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Beato l’uomo che ha trovato la sapienzae il mortale che
ha acquistato la prudenza, 14 perché il suo possessoè
preferibile a quello dell’argentoe il suo provento a quello
dell’oro. 15 Essa è più preziosa delle perlee
neppure l’oggetto più caro la uguaglia. 16 Lunghi
giorni sono nella sua destrae nella sua sinistra ricchezza e
onore; 17 le sue vie sono vie deliziosee tutti i suoi sentieri
conducono al benessere. 18 È un albero di vita per chi
ad essa s’attienee chi ad essa si stringe è beato.
19 Il Signore ha fondato la terra con la sapienza, ha consolidato
i cieli con intelligenza; 20 dalla sua scienza sono stati aperti
gli abissie le nubi stillano rugiada. 21 Figlio mio, conserva
il consiglio e la riflessione, né si allontanino mai
dai tuoi occhi: 22 saranno vita per tee grazia per il tuo collo.
23 Allora camminerai sicuro per la tua stradae il tuo piede
non inciamperà. 24 Se ticoricherai, non avrai da temere;
se ti coricherai, il tuo sonno sarà dolce. 25 Non temerai
per uno spavento improvviso, né per la rovina degli empi
quando verrà, 26 perché il Signore sarà
la tua sicurezza, preserverà il tuo piede dal laccio.
27 Non negare un beneficio a chi ne ha bisogno, se è
in tuo potere il farlo. 28 Non dire al tuo prossimo: “Và,
ripassa, te lo darò domani”, se tu hai ciò
che ti chiede. 29 Non tramare il malecontro il tuo prossimomentre
egli dimora fiducioso presso di te. 30 Non litigare senza motivo
con nessuno, se non ti ha fatto nulla di male. 31 Non invidiare
l’uomo violentoe non imitare affatto la sua condotta,
32 perché il Signore ha in abominio il malvagio, mentre
la sua amicizia è per i giusti. 33 La maledizione del
Signore è sulla casa del malvagio, mentre egli benedice
la dimora dei giusti. 34 Dei beffardi egli si fa beffee agli
umili concede la grazia. 35 I saggi possiederanno onore ma gli
stolti riceveranno ignominia.
Il capitolo terzo
dei Proverbi prosegue nei versetti 13-35 con l’annuncio
di una beatitudine. I versetti 13,14 e 15, ruotano intorno allo
stesso concetto: la sapienza è la realtà più
preziosa, e non c’è nulla che può esservi
paragonato. L’uomo che la trova, ha una esperienza di
beatitudine, che i versetti da 6 a 35 specificheranno in alcune
linee fondamentali. La beatitudine dell’uomo sapiente
non consiste in un semplice gusto di vivere, né in un
semplice benessere. C’è qualcosa che va molto aldilà,
e che il libro dei Proverbi lascia intravedere al v. 18: “E’
un albero di vita per chi ad essa s’attiene e chi ad essa
si stringe è beato”. Il v. 18 identifica l’albero
della vita, a cui l’uomo non poteva più tendere
la mano dopo il peccato (cfr. Gen 3,24), con il dono della sapienza.
All’uomo sapiente è perciò riaperta la strada,
che si era chiusa per Adamo. Comprendiamo allora che il benessere
annunziato al v. 17, come pure l’onore promesso all’uomo
sapiente dal v. 16, la sicurezza dei propri passi del v. 23,
alludono alla possibilità di recuperare l’armonia
dell’origine, quando l’uomo, uscito intatto dalle
mani di Dio, poteva porsi dinanzi al mondo in un atteggiamento
sicuro e signorile. La sapienza, identificata con l’albero
della vita, rappresenta quindi un cammino a ritroso verso la
perfezione della creazione originaria.I primi tre versetti,
che presentano la sapienza come un dono più prezioso
dell’argento, dell’oro e delle perle, ritornano
su un tema fondamentale dei libri sapienziali: nessuno può
mettersi a cercare la sapienza, se prima non l’ha apprezzata.
Come l’oro, l’argento e le perle, sono delle ricchezze
incomprensibili per quelli che, come i profani, non hanno la
capacità di cogliere il loro valore, così la sapienza
è una ricchezza dai valori nascosti, non immediatamente
visibili a tutti. Non a caso il v. 13 parla di un ritrovamento:
“Beato l’uomo che ha trovato la sapienza”.
La sapienza è dono di Dio, ma è anche il risultato
di una disposizione di ricerca da parte dell’uomo. Così
come Salomone non avrebbe potuto chiedere la sapienza, se non
l’avesse individuata come il dono più prezioso
(1 Re 3,11), allo stesso modo, l’uomo sapiente si incammina
verso l’albero della vita, quando riesce ad apprezzare
questo dono di Dio come la realtà più desiderabile.
Il fatto che la sapienza sia posta in contrasto con l’oro,
l’argento e le perle, preziosi beni terreni, ci riconduce
a una presa di coscienza: noi possiamo mantenerci nella posizione
giusta davanti a Dio, finché conserviamo una certa connaturalità
con le cose celesti. Il cammino nel deserto è emblematico
da questo punto di vista. Il popolo di Israele, nel deserto,
pur essendo nutrito con la manna che scende dal cielo, a un
certo momento non riesce più a gustarla (cfr. Nm 11,6).
Non è che la manna abbia cambiato il suo sapore, ma è
il palato d’Israele che ha cambiato i suoi gusti. L’argento,
l’oro e le perle non esprimono soltanto una ricchezza
e una preziosità oggettiva, ma alludono anche all’occhio
attento di colui che si intende di cose preziose. L’uomo
sapiente può trovarsi davanti ai doni di Dio, talvolta
anche particolarmente grandi, ma deve avere soprattutto cura
di non perdere la finezza del suo palato, mantenendosi in un
certo senso sulla stessa lunghezza d’onda delle cose di
Dio, per non perderne il gusto, rischiando di essere continuamente
beneficato da Dio, senza rendersene conto. La perdita del loro
gusto è determinata da uno scivolamento verso la memoria
del passato, come avviene al popolo d’Israele nel deserto.
L’incapacità di proiettarsi verso il futuro di
Dio, oggetto della virtù teologale della speranza, e
l’attaccamento verso i contenuti della memoria può
essere di due tipi: o la convinzione che il passato sia migliore,
o che il passato, essendo cattivo, sia la conferma statistica
che il futuro non potrà essere buono. Sono questi i due
tipi di inganni che Israele nel deserto sperimenta, ed è
proprio questa la causa della sua perdita di quota nelle cose
che riguardano il regno di Dio. L’incapacità di
gustare la manna deriva da un cattivo uso della memoria e da
una trascuratezza nell’opera di purificazione e disciplina
dei propri pensieri.Il paragone dell’argento, dell’oro
e delle perle ha anche un altro risvolto. La sapienza è
la vera dignità dell’uomo, la sua vera bellezza.
Questo tema era già stato enunciato all’inizio
del capitolo terzo al v. 3: “Bontà e fedeltà
non ti abbandonino; legale intorno al tuo collo”. Di fatto,
nella Bibbia, c’è una caratteristica particolare
che accompagna la descrizione di tutti coloro che Dio ha chiamato
a un ruolo importante nel disegno di salvezza: una particolare
bellezza. Così si dice di Mosè, di Davide, così
si dice di Ester e di Giuditta; del Messia si dice che è
il più bello tra i figli dell’uomo (Sal 45,3).
L’autentica dignità e l’autentica bellezza
del cristiano consiste, infatti, nella scoperta della propria
nuova identità in Dio. L’albero della vita, nella
sua implicita allusione al libro della Genesi, non dice soltanto
che la sapienza sia un arte di vivere, o una capacità
di regolarsi nella vita, ma allude a qualcosa di più
profondo, che è appunto il recupero della bellezza originaria,
a cui nessuno può giungere, se non si incammina per la
via della sapienza.Dopo l’affermazione centrale dell’albero
della vita come luogo in cui l’uomo sapiente ritrova i
suoi equilibri profondi, vengono considerate dal testo le conseguenze
pratiche e concrete che cominciano a fiorire dopo che uno si
è nutrito dell’albero della vita. I versetti 19
e 20 esprimono, anche se in maniera indiretta, la prima conseguenza
visibile: “Il Signore ha fondato la terra con la sapienza,
ha consolidato i cieli con intelligenza; dalla sua scienza sono
stati aperti gli abissi e le nubi stillano rugiada”. La
creazione è il grande scenario della manifestazione della
sapienza. L’uomo che si è nutrito dei frutti dell’albero
della vita, non ha più nei confronti del creato un atteggiamento
di sfruttamento o di sopraffazione. I testi sapienziali presentano
l’uomo sapiente come uno che ha pietà anche delle
creature inferiori. La creazione si presenta dinanzi all’uomo
sapiente con tutti gli aspetti della contemplazione. In questo
senso, il rapporto tra l’uomo e il creato ritrova la sua
armonia. In Genesi, Adamo è descritto nell’atto
di dare un nome a tutte le cose create. Questo gesto ha una
tonalità paterna, perché in Israele era consuetudine
che fosse il padre a imporre il nome. Adamo riceve la custodia
del creato, e il potere su di esso, ma non per spadroneggiare
sulle cose e sugli esseri viventi, né per considerarlo
un territorio di conquista o di sfruttamento. Il creato per
l’uomo sapiente è prima di tutto un oggetto di
contemplazione e di rispetto, prima ancora che di fruizione.
La stessa fruizione della natura, da parte del sapiente, è
delicata, sobria, e mai arbitraria.Un altro segnale della sapienza
penetrata nel cuore dell’uomo è la guarigione della
paura. Un rapporto spaventato con la vita non è mai ispirato
dalla sapienza. I versetti di riferimento sono quattro, da 23
a 26: “Allora camminerai sicuro per la tua strada e il
tuo piede non inciamperà. Se ti coricherai, non avrai
da temere; se ti coricherai, il tuo sonno sarà dolce.
Non temerai per uno spavento improvviso, né per la rovina
degli empi quando verrà, perché il Signore sarà
la tua sicurezza”. Il sapiente cammina nella consapevolezza
di essere ricoperto di uno scudo, cioè la benedizione
di Dio, e perciò il rapporto con la vita acquista una
fondamentale disinvoltura. Al tempo stesso, il sapiente è
consapevole anche che lo scudo di Dio non ferma tutti i colpi
che arrivano dall’esterno, ma soltanto quelli che possono
danneggiarci. In un altro libro sapienziale, quello di Giobbe,
si dimostra che la protezione di Dio non consiste nel mettere
l’uomo al sicuro da qualunque minaccia. Giobbe viene colpito
nonostante la sua giustizia, nonostante la benedizione di Dio
lo copra; ma i colpi che gli arrivano lo migliorano, lo perfezionano,
fanno crollare da lui impalcature inutili che non sarebbero
mai cadute, se i colpi duri della vita non lo avessero temprato.
La consapevolezza del saggio è perciò quella di
camminare nella benedizione di Dio, senza tuttavia ritenere
che questa benedizione sia una garanzia per non soffrire. Piuttosto,
l’uomo sapiente si abbandona alla discrezione di Dio,
il cui scudo alcuni colpi li para e altri li fa passare. La
divina pedagogia agisce anche con il metodo dello scultore,
il quale prepara un capolavoro, facendo violenza proprio su
quella stessa pietra, a cui l’artista dovrà essere
grato per la gloria che gli darà. Effettivamente, lo
scudo di Dio protegge gli equilibri profondi dell’uomo,
ma non protegge tutti gli aspetti negativi della nostra personalità
che comunque devono morire, perché a Dio non piacciono,
e moriranno attraverso quel mistero della divina pedagogia che
uccide l’uomo vecchio. Il cammino di scoperta della via
riaperta verso l’albero della vita, è anche un
cammino di guarigione per l’uomo e, in particolare, come
si è detto, dalla paura. Nei versetti da 23 a 26, il
nostro autore considera le possibili sorgenti della paura che
rendono l’uomo un suddito, uno schiavo, e non un autentico
figlio di Dio che nella sua statura principesca non può
in nessun modo essere umiliato da potenze che gli incutano una
qualche forma di paura. Il cammino dell’uomo che ha trovato
la sapienza è, infatti, un cammino sicuro: “Allora
camminerai sicuro per la tua strada” (v. 23). La paura
contraddice questa affermazione che, in un certo senso, viene
intesa come una mancanza di fede. Se la Parola di Dio afferma
che il cammino è sicuro, il fatto stesso di temere lascia
trasparire una mancanza di fiducia in questa Parola che non
è umana. Le sorgenti della paura considerate dal nostro
autore in questi tre versetti, rappresentano un quadro completo,
pur nel carattere sintetico delle sue parole. Ci sono infatti
delle paure che provengono da una prima sorgente, citata per
prima essendo la più importante: “Se ti coricherai,
non avrai da temere; se ti coricherai, il tuo sonno sarà
dolce”. Qui non si parla di una minaccia che arriva dall’esterno.
L’autore qui si riferisce evidentemente a tutte quelle
paure che provengono dai disordini del proprio io. Infatti,
c’è differenza tra la paura che assale l’uomo
che dorme serenamente sul suo letto e quella che proviene da
una minaccia esteriore improvvisa: “Non temerai per uno
spavento improvviso” (v. 25). Si tratta di due sorgenti
diverse. La paura sul proprio giaciglio è giustificata
soltanto dai disordini profondi dell’io, da tutte le ombre
che sorgono da un animo turbato o ferito. E’ proprio questa
guarigione profonda che permette al soggetto di superare ogni
forma di angoscia personale, radicata nella debolezza della
nostra umanità. E c’è poi la minaccia proveniente
dall’esterno, indipendente dai disordini del proprio io,
una minaccia che continua ad esistere anche quando l’uomo
è profondamente guarito interiormente. E’ questa
la seconda sorgente, definita come “uno spavento improvviso”,
e che consiste in tutti quegli eventi dolorosi che si verificano
fuori dal controllo dell’uomo, fuori dalla sua capacità
di previsione o di gestione. C’è poi una terza
sorgente di paura, indicata nella seconda parte del v. 25: “Non
temerai per uno spavento improvviso, né per la rovina
degli empi quando verrà”. Questa terza sorgente
di paura nasce dalla nostra intuizione che le conseguenze dei
gesti di coloro che vivono accanto a noi, se vivono male, e
se commettono gravi peccati, si ribaltano e si ripercuotono
inevitabilmente anche su di noi, in forza della stessa vicinanza
e dell’intima comunione di vita. Anche questa paura viene
vinta dall’uomo che si è incamminato sulla via
della sapienza. Sotto questo punto di vista, la sapienza, come
potremo meglio osservare, coinciderà non con la fede
che nasce dall’esperienza di salvezza, ma con quella fede
che produce l’esperienza di salvezza: “Il Signore
sarà la tua sicurezza” (v. 26); vale a dire, non
le tue dimostrazioni scientifiche e razionali, non i tuoi sillogismi,
non i tuoi sensi, che ti permettono di vedere e di toccare il
mondo circostante, con la sensazione di avere tutto sotto controllo.
Non è questo che può darti una vera sicurezza,
ma la consapevolezza indimostrabile che Dio ti difende, anche
se chi vive vicino a te continua a demolire le opportunità
di miglioramento delle cose. La via del ritorno verso la beatitudine
dell’Eden viene qui identificata dall’autore con
l’autentica fede teologale, che per sua natura non poggia
sulle dimostrazioni ed è oscura. Una quarta sorgente
della paura, che il nostro autore giustamente non considera,
è la paura delle conseguenze negative dei propri sbagli
personali. L’autore non considera affatto questa quarta
sorgente di minacce, perché per i libi sapienziali soltanto
lo stolto può temere le conseguenze dei propri sbagli.
L’uomo sapiente non ha questa sorgente di minaccia: egli
cammina su una strada diritta dove non si inciampa: “Il
Signore sarà la tua sicurezza, preserverà il tuo
piede dal laccio” (v. 26). Il saggio non teme le conseguenze
dei propri errori, perché il fatto di avere radicalmente
rinunciato alla propria autonomia giudicante e ai propri criteri
di valutazione, per assumere quelli di Dio, gli impedisce di
cadere in qualsiasi genere di laccio. Il saggio cammina sicuro,
non perché è più intelligente degli altri,
ma perché avendo scelto di camminare in sintonia con
i battiti del cuore di Dio, il Signore lo preserva da ogni possibile
caduta: “preserverà il tuo piede dal laccio”.
Il v. 6 suggerisce anche una particolare gratitudine che noi
dobbiamo avere nei confronti di Dio, e che troppo spesso ci
sfugge. Noi dobbiamo essere grati a Dio non soltanto dei peccati
che Egli ci ha perdonato, ma anche di quei peccati che non abbiamo
commesso, perché Lui ce ne ha preservato. La grazia di
Dio, nel momento in cui abbiamo scelto di camminare con Lui,
ci preserva dal peccato raggiungendoci in anticipo. Cessa così
la sua minaccia, perché Dio stesso ci preserva, e non
perché la nostra opzione ci mette in grado di vincere
una potenza così superiore alla nostra natura. L’Apostolo
Paolo, nella lettera ai Romani parla del peccato come di una
forza che domina universalmente (cfr. Rm 5,17.21), e che quindi
non è vincibile con la sola volontà umana. La
nostra opzione per il Signore è la base su cui Egli costruisce
la nostra libertà, ma è Lui che preserva il nostro
piede dalla caduta.
Un terzo effetto della via del ritorno verso l’albero
della vita è indicato dal v. 27: “Non negare un
beneficio a chi ne ha bisogno, se è in tuo potere il
farlo”. Occorre notare come questa citazione dell’amore
del prossimo, in perfetta coerenza con tutto l’insegnamento
biblico, si trova sempre in una posizione secondaria rispetto
all’amore verso Dio, principio e origine di ogni altro
amore. Ai versetti 19 e 20 abbiamo già visto come il
rapporto contemplativo con la natura dimostri il recupero della
propria posizione armonica davanti a Dio. Infatti, nessuno può
vedere i segnali della presenza di Dio nella natura, se non
ha il cuore pieno di Lui. Solo colui che riesce a entrare nella
paternità di Dio, inizia a vedere nella natura quella
custodia che Dio, come un padre, ha posto intorno all’uomo,
insieme alla sua perfetta sapienza ordinatrice. Chi non ha questi
sentimenti, guarda la natura e non vede niente, se non agglomerati
di materie, e perciò non è capace di meravigliarsi,
né di gustarne la bellezza. Quindi, il risanamento dell’amore
del prossimo e delle relazioni interpersonali, viene coerentemente
posto in una posizione successiva rispetto a due cose, di cui
la prima è appunto il recupero del rapporto filiale con
Dio. La seconda guarigione, necessaria per sperimentare l’amore
del prossimo, riguarda i disordini del proprio “io”,
da cui provengono le molteplici paure che riducono l’uomo
da principe a suddito. Infatti, una persona che non è
capace di padroneggiare se stessa, ed è dominata dai
suoi personali squilibri, non è neppure capace di amare.
Questo si vede non soltanto negli enunciati delle divine Scritture,
ma risulta evidente anche dall’esperienza della quotidianità.
La figura del ricco epulone è emblematica di tutti coloro
che, a causa degli squilibri del loro io, cioè dell’eccessiva
concentrazione sul proprio benessere e sui propri bisogni, non
riescono ad avere occhi per individuare, intorno a sé,
i bisogni a cui dare una risposta d’amore. Così,
ci sono coloro che non riescono ad amare, perché sono
eccessivamente concentrati sul proprio benessere, ma ci sono
anche coloro che non riescono ad amare, perché sono eccessivamente
concentrati sui propri malesseri, facendo delle loro sofferenze,
le uniche sofferenze del mondo, o come se nel mondo non ci fossero
che loro a soffrire; di conseguenza, assumono, nelle diverse
circostanze della vita quotidiana quell’atteggiamento
vittimista che li giustifica in ogni cosa, e che colpevolizza
gli altri in ogni cosa. Anche quest’ultimo squilibrio
impedisce l’amore, e sbarra la strada verso l’autentica
esperienza della carità teologale. Un personaggio biblico
che personifica questo atteggiamento è Acaz, il quale,
dinanzi al rifiuto di Nabot di vendergli la vigna, cade in una
profonda depressione e rifiuta persino di mangiare (cfr. 1 Re
21,1-4). Nel momento in cui l’io umano recupera i suoi
equilibri profondi, ritrovando la propria verità di figlio,
e al tempo stesso gli equilibri generali delle proprie relazioni,
allora la persona diventa capace di amare. La prima manifestazione
della guarigione che ci permette di amare è indicata
ai versetti 27 e 28: “Non negare un beneficio a chi ne
ha bisogno, se è in tuo potere di farlo. Non dire al
tuo prossimo: va’, ripassa, te lo darò domani,
se tu hai ciò che ti chiede”. Questi due versetti
vogliono dirci che l’autentica esperienza d’amore
non si gioca nelle grandi occasioni, ma si gioca nella vita
quotidiana, nelle circostanze ordinarie e banali di ogni giorno,
in modo particolare nella prontezza e nella sollecitudine, che
caratterizza tutti coloro che sono arrivati all’amore
vero. Coloro che sono arrivati all’amore compiono i propri
servizi in maniera perfetta e rapida, senza dilazioni ingiustificate,
senza ritardi nel rispondere alle aspettative di chi ci chiede
un favore, sia nelle relazioni di amicizia che in quelle lavorative.
La pigrizia non fa più parte delle disposizioni dell’uomo
ispirato dall’amore, soprattutto se questa pigrizia impedisce
al prossimo di ottenere un beneficio a qualunque livello. Questa
pigrizia è ancora più grave in proporzione del
valore del beneficio; cosicché un beneficio umano dilazionato
ingiustificatamente è un peccato contro l’amore,
ma molto più grave è il peccato contro l’amore
che fa arrivare in ritardo alla persona la conoscenza di Cristo
e del suo vangelo. La persona che interiormente ritrova i suoi
equilibri, acquista anche il senso cruciale del tempo che passa
e il valore insostituibile del presente, e non c’è
più nulla che viene rimandato a domani.L’amore
del prossimo viene innanzitutto descritto come un atto di uscita
da se stessi. Questa è forse la definizione più
radicale che la Bibbia dà dell’amore del prossimo.
Esso è un esodo, è la capacità di uscire
da se stessi, accettando il rischio insito in ogni uscita. Il
v. 27: “Non negare un beneficio a chi ne ha bisogno, se
è in tuo potere di farlo”, si inquadra nell’insegnamento
biblico sull’amore del prossimo, un insegnamento profondo
e articolato. La Bibbia non ritiene che l’amore del prossimo
si possa realizzare soltanto sul piano di un atto con cui si
offre qualcosa a qualcuno; l’amore del prossimo sembra
sorgere da una globale valutazione delle circostanze e delle
persone, per essere compiuto nella luce piena. Questo significa
che non basta dare qualcosa a qualcuno, ma occorre anche essere
capaci di distinguere il destinatario, la natura della richiesta
che mi viene fatta, e la natura della cosa che io do. L’amore
del prossimo non si realizza nel momento in cui qualcuno chiede
qualcosa e questa cosa viene data. Il v. 27 non va infatti letto
da solo, ma insieme agli altri che trattano dello stesso argomento.
I libri sapienziali e più in generale la Bibbia, ritengono
riduttiva e fuorviante l’idea che l’amore debba
essere disponibile a dire sì a ogni richiesta. L’insegnamento
vero è un altro: non c’è amore del prossimo
se non c’è anche un vero discernimento. Il v. 27
ci permette di cogliere alcuni aspetti di questo opportuno discernimento
che la Scrittura ci chiede: “Non negare un beneficio a
chi ne ha bisogno”. Le parole “a chi ne ha bisogno”,
esprimono appunto la necessità del discernimento: esse
implicano chiaramente il fatto che qualcuno possa chiedere qualcosa
di cui non ha bisogno; qualcun altro potrebbe chiedere qualcosa
dannosa per se stesso; un altro ancora potrebbe chiedere qualcosa
che non ha diritto di avere. Non si può allora realizzare
un amore del prossimo sulla base della richiesta e dell’offerta,
se prima non si discerne con attenzione, se colui che chiede,
stia chiedendo qualcosa di realmente legittimo o di necessario.
Una seconda restrizione, che allude a un secondo aspetto del
discernimento, ci è data dalla seconda parte del versetto:
“se è in tuo potere di farlo”. Potrebbe darsi
che qualcuno mi chieda qualcosa di necessario e di legittimo,
ma superiore alle mie forze e alle mie reali possibilità;
in questo caso, come avviene a coloro che con generosità
si lanciano ad aiutare persone, le cui situazioni sono complesse
e difficili, uno potrebbe rimanere travolto in grovigli più
grandi di lui, e quello che inizialmente era partito come il
compimento di un bene, alla fine si traduce in un male, che
si può ritorcere contro la persona stessa, oltre che
contro il suo assistito. Un bene superiore alle proprie forze
e il soccorso dato a un altro in situazioni troppo grandi, si
muta quasi sempre in un crollo di entrambi, del bisognoso e
del suo soccorritore. Occorre allora non soltanto valutare la
persona per la quale si compie il bene, non soltanto la natura
di ciò che si offre, ma anche i livelli delle nostre
reali possibilità personali, perché non avvenga
di compiere un bene superiore che si volga in un danno maggiore.
L’amore diventa autentico, se si è capaci di compiere
simultaneamente il discernimento su tutti gli ambiti necessari,
prima di agire. L’amore, insomma, non può essere
un atto superficiale e sognante, privo di aderenza alla gravità
del reale; l’amore deve essere intenso e totale nei confronti
di ciascuno, ma non può manifestarsi nello stesso modo
per tutti. C’è un modo di amare la persona capricciosa,
che chiede con impertinenza ciò che non le spetta, e
un modo per amare la persona realmente bisognosa, che per pudore
o per timidezza non è capace di chiedere; c’è
un altro modo ancora di amare colui che chiede una cosa dannosa
e un altro per amare chi chiede un soccorso troppo superiore
alle possibilità di un uomo solo. Ciascuno deve essere
amato secondo la sua realtà personale, secondo la sua
storia, secondo il suo livello di cammino. Il capitolo terzo
si muove ancora in una prospettiva veterotestamentaria nella
descrizione delle relazioni interpersonali: “Non litigare
senza motivo con nessuno, se non ti ha fatto nulla di male”
(v. 30). Esso si inserisce dentro una visione dell’amore
che ancora è condizionata dalla possibilità di
una risposta di giustizia al prossimo, prospettiva che l’AT
ammette e che Cristo ha invece superato attraverso il comandamento
nuovo (cfr. Gv 13,34). L’AT ammette l’idea di ripagare
gli altri con la medesima moneta, quando questo sia necessario
e quando l’offesa sia reale, con l’unica restrizione
che la punizione sia proporzionata all’offesa (cfr. Dt
19,21). Anche se l’AT non è ancora la luce piena
della rivelazione, il dato di fondo del v. 30 rimane valido
anche per il cristiano, sebbene in buona parte la prospettiva
a cui il libro dei Proverbi allude sia ormai superata. Il cristiano
guarda il suggerimento del v. 30 su un piano più ampio,
distinguendo il livello della giustizia dal livello dell’amore.
Il cristiano rimane libero di affermare i propri diritti nella
società, oppure di compiere un atto di liberalità,
rinunciandovi senza costrizioni. Tuttavia, non è mai
un peccato affermarli o rivendicarli, quando i diritti personali
che si affermano, sono legittimi e quando sono stati ingiustamente
lesi, o per leggerezza o per cattiva volontà. La carità
cristiana non è affatto un invito alla remissività
senza limiti, perché il malvagio faccia tutto quello
che gli pare, stravolgendo il diritto; la carità cristiana
si colloca su un livello senz’altro superiore a quello
della giustizia, ma non può mai tollerare la prevalenza
della disonestà. Vale a dire: la carità può
agire senza tenere conto della stretta giustizia, ma non potrebbe
mai essere ingiusta. In questa linea, vanno le parole del padrone
della vigna agli operai della prima ora: “Ma il padrone,
rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto.
Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo
e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto
a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio?”
(Mt 20,13-15). La carità fa appunto delle sue cose quello
che vuole, mai però facendo torto a qualcuno. E’
possibile, quando le circostanze lo richiedono, muoversi dentro
gli equilibri della giustizia, affermando quel diritto che deve
essere riconosciuto. Tutto questo non è in contrasto
con l’amore. Per il cristiano rimane comunque la possibilità
di rinunciare ai propri diritti con un atto superiore ai principi
di stretta giustizia. Il cristiano, con la luce del discernimento,
comprenderà nelle diverse circostanze, dalle più
piccole alle più grandi, in che misura scegliere i principi
della giustizia e in che misura l’amore e la misericordia.
In questi versetti finali del capitolo terzo possiamo cogliere
altri suggerimenti che indicano le tappe di maturazione dell’amore.
Una di queste è indicata dal v. 29: “Non tramare
il male contro il tuo prossimo, mentre egli dimora fiducioso
presso di te”. Questo versetto, oltre a proibire il tradimento,
e ogni gesto che manchi di rispetto al prossimo, intende dire
che a Dio è sgradito ogni sentimento negativo, coltivato
dentro il cuore, anche all’insaputa di chi né è
l’oggetto. L’amore non esige soltanto il rispetto
esteriore, o il tratto alieno da ogni forma di violenza e di
aggressione: l’amore richiede anche che il cuore sia purificato
da ogni sentimento di disistima, di sospetto, di rancore, di
ostilità. La purificazione dell’interiorità
è un fatto fondamentale perché l’amore non
sia un’ipocrisia, o soltanto un gesto costruito esternamente,
ma abbia un corrispettivo nella dimensione del cuore, dove il
prossimo deve essere accolto incondizionatamente. Allargando
la prospettiva fino all’insegnamento di Gesù, dobbiamo
formulare - e le parole forse non basteranno mai per convincerci
– questo principio, che ogni giorno dovremmo ripetere
a noi stessi: Quando riuscirai a parlare con l’uomo più
amabile e con l’uomo più detestabile di questo
mondo, con la stessa delicatezza e con lo stesso amore, allora
quello sarà il momento in cui la carità è
davvero realizzata in te. L’autore dei Proverbi, al v.
31, mette in guardia la persona che ha scelto di vivere una
vita ispirata dall’amore: “Non invidiare l’uomo
violento e non imitare affatto la sua condotta”. Lo scandalo
che colpisce l’uomo che vive sulla via della carità,
via difficile e impervia per chi vi si applica, è lo
scandalo della vittoria immediata e dei risultati a breve temine,
che conseguono tutti gli uomini che scelgono la violenza al
posto dell’amore. La via dell’amore si presenta,
al contrario, particolarmente difficile per tutti coloro che
la scelgono, perché non sempre offre risultati immediati
e non di rado produce umiliazioni e sofferenze. A differenza
dei violenti, che afferrano quello che vogliono e quando vogliono,
e sono rispettati dal prossimo per paura delle loro ritorsioni,
chi vive di amore non afferma se stesso, e per questo subisce
talvolta gli atteggiamenti irrispettosi di chi scambia la sua
scelta di non violenza per debolezza o pusillanimità.
Ma l’uomo di Dio vive così, scegliendo la mansuetudine,
accettando il fraintendimento che taccia con l’etichetta
di codardo, e usando delicatezza e rispetto verso ogni uomo,
fino a chiamare, come ha fatto Gesù, con l’appellativo
di “amico” il suo traditore personale (cfr. Mt 26,50).
La via dell’uomo di Dio è attendere e pazientare,
accogliere ciò che Dio gli dà, rinunciare a tutte
le altre cose, e amare incondizionatamente. Questa disposizione
d’amore, che ben presto si rivela come una via della croce,
pone la natura umana in stato di crisi. Osservando l’apparente
successo dei violenti, e considerando dall’altro lato
le proprie rinunce, le proprie umiliazioni, la necessità
della pazienza, il perdono continuamente dato e quasi sempre
scambiato per debolezza, l’uomo che vive ispirato dalla
carità, potrebbe avvertire la percezione di essere uno
svantaggiato in mezzo a tanti uomini di successo, vittoriosi,
orgogliosi, temuti, che costruiscono piedistalli imprendibili
su cui elevarsi. Il libro dei Proverbi, dicendo: “Non
invidiare l’uomo violento”, intende dire: Non illuderti
che le brevi vittorie siano delle autentiche vittorie; non illuderti
che afferrare tutto quello che si vuole e quando si vuole, possa
realmente rendere felici. E non ritenere di essere uno sconfitto,
se molte cose che desideri non possono essere raggiunte, perché
Dio sa ciò che è buono per te. La necessità
dell’umiltà, affermata al v. 34, costituisce la
base di un atteggiamento che conserva internamente la sua pace,
mentre intorno a sé prevale la violenza e l’arbitrarietà
dell’autoaffermazione: “Dei beffardi egli si fa
beffe e agli umili concede la grazia”. Non bisogna, perciò,
cedere alla seduzione delle apparenze, perché mentre
l’uomo ottiene le sue vittorie, probabilmente la maledizione
del Signore è sopra di lui: “La maledizione del
Signore è sulla casa del malvagio” (v. 33); e ancora:
“Il Signore ha in abominio il malvagio” (v. 32).
Colui che sceglie l’amore, non dovrà pensare di
essere un debole, solo perché in minoranza, né
dovrà pensare che la vittoria dell’uomo malvagio
sia reale, perché su di lui si addensa la maledizione
di Dio, che rappresenta l’autentico fallimento e la sterilità
definitiva dell’essere umano. Indirettamente, l’autore
ritorna a un tema già accennato al v. 26, dove all’uomo
saggio viene detto: “Il Signore sarà la tua sicurezza”.
Colui che sceglie di camminare sulla via dell’amore, non
potrà porre la sua sicurezza sulle cose visibili, perché
queste gli diranno piuttosto di essere uno sconfitto; dovrà
invece sganciarsi dalla conoscenza sensibile e fissare lo sguardo
su ciò che non si vede, sulla benedizione del Signore,
che sostiene la sua vita e che produce i suoi effetti in tempi
molto lunghi, per i quali occorrono la perseveranza e un’infinita
pazienza, virtù disprezzate dai violenti, ma: “I
saggi possiederanno l’onore” (v. 35). Con un generico
futuro, ai saggi viene promessa una gloria che non è
umana. L’onore destinato ai saggi non è il consenso
dei propri simili, ma è la lode che Dio darà a
ciascuno nell’ultimo giorno (cfr. 1 Cor 4,5). Il consenso
degli uomini è la forza dei malvagi, l’uomo saggio
invece cammina appoggiandosi alla benedizione del Signore, e
per questo rimane in piedi, anche quando, intorno a lui, tutto
crolla.
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