramo ha avuto fede ubbidendo a Dio che gli chiedeva di immolare il figlio, mentre il figlio di Abramo non fu immolato, cosa non dovremmo dire della fede di Maria, a cui invece Dio ha chiesto la reale e non simbolica immolazione del Figlio? Cristo affida così la Chiesa all'universale e stupenda maternità della Vergine. Questa è esattamente la posizione della Vergine Maria nella vita di ogni discepolo. Marco e Matteo introducono a questo punto lo scherno dei passanti, che ritorna sul tema della falsa profezia e lo scherno dei soldati, che fanno leva invece sulla sua pretesa identità di re dei Giudei. Soltanto Luca, all'interno del racconto della Passione, descrive la separazione dei destini dei due ladri crocifissi accanto a Cristo. Questo ci dà la misura di come l'essere fisicamente vicini a Cristo non significhi nulla. Non dice nulla il fatto di essere vicini all'altare, di essere presenti e condividere con Cristo le azioni liturgiche della Chiesa, se la disposizione del cuore non è quella dell'affidamento della propria vita nelle sue mani, secondo la richiesta del ladro penitente: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno" (Lc 23,42). La risposta di Gesù è immediata: "In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43). Non esiste dilazione al perdono e la sentenza di assoluzione, che Cristo pronuncia dal tribunale della sua croce, viene emessa immediatamente. Ma, nello stesso tempo, va notato anche il silenzio di Cristo nei confronti di alcune categorie di persone che circondano la sua croce in quel momento. All'altro malfattore che in modo diretto gli dice: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!" (Lc 23,39), così come ai sommi sacerdoti, agli scribi e ai farisei, che sotto la croce lanciano la stessa provocazione: "Ha salvato altri, non può salvare se stesso" (Mc 15,31; Mt 27,42), Cristo non risponde nulla. Infatti, non basta rivolgersi a Cristo in modo diretto per ricevere la sua risposta. Queste provocazioni hanno tutte un unico presupposto: la disponibilità a credere in Lui solo in seguito a una dimostrazione. Se non si entra nella fede teologale, ovvero in quella disposizione di fiducia incondizionata in Lui, senza cercare alcuna dimostrazione, si rischia di avere come risposta alla propria preghiera il silenzio di Cristo. Molti in quel momento rivolgono a Cristo le loro richieste, ma soltanto uno riceve una risposta immediata. Ed è certamente questa la ragione per cui molte delle nostre preghiere non raggiungono il loro obiettivo: sono indebolite da un insufficiente abbandono fiduciale o, altrimenti detto, da una fede priva di fiducia. La quarta parola di Gesù sulla croce è una parola pronunciata mentre le tenebre si infittiscono intorno a Lui: "All'ora sesta si fecero le tenebre su tutta la terra fino all'ora nona" (Lc 23,44). Gli evangelisti creano il contesto della quarta parola pronunciata da Cristo descrivendo una fitta oscurità che cresce sempre di più fino all'ora nona. Nel buio che lo circonda, Cristo grida a gran voce: "Eloì, Eloì, lamà sabactàni?", ossia "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46; Mc 15,34). Luca preferisce omettere questa difficile espressione di Gesù che suppone un abbandono sensibile anche da parte del Padre. Queste tenebre che si infittiscono intorno a Cristo, rappresentano la solitudine che stringe la sua sensibilità di uomo, ma esprime anche cosa divengono la vita umana e il mondo senza di Lui: respinta la Luce, rimangono solo le tenebre fitte. Non è facilmente spiegabile, ma Cristo sulla croce ha sperimentato ciò che comporta per l'uomo il morire separato da Dio, cioè nella divina riprovazione. Così l'appellativo fiducioso e intimo di "Padre", che Gesù aveva usato in apertura alla sua prima preghiera, fatta subito dopo la crocifissione, in questa fase della sua agonia, si muta nella parola "Dio", segno della lontananza che lo spirito umano di Gesù avverte nei confronti del Padre. Questa espressione è pronunciata peraltro in lingua aramaica, mentre il Salmo che Gesù sta citando è scritto originariamente in lingua ebraica. Questo ci fa comprendere che Cristo, pur prendendo le parole del Salmo, non sta facendo una semplice citazione, ma si tratta una preghiera veramente sua, tanto sua da essere pronunciata nella sua lingua madre. In questo abbandono del Padre il mondo riceve lo Spirito. L'evangelista Giovanni preciserà solo lui questo particolare: nel momento in cui il Padre e il Figlio si separano, e per un istante si staccano dal loro abbraccio eterno, lo Spirito si effonde sul mondo, e tutta l'umanità viene inclusa in questo abbraccio che si ricomporrà per sempre con la Risurrezione. Adesso nell'abbraccio trinitario c'è tutta l'umanità. Per abbracciare l'umanità, il Padre e il Figlio hanno dovuto separarsi. E' sempre questo il prezzo dell'amore più autentico: per includere bisogna separare; per fare spazio, bisogna rinunciare. Quella rinuncia ai diritti materni che è richiesta a Maria, perché Cristo possa essere di tutti, anche Cristo la vive nei confronti del Padre, alla cui divina paternità Lui rinuncia nel momento in cui tutta l'umanità deve entrare nell'adozione filiale. Da questo momento in poi, Cristo continua a essere "il" Figlio, ma non è più l'unico, anche se solo Lui è l'Unigenito: Egli è divenuto il primogenito tra molti fratelli. Questo abbandono di Cristo da parte del Padre, espresso cosmicamente dalle tenebre che si estendono su tutta la terra, costituisce l'esperienza dell'umanità che muore senza Dio, ma esprime anche la rinuncia di Dio a se stesso. Questo grido è stato frainteso dagli astanti che non lo percepiscono in maniera corretta, forse per la difficoltà di pronuncia che Cristo ha in quel momento; le parole di Gesù vengono intese come fossero rivolte a Elia, scambiando la parola aramaica "Eloi" (Dio mio) con il nome di Elia: "Ecco, chiama Elia!" (Cfr. Mc 15,35; Mt 27,47).

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