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Il processo a Gesù
Dopo l'arresto ha inizio il processo religioso. Gesù subisce, nel racconto della Passione dei quattro vangeli, un primo processo di carattere religioso e un secondo processo di carattere politico. Nel primo viene accusato di essere un falso profeta, e quindi un bestemmiatore, nel secondo di essere un rivoluzionario, esponente del movimento antiromano, un pretendente al trono della Giudea in contrasto con l'autorità dell'imperatore di Roma. Gli evangelisti, subito dopo il racconto dell'arresto, spostano la loro attenzione verso l'esterno, mentre Gesù viene condotto nella casa del suocero di Caifa, sommo sacerdote in quell'anno. Qui si verifica l'episodio del rinnegamento di Pietro. Gli evangelisti si soffermano con attenzione su questo episodio, raccontandolo ciascuno con piccole variazioni di dettaglio, alcune prive di un significato particolare, altre degne di nota dal punto di vista teologico. Gli evangelisti concordano pienamente nella descrizione di Pietro che segue da lontano il Maestro: "Pietro, intanto, se ne stava seduto fuori, nel cortile" (Mt 26,69); "Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva…" (Mc 15,66); "Pietro lo seguiva da lontano" (Lc 22,54). L'Apostolo Pietro viene descritto come il discepolo che rimane a una certa distanza dal suo Maestro. Pietro intuisce che essere troppo vicini a Gesù comporta l'accettazione di un rischio, una consegna di se stessi e una rinuncia alla propria vita. Il tema del confine che il discepolo pone all'amore del suo Maestro, è un problema che l'Apostolo Pietro si porta dentro, nella sua storia personale, fino alla Pentecoste. Anche il vangelo di Giovanni, prima ancora dell'arresto, e quindi in un momento in cui nessuno di loro corre alcun rischio per la sua vicinanza a Cristo, nota che Pietro non si sente di avvicinarsi a Cristo per chiedergli chi di loro lo avrebbe tradito; piuttosto, desiderando saperlo, egli suggerisce al discepolo che Gesù amava di porre questa domanda (cfr. Gv 13,24). Adesso, alla luce del rinnegamento di Pietro, questo episodio lascia intravedere ulteriori verità. Cristo non ha posto alcun confine ai suoi discepoli nell'ingresso dentro il suo Cuore; l'intimità di Cristo è offerta ai suoi discepoli nella stessa misura a tutti e a ciascuno. La prova più evidente è il dono dell'Eucaristia: in essa Cristo si offre totalmente a chi lo riceve e, avendo donato Se stesso, è impossibile che possa dare di più. Sta quindi a ciascuno lasciare che Cristo non trovi ostacoli nella sua opera di redenzione. In sostanza, ciascuno decide i confini oltre i quali non inoltrarsi nel Cuore di Cristo; ma Cristo non pone nessun confine e il discepolo può entrare fin dove vuole. Poiché questa intimità presuppone, però, un rinnegamento di sé e un passaggio dalle opere fatte per Lui all'opera che Lui vuole fare su di noi, avviene allora che il discepolo può accettare di entrare nel Cuore di Cristo con delle riserve, mantenendosi cioè a una certa distanza. Discepolato sì, ma senza rischi. Nel contesto della Passione, potremmo dire a una distanza di "sicurezza". Questo discepolato che si mantiene a "distanza di sicurezza" è debole e rischia di crollare su se stesso, quando le prove si fanno particolarmente dure. La distanza che Pietro pone tra sé e Cristo durante l'ultima cena narrata da Giovanni, ha un perfetto parallelismo con la distanza che Pietro stabilisce tra sé e Cristo dopo l'arresto. Nell'uno e nell'altro caso è un meccanismo di difesa. Pietro intuisce che vivere il discepolato nella piena e profonda intimità con il Cuore di Cristo, comporta prima o poi ritrovarsi con Lui sul Golgota, come accade inevitabilmente al discepolo che Gesù amava e a Maria Maddalena; un discorso a parte meriterebbe la Madre di Gesù, nel suo silenzio sotto la croce, ma non è questa la sede giusta. E così, mentre Pietro, il discepolo che nell'ultima cena pone una distanza tra sé e Cristo, continua a mantenere questa distanza anche nel tempo della prova, l'altro discepolo, quello che Gesù amava, che poggia il suo capo sul petto di Cristo e non ha posto confini al suo ingresso nell'intimità del Cuore del Maestro, si ritroverà ancora una volta vicino a Lui, unito e partecipe nel mistero della croce, solidale con il dolore dell'Abbandonato. Una tale intimità permette al discepolo amato di restare in piedi mentre tutto crolla; ma la distanza di Pietro, nella quale pensava di trovarsi al sicuro, lo indebolisce al punto tale da porre tra sé e il Maestro un'ulteriore voragine, che è quella del rinnegamento: "Non conosco quell'uomo che voi dite" (Mc 15,71). Non avendo rinnegato se stesso per vivere nell'intimità del Cuore di Cristo, Pietro approda quasi deterministicamente al rinnegamento del Maestro. Allora il discepolo non ha altra possibilità: o il rinnegamento di sé per entrare nell'intimità del cuore di Cristo e per rimanere con Lui fino alla croce, oppure stabilire una distanza di sicurezza tra se e il Maestro, approdando però al rinnegamento di Colui che il Padre ha consegnato alla morte per la nostra salvezza. In questa distanza di sicurezza, Pietro sta cercando di ricavarsi una incolumità personale, ma in realtà egli è profondamente solo, e alla fine si ritrova tremante dinanzi a una serva del sommo sacerdote e dinanzi ad altri passanti, che dicono: "In verità egli era con lui, infatti è Galileo" (Mc 15,70). Luca e Marco non precisano da quale indizio i presenti abbiano capito che Pietro è proveniente dalla Galilea, Matteo invece lo indica in questi termini: "Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!" (Mt 26,73). L'evangelista Luca nota un particolare importante che sfugge a Marco e a Matteo: il pentimento di Pietro è preceduto da uno sguardo di Cristo. Infatti, considerando i versetti paralleli di Marco e di Matteo, ci si accorge che in essi viene menzionato il canto del gallo e subito dopo il ricordo della profezia che Cristo aveva pronunciato nell'ultima cena. Luca introduce un terzo elemento tra il canto del gallo e il ricordo della profezia: "Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte" (Lc 22,61). Lo sguardo di Cristo precede il pentimento, e potremmo dire, dal punto di vista di Luca, lo causa. L'autentico pentimento non è provocato da un evento esterno, ma è lo sguardo di Cristo che suscita nel cuore di Pietro il pentimento e insieme la reminiscenza di quella parola udita nell'ultima cena. L'unico pentimento autentico è quello che nasce dal dolore di avere tradito l'Amico che mi ha amato infinitamente. Il più delle volte il nostro pentimento è determinato dal dolore dei mali che sono conseguiti al nostro peccato, ma il vero pentimento nasce dalla coscienza di avere tradito l'Amico fedele. Con il pianto di Pietro si chiude questa scena che gli evangelisti focalizzano immediatamente dopo l'arresto. Successivamente, vengono descritti gli oltraggi che Cristo subisce durante il processo religioso: "Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: Indovina: chi ti ha colpito?" (Lc 22,63-64). Cristo viene sbeffeggiato come profeta; la beffa è qui collegata al dono di conoscenza tipico dell'uomo di Dio. Durante il processo civile Cristo sarà invece sbeffeggiato come re, incoronato di spine e coperto con un manto di porpora. Luca, rispetto a Marco e a Matteo, omette gli sputi e rende la descrizione degli oltraggi più sfumata e meno drammatica, e non si sofferma sulle varie battute scambiate tra i testimoni e il sommo sacerdote. Matteo, al capitolo 27, sottolinea il carattere pilotato del processo, il cui esito era già deciso prima ancora del suo inizio: "Gli anziani del popolo e i sommi sacerdoti, tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire" (Mt 27,1).

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