"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La domenica delle Palme
A proposito della domenica delle palme, gli evangelisti Luca, Marco e Matteo raccontano l'ingresso messianico nella città santa in termini molto simili. In Matteo si coglie l'omissione di un particolare che Luca e Marco sottolineano, e che verrà ripreso nel racconto della Passione nel momento in cui Cristo sarà deposto dalla croce. Quando Cristo sale a Gerusalemme, dice ai suoi discepoli: "Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui" (Lc 19,30). Il vangelo di Marco si esprime in termini simili: "Troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito" (Mc 11,2). Questa osservazione, sfuggita a Matteo, acquista un particolare significato alla luce del fatto che anche la tomba di Cristo sarà una tomba nella quale nessuno era stato mai sepolto. Cogliamo allora una linea di collegamento con la sua nascita: il Verbo si deposita nella verginità. Come nella sua nascita il Verbo trova spazio nella verginità di Maria, nella sua morte il Verbo trova in un sepolcro dove nessuno era mai entrato, e su una cavalcatura sulla quale nessuno era mai salito. Ma va notato pure che, mentre nella nascita l'accoglienza verginale del Verbo ha come protagonista una donna, e quindi un essere umano, nel contesto della Passione a Cristo è negata l'accoglienza umana ed Egli si deposita su realtà subumane (quali un puledro e una tomba), in cui Egli trova lo spazio della verginità. Tale verginità, è mancata alla mente e al cuore di chi è stato lo strumento dell'attacco finale di Satana, il quale, allontanatosi da Cristo dopo le tentazioni del deserto, ritorna al momento opportuno, ossia nell'ora delle tenebre. Nel racconto della Passione le profezie si addensano e acquistano una posizione di estremo interesse. Infatti, una tale quantità di profezie non si riscontrano lungo la narrazione del ministero pubblico di Gesù. L'evangelista Matteo si dimostra particolarmente sensibile alle profezie dell'Antico Testamento; le frequenti citazioni, di cui egli si avvale come prove scritturistiche, vogliono dimostrare come nell'ultima settimana del Messia le antiche profezie di Isaia, di Zaccaria, di Geremia e di alcuni Salmi sono giunte al loro ultimo compimento. Ma nel racconto della Passione c'è anche un altro tipo di profezia, che potremmo definire "a breve termine", che è pronunciata da Cristo stesso, che per la prima volta svela in anticipo ai suoi discepoli quello che deve accadergli nell'arco di poche ore. Questa profezia, con la quale gli evangelisti sottolineano la piena coscienza che Cristo ha della sua sorte, si affianca fin dalla domenica delle palme alla profezia veterotestamentaria. Infatti, quando Cristo dice ai discepoli di andare nel villaggio a prendere il puledro, sta attingendo alla conoscenza anticipata di quello che loro troveranno; lo stesso accade per la preparazione della cena nel cenacolo, per la profezia del rinnegamento di Pietro e del tradimento di Giuda. Gli Apostoli verificano che le cose predette da Cristo corrispondono ai fatti che accadono poco dopo. Questo elemento distingue il racconto della Passione da quello della vita pubblica, dove Cristo non è mai solito dire in anticipo quello che sta per accadere. Cristo dimostra nell'ultima settimana della sua vita di conoscere più cose di quante non ne abbia dette, ma soprattutto queste profezie affermano la libera adesione di Cristo alla volontà del Padre, da Lui liberamente accettata, consegnandosi alla morte e a tutte le circostanze dolorose della sua Passione. L'ingresso in Gerusalemme avviene nell'accoglienza e nel tripudio popolare. Tutti e tre gli evangelisti sinottici concordano nel descrivere il particolare dei mantelli che vengono gettati al passaggio di Cristo. Questo particolare è importante per chi conosce l'Antico Testamento, perché lo stendere i mantelli non è un semplice gesto di gioia o di entusiasmo popolare ma era il gesto con cui il popolo accoglieva il re d'Israele. Il secondo libro dei Re dà un riscontro di questa consuetudine di accogliere il re d'Israele gettando i mantelli davanti al suo cavallo (cfr. 2 Re 9,13). Il mantello rappresenta una sicurezza personale, è ciò che copre, che ripara, e al contempo indica la disposizione del popolo a consegnare fiduciosamente al suo re ciò che protegge la propria vita, perché il re stesso è garante della sua sicurezza. Quindi il gesto del popolo è un'acclamazione del messianismo regale, dove Cristo viene riconosciuto come discendente di Davide e quindi come principe ereditario. Sarà proprio questo il capo di accusa sul quale faranno leva gli avversari per presentare Cristo al governatore per il processo civile. L'unico appiglio per un processo civile, infatti, era quello di una accusa politica, quale è quella di dirsi principe ereditario. La folla che acclama Cristo ha quindi un senso ambivalente: la regalità di Cristo è riconosciuta e nello stesso tempo accusata. Gli evangelisti Marco e Matteo introducono l'acclamazione della folla: "Osanna! Benedetto colui che viene nel nome dei Signore" con il verbo "gridare" (Mc 11,9 e Mt 21,9). Luca invece non parla di un grido ma di una lode: "Tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce: Benedetto colui che viene nel nome del Signore" (Lc 19,37). Per Luca il popolo sta riconoscendo non soltanto il re d'Israele ma il Messia mandato da Dio. Così mentre Marco e Matteo sottolineano l'aspetto regale di questo ingresso, Luca, che peraltro parla a una comunità che non ha la conoscenza del messianismo in senso ebraico, ossia politico e religioso nello stesso tempo, intende l'esultanza del popolo come una lode che è rivolta a Dio, in quanto la regalità di Cristo va intesa innanzitutto in senso spirituale. Ma lo specifico di Luca non si ferma qui. Dove Marco e Matteo nella parte finale dell'acclamazione dicono: "Osanna nell'alto dei cieli", Luca dice: " Pace in terra e gloria nel più alto dei cieli ". Questa acclamazione è modellata sulla medesima acclamazione che accompagna l'ingresso di Cristo nel mondo secondo il racconto lucano della nascita. Tale acclamazione, che pronunciata in cielo dagli angeli ha accompagnato l'ingresso di Cristo nel mondo, ora accompagna l'ingresso di Cristo in Gerusalemme, dove si compirà il mistero Pasquale. In questo punto Luca ha voluto evidentemente collegare la nascita e la morte, l'ingresso nel mondo e la sua deposizione nella mangiatoia, da un lato, e l'ingresso a Gerusalemme e la sua deposizione in un sepolcro, dall'altro. Peraltro l'evangelista Luca esprime le due deposizioni con lo stesso termine greco "keimenon", collegando il significato della nascita con quello della morte, cioè l'annientamento della divinità nell'umanità. Luca continua il racconto dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme prolungandolo con un altro episodio tralasciato da Marco e da Matteo, i quali, dopo la conclusione dell'acclamazione della folla, passano subito a narrare l'ingresso di Gesù nel Tempio di Gerusalemme. Per Luca invece prima di arrivare al Tempio avviene un altro episodio degno di nota. Dobbiamo ricordare che gli evangelisti attingono ai fatti avvenuti nel ministero pubblico di Gesù, ciascuno cogliendone determinati aspetti. Non si tratta di discrepanze o di contraddizioni ma di aspetti diversi che vengono colti dalla loro personale sensibilità. In questo episodio intermedio, tra l'acclamazione della folla e l'ingresso di Gesù nel Tempio, c'è un elemento teologico che per Luca non è per niente trascurabile. Dobbiamo anche notare che se Luca, che è solito presentare sempre un Gesù che domina i suoi sentimenti, riporta questo episodio, è perché egli lo ritiene particolarmente importante. Gesù, piangendo su Gerusalemme, esclama: "Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata" (Lc 42,44). Per Luca la salvezza non è continuamente a portata di mano dell'uomo, tale che uno la possa prendere tutte le volte che vuole, tale che uno possa permettersi di organizzare autonomamente la propria vita, riservandosi poi di ricordarsi di Dio in un dato momento. Il Cristo di Luca è un Cristo che passa, e non è mai descritto in posizione statica. Alcuni incontri narrati da Luca, quali per esempio la guarigione del cieco di Gerico e la conversione di Zaccheo, avvengono mentre Cristo sta passando. Secondo Luca, al cieco che chiede la causa di tutto quel movimento che avverte intorno a sé, la folla risponde "Passa Gesù il Nazareno" (Lc 18,37); Marco e Matteo dicono: "C'è Gesù il Nazareno". Anche nel caso di Zaccheo l'incontro non avviene in una posizione statica; Zaccheo ritrova se stesso mentre Cristo sta passando: "Allora Zaccheo corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là" (Lc 19,4). E' evidente che tanto il cieco di Gerico, quanto il pubblicano Zaccheo, afferrano la grazia che passa, perché si trovano ben disposti verso di essa nel momento stesso in cui Cristo concede loro un tempo favorevole di perdono. Questo tema della grazia che passa, tanto caro all'evangelista Luca, viene qui applicato a Gerusalemme, la quale, nel tempo di grazia a lei concesso da Dio, non riconosce il passaggio di Cristo. Da questo momento in poi gli occhi di Gerusalemme saranno incapaci di scorgere la via della pace. E' in fondo il medesimo concetto teologico espresso nel vangelo di Giovanni da Cristo stesso quando, in una disputa con i Giudei, dice tra l'altro: "Voi mi cercherete ma non mi troverete" (Gv 8,21-22). La possibilità di incontrare Cristo non dipende dall'uomo: l'incontro salvifico risulta dalla prontezza dell'accoglienza del passaggio del Signore. Dopo questo episodio, anche Luca descrive l'ingresso di Gesù nel Tempio, coincidendo con Matteo e Marco. Matteo è l'unico che dopo aver narrato la cacciata dei venditori dal Tempio, prosegue raccontando un altro fatto per lui non trascurabile, quale è l'acclamazione dei fanciulli. Questa acclamazione, tralasciata da Luca e da Marco, ha per Matteo un particolare valore in quanto compie una Scrittura che è il Salmo 8: "Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode" (Mt 21,16). Quindi il salmo 8, con il quale il popolo ebraico ha pregato per secoli, era orientato non a indicare una qualunque preghiera fatta dai bambini, ma quella lode che circonda Cristo nel suo ingresso a Gerusalemme. Con questo episodio si conclude il racconto della domenica delle palme.L'indomani avviene un altro episodio riportato unicamente da Marco e da Matteo, e tralasciato da Luca: la maledizione del fico (cfr. Mc 11,12-14; Mt 21,18-22). L'episodio della maledizione del fico è un'azione simbolica che si carica di significato alla luce degli episodi che avvengono nelle circostanze concomitanti, quali il pianto su Gerusalemme e la cacciata dai venditori dal Tempio, ma che nello stesso tempo si collega alla parabola dei vignaioli omicidi, i quali non danno i frutti dovuti ai servi mandati dal padrone; alla fine uccidono anche il figlio per eliminare l'antagonismo dell'erede. Tutto ciò descrive con immagini e figure l'esito finale del ministero di Gesù.

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