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Proverbi di Salomone, figlio di Davide, re d’Israele, 2
per conoscere la sapienza e la disciplina, per capire i detti
profondi, 3 per acquistare un’istruzione illuminata, equità,
giustizia e rettitudine, 4 per dare agli inesperti l’accortezza,
ai giovani conoscenza e riflessione. 5 Ascolti il saggio e aumenterà
il sapere, e l’uomo accorto acquisterà il dono del
consiglio, 6 per comprendere proverbi e allegorie, le massime
dei saggi e i loro enigmi. 7 Il timore del Signore è il
principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e
l’istruzione. 8 Ascolta, figlio mio, l’istruzione
di tuo padre e non disprezzare l’insegnamento di tua madre,
9 perché saranno una corona graziosa sul tuo capo e monili
per il tuo collo. 10 Figlio mio, se i peccatori ti vogliono traviare,
non acconsentire! 11 Se ti dicono: “Vieni con noi, complottiamo
per spargere sangue, insidiamo impunemente l’innocente,
12 inghiottiamoli vivi come gli inferi, interi, come coloro che
scendon nella fossa; 13 troveremo ogni specie di beni preziosi,
riempiremo di bottino le nostre case; 14 tu getterai la sorte
insieme con noi, una sola borsa avremo in comune”, 15 figlio
mio, non andare per la loro strada, tieni lontano il piede dai
loro sentieri! 16 I loro passi infatti corrono verso il male e
si affrettano a spargere il sangue. 17 Invano si tende la rete
sotto gli occhi degli uccelli. 18 Ma costoro complottano contro
il proprio sangue, pongono agguati contro se stessi. 19 Tale è
la fine di chi si dá alla rapina; la cupidigia toglie di
mezzo colui che ne è dominato.
L’enunciato generale che apre il libro
dei Proverbi ci permette di cogliere alcune verità che
riguardano il discepolato. Il testo si apre con questo invito:
“per conoscere la sapienza e la disciplina, per capire i
detti profondi, per acquistare un’istruzione illuminata…
per dare agli inesperti l’accortezza” (vv. 2-4). Se
occorre ascoltare l’insegnamento della sapienza per crescere
nella saggezza, nel discernimento e nel dono del consiglio, ciò
significa che la nostra coscienza ha necessariamente bisogno di
essere formata. Non si può giungere alla conoscenza della
verità e alla capacità di discernimento, senza una
graduale formazione, senza nutrirsi nel modo giusto della Parola
di Dio. La nostra coscienza, sebbene abbia un’intuizione
innata del bene e del male, non può giungere da sola alla
piena luce. Inoltre, non sono soltanto i giovani e gli inesperti
coloro che ricevono l’invito ad ascoltare l’insegnamento
della sapienza: “ascolti il saggio e riceverà il
sapere, e l’uomo accorto acquisterà il dono del consiglio”
(v. 5). Se gli inesperti e i giovani hanno bisogno di formare
la propria coscienza nel discernimento del bene, attraverso l’ascolto
degli insegnamenti sapienziali, il saggio e l’accorto non
possono ritenere di avere mai completato questa opera di personale
formazione. Il cammino di formazione della coscienza nel discernimento
del bene, non finisce mai, né per i saggi, né per
gli inesperti. Il v. 7 stabilisce la condizione, potremmo dire,
assoluta, dell’inizio del discepolato: “Il timore
del Signore è il principio della scienza” (v. 7).
Il timore del Signore è quella disposizione di animo che
docilmente si sottomette alla Parola; esso è il contrario
dello spirito della ribellione, che distrugge alla radice ogni
tentativo di santificazione, che la grazia battesimale compie
nell’animo del credente. Al polo opposto, nello stesso versetto,
si pongono gli stolti: “gli stolti disprezzano la sapienza
e l’istruzione”. La stoltezza conduce all’incapacità
di apprezzare la sapienza, e quindi soffoca, alla sua stessa radice,
lo spirito del discepolato cristiano. Il testo dei Proverbi prosegue
con un’altra esortazione, posta all’inizio di tutti
gli insegnamenti, perché senza di essa sarebbe del tutto
inutile proseguire nell’esposizione della dottrina della
sapienza. L’esortazione è quella di apprezzare le
ricchezze dello spirito e di mantenere molto chiaro, nella propria
coscienza, l’ordine dei valori: “Ascolta, figlio mio,
l’istruzione di tuo padre e non disprezzare l’insegnamento
di tua madre, perché saranno una corona graziosa sul tuo
capo e monili per il tuo collo” (vv. 8-9). Chi accoglie
l’insegnamento della sapienza, acquista una particolare
bellezza. Tutti i personaggi biblici, che rivestono un ruolo importante
nella storia di salvezza, hanno questa stessa caratteristica (cfr.
Gen 39,6; Es 2,2). La luce dello Spirito emana dagli occhi, dai
tratti del volto, dall’armonia del gesto, da un particolare
modo di sorridere. Non c’è bellezza più grande
di un’anima che vive nella piena armonia con la volontà
di Dio. Al contrario, la persona internamente turbata, che vive
una disarmonia spirituale nel suo io profondo, anche se fosse
fisicamente bella, avrebbe un qualcosa che inspiegabilmente la
rende sgradevole, non foss’altro che uno sguardo inquieto
e dei tratti induriti. Non esiste bellezza fuori della grazia
di Dio, e per gli occhi dei discepoli, aperti allo splendore dello
Spirito, la bruttezza che deriva dalla perdita della grazia è
qualcosa di orribile: un’anima che decade dall’elezione
costituisce una rovina spirituale non paragonabile a nessuna altra
bruttezza, a nessuna altra rovina. L’intima bellezza di
chi vive armonizzato profondamente con i battiti del cuore di
Dio, trasuda all’esterno e trasfigura anche il volto (cfr.
At 6,15). Sarà proprio questo il principio della trasfigurazione
e della risurrezione dei nostri corpi nel giorno finale, quando
la voce del Figlio dell’uomo ci chiamerà dai nostri
sepolcri. Sarà la pienezza dello Spirito, di cui questo
corpo terrestre è stato tempio, a trasparire all’esterno
ricomponendo la meraviglia della creazione di Dio e dando ai corpi
risorti la gloria e la luminosità.Il primo dei due simboli
riportati al v. 9: “una corona graziosa sul capo”,
richiama la regalità, il dominio, la maestà. Anche
nel libro del Siracide, la sapienza è descritta nell’atto
di essere presente accanto al trono di Dio. Essa è, infatti,
il dono destinato in particolare ai re e ai governanti. La sapienza
fa parlare nell’assemblea, e rende la parola dell’uomo
efficace ed edificante in ogni circostanza. Colui che possiede
la sapienza acquista un portamento regale, partecipa alla divina
maestà, e si trasfigura nella stessa bellezza della gloria
di Cristo (cfr. 2 Cor 3,18). Il dominio e la regalità di
chi acquista la sapienza, non si estendono sulle cose e non consistono
in un potere esercitato sulle persone, ma si tratta di una regalità
che, come quella di Cristo, non è di questo mondo (cfr.
Gv 18,36), e perciò si realizza sulla dimensione dello
spirito. Di fatti, il v. 19 dice così: “Tale è
la fine di chi si dà alla rapina; la cupidigia toglie di
mezzo colui che ne è dominato”. Questo versetto appare
disposto in un rapporto di contrasto con il v. 9, dove si parla
di una corona che comunica il dominio. Il rifiuto della sapienza,
insomma, conduce l’uomo ad uno stato di sudditanza, di sottomissione
e di schiavitù, non a forze materiali ed esteriori, ma
a tutte quelle forze che si agitano nel cuore umano e che acquistano
il dominio su di lui, spogliandolo della sua sovranità
spirituale: “la cupidigia toglie di mezzo colui che ne è
dominato”. La cupidigia sintetizza tutte le potenze negative
che si estendono sull’io umano, rendendolo schiavo e sottomesso,
perché la sovranità spirituale si perde appunto
a causa delle passioni sregolate, di cui la cupidigia è
qui un termine rappresentativo. In realtà, il disegno di
Dio è un altro: come si vede dal libro di Genesi (cfr.
capp. 1-2), dove tutta la creazione viene sottoposta al dominio
della prima coppia, Dio ha destinato l’uomo al dominio e
alla regalità su tutto il creato, ma principalmente su
se stesso. In questo senso, l’accoglienza della sapienza
si presenta come un cammino di liberazione da tutte le forze ostili
che pretendono di stendere le mani sullo spirito dell’uomo
e umiliarlo con la loro tirannide, mentre invece Dio lo ha fatto
sovrano. Nel contrasto tra il v. 9 e il v. 19, ci sembra di cogliere
pure un’altra verità: la buona volontà umana
non basta per sollevarsi al di sopra delle forze negative che
dominano il cuore: occorre mettersi sul capo quella corona che
comunica il dominio, e che dipende dal grado di apertura individuale
all’insegnamento della sapienza e alla rivelazione della
verità di Dio. In sostanza, senza il rivestimento della
grazia, data a chi si sottomette alla Parola, non c’è
alcuna possibilità di liberarsi dalle potenze del male
capaci di schiavizzare il nostro cuore. Da qui l’esortazione:
“Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo padre e
non disprezzare l’insegnamento di tua madre, perché
saranno una corona graziosa sul tuo capo e monili per il tuo collo”
(vv. 8-9).
Il testo continua offrendo al discepolo un criterio di discernimento
dei propri pensieri. Sul piano narrativo si parla di consiglieri
che suggeriscono un certo sentiero, o un coinvolgimento in alcune
particolari azioni e iniziative: “Figlio mio, se i peccatori
ti vogliono traviare, non acconsentire! Se ti dicono…”
(vv. 10-11). Sul piano narrativo si tratta dunque di personaggi
che si muovono sulla scena, ma sul piano dell’insegnamento
sapienziale si tratta di pensieri che dentro di noi rivestono
il ruolo di consiglieri, che spingono le nostre decisioni in una
direzione oppure in un’altra. Questi pensieri che si pongono
dentro di noi come consiglieri, hanno perciò bisogno di
essere vagliati, perché non ogni pensiero che si presenta
buono, è veramente tale. Le apparenze non dicono mai la
verità, non solo nella vita sociale e relazionale, ma anche
nei movimenti interiori del nostro cuore. I consiglieri che figurano
nei versetti da 10 in poi, parlano utilizzando un particolare
tono, che rappresenta uno dei criteri del discernimento dei pensieri.
Il peccato, quando parla dentro di noi, lo fa sempre con una eccessiva
sicurezza: “Vieni con noi, complottiamo per spargere sangue,
insidiamo impunemente l’innocente… troveremo ogni
specie di beni preziosi, riempiremo di bottino le nostre case”
(vv. 11-14). Il peccato si presenta sempre come colui che trionfa,
come colui che ha in pugno la vittoria e il successo assicurato.
Siamo dunque invitati ad osservare bene i pensieri che passano
nella nostra mente, perché i pensieri suggeriti dal demonio
hanno sempre un carattere sicuro e trionfale. Al contrario, i
pensieri buoni, o ispirati dallo Spirito, pur non essendo incerti,
tuttavia sono umili e discreti, privi di ostinazione. I pensieri
ispirati da peccato sono inconfondibili nelle loro caratteristiche:
si presentano come delle seduzioni di un bene a portata di mano:
“troveremo ogni specie di beni preziosi, riempiremo di bottino
le nostre case”. Il peccato ha un carattere di seduzione
e di promessa, una promessa sicura di un bene maggiore. I nostri
pensieri, quando vengono suggestionati dal maligno in questo senso,
acquistano il carattere di una eccessiva sicurezza che gonfia,
che conduce verso l’orgoglio, la vanagloria, il gusto della
sopraffazione. Ma c’è anche una seconda forma di
sicurezza dei pensieri suggestionati, che si trova nel polo opposto
ed è altrettanto falsa: l’eccessiva efficacia persuasiva
di quei pensieri che feriscono l’autostima, che ci umiliano,
o ci spezzano il cuore, e che infine ci inchiodano in un senso
di fallimento e di inutilità. Anche questi pensieri hanno
un carattere persuasivo fortissimo, quasi una logica dimostrativa
contro cui non si trovano ragionamenti adeguati. Per questo, dinanzi
ai pensieri suggestionati dal demonio, c’è solo una
soluzione: espellerli immediatamente, perché volendo opporre
al maligno altri pensieri per controbatterlo, o per dimostrare
il contrario, il fallimento è assicurato. Lo scontro dialettico
con l’intelligenza di Satana, ci conduce necessariamente
verso la sconfitta. La mente umana non è capace di tenergli
testa. Gesù ci ha dato questo insegnamento quando, nelle
tentazioni del deserto, ha troncato qualunque dialogo con i pensieri
suggestionati e ha utilizzato frasi bibliche per chiudere rapidamente
la questione (cfr. Mt 4,1,11).Al contrario dei pensieri suggeriti
dallo spirito del peccato, i servi di Dio, nelle loro certezze,
non coltivano mai, nel proprio animo, delle tonalità trionfali
e sono lontani da qualunque forma di ostinazione. Essi, che si
sentono al sicuro tra le braccia della divina Provvidenza, vivono
questa loro sicurezza con una tonalità umile e dimessa,
senza quello stato d’animo di esagerata sicurezza di sé,
che poi degenera in spavalderia, la quale caratterizza, invece,
i pensieri degli empi, come pure i pensieri del giusto, transitoriamente
suggestionati dal demonio. Il v. 17: “Invano si tende la
rete sotto gli occhi degli uccelli”, suona come un commento
al v. 10: “Figlio mio, se i peccatori ti vogliono traviare,
non acconsentire!”. Questi due versetti sottolineano il
carattere cruciale della propria scelta libera e volontaria. In
sostanza: il Signore non ci prende per i capelli, togliendoci
dalle situazioni pericolose, ma apre i nostri occhi sulle trappole
disseminate sul nostro itinerario. E’ molto eloquente, da
questo punto di vista, l’immagine degli uccelli che non
cadono nella trappola del cacciatore, non perchè qualcuno
li ha allontanati, spingendoli via, ma perché, avendo visto
la rete, ne prendono le distanze per loro libera iniziativa. L’opera
liberatrice di Dio apre i nostri occhi sulla rete che il peccato
tende per farci cadere, ma una volta aperti gli occhi, sta a noi
non caderci, mediante l’uso corretto della nostra libertà.
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