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L'agonia
di Gesù nel Getsemani
Sul monte degli ulivi, e precisamente nel podere chiamato Getsemani,
secondo il racconto di Marco, Gesù dice ai discepoli: "Sedetevi
qui mentre io pregherò" (Mc 14,32); secondo Matteo: "Sedetevi
qui mentre io me ne andrò là a pregare" (Mt 26,36).
Leggermente diverso è il resoconto di Luca: "Giunto sul
luogo Egli disse loro: Pregate per non entrare in tentazione" (Lc
22,40). Per Marco e per Matteo è Gesù che ha bisogno di
pregare; per Luca, invece, sono soprattutto i discepoli che devono pregare
nell'ora della prova. L'evangelista Luca, nel racconto della Passione,
presenta Cristo come "il Signore", e perciò evita la
menzione di tutti gli elementi di debolezza che possono manifestarsi
nella sua umanità, descrivendo un Gesù che signoreggia
la sua Passione. Proprio in riferimento a questa prospettiva lucana,
ci spieghiamo come mai laddove Marco dice: "Inoltrandosi un poco,
cadeva al suolo e pregava", e Matteo: "Gesù cadde con
la faccia a terra", Luca descrive questa stessa scena con altre
parole: "Si staccò da essi quanto un tiro di sasso e postosi
in ginocchio si mise a pregare". La preghiera di Cristo nel Getsemani,
per Luca si svolge con la stessa naturalezza della sua preghiera ordinaria:
"postosi in ginocchio"; essa è, per così dire,
depurata dai caratteri drammatici e angosciosi che invece deve avere
avuto in realtà e che Marco e Matteo non hanno paura di riportare
nella sua incredibile crudezza. Infatti, solo questi ultimi riferiscono
le parole dette da Gesù ai suoi discepoli: "L'anima mia
è triste fino alla morte, restate qui e vegliate con me".
Tuttavia, se da un lato Luca elimina questi aspetti di debolezza dalla
umanità di Gesù, dall'altro, la presentazione della figura
di Cristo mantiene comunque tutta la sua essenziale verità. Infatti,
è profondamente vero che Cristo entra nella sua Passione come
"il Signore" e non come uno che ne viene travolto passivamente.
Anzi, è Lui stesso che liberamente offre la sua vita secondo
il comando ricevuto dal Padre. Anche gli Apostoli, dalla narrazione
di Luca emergono con una figura delicatamente tratteggiata; di essi,
per esempio, non ci viene detto che si sono addormentati mentre Cristo
era oppresso dalla solitudine. Luca omette anche i nomi dei discepoli
che hanno lasciato solo il Maestro, dopo che Egli aveva esplicitamente
chiesto che gli restassero vicini. Marco e Matteo ci dicono che si tratta
di Pietro, Giacomo e Giovanni. La preghiera personale di Cristo nel
Getsemani somiglia molto a quella insegnata ai suoi discepoli; essa
comincia infatti con la parola "Padre", e ha come obiettivo
primario il compimento della sua volontà. Luca presenta in maniera
molto sobria la relazione di Cristo con il Padre; non così per
Marco e per Matteo. Marco introduce la preghiera di Gesù con
la parola aramaica "abbà", parola utilizzata dai bambini
per rivolgersi al proprio padre nell'intimità domestica. Matteo
non riporta la parola aramaica "abbà", ma aggiunge
la parola "Padre" con un aggettivo possessivo che vi conferisce
la stessa sfumatura di intimità e di fiducia: "Padre mio".
Luca, invece, presenta Cristo depurando la sua relazione col Padre da
elementi affettivi che possano indurre in qualche modo il lettore a
supporre nell'umanità di Gesù una debolezza emozionale
che non si addice alla sua signoria; per questo la preghiera del Getsemani
si apre con un appellativo distaccato e privo di sfumature affettive:
Egli semplicemente si rivolge a Dio con la parola "Padre".
Non Padre "mio", né tanto meno "Abbà".La
preghiera dei discepoli si presenta nell'insegnamento di Gesù
come la condizione necessaria per superare l'azione subdola del maligno
che suggestiona la mente, produce paure, disorientamenti, confusione
mentale e difficoltà di discernimento. Per il cristiano non c'è
nessun'altra possibilità di vincere il maligno. In assenza della
preghiera tutti i mali sono possibili. In Marco e Matteo l'insegnamento
sulla preghiera acquista un'altra particolare tonalità. Nel loro
racconto essi fanno riferimento alla tristezza di Gesù, e in
collegamento con essa aggiungono una sua particolare richiesta: "Rimanete
qui e vegliate con me" (Mt 26,38; Mc 14,34). Gesù chiede
agli Apostoli semplicemente la loro presenza attenta e piena d'amore;
non chiede che essi si mettano a discutere con Lui, non chiede la lode,
né la preghiera di domanda, né quella di intercessione.
Si tratta perciò di un particolare tipo di preghiera, diverso
da quelli menzionati, ossia la preghiera di semplice sguardo, uno sguardo
"affettuoso e tranquillo", come lo definisce S. Giovanni della
Croce, una presenza vigile e attenta senza parole. E' forse la preghiera
più difficile, che si realizza quando si è davvero capaci
di scendere nel profondo di sé; la preghiera che è comunicazione
senza parole, non dialogo della mente umana con la Mente divina, ma
dialogo da spirito a Spirito, ossia la preghiera contemplativa, quella
preghiera che ha superato il confine ristretto delle parole umane per
conversare con Dio alla maniera degli angeli. Cristo chiede ai suoi
discepoli proprio questa preghiera di altissima qualità, quando
le tenebre si addensano sulla fragile comunità cristiana, tra
il giovedì e il venerdì santo. Luca, invece, inserisce
nella preghiera di Gesù un altro insegnamento implicito, che
riguarda piuttosto il giusto ordine dei valori nella preghiera del discepolo.
E' opportuno un confronto sinottico: riportando la preghiera personale
di Gesù, Marco dice così: "Tutto è possibile
a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che
io voglio, ma ciò che vuoi tu" (Mc 14,36); Matteo riporta
la preghiera di Gesù negli stessi termini: "Se è
possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io,
ma come vuoi tu!" (Mt 26,39). Luca compie invece una piccola variazione,
ed è in essa che va ricercato l'insegnamento sulla preghiera:
"Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia
fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc 22,42). Luca ha insomma
capovolto l'ordine degli elementi della preghiera di Gesù: laddove
Marco e Matteo pongono la richiesta dell'allontanamento del calice in
prima posizione e in seconda posizione il primato della volontà
di Dio, Luca, significativamente, antepone il volere di Dio alla richiesta
dell'allontanamento del calice, con l'inciso "se vuoi", posto
subito dopo la parola "Padre". In questo modo, egli stabilisce
un ordine di valori a cui il cristiano deve attenersi nella sua preghiera
personale, anteponendo la volontà del Padre al proprio desiderio
personale, anche legittimo. Inoltre Luca, a differenza di Marco e di
Matteo, sottolinea pure che il Padre esaudisce immediatamente la preghiera
di Cristo, però nella modalità in cui ritiene opportuno
farlo. Infatti, come comprendiamo dal racconto evangelico e dalla teologia
della croce, il Padre non intendeva operare la Redenzione in un modo
diverso; per questo motivo, il Padre non libera Cristo dalla sofferenza
ma invia un angelo dal cielo per confortarlo. Luca afferma in tal modo
che, in ogni caso, quando Dio non può esaudire per le sue ragioni
profonde la richiesta dell'uomo, ciò non significa che Egli non
faccia nulla. Così, se anche Dio non elimina certe sofferenze,
tuttavia interviene per corroborare la persona nel tempo della prova.
Perciò, la preghiera rivolta a Dio può avere infallibilmente
due effetti: o quello di liberare l'uomo dai pericoli o quello di corroborare
la persona, pur senza togliere la sofferenza. Nel versetto successivo,
Luca dice che Gesù "in preda all'agonia, pregava più
intensamente; e il suo sudore divenne come gocce di sangue che cadevano
a terra" (Lc 22,44). Questo particolare, che non si trova né
in Marco né in Matteo, viene riportato da Luca subito dopo la
descrizione dell'apparizione dell'angelo consolatore, per affermare
la contemporaneità delle due cose: la consolazione divina e la
verità del dolore.Dopo questa preghiera Gesù ritorna dai
discepoli e li trova addormentati. Marco e Matteo riportano il rimprovero
di Gesù. In Marco tale rimprovero è rivolto solo a Pietro:
"Simone tu dormi? Non hai potuto vegliare un'ora sola?" (Mc
14,37). Ricordiamo che dietro il vangelo di Marco c'è la predicazione
romana di Pietro, il quale solleva in tal modo la responsabilità
personale degli altri, addossandosela in prima persona, come se egli
fosse stato l'unico ad addormentarsi. Invece, Matteo racconta in modo
più oggettivo il rimprovero di Cristo che è rivolto, sì,
a Pietro ma include tutti: "Non siete stati capaci di vegliare
un'ora sola con me?" (Mt 26,40).
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