"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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1 Figlio mio, se tu accoglierai le mie parolee custodirai in te i miei precetti, 2 tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza, 3 se appunto invocherai l’intelligenzae chiamerai la saggezza, 4 se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori, 5 allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio, 6 perché il Signore dá la sapienza, dalla sua bocca esce scienza e prudenza. 7 Egli riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, 8 vegliando sui sentieri della giustiziae custodendo le vie dei suoi amici. 9 Allora comprenderai l’equità e la giustizia, e la rettitudine con tutte le vie del bene, 10 perché la sapienza entrerà nel tuo cuore e la scienza delizierà il tuo animo. 11 La riflessione ti custodirà e l’intelligenza veglierà su di te, 12 per salvarti dalla via del male, dall’uomo che parla di propositi perversi, 13 da coloro che abbandonano i retti sentieri per camminare nelle vie delle tenebre, 14 che godono nel fare il male, gioiscono dei loro propositi perversi; 15 i cui sentieri sono tortuosie le cui strade sono oblique, 16 per salvarti dalla donna straniera, dalla forestiera che ha parole seducenti, 17 che abbandona il compagno della sua giovinezzae dimentica l’alleanza con il suo Dio. 18 La sua casa conduce verso la morte e verso il regno delle ombre i suoi sentieri. 19 Quanti vanno da lei non fanno ritorno, non raggiungono i sentieri della vita. 20 Per questo tu camminerai sulla strada dei buoni e ti atterrai ai sentieri dei giusti, 21 perché gli uomini retti abiteranno nel paesee gli integri vi resteranno, 22 ma i malvagi saranno sterminati dalla terra, gli infedeli ne saranno strappati.
Il capitolo secondo, nella sua struttura letteraria, contiene un messaggio che anticipa l’insegnamento evangelico, e che si coglie nella disposizione delle parti. I versetti 5 e 9 si aprono con la medesima formula introduttiva: “Allora comprenderai”, che dipende dalla frase condizionale dei versetti iniziali: “se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti… se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento” (vv. 1-4). I primi quattro versetti, in materia di ricerca della sapienza, stabiliscono un presupposto affidato alla libertà della persona. La frase condizionale pone la possibilità di una scelta nei confronti dell’insegnamento della sapienza. Nel cammino del discepolato è fondamentale l’esercizio della libertà, laddove siamo portati spesso a scaricare altrove la responsabilità delle nostre deviazioni e le cause delle nostre cadute. In realtà, la volontà orientata verso il bene, riceve infallibilmente gli aiuti della grazia, come viene riaffermato, senza alcuna possibilità di fraintendimento, ai versetti 7 e 8, che si presentano come un ampliamento della frase condizionale di apertura: “Egli riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia e custodendo le vie dei suoi amici”. La libertà, che ci permette di aderire alle esigenze della volontà di Dio, ci riveste di una armatura capace di farci inattaccabili all’aggressione delle potenze delle tenebre: “è scudo a coloro che agiscono con rettitudine”. Al contrario, se i colpi di Satana mi arrivano e mi feriscono, significa che questo scudo è forato, e quindi c’è qualcosa che non funziona nella mia rettitudine. Dio veglia insomma sui sentieri della giustizia e custodisce le vie dei suoi amici. La frase condizionale di apertura vuol quindi darci la percezione di quanto l’esito del nostro cammino sia depositato nelle nostre mani. Il discepolo, istruito dalla sapienza, non ha più voglia di giocare a scarica barili, e sa bene dove stanno le cause e le contingenze delle sue cadute. Ma, posto questo inizio, costituito dai versetti da 1 a 4, segue una duplice conseguenza introdotta da: “allora comprenderai” (vv. 5.9). Questa formula è legata, evidentemente, a due ambiti diversi. Il v. 5: “allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio”, si riferisce al primato di Dio, cioè alla linea verticale delle relazioni. Il v. 9 si riferisce, invece, alla linea orizzontale, quella cioè su cui si colloca l’amore del prossimo: “Allora comprenderai l’equità e la giustizia, e la rettitudine con tutte le vie del bene”. I versetti che seguono, specificheranno, sotto diversi aspetti, quale sia l’atteggiamento dell’amore verso il prossimo, ispirato dall’insegnamento della sapienza. Questa struttura del capitolo secondo, si può allora associare al medesimo insegnamento che il vangelo di Luca affida alle figure di Marta e di Maria (cfr. Lc 10,38-42). Chi non si pone ai piedi del Maestro per ascoltarlo, non è in grado di amare veramente il prossimo. Chi non ama Dio, ascoltandolo come unico Maestro, non può neppure ascoltare il prossimo. In definitiva, l’amore di Dio e del prossimo scaturiscono da un’unica scelta, che l’inizio del capitolo secondo esprime così: “Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza, se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori”, allora amerai Dio e il prossimo, e i precetti della legge saranno perfettamente osservati da colui che ama la sapienza.La frase condizionale che apre il capitolo secondo è introdotta da un’espressione paterna e confidenziale: “Figlio mio” (v. 1). Dio si china, e in un certo senso, si cala nel suo ruolo paterno, manifestando così i suoi sentimenti. Noi non sappiamo nulla della vita intima di Dio, non sappiamo che cosa esattamente si produca in essa, in seguito alle nostre libere scelte, ma è certo che Lui non è mai indifferente agli eventi e alle situazioni della nostra vita. L’espressione “Figlio mio”, ci richiama alla condizione più fondamentale del discepolato: la coscienza di essere figli, di essere cercati, desiderati da Dio, non perché buoni e amabili, ma perchè figli suoi. In questa figliolanza è possibile ritrovare tutte le motivazioni più profonde della nostra vita, e anche tutti gli equilibri che ci permettono di affrontare il presente e il futuro con una particolare stabilità, sconosciuta a coloro che non sanno di essere figli infinitamente amati. Il v. 2 indica che nel processo di ascolto della sapienza, tutti gli strati della personalità sono interamente coinvolti, e non solo l’intelligenza: “tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza”. L’orecchio e il cuore sono due termini antropologici che indicano la totalità dell’uomo. La Parola di Dio non può raggiungerci soltanto negli strati più esterni, nel campo percettivo dell’udito, o in quello del raziocinio, che è ancora un livello superficiale rispetto a quello della coscienza morale. Se questa Parola non penetra nelle zone più interne della nostra personalità, il discepolato non si realizza in pieno e l’incontro con Dio non è veramente profondo. L’orecchio è menzionato per primo, perché la Parola è un suono percepito, in primo luogo, dalla facoltà uditiva, ma il cuore è il punto di arrivo della Parola e il luogo della sua dimora. Nella Scrittura, infatti, il cuore non è la sorgente dei sentimenti, ma coincide con la coscienza morale, ossia il luogo dove la persona si trova sola con se stessa e prende le decisioni più importanti. Questo significa che la Parola di Dio deve diventare, nel profondo della coscienza, criterio di comportamento e di decisione. La Parola udita con l’orecchio e compresa con l’intelligenza, deve diventare, nell’intimo della persona, una norma soggettiva dell’agire. Vanno anche osservati i termini utilizzati dal nostro autore nella descrizione della disposizione dell’uomo verso la sapienza: “se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori” (vv. 3-4). Questi quattro verbi sono sinonimi a due a due: “Invocherai” e “chiamerai” alludono all’atteggiamento della preghiera; “ricercherai” e “scaverai” alludono rispettivamente all’atteggiamento dello studio e della meditazione. In questi verbi sono contenute due indicazioni precise. Si può penetrare nella Parola di Dio innanzitutto con la preghiera. L’applicazione mentale e la comprensione della Parola, non è il primo stadio, né quello più importante. In questi versetti, i verbi che alludono alla preghiera, precedono quelli che si riferiscono alla meditazione. La preghiera è necessaria per ottenere l’intelligenza della Scrittura. Il v. 6 precisa: “il Signore dà la Sapienza”, la comprensione delle Scritture è dunque un dono di Dio, non il risultato della pura applicazione personale e dello studio. Queste due cose sono necessarie ma come presupposto e come elemento secondario; l’elemento determinante è infatti la preghiera. L’autore paragona la Parola di Dio a un tesoro nascosto oppure sepolto, in ogni caso non facilmente reperibile: “per essa scaverai come per i tesori”. Con ciò egli vuole affermare innanzitutto che l’atteggiamento del discepolato, alla ricerca della sapienza, implica inevitabilmente una fatica. Lo scavo della Parola - che simboleggia il metodo della lectio divina -non è un lavoro facile; occorre tenacia e capacità di tenere gli occhi fissi alla meta, proseguendo nel lavoro anche quando si ha l’impressione di non trovare nulla. Coloro che cercano i tesori nascosti, o sepolti in località sconosciute, devono partire equipaggiati prima di tutto dalla pazienza e dalla tenacia, e poi dagli arnesi di lavoro; diversamente, potrebbero presto scoraggiarsi o stancarsi, perché la ricerca del tesoro non conduce mai a risultati immediati. La pazienza e la tenacia sono virtù che nascono sulla base della direzione dello sguardo, che non si stacca mai dall’obiettivo e dalla ricchezza che deriverà dal ritrovamento. Se colui che scava, tiene gli occhi fissi al valore del tesoro, e apprezza intimamente ciò che spera di trovare, allora le motivazioni per soffrire, faticare e perseverare non si esauriscono. Tra le righe di questo versetto 4, per contrasto, si può cogliere anche l’azione di disturbo di Satana, immancabile sui passi dei cercatori della sapienza. Lo spirito del male potrebbe colpire alla radice le nostre motivazioni, nel momento in cui riuscisse ad offuscare, nella nostra mente, l’apprezzamento dei doni di Dio, ingigantendo dinanzi a noi le asperità del cammino, fino a portarci alla demotivazione tremenda del “chi me lo fa fare?”. Quando i doni di Dio perdono valore nella nostra coscienza, anche le motivazioni della fatica necessaria per conseguirli, vengono meno inevitabilmente. In realtà, gli ostacoli posti nel nostro stesso cuore, sono maggiori di quelli che potrebbero frenarci esternamente. Per questo, il combattimento della vita cristiana, che si svolge nella dimensione interiore, è molto più forte di quello che si svolge all’esterno. Al demonio interessa poco creare impedimenti esterni: il suo obiettivo è quello di debilitare le motivazioni dell’uomo, ingigantendo le difficoltà e oscurando lo splendore delle divine promesse.Il testo prosegue con altri versetti chiave che presentano i frutti del discepolato come doni di Dio e non come il risultato dell’impegno umano. I frutti di santità, che fioriscono nel cammino del discepolo, non sono mai proporzionati all’impegno che lui ci mette, né sono il risultato dell’impegno, ma è Dio che, quando vuole e come vuole, fa sbocciare le virtù della santità nel discepolo di Cristo. Il v. 6 focalizza questa verità: “il Signore dà la sapienza”. La sapienza non è allora il risultato di una raccolta di conoscenze immagazzinate della memoria, ma è un dono di Dio, che esige l’impegno dell’uomo solo come presupposto ma non come elemento determinante; infatti, la sapienza è una luce di conoscenza che fa vedere le cose come le vede Dio, e ciò è un risultato del tutto sproporzionato a qualunque impegno umano. Quello che si dice della sapienza deve essere detto di tutte le virtù che compaginano la santità: la virtù cristiana, e ogni vittoria su se stessi e sul vecchio uomo, non si raggiunge perché ci si impegna a raggiungerla, ma perché Dio la produce quando giudica che il tempo è maturato. Insomma, il bene che è in noi è Dio che lo fa. Questo è un assioma fondamentale del cammino della santità cristiana. Per questo nessuno può vantarsi, come ci ricorda l’Apostolo Paolo: “Chi si vanta, si vanti nel Signore” (2 Cor 10,17).Ai vv. 7 e 8 il nostro testo dice così: “Egli riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia e custodendo le vie dei suoi amici”. In questi versetti il soggetto della custodia è Dio. Dio veglia sui sentieri della giustizia, ed è Lui che innalza barriere di protezione intorno ai cammini dei suoi amici. Al v. 11 l’autore sposta però l’attenzione sulla risposta dell’uomo, necessaria perché la divina custodia abbia la sua efficacia: “La riflessione ti custodirà e l’intelligenza veglierà su di te, per salvarti dalla via del male”. I versetti 7 e 8, e il versetto 11 hanno in comune lo stesso tema: la custodia del cammino del giusto. In primo luogo è Dio che custodisce i passi dell’uomo, e quindi nessuno di noi può illudersi che la sua prudenza, il suo buon senso e la sua vigilanza, siano sufficienti a non farlo sbagliare mai o a liberarlo dalle insidie del maligno. Le strategie con cui Satana circonda le opere dei servi di Dio, nel tentativo di deviarli, sono molto più sottili e di molto superiori a qualunque intelligenza umana. Nessun uomo può custodire se stesso, senza l’aiuto della grazia (cfr. 2 Cor 12,9). L’autore fa appello alla riflessione, e quindi alla prudenza, dell’uomo solo in un secondo momento (v. 11), dopo aver affermato che è Dio che custodisce le vie dei suoi amici (vv. 7-8). Allora siamo in errore, se cerchiamo di riposare nei meccanismi di autodifesa o nel tentativo di avere tutto sotto controllo; l’unica sicurezza che noi abbiamo è quella di essere amici di Dio, il quale continua a controllare ogni realtà, anche dopo che è sfuggita a noi: “Egli riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia e custodendo le vie dei suoi amici”. Ciò che ci salva dalle sottili trappole del demonio è la nostra capacità di vivere come amici di Dio. Questo tema dell’essere amici di Dio viene in qualche maniera introdotto anche dal v. 10: “la sapienza entrerà nel tuo cuore e la scienza delizierà il tuo animo”. Questo versetto, dove viene presentato il discepolo nell’atto di gustare le cose di Dio, pone il fondamento dell’amicizia nel gustare internamente le cose che riguardano Dio . Infatti, si diventa amici di Dio lungo un processo di innamoramento che nasce dalla capacità di gustare internamente ciò che lo riguarda, la sua Parola, i misteri del suo Regno. L’amicizia di Dio non può nascere nel nostro cuore, se non si giunge al gusto e all’apprezzamento di ciò che Lui è. Da questo punto di vista, l’enunciato “La scienza delizierà il tuo animo”, significa anche che il cammino di maturazione del credente nella carità, prende le mosse da questo medesimo processo di innamoramento, che evidentemente ha la sua sorgente nella Parola, meditata nel silenzio (cfr. Lc 2,19). Non si tratta quindi di leggere molte cose, né di ricordare molte cose; si tratta piuttosto di gustare nella meditazione personale i contenuti della Parola. Il discepolo non va a caccia di dati eruditi, e non riempie la sua memoria di elementi solo per il gusto di sapere molte cose. Ciò che nutre lo spirito, e ci conduce alla crescita nella virtù teologale della carità, è l’innamoramento che si realizza nell’interiore gusto della Parola. In questo senso, il discepolo scopre che il vero obiettivo del suo cammino di ascesi non è quello di evitare il peccato, ma quello di non amarlo. Infatti, il nostro cuore non può deliziarsi di due cose opposte e in antitesi tra loro. Se giungiamo al gusto interiore della Parola di Dio, non possiamo avere altro gusto e altro apprezzamento, perché tutto le è inferiore. Allora, l’autentica ascesi del discepolo, non consiste tanto nella fatica di allontanare da sé ciò che non appartiene a Dio, ma consiste nel riempirsi di ciò che è di Dio, gustandolo e amandolo. Senza questo amore, la fatica di allontanare il peccato non può essere davvero efficace. Invece, nel momento in cui il cuore viene internamente attratto dallo splendore della verità di Dio, non occorre più neppure lottare contro il peccato, perché esso semplicemente non esercita più alcuna attrattiva sul nostro cuore.

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