"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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20 La Sapienza grida per le strade nelle piazze fa udire la voce; 21 dall’alto delle mura essa chiama, pronunzia i suoi detti alle porte della città: 22 “Fino a quando, o inesperti, amerete l’inesperienzae i beffardi si compiaceranno delle loro beffee gli sciocchi avranno in odio la scienza? 23 Volgetevi alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole. 24 Poiché vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; 25 avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto; 26 anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando su di voi verrà la paura, 27 quando come una tempesta vi piomberà addosso il terrore, quando la disgrazia vi raggiungerà come un uragano, quando vi colpirà l’angoscia e la tribolazione. 28 Allora mi invocheranno, ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno. 29 Poiché hanno odiato la sapienzae non hanno amato il timore del Signore; 30 non hanno accettato il mio consiglio e hanno disprezzato tutte le mie esortazioni; 31 mangeranno il frutto della loro condotta e si sazieranno dei risultati delle loro decisioni. 32 Sì, lo sbandamento degli inesperti li ucciderà e la spensieratezza degli sciocchi li farà perire; ma chi ascolta me vivrà tranquillo e sicuro dal timore del male”.
La sezione dei versetti da 20 a 32, si apre con la descrizione della sapienza che si rivolge all’uomo e fa un appello generale per essere ascoltata. Il carattere principale di questa descrizione, è rappresentato dai luoghi che la sapienza sceglie per lanciare i suoi appelli: “La Sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire la voce; dall’alto delle mura essa chiama, pronunzia i suoi detti alle porte della città” (vv. 20-21). Questi due versetti sono rivelativi di una precisa verità: la grazia di Dio ci perseguita ovunque, non ci sono luoghi dove essa non ci raggiunge. Ma in modo particolare, questi luoghi dove la sapienza grida e lancia il suo appello, sono tutti luoghi aperti, trafficati, dove comunemente si svolge la vita quotidiana. L’insegnamento della sapienza non è quindi occulto, non è dato in luoghi segreti, come se fosse riservato a pochi illuminati; la grazia di Dio agisce universalmente, nessuno è escluso dal suo tocco e dal suo richiamo. Anche coloro che apparentemente sembrano lontani da Dio per le loro scelte pratiche, o per il loro stile di vita, sono pungolati nella loro coscienza dalla parola della sapienza. Si tratta piuttosto, come viene specificato nei versetti successivi, di accogliere questa voce. Il problema non sta quindi nell’udire la voce della sapienza, perchè questa voce comunque ci raggiunge, risuonando nelle piazze e nelle strade; il problema sta invece nella disponibilità a seguirla, e qui è in gioco, ancora una volta, l’esercizio maturo della libertà. Dopo avere affermato l’opera universale della grazia di Dio, mettiamo a fuoco alcuni verbi chiave utilizzati dall’autore: “Fino a quando, o inesperti, amerete l’inesperienza, e i beffardi si compiaceranno delle loro beffe e gli sciocchi avranno in odio la scienza?” (v. 22). In questi verbi, messi in evidenza, si coglie la direzione dell’orientamento del cuore degli empi, nelle sue inclinazioni profonde: l’amore verso ciò che è negativo. L’idea di fondo trasmessa da questo insegnamento è che il peccato non consiste tanto nel gesto che concretizza una trasgressione, quanto piuttosto in un cuore che si compiace di quelle cose che dovrebbe disprezzare. Si potrebbe verificare, sulla base di questo presupposto, una situazione paradossale, quella in cui una persona potrebbe non aver commesso mai, nella sua vita, un peccato grave sul piano dei gesti, avendo però nel cuore un fondamentale apprezzamento del male. Insomma, il v. 22 intende dire che non basta non compiere il peccato, ma bisogna anche non amarlo. Lo stesso vale per i beni messianici: i doni di Dio devono essere apprezzati, amati, posti al vertice di tutto, e non soltanto scelti a livello dei comportamenti; analogamente, il peccato non deve essere soltanto evitato, ma soprattutto non deve essere amato. “Volgetevi alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole” (v. 23). Questo versetto, dal punto di vista teologico, è caratterizzato da una diretta connessione tra lo Spirito e la Parola. E in verità, nella vita della Chiesa, lo Spirito e la Parola agiscono sempre insieme. Nel nostro cammino di discepolato, in particolare, noi riceviamo lo Spirito che si effonde all’ascolto della Parola. Il testo utilizza un’espressione che richiama da vicino il profeta Gioele (cfr. Gl 3,1-5) e soprattutto l’esperienza della Pentecoste, quando il gruppo apostolico, riunito intorno a Maria, riceve lo Spirito (cfr. At 1,14 e 2,1-21). Anche lì lo Spirito e la Parola agiscono insieme, e nel momento in cui lo Spirito Santo si effonde sul gruppo apostolico, Pietro acquista una nuova lettura delle profezie bibliche, come pure la sua stessa parola acquista una nuova efficacia. Dal v. 24 in poi, viene sottolineata l’assoluta libertà della persona nelle sue scelte fondamentali. L’attrazione, che Dio opera sul nostro cuore per innamorarci di Lui, è molto forte, ma non al punto da forzare in qualche modo la nostra libertà. L’azione di Dio equilibra perfettamente l’intensità dell’attrazione col rispetto della libertà della persona. Notiamo che il testo insiste, infatti, più sulla libertà individuale che sull’attrazione esercitata dalla sapienza sul cuore umano. Della sapienza si dice soltanto che grida per le piazze, presso le mura e alle porte della città, ma dei destinatari si dicono molte altre cose, in riferimento alla loro possibile risposta: “Poiché vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto” (vv. 24-25). La risposta dell’uomo all’attrazione di Dio è una risposta perfettamente libera, come evidenzia il v. 31: “mangeranno il frutto della loro condotta e si sazieranno dei risultati delle loro decisioni”. La grazia di Dio si propone con la sua intensità, ovvero con la sua forza di attrazione, ma tutto si determina poi in forza di una decisione umana non condizionata, che produce dei frutti che diventano, in definitiva, l’unico nutrimento di chi ha fatto quelle scelte. La sezione finale del capitolo primo, ci permette di cogliere alcune costanti dell’opera di Dio nei confronti dell’uomo. La prima, e la più importante di esse, è la maniera con cui Dio ci ama; una maniera radicalmente diversa da quella che noi applichiamo a coloro che amiamo. Fino a quando non impariamo a discernere il modo in cui ci ama Dio, ovvero come si ama divinamente, avremo sempre grandi difficoltà nel capire i gesti di Dio nei nostri confronti e le sue permissioni ci appariranno sempre più misteriose, se non addirittura arbitrarie. Ma quando impareremo ad amare come Lui, capiremo il suo modo di amarci e di guidarci. Questo modo di amare in maniera divina, esclude l’idea che l’amore consista nell’imporre agli altri quello che noi riteniamo possa essere il loro bene. Il Signore, invece, non ci impone nulla; anche le cose più straordinarie e i doni più eccelsi, Egli li colloca a una certa distanza da noi, in attesa che ci decidiamo a muoverci per prenderli. Intravediamo facilmente questa disposizione di Dio nei versetti da 23 e seguenti. Le parole della sapienza si riferiscono all’unica àncora di salvezza che l’uomo ha a disposizione, ossia l’ascolto: “Volgetevi alle mie esortazioni… ho chiamato e avete rifiutato… ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto” (vv. 23-25). La disposizione di Dio nei nostri confronti è insomma quella di una pedagogia che ci prepara gradualmente alle grandi svolte della nostra vita, ma senza mai sostituirsi a noi, e senza mai imporre ad alcuno quello che Lui ritiene sia il nostro bene. La divina pedagogia si presenta in questi versetti come una preparazione graduale a certi fatti che nella nostra vita possono avere un peso, o in senso negativo - un rovescio di fortuna, un momento di tribolazione, di malattia, di dolore -, o in positivo - le chiamate a fare dei salti di qualità, a superare noi stessi, o ad assumere particolari responsabilità nei confronti degli altri -. Dio ci prepara gradualmente a queste grandi svolte, con una pedagogia preparatoria che si estende lungo i nostri giorni, prima ancora che arrivi il tempo della prova. I versetti da 23 a 25, sottolineano come sia necessario guardare ogni evento nel quadro della divina pedagogia. Per un credente, non ci sono fatti che accadono in maniera indipendente o slegata da altri; anche se noi ci concentriamo soprattutto sul singolo evento, e ci chiediamo perché Dio lo abbia permesso, in realtà, ogni singolo evento, è collegato a una trama molto più ampia, che costituisce un tessuto unico, il cui senso può essere compreso talvolta solo dopo molti anni (cfr. Gen 50,18-22). Le parole del libro dei Proverbi ci invitano a calarci dentro il tessuto unico della divina pedagogia, per non giungere impreparati alle grandi svolte: “anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando su di voi verrà la paura, quando come una tempesta vi piomberà addosso il terrore” (vv. 26-27). Il Signore non si ritiene responsabile di quei guai dove noi stessi ci siamo cacciati, per non averlo ascoltato: non li vuole né li aveva programmati per noi. E’ questo il senso delle parole successive che possono impressionare il lettore: “Allora mi invocheranno, ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno” (v. 28). Dio, indica il bene come meta, ne descrive il percorso, ma non impone a nessuno di incamminarsi su quella strada, neppure quando rifiutare di ubbidirgli equivale a una morte eterna e definitiva. Da questo punto di vista è eloquente il v. 32: “Sì, lo sbandamento degli inesperti li ucciderà e la spensieratezza degli sciocchi li farà perire”. Trascurare gli insegnamenti della sapienza non ha, nella vita dell’uomo, piccole conseguenze, ma è una questione di vita o di morte: “Chi ascolta me vivrà tranquillo e sicuro dal timore del male”. La prima costante dell’azione di Dio è quindi la modalità divina del suo amore che invita anche noi ad amare divinamente, per capire Dio e per cogliere i suoi segni nella nostra vita. Una seconda costante, possiamo definirla con la parola “pedagogia”, cioè un insieme di disposizioni di fatti e di circostanze orientati alla nostra crescita. Dio non è solito togliere dal nostro cammino umano gli ostacoli e le sofferenze. La morte di Cristo, sulla Croce, ha liberato l’uomo dal male, ma questo non significa che nel nostro cammino umano tutto sia diventato liscio. Dio non toglie dalla nostra strada gli ostacoli e le sofferenze, ma ci prepara ad affrontarle vittoriosamente; prima ancora che giunga la paura, prima ancora che arrivino le sventure, prima ancora che la disgrazia ci raggiunga come un uragano (cfr. vv. 26-27), Dio fortifica e innalza il nostro spirito, ci dà una tempra da lottatori e in questo modo ci rende vittoriosi in tutte quelle prove che Lui dispone per noi. In che modo si realizza questa pedagogia, nella quale siamo preparati come atleti e come lottatori? Nel NT, l’Apostolo Paolo definisce la vita cristiana come una gara sportiva nella quale vincono quelli che combattono secondo le regole (2 Tm 2,5), e quelli che non hanno trascurato di allenarsi ogni giorno, secondo una dura disciplina (1 Cor 9,25). Anche di se stesso l’Apostolo dice di allenarsi quotidianamente imponendo a se stesso una disciplina (1 Cor 9,26-27), come fanno gli atleti per vincere le gare. Ma l’Apostolo si paragona anche al soldato che imbraccia le armi e combatte (cfr. Ef 6,10-17; 2 Tm 2,4). Questa è dunque la realtà della vita cristiana: è una gara ed è un combattimento. Quelli che non si allenano, quelli che non si impongono ogni giorno una disciplina, per essere agili sul campo e sull’arena, non possono vincere la corona destinata ai grandi atleti e agli eroi. Da questi versetti, possiamo dire che Dio ci allena, come un allenatore fa con la sua squadra, attraverso la sua Parola: “Volgetevi alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole” (v. 23). E’ dunque l’accoglienza della Parola, e la fedeltà a essa, ciò che ci allena quotidianamente alla grande gara, dove ciascuno di noi dimostrerà la statura che ha, nella misura in cui supererà i suoi combattimenti contro lo spirito del male. Coloro che non ascoltano la sapienza somigliano perciò a un atleta che non si allena in vista della gara, oppure a un soldato che non prende le armi per andare in guerra. In questo senso i versetti da 24 a 32 sono molto eloquenti: “vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto; anch’io riderò delle vostre sventure… Allora mi invocheranno ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno…”. Ma cosa corrisponde, nella nostra esperienza cristiana reale, a queste parole così radicali e così crude? Anche qui ci troviamo dinanzi a una delle costanti dell’azione di Dio verso di noi. Tale opera divina verso di noi implica una comunione personale, che non si può costruire bene, quando dentro di noi ci sono troppi ostacoli. Il v. 28: “Allora mi invocheranno ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno”, non esprime l’arbitrio di Dio, cioè la sua volontaria sordità davanti all’invocazione dell’uomo. Al contrario, il messaggio generale della Bibbia presenta Dio nell’atto di porgere l’orecchio alla richiesta di aiuto, che sale a Lui dalla terra. Piuttosto esprime il fatto che nessuno può cercare Dio e trovarlo per propria iniziativa. Dio si trova, quando si fa trovare Lui, perché non è nel potere dell’uomo cercare e trovare Dio. Queste stesse parole Cristo le pronuncerà nel vangelo di Giovanni, rivolgendosi ai Giudei: “Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove sono io voi non potete venire” (Gv 7,34). Anche qui Cristo non si riferisce a un suo rifiuto di farsi trovare da coloro che lo cercano, quanto piuttosto alla disarmonia dei tempi, ossia al fatto che i Giudei cominceranno a cercarlo, quando il tempo di grazia per loro sarà scaduto. La ricerca di Dio per propria iniziativa, non produrrà insomma nessun frutto; la ricerca di Dio approda invece alla comunione con Lui, quando Lui si fa trovare. Per questo, avere ascoltato le sue esortazioni, essersi sottomessi alla sua Parola, e avere ricevuto lo Spirito mediante la Parola, dispone la persona ad armonizzarsi e a vivere i ritmi giusti della grazia di Dio, per non arrivare mai tardi all’appuntamento con lo Sposo. Questo medesimo versetto ha anche un’altra sfaccettatura. Posto che Dio ascolta sempre l’invocazione dell’uomo, è possibile per l’uomo invocarlo sempre? La preghiera non è una realtà che si inventa, essa si costruisce attraverso le tappe di un cammino di maturazione. Così, quando una persona, nei tempi della serenità, non si è esercitata nel dialogo con Dio e nella comunione con Lui, sarà difficile per lei, nel tempo della prova, quando non si ha talvolta neppure il tempo di riflettere, riuscire a formulare nel proprio cuore un’invocazione a quel Dio con cui non ha mai dialogato. La preghiera, lungamente esercitata, diventa come una seconda natura, e si innalza spontaneamente nei momenti difficili, ottenendo da Dio la grazia dell’aiuto e della fortezza. “Mi cercheranno, ma non mi troveranno”, vuol dire che il non ascolto, la ribellione, il rifiuto di costruire dentro di sé a poco a poco l’uomo nuovo, costituiscono tanti di quei massi che rendono difficile la comunione con Dio. Non è dunque un arbitrio di Dio quello di non lasciarsi trovare. Dio non gode della rovina dei viventi, come afferma molto chiaramente la Bibbia in più punti, ma ha messo nelle nostre mani un grandissimo potere: la libera scelta di vivere o di morire (cfr. Dt 30,15-20; Ez 18,32). La sapienza che grida per le strade, indica una via che è l’unica su cui si può essere sicuri: “Sì, lo sbandamento degli inesperti li ucciderà,e la spensieratezza degli sciocchi li farà perire; ma chi ascolta me vivrà tranquillo e sicuro dal timore del male” (v. 32). L’insegnamento della sapienza è insomma l’unica realtà dove la persona umana può dimorare fiduciosamente al sicuro. Senza l’insegnamento della sapienza, le prove della vita potrebbero soverchiare la persona: le forze umane non sono sufficienti ad affrontare certe problematiche, o certi dolori, che l’esperienza pone sul nostro cammino. Dinanzi a tutto ciò, la voce della sapienza, nelle piazze e nelle strade, grida così: “Chi ascolta me vivrà tranquillo e sicuro dal timore del male” (v. 32). Chi entra nell’insegnamento della sapienza ha dunque vinto su tutte le minacce della paura e dell’incertezza. L’amore di Dio allora, come già si è detto, non consiste nel togliere nel nostro itinerario tutte le situazioni che ci minacciano o che ci mettono in difficoltà. Il suo modo di amarci consiste nella comunicazione della sua luce al nostro cuore, una luce che permette infallibilmente di vedere la strada giusta. La decisione di percorrerla, però, è unicamente nostra.

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