"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La quinta parola pronunciata da Gesù è una richiesta: "Ho sete" (Gv 19,28). Marco e Matteo riportano il gesto dell'offerta di aceto, che gli viene fatto di conseguenza, come una risposta beffarda al suo bisogno manifestato. Questa espressione di Cristo non riguarda però un bisogno fisico. Essa richiama la richiesta da Lui espressa presso il pozzo di Giacobbe alla donna samaritana: "Dammi da bere" (Gv 4,7). La sete del Cristo crocifisso è quella di condurre gli uomini al Padre, mediante la comunicazione dello Spirito. La parola successiva è riportata soltanto da Giovanni: "Quando Gesù ebbe preso l'aceto disse: tutto è compiuto!" (Gv 19,30). Questa parola ha un grande significato per i discepoli di Cristo. Il Maestro non ha tralasciato nulla di quello che il Padre gli aveva affidato da compiere. I discepoli di Cristo, dietro questa sesta parola, percepiscono il valore altissimo del tempo e si sentono esortati dal loro Maestro a non arrivare in ritardo agli appuntamenti di Dio. Il fallimento più grande e più pauroso che può accadere a noi è quello di morire senza avere completato l'opera affidataci da Dio. E' davvero una sciagura l'avere sciupato il tempo a nostra disposizione per servire Dio, e il tralasciare le cose preordinate da Dio perché noi le facessimo (cfr. Ef 2,10). La mappa del Padre ha delle tappe ben precise per ciascuno: nessuno di noi può pretendere che esse vengano dilazionate indefinitamente. La grazia va riconosciuta e accolta mentre ci sta passando accanto.La settima parola è riportata solo dall'evangelista Luca: "Gesù, gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito" (Lc 23,46). Con queste parole Cristo consegna il suo spirito, cioè affida la propria esistenza in modo radicale nelle mani di Colui che apparentemente lo ha abbandonato in balìa dei suoi nemici. Il discepolo non può offrire a Dio un atto più grande di glorificazione. Dio non è glorificato tanto dalla lode che si innalza a Lui in base alla dimostrazione della sua potenza, o in seguito a doni ricevuti e a esperienze di liberazione constatate. Il Cristo sulla croce offre a Dio il vertice della glorificazione, perché mentre i sui sentimenti, il suo raziocinio, la sua sensibilità umana e il suo cuore, gli dicevano che il Padre lo aveva consegnato ai nemici, Egli affida radicalmente se stesso a Colui che lo abbandona. Questo è il vertice della fede teologale, e chi non arriva qui, non arriva alla santità ma soltanto al suo vestibolo. La morte di Gesù viene descritta dagli evangelisti con delle espressioni simili ma soltanto Giovanni oltrepassa il senso della morte come uscita del soffio vitale dal corpo. Luca, come è solito fare, dovendo raccontare qualcosa di crudo e di drammatico, lo fa con meno parole possibili: "Ciò detto spirò" (Lc 23,46). Anche Marco racconta la morte di Gesù con la medesima sinteticità: "Gesù, mandato un gran grido, spirò" (Mc 15,37). Matteo si esprime negli stessi termini succinti di Marco, menzionando anche lui l'ultimo grido di Gesù: "Dopo avere mandato un gran grido, rese lo spirito" (Mt 27,50). Il racconto della morte di Cristo, però, tocca delle notevoli profondità teologiche soltanto in Giovanni: "Chinato il capo rese lo spirito" (Gv 19,30). In questo versetto, la parola "spirito" è indicata dal temine greco "pneuma", che per Giovanni indica sempre lo Spirito Santo. Da questo punto di vista, la morte di Cristo coincide con l'effusione dello Spirito sul mondo, e il suo ultimo respiro con il primo respiro della Chiesa. Il momento della morte di Cristo viene contrassegnato dai sinottici con alcuni fenomeni concomitanti. Uno di questi è lo squarcio del velo del Tempio di Gerusalemme (cfr. Mt 27,51; Mc 15,38; Lc 23,45). Tale velo separava dalle altre zone sacre il cosiddetto Santo dei santi, ossia la dimora di Dio, il luogo della presenza della "shekinà", la gloria di Jahweh, dove nessuno poteva entrare. Solo il sommo sacerdote, una volta all'anno, nella festa ebraica dello "Yom kippùr" (il giorno della espiazione) penetrava aldilà di quel velo, che indicava la distanza dell'umanità dalla divinità, l'esclusione dell'uomo dall'intimità divina e, nello stesso tempo, il sacro terrore generato dalla coscienza del peccato umano e della santità di Dio, inaccessibile nella sua trascendenza. La morte di Cristo ha squarciato quel velo, riaprendo all'umanità l'intimità divina. Lo squarcio del velo del Tempio apre perciò le porte alla comunione dell'umanità con Dio in un nuovo amore. Altri fenomeni concomitanti, indicati solo da Matteo e tralasciati da Luca e da Marco, sono rappresentati dall'apertura delle tombe e dalla risurrezione di alcuni santi vissuti nel passato, i quali, dopo la risurrezione di Gesù, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Con la menzione di questo particolare, Matteo vuole sottolineare il carattere escatologico della morte di Cristo. Con essa, l'umanità entra negli ultimi tempi, ossia nella fase del giudizio, della risurrezione e del compimento di tutte le promesse di Dio.Tutti e tre i sinottici presentano la professione di fede del centurione che si trova ai piedi della croce di Cristo. Significativamente, Marco fa precedere le parole del centurione dalla considerazione sulla modalità della morte di Cristo: "Il centurione, vedendolo spirare in quel modo, disse: Veramente quest'uomo era Figlio di Dio" (Mc 15,39). L'evangelista Marco, in sostanza, mette in contrasto la figura di coloro che, per credere, chiedono a Cristo il miracolo della discesa dalla croce con quella del centurione che, pur non avendo dinanzi a sé alcuna dimostrazione miracolosa, compie tuttavia la sua professione di fede. L'insegnamento è chiaro: la nostra esperienza di figliolanza e di discepolato non si fonda né sui carismi, né sui segni che Dio può compiere in noi. Il vangelo non si afferma mediante segni prodigiosi. E' soltanto il nostro modo di morire che ci costituisce credibili dinanzi al mondo, nella medesima dignità del Figlio di Dio; è il nostro modo di morire che potrà penetrare nei cuori aprendoli alla fede. Vale a dire: il vangelo da noi annunciato è credibile nella misura in cui noi stessi siamo partecipi del mistero pasquale di morte e di risurrezione. Anche Matteo presenta la professione di fede del centurione negli stessi termini, benché egli la colleghi al terremoto e a quanto era accaduto in concomitanza: "Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: veramente costui era Figlio di Dio!" (Mt 27,54). Luca, differisce da Marco e da Matteo, perché presenta gli astanti in un atto di pentimento, ignoto agli altri due evangelisti: "Se ne tornarono battendosi il petto" (Lc 23,48). In sostanza, la morte di Cristo, per Luca, produce un pentimento immediato in tutti quelli che vi assistono, perché è essa stessa la dimostrazione della sua identità divina. Tra le cose che accadono dopo la morte di Cristo, solo Giovanni menziona il colpo di lancia sferrato sul suo costato. L'acqua e il sangue che ne scaturiscono sono simbolo dei sacramenti della Chiesa. La Sposa di Cristo nasce dal suo fianco squarciato, come Eva dal fianco di Adamo addormentato.

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