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La Sapienza grida per le strade nelle piazze fa udire la voce;
21 dall’alto delle mura essa chiama, pronunzia i suoi
detti alle porte della città: 22 “Fino a quando,
o inesperti, amerete l’inesperienzae i beffardi si compiaceranno
delle loro beffee gli sciocchi avranno in odio la scienza? 23
Volgetevi alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il
mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole.
24 Poiché vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso
la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; 25 avete trascurato
ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto; 26
anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò
beffe quando su di voi verrà la paura, 27 quando come
una tempesta vi piomberà addosso il terrore, quando la
disgrazia vi raggiungerà come un uragano, quando vi colpirà
l’angoscia e la tribolazione. 28 Allora mi invocheranno,
ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno.
29 Poiché hanno odiato la sapienzae non hanno amato il
timore del Signore; 30 non hanno accettato il mio consiglio
e hanno disprezzato tutte le mie esortazioni; 31 mangeranno
il frutto della loro condotta e si sazieranno dei risultati
delle loro decisioni. 32 Sì, lo sbandamento degli inesperti
li ucciderà e la spensieratezza degli sciocchi li farà
perire; ma chi ascolta me vivrà tranquillo e sicuro dal
timore del male”.
La sezione dei versetti da
20 a 32, si apre con la descrizione della sapienza che si rivolge
all’uomo e fa un appello generale per essere ascoltata.
Il carattere principale di questa descrizione, è rappresentato
dai luoghi che la sapienza sceglie per lanciare i suoi appelli:
“La Sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire
la voce; dall’alto delle mura essa chiama, pronunzia i
suoi detti alle porte della città” (vv. 20-21).
Questi due versetti sono rivelativi di una precisa verità:
la grazia di Dio ci perseguita ovunque, non ci sono luoghi dove
essa non ci raggiunge. Ma in modo particolare, questi luoghi
dove la sapienza grida e lancia il suo appello, sono tutti luoghi
aperti, trafficati, dove comunemente si svolge la vita quotidiana.
L’insegnamento della sapienza non è quindi occulto,
non è dato in luoghi segreti, come se fosse riservato
a pochi illuminati; la grazia di Dio agisce universalmente,
nessuno è escluso dal suo tocco e dal suo richiamo. Anche
coloro che apparentemente sembrano lontani da Dio per le loro
scelte pratiche, o per il loro stile di vita, sono pungolati
nella loro coscienza dalla parola della sapienza. Si tratta
piuttosto, come viene specificato nei versetti successivi, di
accogliere questa voce. Il problema non sta quindi nell’udire
la voce della sapienza, perchè questa voce comunque ci
raggiunge, risuonando nelle piazze e nelle strade; il problema
sta invece nella disponibilità a seguirla, e qui è
in gioco, ancora una volta, l’esercizio maturo della libertà.
Dopo avere affermato l’opera universale della grazia di
Dio, mettiamo a fuoco alcuni verbi chiave utilizzati dall’autore:
“Fino a quando, o inesperti, amerete l’inesperienza,
e i beffardi si compiaceranno delle loro beffe e gli sciocchi
avranno in odio la scienza?” (v. 22). In questi verbi,
messi in evidenza, si coglie la direzione dell’orientamento
del cuore degli empi, nelle sue inclinazioni profonde: l’amore
verso ciò che è negativo. L’idea di fondo
trasmessa da questo insegnamento è che il peccato non
consiste tanto nel gesto che concretizza una trasgressione,
quanto piuttosto in un cuore che si compiace di quelle cose
che dovrebbe disprezzare. Si potrebbe verificare, sulla base
di questo presupposto, una situazione paradossale, quella in
cui una persona potrebbe non aver commesso mai, nella sua vita,
un peccato grave sul piano dei gesti, avendo però nel
cuore un fondamentale apprezzamento del male. Insomma, il v.
22 intende dire che non basta non compiere il peccato, ma bisogna
anche non amarlo. Lo stesso vale per i beni messianici: i doni
di Dio devono essere apprezzati, amati, posti al vertice di
tutto, e non soltanto scelti a livello dei comportamenti; analogamente,
il peccato non deve essere soltanto evitato, ma soprattutto
non deve essere amato. “Volgetevi alle mie esortazioni:
ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò
le mie parole” (v. 23). Questo versetto, dal punto di
vista teologico, è caratterizzato da una diretta connessione
tra lo Spirito e la Parola. E in verità, nella vita della
Chiesa, lo Spirito e la Parola agiscono sempre insieme. Nel
nostro cammino di discepolato, in particolare, noi riceviamo
lo Spirito che si effonde all’ascolto della Parola. Il
testo utilizza un’espressione che richiama da vicino il
profeta Gioele (cfr. Gl 3,1-5) e soprattutto l’esperienza
della Pentecoste, quando il gruppo apostolico, riunito intorno
a Maria, riceve lo Spirito (cfr. At 1,14 e 2,1-21). Anche lì
lo Spirito e la Parola agiscono insieme, e nel momento in cui
lo Spirito Santo si effonde sul gruppo apostolico, Pietro acquista
una nuova lettura delle profezie bibliche, come pure la sua
stessa parola acquista una nuova efficacia. Dal v. 24 in poi,
viene sottolineata l’assoluta libertà della persona
nelle sue scelte fondamentali. L’attrazione, che Dio opera
sul nostro cuore per innamorarci di Lui, è molto forte,
ma non al punto da forzare in qualche modo la nostra libertà.
L’azione di Dio equilibra perfettamente l’intensità
dell’attrazione col rispetto della libertà della
persona. Notiamo che il testo insiste, infatti, più sulla
libertà individuale che sull’attrazione esercitata
dalla sapienza sul cuore umano. Della sapienza si dice soltanto
che grida per le piazze, presso le mura e alle porte della città,
ma dei destinatari si dicono molte altre cose, in riferimento
alla loro possibile risposta: “Poiché vi ho chiamato
e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione;
avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non
avete accolto” (vv. 24-25). La risposta dell’uomo
all’attrazione di Dio è una risposta perfettamente
libera, come evidenzia il v. 31: “mangeranno il frutto
della loro condotta e si sazieranno dei risultati delle loro
decisioni”. La grazia di Dio si propone con la sua intensità,
ovvero con la sua forza di attrazione, ma tutto si determina
poi in forza di una decisione umana non condizionata, che produce
dei frutti che diventano, in definitiva, l’unico nutrimento
di chi ha fatto quelle scelte. La sezione finale del capitolo
primo, ci permette di cogliere alcune costanti dell’opera
di Dio nei confronti dell’uomo. La prima, e la più
importante di esse, è la maniera con cui Dio ci ama;
una maniera radicalmente diversa da quella che noi applichiamo
a coloro che amiamo. Fino a quando non impariamo a discernere
il modo in cui ci ama Dio, ovvero come si ama divinamente, avremo
sempre grandi difficoltà nel capire i gesti di Dio nei
nostri confronti e le sue permissioni ci appariranno sempre
più misteriose, se non addirittura arbitrarie. Ma quando
impareremo ad amare come Lui, capiremo il suo modo di amarci
e di guidarci. Questo modo di amare in maniera divina, esclude
l’idea che l’amore consista nell’imporre agli
altri quello che noi riteniamo possa essere il loro bene. Il
Signore, invece, non ci impone nulla; anche le cose più
straordinarie e i doni più eccelsi, Egli li colloca a
una certa distanza da noi, in attesa che ci decidiamo a muoverci
per prenderli. Intravediamo facilmente questa disposizione di
Dio nei versetti da 23 e seguenti. Le parole della sapienza
si riferiscono all’unica àncora di salvezza che
l’uomo ha a disposizione, ossia l’ascolto: “Volgetevi
alle mie esortazioni… ho chiamato e avete rifiutato…
ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato
ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto”
(vv. 23-25). La disposizione di Dio nei nostri confronti è
insomma quella di una pedagogia che ci prepara gradualmente
alle grandi svolte della nostra vita, ma senza mai sostituirsi
a noi, e senza mai imporre ad alcuno quello che Lui ritiene
sia il nostro bene. La divina pedagogia si presenta in questi
versetti come una preparazione graduale a certi fatti che nella
nostra vita possono avere un peso, o in senso negativo - un
rovescio di fortuna, un momento di tribolazione, di malattia,
di dolore -, o in positivo - le chiamate a fare dei salti di
qualità, a superare noi stessi, o ad assumere particolari
responsabilità nei confronti degli altri -. Dio ci prepara
gradualmente a queste grandi svolte, con una pedagogia preparatoria
che si estende lungo i nostri giorni, prima ancora che arrivi
il tempo della prova. I versetti da 23 a 25, sottolineano come
sia necessario guardare ogni evento nel quadro della divina
pedagogia. Per un credente, non ci sono fatti che accadono in
maniera indipendente o slegata da altri; anche se noi ci concentriamo
soprattutto sul singolo evento, e ci chiediamo perché
Dio lo abbia permesso, in realtà, ogni singolo evento,
è collegato a una trama molto più ampia, che costituisce
un tessuto unico, il cui senso può essere compreso talvolta
solo dopo molti anni (cfr. Gen 50,18-22). Le parole del libro
dei Proverbi ci invitano a calarci dentro il tessuto unico della
divina pedagogia, per non giungere impreparati alle grandi svolte:
“anch’io riderò delle vostre sventure, mi
farò beffe quando su di voi verrà la paura, quando
come una tempesta vi piomberà addosso il terrore”
(vv. 26-27). Il Signore non si ritiene responsabile di quei
guai dove noi stessi ci siamo cacciati, per non averlo ascoltato:
non li vuole né li aveva programmati per noi. E’
questo il senso delle parole successive che possono impressionare
il lettore: “Allora mi invocheranno, ma io non risponderò,
mi cercheranno, ma non mi troveranno” (v. 28). Dio, indica
il bene come meta, ne descrive il percorso, ma non impone a
nessuno di incamminarsi su quella strada, neppure quando rifiutare
di ubbidirgli equivale a una morte eterna e definitiva. Da questo
punto di vista è eloquente il v. 32: “Sì,
lo sbandamento degli inesperti li ucciderà e la spensieratezza
degli sciocchi li farà perire”. Trascurare gli
insegnamenti della sapienza non ha, nella vita dell’uomo,
piccole conseguenze, ma è una questione di vita o di
morte: “Chi ascolta me vivrà tranquillo e sicuro
dal timore del male”. La prima costante dell’azione
di Dio è quindi la modalità divina del suo amore
che invita anche noi ad amare divinamente, per capire Dio e
per cogliere i suoi segni nella nostra vita. Una seconda costante,
possiamo definirla con la parola “pedagogia”, cioè
un insieme di disposizioni di fatti e di circostanze orientati
alla nostra crescita. Dio non è solito togliere dal nostro
cammino umano gli ostacoli e le sofferenze. La morte di Cristo,
sulla Croce, ha liberato l’uomo dal male, ma questo non
significa che nel nostro cammino umano tutto sia diventato liscio.
Dio non toglie dalla nostra strada gli ostacoli e le sofferenze,
ma ci prepara ad affrontarle vittoriosamente; prima ancora che
giunga la paura, prima ancora che arrivino le sventure, prima
ancora che la disgrazia ci raggiunga come un uragano (cfr. vv.
26-27), Dio fortifica e innalza il nostro spirito, ci dà
una tempra da lottatori e in questo modo ci rende vittoriosi
in tutte quelle prove che Lui dispone per noi. In che modo si
realizza questa pedagogia, nella quale siamo preparati come
atleti e come lottatori? Nel NT, l’Apostolo Paolo definisce
la vita cristiana come una gara sportiva nella quale vincono
quelli che combattono secondo le regole (2 Tm 2,5), e quelli
che non hanno trascurato di allenarsi ogni giorno, secondo una
dura disciplina (1 Cor 9,25). Anche di se stesso l’Apostolo
dice di allenarsi quotidianamente imponendo a se stesso una
disciplina (1 Cor 9,26-27), come fanno gli atleti per vincere
le gare. Ma l’Apostolo si paragona anche al soldato che
imbraccia le armi e combatte (cfr. Ef 6,10-17; 2 Tm 2,4). Questa
è dunque la realtà della vita cristiana: è
una gara ed è un combattimento. Quelli che non si allenano,
quelli che non si impongono ogni giorno una disciplina, per
essere agili sul campo e sull’arena, non possono vincere
la corona destinata ai grandi atleti e agli eroi. Da questi
versetti, possiamo dire che Dio ci allena, come un allenatore
fa con la sua squadra, attraverso la sua Parola: “Volgetevi
alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito
su di voi e vi manifesterò le mie parole” (v. 23).
E’ dunque l’accoglienza della Parola, e la fedeltà
a essa, ciò che ci allena quotidianamente alla grande
gara, dove ciascuno di noi dimostrerà la statura che
ha, nella misura in cui supererà i suoi combattimenti
contro lo spirito del male. Coloro che non ascoltano la sapienza
somigliano perciò a un atleta che non si allena in vista
della gara, oppure a un soldato che non prende le armi per andare
in guerra. In questo senso i versetti da 24 a 32 sono molto
eloquenti: “vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso
la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato ogni
mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto; anch’io
riderò delle vostre sventure… Allora mi invocheranno
ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno…”.
Ma cosa corrisponde, nella nostra esperienza cristiana reale,
a queste parole così radicali e così crude? Anche
qui ci troviamo dinanzi a una delle costanti dell’azione
di Dio verso di noi. Tale opera divina verso di noi implica
una comunione personale, che non si può costruire bene,
quando dentro di noi ci sono troppi ostacoli. Il v. 28: “Allora
mi invocheranno ma io non risponderò, mi cercheranno,
ma non mi troveranno”, non esprime l’arbitrio di
Dio, cioè la sua volontaria sordità davanti all’invocazione
dell’uomo. Al contrario, il messaggio generale della Bibbia
presenta Dio nell’atto di porgere l’orecchio alla
richiesta di aiuto, che sale a Lui dalla terra. Piuttosto esprime
il fatto che nessuno può cercare Dio e trovarlo per propria
iniziativa. Dio si trova, quando si fa trovare Lui, perché
non è nel potere dell’uomo cercare e trovare Dio.
Queste stesse parole Cristo le pronuncerà nel vangelo
di Giovanni, rivolgendosi ai Giudei: “Voi mi cercherete
e non mi troverete; e dove sono io voi non potete venire”
(Gv 7,34). Anche qui Cristo non si riferisce a un suo rifiuto
di farsi trovare da coloro che lo cercano, quanto piuttosto
alla disarmonia dei tempi, ossia al fatto che i Giudei cominceranno
a cercarlo, quando il tempo di grazia per loro sarà scaduto.
La ricerca di Dio per propria iniziativa, non produrrà
insomma nessun frutto; la ricerca di Dio approda invece alla
comunione con Lui, quando Lui si fa trovare. Per questo, avere
ascoltato le sue esortazioni, essersi sottomessi alla sua Parola,
e avere ricevuto lo Spirito mediante la Parola, dispone la persona
ad armonizzarsi e a vivere i ritmi giusti della grazia di Dio,
per non arrivare mai tardi all’appuntamento con lo Sposo.
Questo medesimo versetto ha anche un’altra sfaccettatura.
Posto che Dio ascolta sempre l’invocazione dell’uomo,
è possibile per l’uomo invocarlo sempre? La preghiera
non è una realtà che si inventa, essa si costruisce
attraverso le tappe di un cammino di maturazione. Così,
quando una persona, nei tempi della serenità, non si
è esercitata nel dialogo con Dio e nella comunione con
Lui, sarà difficile per lei, nel tempo della prova, quando
non si ha talvolta neppure il tempo di riflettere, riuscire
a formulare nel proprio cuore un’invocazione a quel Dio
con cui non ha mai dialogato. La preghiera, lungamente esercitata,
diventa come una seconda natura, e si innalza spontaneamente
nei momenti difficili, ottenendo da Dio la grazia dell’aiuto
e della fortezza. “Mi cercheranno, ma non mi troveranno”,
vuol dire che il non ascolto, la ribellione, il rifiuto di costruire
dentro di sé a poco a poco l’uomo nuovo, costituiscono
tanti di quei massi che rendono difficile la comunione con Dio.
Non è dunque un arbitrio di Dio quello di non lasciarsi
trovare. Dio non gode della rovina dei viventi, come afferma
molto chiaramente la Bibbia in più punti, ma ha messo
nelle nostre mani un grandissimo potere: la libera scelta di
vivere o di morire (cfr. Dt 30,15-20; Ez 18,32). La sapienza
che grida per le strade, indica una via che è l’unica
su cui si può essere sicuri: “Sì, lo sbandamento
degli inesperti li ucciderà,e la spensieratezza degli
sciocchi li farà perire; ma chi ascolta me vivrà
tranquillo e sicuro dal timore del male” (v. 32). L’insegnamento
della sapienza è insomma l’unica realtà
dove la persona umana può dimorare fiduciosamente al
sicuro. Senza l’insegnamento della sapienza, le prove
della vita potrebbero soverchiare la persona: le forze umane
non sono sufficienti ad affrontare certe problematiche, o certi
dolori, che l’esperienza pone sul nostro cammino. Dinanzi
a tutto ciò, la voce della sapienza, nelle piazze e nelle
strade, grida così: “Chi ascolta me vivrà
tranquillo e sicuro dal timore del male” (v. 32). Chi
entra nell’insegnamento della sapienza ha dunque vinto
su tutte le minacce della paura e dell’incertezza. L’amore
di Dio allora, come già si è detto, non consiste
nel togliere nel nostro itinerario tutte le situazioni che ci
minacciano o che ci mettono in difficoltà. Il suo modo
di amarci consiste nella comunicazione della sua luce al nostro
cuore, una luce che permette infallibilmente di vedere la strada
giusta. La decisione di percorrerla, però, è unicamente
nostra.
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