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Figlio mio, se tu accoglierai le mie parolee custodirai in te
i miei precetti, 2 tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando
il tuo cuore alla prudenza, 3 se appunto invocherai l’intelligenzae
chiamerai la saggezza, 4 se la ricercherai come l’argento
e per essa scaverai come per i tesori, 5 allora comprenderai il
timore del Signore e troverai la scienza di Dio, 6 perché
il Signore dá la sapienza, dalla sua bocca esce scienza
e prudenza. 7 Egli riserva ai giusti la sua protezione, è
scudo a coloro che agiscono con rettitudine, 8 vegliando sui sentieri
della giustiziae custodendo le vie dei suoi amici. 9 Allora comprenderai
l’equità e la giustizia, e la rettitudine con tutte
le vie del bene, 10 perché la sapienza entrerà nel
tuo cuore e la scienza delizierà il tuo animo. 11 La riflessione
ti custodirà e l’intelligenza veglierà su
di te, 12 per salvarti dalla via del male, dall’uomo che
parla di propositi perversi, 13 da coloro che abbandonano i retti
sentieri per camminare nelle vie delle tenebre, 14 che godono
nel fare il male, gioiscono dei loro propositi perversi; 15 i
cui sentieri sono tortuosie le cui strade sono oblique, 16 per
salvarti dalla donna straniera, dalla forestiera che ha parole
seducenti, 17 che abbandona il compagno della sua giovinezzae
dimentica l’alleanza con il suo Dio. 18 La sua casa conduce
verso la morte e verso il regno delle ombre i suoi sentieri. 19
Quanti vanno da lei non fanno ritorno, non raggiungono i sentieri
della vita. 20 Per questo tu camminerai sulla strada dei buoni
e ti atterrai ai sentieri dei giusti, 21 perché gli uomini
retti abiteranno nel paesee gli integri vi resteranno, 22 ma i
malvagi saranno sterminati dalla terra, gli infedeli ne saranno
strappati.
Il capitolo secondo, nella sua struttura
letteraria, contiene un messaggio che anticipa l’insegnamento
evangelico, e che si coglie nella disposizione delle parti. I
versetti 5 e 9 si aprono con la medesima formula introduttiva:
“Allora comprenderai”, che dipende dalla frase condizionale
dei versetti iniziali: “se tu accoglierai le mie parole
e custodirai in te i miei precetti… se appunto invocherai
l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai
come l’argento” (vv. 1-4). I primi quattro versetti,
in materia di ricerca della sapienza, stabiliscono un presupposto
affidato alla libertà della persona. La frase condizionale
pone la possibilità di una scelta nei confronti dell’insegnamento
della sapienza. Nel cammino del discepolato è fondamentale
l’esercizio della libertà, laddove siamo portati
spesso a scaricare altrove la responsabilità delle nostre
deviazioni e le cause delle nostre cadute. In realtà, la
volontà orientata verso il bene, riceve infallibilmente
gli aiuti della grazia, come viene riaffermato, senza alcuna possibilità
di fraintendimento, ai versetti 7 e 8, che si presentano come
un ampliamento della frase condizionale di apertura: “Egli
riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che
agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia
e custodendo le vie dei suoi amici”. La libertà,
che ci permette di aderire alle esigenze della volontà
di Dio, ci riveste di una armatura capace di farci inattaccabili
all’aggressione delle potenze delle tenebre: “è
scudo a coloro che agiscono con rettitudine”. Al contrario,
se i colpi di Satana mi arrivano e mi feriscono, significa che
questo scudo è forato, e quindi c’è qualcosa
che non funziona nella mia rettitudine. Dio veglia insomma sui
sentieri della giustizia e custodisce le vie dei suoi amici. La
frase condizionale di apertura vuol quindi darci la percezione
di quanto l’esito del nostro cammino sia depositato nelle
nostre mani. Il discepolo, istruito dalla sapienza, non ha più
voglia di giocare a scarica barili, e sa bene dove stanno le cause
e le contingenze delle sue cadute. Ma, posto questo inizio, costituito
dai versetti da 1 a 4, segue una duplice conseguenza introdotta
da: “allora comprenderai” (vv. 5.9). Questa formula
è legata, evidentemente, a due ambiti diversi. Il v. 5:
“allora comprenderai il timore del Signore e troverai la
scienza di Dio”, si riferisce al primato di Dio, cioè
alla linea verticale delle relazioni. Il v. 9 si riferisce, invece,
alla linea orizzontale, quella cioè su cui si colloca l’amore
del prossimo: “Allora comprenderai l’equità
e la giustizia, e la rettitudine con tutte le vie del bene”.
I versetti che seguono, specificheranno, sotto diversi aspetti,
quale sia l’atteggiamento dell’amore verso il prossimo,
ispirato dall’insegnamento della sapienza. Questa struttura
del capitolo secondo, si può allora associare al medesimo
insegnamento che il vangelo di Luca affida alle figure di Marta
e di Maria (cfr. Lc 10,38-42). Chi non si pone ai piedi del Maestro
per ascoltarlo, non è in grado di amare veramente il prossimo.
Chi non ama Dio, ascoltandolo come unico Maestro, non può
neppure ascoltare il prossimo. In definitiva, l’amore di
Dio e del prossimo scaturiscono da un’unica scelta, che
l’inizio del capitolo secondo esprime così: “Figlio
mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei
precetti, tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il
tuo cuore alla prudenza, se appunto invocherai l’intelligenza
e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento
e per essa scaverai come per i tesori”, allora amerai Dio
e il prossimo, e i precetti della legge saranno perfettamente
osservati da colui che ama la sapienza.La frase condizionale che
apre il capitolo secondo è introdotta da un’espressione
paterna e confidenziale: “Figlio mio” (v. 1). Dio
si china, e in un certo senso, si cala nel suo ruolo paterno,
manifestando così i suoi sentimenti. Noi non sappiamo nulla
della vita intima di Dio, non sappiamo che cosa esattamente si
produca in essa, in seguito alle nostre libere scelte, ma è
certo che Lui non è mai indifferente agli eventi e alle
situazioni della nostra vita. L’espressione “Figlio
mio”, ci richiama alla condizione più fondamentale
del discepolato: la coscienza di essere figli, di essere cercati,
desiderati da Dio, non perché buoni e amabili, ma perchè
figli suoi. In questa figliolanza è possibile ritrovare
tutte le motivazioni più profonde della nostra vita, e
anche tutti gli equilibri che ci permettono di affrontare il presente
e il futuro con una particolare stabilità, sconosciuta
a coloro che non sanno di essere figli infinitamente amati. Il
v. 2 indica che nel processo di ascolto della sapienza, tutti
gli strati della personalità sono interamente coinvolti,
e non solo l’intelligenza: “tendendo il tuo orecchio
alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza”. L’orecchio
e il cuore sono due termini antropologici che indicano la totalità
dell’uomo. La Parola di Dio non può raggiungerci
soltanto negli strati più esterni, nel campo percettivo
dell’udito, o in quello del raziocinio, che è ancora
un livello superficiale rispetto a quello della coscienza morale.
Se questa Parola non penetra nelle zone più interne della
nostra personalità, il discepolato non si realizza in pieno
e l’incontro con Dio non è veramente profondo. L’orecchio
è menzionato per primo, perché la Parola è
un suono percepito, in primo luogo, dalla facoltà uditiva,
ma il cuore è il punto di arrivo della Parola e il luogo
della sua dimora. Nella Scrittura, infatti, il cuore non è
la sorgente dei sentimenti, ma coincide con la coscienza morale,
ossia il luogo dove la persona si trova sola con se stessa e prende
le decisioni più importanti. Questo significa che la Parola
di Dio deve diventare, nel profondo della coscienza, criterio
di comportamento e di decisione. La Parola udita con l’orecchio
e compresa con l’intelligenza, deve diventare, nell’intimo
della persona, una norma soggettiva dell’agire. Vanno anche
osservati i termini utilizzati dal nostro autore nella descrizione
della disposizione dell’uomo verso la sapienza: “se
appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza,
se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come
per i tesori” (vv. 3-4). Questi quattro verbi sono sinonimi
a due a due: “Invocherai” e “chiamerai”
alludono all’atteggiamento della preghiera; “ricercherai”
e “scaverai” alludono rispettivamente all’atteggiamento
dello studio e della meditazione. In questi verbi sono contenute
due indicazioni precise. Si può penetrare nella Parola
di Dio innanzitutto con la preghiera. L’applicazione mentale
e la comprensione della Parola, non è il primo stadio,
né quello più importante. In questi versetti, i
verbi che alludono alla preghiera, precedono quelli che si riferiscono
alla meditazione. La preghiera è necessaria per ottenere
l’intelligenza della Scrittura. Il v. 6 precisa: “il
Signore dà la Sapienza”, la comprensione delle Scritture
è dunque un dono di Dio, non il risultato della pura applicazione
personale e dello studio. Queste due cose sono necessarie ma come
presupposto e come elemento secondario; l’elemento determinante
è infatti la preghiera. L’autore paragona la Parola
di Dio a un tesoro nascosto oppure sepolto, in ogni caso non facilmente
reperibile: “per essa scaverai come per i tesori”.
Con ciò egli vuole affermare innanzitutto che l’atteggiamento
del discepolato, alla ricerca della sapienza, implica inevitabilmente
una fatica. Lo scavo della Parola - che simboleggia il metodo
della lectio divina -non è un lavoro facile; occorre tenacia
e capacità di tenere gli occhi fissi alla meta, proseguendo
nel lavoro anche quando si ha l’impressione di non trovare
nulla. Coloro che cercano i tesori nascosti, o sepolti in località
sconosciute, devono partire equipaggiati prima di tutto dalla
pazienza e dalla tenacia, e poi dagli arnesi di lavoro; diversamente,
potrebbero presto scoraggiarsi o stancarsi, perché la ricerca
del tesoro non conduce mai a risultati immediati. La pazienza
e la tenacia sono virtù che nascono sulla base della direzione
dello sguardo, che non si stacca mai dall’obiettivo e dalla
ricchezza che deriverà dal ritrovamento. Se colui che scava,
tiene gli occhi fissi al valore del tesoro, e apprezza intimamente
ciò che spera di trovare, allora le motivazioni per soffrire,
faticare e perseverare non si esauriscono. Tra le righe di questo
versetto 4, per contrasto, si può cogliere anche l’azione
di disturbo di Satana, immancabile sui passi dei cercatori della
sapienza. Lo spirito del male potrebbe colpire alla radice le
nostre motivazioni, nel momento in cui riuscisse ad offuscare,
nella nostra mente, l’apprezzamento dei doni di Dio, ingigantendo
dinanzi a noi le asperità del cammino, fino a portarci
alla demotivazione tremenda del “chi me lo fa fare?”.
Quando i doni di Dio perdono valore nella nostra coscienza, anche
le motivazioni della fatica necessaria per conseguirli, vengono
meno inevitabilmente. In realtà, gli ostacoli posti nel
nostro stesso cuore, sono maggiori di quelli che potrebbero frenarci
esternamente. Per questo, il combattimento della vita cristiana,
che si svolge nella dimensione interiore, è molto più
forte di quello che si svolge all’esterno. Al demonio interessa
poco creare impedimenti esterni: il suo obiettivo è quello
di debilitare le motivazioni dell’uomo, ingigantendo le
difficoltà e oscurando lo splendore delle divine promesse.Il
testo prosegue con altri versetti chiave che presentano i frutti
del discepolato come doni di Dio e non come il risultato dell’impegno
umano. I frutti di santità, che fioriscono nel cammino
del discepolo, non sono mai proporzionati all’impegno che
lui ci mette, né sono il risultato dell’impegno,
ma è Dio che, quando vuole e come vuole, fa sbocciare le
virtù della santità nel discepolo di Cristo. Il
v. 6 focalizza questa verità: “il Signore dà
la sapienza”. La sapienza non è allora il risultato
di una raccolta di conoscenze immagazzinate della memoria, ma
è un dono di Dio, che esige l’impegno dell’uomo
solo come presupposto ma non come elemento determinante; infatti,
la sapienza è una luce di conoscenza che fa vedere le cose
come le vede Dio, e ciò è un risultato del tutto
sproporzionato a qualunque impegno umano. Quello che si dice della
sapienza deve essere detto di tutte le virtù che compaginano
la santità: la virtù cristiana, e ogni vittoria
su se stessi e sul vecchio uomo, non si raggiunge perché
ci si impegna a raggiungerla, ma perché Dio la produce
quando giudica che il tempo è maturato. Insomma, il bene
che è in noi è Dio che lo fa. Questo è un
assioma fondamentale del cammino della santità cristiana.
Per questo nessuno può vantarsi, come ci ricorda l’Apostolo
Paolo: “Chi si vanta, si vanti nel Signore” (2 Cor
10,17).Ai vv. 7 e 8 il nostro testo dice così: “Egli
riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che
agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia
e custodendo le vie dei suoi amici”. In questi versetti
il soggetto della custodia è Dio. Dio veglia sui sentieri
della giustizia, ed è Lui che innalza barriere di protezione
intorno ai cammini dei suoi amici. Al v. 11 l’autore sposta
però l’attenzione sulla risposta dell’uomo,
necessaria perché la divina custodia abbia la sua efficacia:
“La riflessione ti custodirà e l’intelligenza
veglierà su di te, per salvarti dalla via del male”.
I versetti 7 e 8, e il versetto 11 hanno in comune lo stesso tema:
la custodia del cammino del giusto. In primo luogo è Dio
che custodisce i passi dell’uomo, e quindi nessuno di noi
può illudersi che la sua prudenza, il suo buon senso e
la sua vigilanza, siano sufficienti a non farlo sbagliare mai
o a liberarlo dalle insidie del maligno. Le strategie con cui
Satana circonda le opere dei servi di Dio, nel tentativo di deviarli,
sono molto più sottili e di molto superiori a qualunque
intelligenza umana. Nessun uomo può custodire se stesso,
senza l’aiuto della grazia (cfr. 2 Cor 12,9). L’autore
fa appello alla riflessione, e quindi alla prudenza, dell’uomo
solo in un secondo momento (v. 11), dopo aver affermato che è
Dio che custodisce le vie dei suoi amici (vv. 7-8). Allora siamo
in errore, se cerchiamo di riposare nei meccanismi di autodifesa
o nel tentativo di avere tutto sotto controllo; l’unica
sicurezza che noi abbiamo è quella di essere amici di Dio,
il quale continua a controllare ogni realtà, anche dopo
che è sfuggita a noi: “Egli riserva ai giusti la
sua protezione, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine,
vegliando sui sentieri della giustizia e custodendo le vie dei
suoi amici”. Ciò che ci salva dalle sottili trappole
del demonio è la nostra capacità di vivere come
amici di Dio. Questo tema dell’essere amici di Dio viene
in qualche maniera introdotto anche dal v. 10: “la sapienza
entrerà nel tuo cuore e la scienza delizierà il
tuo animo”. Questo versetto, dove viene presentato il discepolo
nell’atto di gustare le cose di Dio, pone il fondamento
dell’amicizia nel gustare internamente le cose che riguardano
Dio . Infatti, si diventa amici di Dio lungo un processo di innamoramento
che nasce dalla capacità di gustare internamente ciò
che lo riguarda, la sua Parola, i misteri del suo Regno. L’amicizia
di Dio non può nascere nel nostro cuore, se non si giunge
al gusto e all’apprezzamento di ciò che Lui è.
Da questo punto di vista, l’enunciato “La scienza
delizierà il tuo animo”, significa anche che il cammino
di maturazione del credente nella carità, prende le mosse
da questo medesimo processo di innamoramento, che evidentemente
ha la sua sorgente nella Parola, meditata nel silenzio (cfr. Lc
2,19). Non si tratta quindi di leggere molte cose, né di
ricordare molte cose; si tratta piuttosto di gustare nella meditazione
personale i contenuti della Parola. Il discepolo non va a caccia
di dati eruditi, e non riempie la sua memoria di elementi solo
per il gusto di sapere molte cose. Ciò che nutre lo spirito,
e ci conduce alla crescita nella virtù teologale della
carità, è l’innamoramento che si realizza
nell’interiore gusto della Parola. In questo senso, il discepolo
scopre che il vero obiettivo del suo cammino di ascesi non è
quello di evitare il peccato, ma quello di non amarlo. Infatti,
il nostro cuore non può deliziarsi di due cose opposte
e in antitesi tra loro. Se giungiamo al gusto interiore della
Parola di Dio, non possiamo avere altro gusto e altro apprezzamento,
perché tutto le è inferiore. Allora, l’autentica
ascesi del discepolo, non consiste tanto nella fatica di allontanare
da sé ciò che non appartiene a Dio, ma consiste
nel riempirsi di ciò che è di Dio, gustandolo e
amandolo. Senza questo amore, la fatica di allontanare il peccato
non può essere davvero efficace. Invece, nel momento in
cui il cuore viene internamente attratto dallo splendore della
verità di Dio, non occorre più neppure lottare contro
il peccato, perché esso semplicemente non esercita più
alcuna attrattiva sul nostro cuore.
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