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Il
racconto del processo religioso appare più sfumato in Luca e
invece più ricco di particolari in Marco e Matteo. Questi ultimi,
sottolineano il silenzio di Gesù dinanzi al sommo sacerdote:
"Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all'assemblea, interrogò
Gesù dicendo: Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro
contro di te? Ma egli taceva e non rispondeva nulla" (Mc 14,60-61);
anche Matteo si esprime in termini analoghi: "Alzatosi il sommo
sacerdote gli disse: Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro
contro di te? Ma Gesù taceva" (Mt 26,62). Nel silenzio di
Cristo si intravede la sua più autentica regalità. Cristo
signoreggia la sua Passione in quanto è libero dalla volontà
di dimostrare qualcosa a qualcuno, libero dal bisogno di difendere Se
stesso e di offrire in tempi brevi dimostrazioni risolutive. Il discepolo,
dietro il silenzio di Cristo, può facilmente intravedere quale
sia il senso dell'affidamento completo della propria vita a Dio. Il
bisogno di costruire argomentazioni per dimostrare qualcosa a qualcuno
è una debolezza e non una forza, è una prigionia dello
spirito e non un'esperienza di libertà. Gli evangelisti, in concomitanza
col silenzio di Cristo, sottolineano anche la meraviglia di coloro che
intorno a Lui notano questo silenzio e non lo comprendono. Gli uomini
del potere, dominati essi stessi dalla volontà di dominare, non
comprendono il silenzio di Cristo e quindi neppure la sua Parola. Il
sommo sacerdote ed Erode rimangono perplessi dinanzi al silenzio di
quest'Uomo che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno, perché
attende da Dio l'ultima e definitiva parola. Se il discepolo non si
libera dalla fretta di vedere l'opera di Dio, difficilmente può
perseverare nel discepolato. Il discepolato è un'esperienza di
radicale trasferimento dell'asse di gravitazione da se stessi a Dio,
solo così si diventa liberi. Icona di questa stupenda libertà
è Maria Maddalena che si siede ai piedi del Maestro, smemorata
del suo passato e del suo presente, libera dal bisogno di dimostrare
qualcosa a qualcuno. Cristo pronuncerà, quando Lui vorrà,
la sua Parola definitiva così come il Padre, quando vorrà,
pronuncerà la sua Parola definitiva che giustificherà
e glorificherà il Figlio in faccia a tutto il mondo. Nel vangelo
secondo Giovanni, Cristo promette il Paraclito; sarà proprio
lo Spirito Santo che convincerà il mondo quanto alla giustizia,
quanto al giudizio e quanto al peccato. L'opera dello Spirito insomma
riapre nelle coscienze il processo a Gesù, capovolgendo i termini
della questione e ponendo sul banco degli imputati coloro che erano
stati i suoi giudici. Questo processo, che si riapre nelle coscienze,
ha ancora un carattere interno e segreto, fino a quando, secondo la
terminologia di Daniele, saranno aperti i libri e la corte celeste siederà
per valutare le azioni umane. Se il discepolo sa attendere fino a quel
momento, diventa capace di capire il silenzio di Cristo, e chi capisce
il silenzio di Cristo è in grado di capire anche la sua Parola.
Dinanzi al sommo sacerdote, Cristo non tace la propria identità.
Su questa proclamazione della propria identità, il sinedrio stabilisce
infatti il capo d'accusa: "Ha bestemmiato! Perché abbiamo
ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che
ve ne pare? E quelli risposero: E' reo di morte!" (Mt 26,65-66);
Luca e Marco presentano in termini non dissimili l'esito del processo
religioso. Luca, che è solito sfumare gli aspetti troppo crudi
del racconto della Passione, omette l'esplicita sentenza di morte. Tra
la conclusione del processo religioso e l'inizio del processo civile,
solo Matteo inserisce un ulteriore quadro che è quello del suicidio
di Giuda (Mt 27,3-10). Mentre Luca descriveva l'autentico pentimento
come un dolore non derivante dalla visione del proprio fallimento, Matteo
descrive, mediante la disperazione di Giuda, il pentimento radicalmente
falso. L'evangelista Matteo riporta una sorta di autodefinizione di
Giuda, che poi si muterà fatalmente in un autogiudizio: "Ho
peccato tradendo il sangue innocente" (Mt 27,3). Non c'è
dubbio che Giuda abbia individuato la vera ragione per pentirsi. Non
è il suo fallimento come Apostolo ciò che lo spinge a
pentirsi; egli parte da una intuizione corretta ma poi approda a una
soluzione radicalmente autonoma, pronunciando un autogiudizio che Matteo
lascia intravedere al v. 5: "Gettati i denari nel Tempio, si allontanò
e andò a impiccarsi". Il pentimento di Giuda, approda così
a una sostituzione di Dio con se stesso. Il rapporto dell'uomo rispetto
al proprio peccato non potrebbe essere più deformato. In sostanza,
che cosa fa naufragare il pentimento di Giuda? Egli riconosce, da un
lato, il proprio peccato, identificandosi nel ruolo dell'imputato, ma
non riesce, dall'altro, a rinunciare al ruolo del giudice. La sua coscienza
gli rimprovera il suo errore, e lo mette dinanzi alla sua verità,
mentre la sua superbia gli impedisce di accogliere un giudizio che non
sia quello pronunciato da lui stesso. La volontà di conservare
questo duplice ruolo, di imputato e di giudice, gli crea una disposizione
interiore derivante dalla radice della superbia, che lo va a conficcare
al centro di un sistema chiuso, nel quale la misericordia di Dio non
può più penetrare. Il suicidio, a cui Giuda approda, non
è altro che la manifestazione esterna di un sistema impenetrabile
alla grazia di Dio. Alla luce di questo episodio, il discepolo è
chiaramente invitato a tenere sempre separati i due ruoli e a rinunciare
ad assumere il posto del giudice, che spetta solo al Cristo innalzato
sulla croce. Nella sintesi di questi due ruoli, Giuda impedisce a Cristo
di offrire al Padre quella che sarebbe stata la vittoria più
grande del Redentore su Satana: il perdono del suo traditore personale.
Infatti, l'unica sentenza che il Crocifisso avrebbe potuto pronunciare
su Giuda sarebbe stata una sentenza di assoluzione e di perdono. Tale
episodio narrato da Matteo ci permette di cogliere anche il carattere
distruttivo del peccato e la sua capacità di frantumare i rapporti
umani. Giuda, dopo essere stato fortemente unito ai membri del sinedrio
che lo avevano strumentalizzato, condividendo gli stessi obiettivi,
viene da loro tragicamente abbandonato al suo destino. Lo strumento
ha compiuto la sua opera, ha risposto alle loro aspettative, perciò
oramai non serve più e può solo essere buttato via. Il
peccato non è capace di unire ma unicamente di dividere e frantumare
i rapporti umani, riducendo le persone a semplici oggetti. Neppure quelli
che trovano la loro massima intesa nel compiere il male, riescono poi
a rimanere uniti dopo averlo compiuto.
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