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Figlio mio, non dimenticare il mio insegnamentoe il tuo cuore
custodisca i miei precetti, 2 perché lunghi giorni e anni
di vita e pace ti porteranno. 3 Bontà e fedeltà
non ti abbandonino; lègale intorno al tuo collo, scrivile
sulla tavola del tuo cuore, 4 e otterrai favore e buon successo
agli occhi di Dio e degli uomini. 5 Confida nel Signore con tutto
il cuore e non appoggiarti sulla tua intelligenza; 6 in tutti
i tuoi passi pensa a lui ed egli appianerà i tuoi sentieri.
7 Non credere di essere saggio, temi il Signore e sta’ lontano
dal male. 8 Salute sarà per il tuo corpo e un refrigerio
per le tue ossa. 9 Onora il Signore con i tuoi averi e con le
primizie di tutti i tuoi raccolti; 10 i tuoi granai si riempiranno
di grano e i tuoi tini traboccheranno di mosto. 11 Figlio mio,
non disprezzare l’istruzione del Signoree non aver a noia
la sua esortazione, 12 perché il Signore corregge chi ama,
come un padre il figlio prediletto.
Il capitolo terzo del libro dei Proverbi
si apre con una esortazione: “Figlio mio, non dimenticare
il mio insegnamento” (v. 1). Tale esortazione si colloca
in una significativa sequenza: “Ascolta, figlio mio, l’istruzione
di tuo padre” (1,8), “Figlio mio, se tu accoglierai
le mie parole” (2,1), e infine “Figlio mio, non dimenticare
il mio insegnamento” (3,1). L’esortazione iniziale
è di semplice invito all’ascolto, la seconda fa appello
alla libertà personale, il terzo appello allude alla memoria.
Questa sequenza esprime il cammino di approfondimento della sapienza:
non basta l’ascolto se non si passa ad una opzione libera
da cui dipende l’effettivo schieramento dell’uomo,
e infine la terza fase è la conservazione nella memoria
ciò che si è liberamente scelto. Infatti, ciò
che si è ascoltato non diventa nostro se non si sceglie;
ma dopo averlo scelto, bisogna vigilare perché non subentri
quel naturale decadimento che inevitabilmente attacca qualunque
nostra ricchezza morale non sufficientemente custodita. Non possiamo
non ricordare a questo proposito il testo di Apocalisse 2,3-5:
“Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza
stancarti. Ho però da rimproverarti che hai dimenticato
il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti
e compi le opere di prima”. Il richiamo alla memoria del
v. 5 di Ap 2, si trova in una linea di continuità con il
richiamo alla memoria contenuto nella terza esortazione dei Proverbi.
L’idea di fondo è che esiste la possibilità
di uno spontaneo decadimento così che, a poco a poco, con
il tempo che trascorre, e con una certa leggerezza che può
subentrare nel groviglio degli impegni e delle urgenze quotidiane,
si sbiadisca quello che noi all’inizio abbiamo accolto con
entusiasmo, e quello che a noi si è presentato all’inizio
come un valore degno di essere scelto. Questo primo versetto,
che contiene l’esortazione a non dimenticare, nella sua
seconda parte utilizza nello stesso senso molto pregnante il verbo
“custodire”. Al v. 2 va notata la conseguenza di questa
custodia: “perché lunghi giorni e anni di vita e
pace ti porteranno”. La custodia dei doni di grazia depositati
dentro di noi, non garantisce all’uomo un beneficio qualunque;
ubbidire a Dio, o trasgredire la sua volontà, è
una questione di vita o di morte. Chi custodisce l’insegnamento
del Signore, e non se lo lascia rubare da Satana che tenta continuamente
di svalutare e di offuscare dentro di noi il valore della santità,
vive una vita profondamente pacificata. I lunghi giorni e gli
anni di vita promessi a chi custodisce l’insegnamento del
Signore, in primo luogo si riferiscono alla vita definitiva, a
quella vita incorruttibile della grazia che nessuno può
rubarci, ma si riferiscono anche a una esperienza terrena veramente
felice, perché totalmente armonizzata nel corpo e nello
spirito. Infatti, anche i giorni che trascorriamo su questa terra
acquistano una particolare pienezza, quando Dio regna nel nostro
cuore. Il v. 2, da questo punto di vista, è inseparabilmente
connesso al v. 8: “Salute sarà per il tuo corpo e
un refrigerio per le tue ossa”. L’ubbidienza a Dio
non ha come unica conseguenza la salvezza dell’anima, cosa
certo più importante di ogni altra, ma non l’unica:
l’ubbidienza alla volontà di Dio si presenta anche
come un cammino di guarigione, dove la persona umana recupera
gli equilibri più profondi del proprio io, superando i
disordini del peccato. Anche la vita fisica acquista un gusto,
una pienezza, una energia che non dipende solo dall’alimentazione
o dal salutare riposo. Sappiamo bene, infatti, che quando è
malato lo spirito e quando dentro di noi non regna Dio, anche
il corpo perde i suoi equilibri fisici e psichici, e si ammala;
oppure rimane sano ma debilitato nelle sue energie migliori. Quando,
al contrario, il nostro spirito si riempie di luce, la vita quotidiana
si illumina altrettanto, e si guarisce da quella malattia che
si ha anche quando si scoppia di salute: l’incapacità
di vivere bene. Nella sottomissione alla volontà di Dio
non si recuperano solo le energie vitali, insieme al gusto di
vivere, ma anche la pace interiore. La parola “pace”,
termine pregnante del linguaggio biblico, esprime non tanto l’assenza
di conflitti, ma il recupero di tutti gli equilibri profondi dell’io,
che si ha nella riconciliazione piena e nell’ubbidienza
alla volontà di Dio. Al v. 3, l’autore indica uno
stile che si caratterizza nella scelta della bontà e della
fedeltà. Si tratta di due virtù che vanno poste
intorno al collo: “Bontà e fedeltà non ti
abbandonino, legale intorno al tuo collo”. Questa immagine
esprime contemporaneamente due cose. Il collo è il luogo
dove si pongono gli ornamenti; infatti, la bontà e la fedeltà
rappresentano un tocco che abbellisce la persona e le dà
un tratto di signorilità. Ma, al tempo stesso, il collo
è anche il luogo dove si pone il giogo, e dove ci si assume
il peso del lavoro e della responsabilità. Servire Dio,
da questo punto di vista, equivale a sperimentare entrambe le
realtà. Accogliere l’insegnamento del Signore equivale
quindi a porre su di sé un giogo, e a diventare nemici
di se stessi in quelle parti del proprio cuore che ci spingono
verso direzioni diverse, ma, al tempo stesso, questo giogo che
noi accogliamo, è la nostra vera bellezza, la signorilità
che ci configura come figli del gran Re. Non saranno gli ornamenti
esteriori quelli che conferiscono al cristiano un fascino o una
particolare grazia; il cristiano è lui stesso che emana
da sé una bellezza, la quale dall’interno traluce
verso l’esterno. Si replica nel battezzato lo stesso mistero
del Cristo trasfigurato; quella luce interiore che abita dentro
di noi, attraverso il velo della carne si lascia intuire e inonda
di bellezza le nostre persone anche esteriormente (cfr. 1 Pt 3,3-4).
La parte finale del v. 3: “scrivile sulla tavola del tuo
cuore”, richiama da vicino il v. 1: “non dimenticare
il mio insegnamento”. In particolare, la fine del v. 3 specifica
di quale memoria il v. 1 voglia parlare. C’è infatti
una memoria cerebrale, dove noi custodiamo i dati dell’erudizione
e della cultura, i dati derivanti dall’esperienza, ma c’è
anche una memoria del cuore, dove si conserva qualcosa che prima
è stato vagliato e giudicato fondamentale per la vita.
Nella memoria del cuore si conservano soltanto le cose che valgono
per vivere bene, mentre nella memoria cerebrale si conserva tutto
ciò che arriva a noi come semplice dato conoscitivo. “E
otterrai favore e buon successo agli occhi di Dio e degli uomini”
(v. 4). La prima parte di questo versetto esprime una verità
genuinamente cristiana, anche se qui proviene dalle profondità
dell’AT. I cristiani sconoscono il sentimento del fallimento
e il senso dell’inutilità. Nel momento in cui si
consegna la vita al Signore, e si decide di camminare con Lui,
tutti i giorni sono giorni di vittoria, anche quelli che al giudizio
umano non sembrano tali: “E otterrai favore e buon successo”.
Non sono dette invano queste parole. Chi si cala dentro l’esperienza
del discepolato, e si sottomette alla Parola di Dio, si accorge
che questo versetto è profondamente vero. Il fallimento
e le strade chiuse non esistono più. Non perché
siamo andati incontro al vicolo cieco, dinanzi a noi alcune strade
si sono chiuse; se ciò avviene è perché quelle
strade non sono previste da Dio. La chiusura di alcune strade
diventa perfino luce di discernimento, è il segnale che
non è da lì che dobbiamo passare; il Signore aprirà
altri sentieri al tempo opportuno, quelli previsti per il nostro
itinerario pensato da Lui. Per chi cammina con il Signore non
esiste più né il fallimento né la sconfitta;
il Signore, nella sua onnipotenza, può fare tutto ma non
può mai perdere, né mai essere sconfitto, e i suoi
servi con Lui. Chi si coinvolge nel suo meraviglioso disegno,
partecipa della sua infinita vittoria, anche se non indipendentemente
dal mistero della croce. La vittoria di Cristo passa necessariamente
attraverso l’esperienza della croce e del mistero pasquale.
Ma occorre saper guardare aldilà delle apparenti sconfitte:
o Dio non voleva quei tentativi falliti, e in questo caso è
meglio che non siano andati in porto; oppure il fallimento è
stato causato dall’intreccio delle libere volontà
umane, che non si sono piegate nell’ubbidienza a Dio. In
entrambi i casi, il cristiano che ha ubbidito allo Spirito, ha
vinto comunque. Sono quelli che hanno tentato di ostacolarlo,
e magari ci sono riusciti in parte, sono loro che hanno perso,
se lui stava ubbidendo autenticamente alla volontà di Dio.
In cielo, davanti a Dio, sono infatti tutte vittorie, e le ritroveremo
in eterno, quando ci presenteremo davanti a Lui. Anche l’Apostolo
Paolo, nel libro degli Atti, viene descritto nella medesima attitudine:
insieme ai suoi collaboratori pensa di recarsi in Bitinia, per
annunciare il vangelo, ma “lo Spirito di Gesù non
lo permise loro” (At 16,7). Le strade che si aprono davanti
a noi è il Signore che le apre, e quelle che si chiudono
è il Signore che le chiude. Da questo noi conosciamo la
sua volontà e ci orientiamo bene, perché le strade
che si aprono sono quelle che dovremo percorrere. Occorre spostare
l’asse di interesse e il criterio del giudizio dalla propria
sensibilità al puro volere di Dio. La nostra sensibilità
ci inganna e ci fa credere che alcune cose siano buone, mentre
in realtà Dio non le giudica tali; ci fa credere che talune
cose dovremmo ottenerle, in quanto ci appaiono migliori di altre,
oppure ci fa credere che alcune cose ci spettano, perché
proporzionate al nostro merito, e dunque dovrebbero esserci date.
Tutto questo ventaglio di inganni porta talvolta al senso del
fallimento, quando il Signore, nel suo misterioso amore, ci impedisce
di conseguire quei beni che noi giudichiamo tali, sbagliandoci,
e di cui ci pentiremmo amaramente, se davvero ci accadesse di
conseguirli. Ma intanto che non li conseguiamo, ci sentiamo dimenticati
da Dio. Colui che cammina nel puro volere di Dio non giudica più
le cose con la propria sensibilità, e perciò non
fallisce più, non conosce l’esperienza della tristezza
e dell’inutilità, perchè le strade che si
aprono e quelle che si chiudono sono ritmate sul tempo di grazia
e sul puro volere di Dio. E noi, che ci poniamo al suo servizio,
siamo contenti di percorrere le strade che Dio ci apre, e siamo
contenti di rinunciare a quelle che Lui ci chiude. Il v. 6 sembra
inequivocabile da questo punto di vista: “in tutti i tuoi
passi pensa a lui ed egli appianerà i tuoi sentieri”.
Non è un problema di saperci fare, è il Signore
che appiana i sentieri su cui noi camminiamo, e così come
ne appiana alcuni, altri li ostruisce. Chi cammina nel puro volere
di Dio, non conosce più l’esperienza pagana del fallimento
e della tristezza, ma gioisce sempre in ciò che piace a
Dio. Per questa ragione, il suo spirito si innalza al di sopra
delle meschinità che la nostra sensibilità ci fa
apparire come cose importanti e gravi. La nostra sensibilità,
però, non è un maestro, non è una bandiera
sotto cui combattere, non è un principio di verità;
è invece quell’io umano che, nell’insegnamento
del Maestro, siamo invitati a rinnegare per essere felici. Il
testo tributa una particolare osservazione ai contenuti abituali
dei nostri pensieri: “non appoggiarti sulla tua intelligenza;
in tutti i tuoi passi pensa a lui” (vv. 5-6). Questi due
versetti richiamano il lettore a interrogarsi sui contenuti abituali
dei nostri pensieri, che formano, per così dire, l’atmosfera
interiore della nostra personalità. Il lettore è
invitato a chiedersi quali siano gli accenti ricorrenti del nostro
pensiero quotidiano, quanto spazio rimane a Dio per abitarvi,
e quanto spazio diamo invece alle cose che vengono dal basso,
al nutrimento mentale dei cibi che germogliano dalla terra. Il
Signore potrebbe non trovare spazio in una mente intasata da pensieri
quotidiani, in parte importanti, in parte banali, in parte negativi,
ma sempre umani. Il Signore ha bisogno di farsi spazio nell’animo
della persona, non sfondando la porta come un aggressore, ma come
l’ospite, l’amico, che viene accolto liberamente dentro
i processi del nostro pensiero e della nostra affettività.
E’ molto importante guarire, depurare, compiere insomma
un atto di bonifica nei nostri pensieri. Abbiamo infatti bisogno
di una continua guarigione interiore. Così come dobbiamo
lavorare sul nostro cuore per non avere attaccamenti a Dio non
graditi, o affetti strani e disordinati, dobbiamo anche lavorare
altrettanto sui nostri pensieri per disciplinarli. Il v. 6 collega
la presenza di Dio nel pensiero dell’uomo con l’apertura
di sentieri appianati. La Bibbia considera una sventura per l’uomo
affrontare la vita senza il sostegno di Dio. Il Signore appiana
davanti a noi i nostri sentieri, ma è necessario che la
mente rimanga libera, pura, nella quiete della sua presenza. Quando
la mente è libera e pura, acquista anche la virtù
dell’umiltà: “non appoggiarti sulla tua intelligenza”.
L’eccessiva fiducia nei propri pensieri, nelle proprie deduzioni,
nei propri convincimenti, è orgoglio, ed è anche
il segnale di una mente che non ha la verginità del discepolato,
o che l’ha perduta. “Confida nel Signore con tutto
il cuore e non appoggiarti sulla tua intelligenza” (v. 5),
è un invito a incamminarsi verso la verginità della
mente, compiendo un’opera di bonifica dei pensieri, lasciando
a Dio lo spazio che gli è dovuto per dimorare in noi.
L’espressione: “In tutti i tuoi passi” (v. 6),
allude anche a un’altra verità: non c’è
nessun ambito della nostra vita nel quale possiamo ritenere di
esser autonomi e non bisognosi della vigilanza e della protezione
di Dio. In tutti gli ambiti, piccoli e grandi della vita del cristiano,
la preghiera, l’invocazione, la coscienza di avere bisogno
della mano di Dio che ci sostenga, permea la vita cristiana in
tutte le sue manifestazioni, dalle più piccole alle più
importanti. E’ un errore ritenere che nelle piccole cose
possiamo cavarcela da soli. I suggerimenti dello Spirito sono
necessari in tutti i nostri movimenti quotidiani. La prima parte
del v. 6 si collega con quello precedente: “Confida nel
Signore con tutto il cuore e non appoggiarti sulla tua intelligenza”
(v. 5). L’idea di confidare nel Signore con tutto il cuore,
si collega infatti alla medesima parola riportata al v. 6 al plurale:
“In tutti i tuoi passi”. Occorre perciò aprire
uno spazio alla presenza di Dio, non soltanto in tutte le opere
ma anche in tutti gli aspetti della interiorità.Dai versetti
5 e 7 possiamo dedurre anche un certo criterio di discernimento.
Secondo la Bibbia noi dobbiamo temere tutte le volte che nelle
cose umane siamo eccessivamente convinti di avere ragione, convinti
di un giudizio, di un pensiero, e di una valutazione, a cui siamo
portati a dare un valore assoluto di verità. Questo criterio
lo possiamo ricavare dalle seguenti parole chiave: “non
appoggiarti sulla tua intelligenza… Non credere di essere
saggio” (vv. 5.7). Si tratta di due proibizioni. Ciò
significa che la nostra tendenza a valutare le cose, il mondo,
le circostanze, esprimendo dei giudizi e ponendo delle etichette
sulle cose, sulle situazioni, e talvolta anche sulle persone,
deve essere un’attività considerata da noi con un
largo margine di errore. La persona si trova già in bilico
verso la menzogna, tutte le volte che attribuisce ai suoi pensieri
un valore sicuro di verità. Se non c’è un
margine di incertezza, e di possibilità di errore, lasciato
nel proprio pensiero ad ogni valutazione, con la disponibilità
al confronto umile, si rischia di scivolare verso la menzogna.
Succede così a Pietro nel racconto della Passione. Durante
l’ultima cena c’è un grande segnale, che è
il preludio della caduta di Pietro nel suo rinnegamento: la sua
eccessiva sicurezza di poter rimanere fedele al suo Maestro fino
alla morte. Pietro resiste alla profezia di Cristo che gli dice:
“Questa notte stessa, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai
tre volte” (Mt 26,34). Questa eccessiva sicurezza è
già il segnale che Pietro è caduto nella trappola
del maligno, una trappola che si manifesterà in tutta la
sua potenza, quando Pietro rinnegherà il suo Maestro davanti
alla portinaia che lo riconosce come uno dei Dodici. Siamo dunque
esortati dalla Parola di Dio ad analizzare con attenzione i nostri
pensieri, perché tutte le volte che nella nostra mente
si affaccerà un’idea eccessivamente persuasiva, quasi
da essere più vera della verità, un’idea che
conquista e possiede la nostra mente, allora quasi certamente
siamo caduti, o stiamo per cadere, in qualche inganno del maligno.
Il nostro pensiero deve mantenere un margine ragionevole di errore,
e di non conoscenza, perché la nostra conoscenza del mondo
e delle cose è necessariamente parziale. Solo Cristo vede
tutto ciò che bisogna vedere, per pronunciare un giudizio
senza errore. Nella seconda parte del v. 7 è contenuta
una indicazione di grande importanza: ”temi il Signore e
sta lontano dal male”. Occorre notare i due verbi. L’autore
non dice che noi dobbiamo temere il male. Per noi, il male, il
peccato, e la persona stessa di Satana, non è oggetto di
paura. E’ Dio che va temuto, non con un timore servile,
ma con un sentimento di fiduciosa venerazione. La prima lettera
di Giovanni afferma che “chi teme non è perfetto
nell’amore” (1Gv 4,18). In realtà c’è
un timore che si coniuga con la perfezione dell’amore, ed
è il timore tipico del figlio, il quale non teme se non
di addolorare il cuore del Padre. In questo senso, l’espressione
del libro dei Proverbi, viene arricchita dall’esperienza
e dalla riflessione teologica del Nuovo Testamento. Il Signore
è oggetto del timore filiale; Satana, le sue opere e le
sue seduzioni, invece, non costituiscono né devono costituire
per noi alcun motivo di timore. Chi vive in grazia ha potere sulle
opere delle tenebre e non ne viene danneggiato. Infatti, in riferimento
al male, l’autore dei Proverbi utilizza significativamente
un’altra espressione verbale: “sta lontano”.
Ciò significa che si ingannano coloro i quali ritengono
di potere stare a contatto con delle sorgenti di negatività
e di corruzione, senza esserne scalfiti. Vi sono delle realtà
più grandi di noi, conoscere le quali, produce un’inevitabile
perdita di equilibri. “Sta lontano dal male”, significa
custodire la propria mente e il proprio cuore non soltanto dalle
opere del male, ma anche dalla sua conoscenza. La conoscenza stessa
del male è infatti sufficiente a corrompere il cuore. Così,
mentre il Signore va temuto con il timore del figlio, il male
non va temuto, ma va messo in quarantena, come un pericoloso virus
che, se entrasse in circolo nel nostro organismo, certamente ci
ucciderebbe. “Salute sarà per il tuo corpo e un refrigerio
per le tue ossa” (v. 8). La sottomissione all’insegnamento
del Signore, produce una salute piena, nel senso più globale
della parola. Questo versetto ci conduce ad affermare una verità
confermata dall’esperienza: non è possibile godere
della propria salute e delle gioie della vita, anche quelle più
esteriori e superficiali, quando il cuore è privo della
pienezza e della pace, che solamente il Signore è in grado
di darci. Qui non si vuole dire che la nostra salute fisica dipenda
dalla nostra fede: sarebbe un collegamento estremista e riduttivo;
possiamo però certamente dire che, quando manca la fede,
persino la salute non è un bene di cui si possa fruire
pienamente, perché la vita umana risulta impoverita dalla
non conoscenza del Signore. Avviene allora che vi sono uomini
che scoppiano di salute, ma che dentro si portano una tristezza,
un vuoto, una mancanza di speranza, sentimenti a causa dei quali
anche la salute, pur essendo un bene umano, non è sufficientemente
apprezzata né gustata. Al contrario, è possibile
a volte avere un corpo malato, o una situazione di vita gravata
da diverse oppressioni, e tuttavia sentire dentro di sé
una pienezza che riempie di vigore e di gioia. In realtà,
la nostra vita fisica risponde, sì, a delle leggi biologiche,
ma la qualità del vissuto corporeo è un’esperienza
spirituale determinata dalla nostra interiorità, nel senso
che la salute potrebbe cessare di essere un bene, quando il cuore
non è in pace, e la malattia non sia più un male,
quando lo spirito dell’uomo è investito dalla vita
vera, che sgorga dal mistero pasquale. Infatti, nel vangelo, Cristo
ci invita a prendere il suo giogo, che è leggero e salutare.
Questo aggettivo possessivo esprime come il Signore non intenda
porre sulle spalle dell’uomo dei pesi o delle sofferenze
brute, senza identità; piuttosto, siamo invitati a partecipare
ai suoi pesi e alle sue sofferenze. Non è insomma una sofferenza
qualunque, quella che noi sopportiamo come cristiani: è
la stessa, identica sofferenza di Cristo. Per questo, anche la
malattia non è più una minaccia, se lo spirito si
è radicato nella sorgente della vita: la malattia non può
minacciare colui che ha la sorgente della vita zampillante dentro
di sé. Il cristiano è consapevole che la promessa
di Gesù alla samaritana è ormai una realtà.
La samaritana accoglie da Cristo una promessa, e la crede vera
pur senza sperimentarla; noi, invece, riceviamo la sua realizzazione.
Il Signore non ci comunica la vita dall’esterno, ma la sorgente
della vita scaturisce dentro di noi. Lo Spirito Santo, che abita
in noi come in un tempio, in noi vince la morte, perché
è la sua forza vitale che ha fatto risorgere Cristo dai
morti, e che farà risorgere anche noi nell’ultimo
giorno. Per questo, nessuna minaccia esteriore può più
mettere il cristiano in uno stato di timore o di sottomissione:
egli partecipa ormai alla signoria di Gesù Cristo. Gli
ultimi due insegnamenti di questa pericope 3,1-12, riguardano
l’onore dato a Dio e l’ascolto del suo insegnamento.
L’onore dato a Dio, nelle parole dall’autore del libro
dei Proverbi, ha un carattere molto pratico e concreto. Non c’è
infatti alcun autentico amore che non abbia delle manifestazioni
concrete: “Onora il Signore con i tuoi averi e con le primizie
di tutti i tuoi raccolti” (v. 9). L’autore cita due
particolari aspetti: i propri averi e le primizie. Queste due
definizioni parlano anche alla nostra vita cristiana. Al Signore
non si può dare ciò che rimane, ovvero lo scarto
della propria dedizione e delle proprie energie; non si può
donare a Dio ciò che noi riteniamo inutile o da buttare.
L’onore dato a Dio, e l’amore che si manifesta in
scelte concrete, consiste invece nel sacrificare a Dio ciò
che noi apprezziamo e riteniamo un valore. Il temine “primizie”,
intende sottolineare che a Dio occorre offrire delle cose che
hanno il carattere della primizia, ovvero del primo frutto, e
a cui noi attribuiamo quindi autentico valore. Infatti, il primato
di Dio nella nostra vita, può avere una sua verità,
solo se siamo capaci di sacrificargli, qualora Egli lo chiedesse,
le nostre primizie, ossia ciò a cui noi siamo umanamente
legati e che riteniamo importanti. Chi non è capace di
compiere questo sacrificio, non può dire di avere posto
Dio al vertice dei propri affetti e dei propri pensieri. Proprio
questa è la manifestazione concreta, la conferma umana
e visibile del primato di Dio. Così Abramo, prima ancora
che la legge mosaica comandasse un amore assoluto e superiore
ad ogni altro amore nei confronti di Dio, ha saputo sacrificare
il proprio figlio (cfr. Gn 22), figura delle cose che quaggiù
rivestono la massima importanza; eppure anche queste valgono meno
di Dio. Nel vangelo, Cristo chiederà ai suoi discepoli
un amore altrettanto totalizzante e assoluto, esigendo di essere
amato al di sopra di tutti gli affetti più cari, e perfino
al di sopra della propria stessa vita. I cristiani dei primi secoli
lo hanno infatti amato così, andando coraggiosamente verso
il martirio. Il discepolato, insomma, raggiunge la sua maturità,
quando cessano tutte le preoccupazioni relative alla propria persona.
Il primato di Cristo è dunque una disposizione liberante.
La persona è veramente libera quando non ha più
aspettative, quando ha sacrificato a Dio il suo Isacco, camminando
nella fiducia che Dio non farà mancare mai ciò che
veramente ci serve, ciò che è veramente necessario
per il nostro pellegrinaggio terreno. A maggior ragione, avendolo
amato sacrificando ciò che per noi è prezioso, la
sua generosità non avrà limiti. Il v. 10 presenta
la risposta di Dio alla generosità dell’uomo: “i
tuoi granai si riempiranno di grano e i tuoi tini si riempiranno
di mosto”. Anche nelle cose umane, Dio applica la stessa
misura e lo stesso criterio che applica nelle cose spirituali:
moltiplica all’infinito quello che noi siamo stati capaci
di donargli e di sacrificargli per amore del suo primato. Così
accadde ad Abramo: “perché tu hai fatto questo e
non mi hai rifiutato il tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti
benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa
la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia
che è sul lido del mare” (Gn 22,16-17). Anche la
Vergine Maria, rinunciando alla sua maternità su un solo
figlio, acquista sotto la croce una maternità che si estende
infinitamente nello spazio e nel tempo, su ogni essere umano che
è vissuto e che vivrà sulla terra.
L’ultima tematica di questa pericope, riguarda Dio come
educatore dell’uomo. Questo tema, di grande importanza nella
Bibbia, attraversa tutte le sue sezioni, si trova nel Pentateuco,
nei libri dei Profeti, nei testi Sapienziali e anche nel Nuovo
Testamento. Il testo dei Proverbi esorta a non disprezzare l’istruzione
del Signore e a non avere a noia la sua esortazione. In realtà,
noi non siamo capaci di regolare noi stessi, e di mantenere la
nostra vita nei giusti equilibri, se non è Dio a regolare
con i continui suggerimenti del suo Spirito i nostri gesti e i
nostri sentimenti. Per comprendere meglio questa verità
possiamo individuare tre grandi ambiti in cui il Signore opera
verso di noi come educatore. Innanzitutto l’ambito della
Parola: “non disprezzare l’istruzione del Signore
e non aver a noia la sua esortazione” (v. 11). Dio agisce
come educatore attraverso la sua Parola. Non è quindi possibile
entrare nell’esperienza autenticamente filiale seguendo
un’intuizione generica e soggettiva del bene. L’esperienza
filiale si realizza nella sottomissione alla Parola: “il
Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto”
(v. 12). Questo primo grande ambito è il più importante.
L’istruzione sapienziale e la conoscenza della Parola descrivono
davanti alla mente umana degli scenari di verità che nessuna
intuizione della nostra intelligenza potrebbe mai raggiungere.
Accogliere la Parola di Dio come regola della nostra vita equivale
ad accedere a una sapienza superiore, come un bambino agisce con
una sapienza superiore all’età, quando affronta le
situazioni difficili secondo i suggerimenti dei genitori. Quindi,
l’ambito della Parola rappresenta l’esperienza filiale
più profonda, in quanto la stessa sapienza di Dio diventa
accessibile alla nostra mente nel linguaggio umano. Ci sono poi
altri due ambiti, secondari ma non per questo trascurabili. Il
Signore agisce come educatore anche nella tensione di adattamento
della persona rispetto alle difficoltà dell’ambiente.
Nel capitolo 8 del Deuteronomio, Dio dice a Israele: “Egli
dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha
nutrito di manna… per farti capire che l’uomo non
vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce
dalla bocca del Signore” (Dt 8,3). Questo significa che
le circostanze del cammino del deserto, tutti i banchi di prova
che Israele attraversa, sono un’espressione della divina
pedagogia, che viene sciupata quando il popolo si ribella, ma
acquista il valore di una autentica educazione alla santità,
quando le prove della vita quotidiana, e le fatiche del superamento
di tutti gli ostacoli ambientali, vengono attraversate con la
consapevolezza che non c’è nessun episodio, per quanto
piccolo e banale, che non abbia nella mente di Dio una precisa
progettazione con uno scopo educativo. Il terzo ambito della divina
pedagogia è il vissuto corporeo. Il Signore dice a Geremia:
“Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo”
(Ger 1,5). La parola “formare”, in lingua ebraica
è rappresentata da un termine utilizzato ordinariamente
per descrivere l’azione del vasaio. Il Signore non si limita
a disporre le circostanze ambientali, ma anche il nostro vissuto
corporeo. Cristo stesso ha sperimentato nella sua natura umana
la pedagogia del Padre, necessaria anche per Lui in quanto uomo:
“Imparò l’ubbidienza dalle cose che patì”
(Eb 5,8). Questo significa che vi sono alcune virtù che
crescono nella relazione con l’ambiente, come accade a Israele
nel deserto, e altre che crescono mediante ciò che si patisce
su se stessi, come accade personalmente al Cristo storico. Questi
due ambiti, sono entrambi diretti dalla sapienza di Dio. Anche
la Vergine Maria si dispone a lasciare lavorare Dio nella propria
persona. Le parole da Lei pronunciate all’annuncio dell’angelo:
“Si faccia di me secondo la tua parola” (Lc 1,38),
intendono offrire a Dio il proprio vissuto corporeo, che per Maria
si tradurrà in un’esperienza di maternità
verginale e, al tempo stesso, di espropriazione dei diritti materni.
Benché i tre ambiti in cui agisce la divina pedagogia siano
strettamente collegati, l’ambito della Parola come direzione
e istruzione sapienziale, ha il primato su ogni altro. Infatti,
se la Parola di Dio non ci istruisse quotidianamente, non saremmo
in grado di affrontare positivamente né le prove dell’ambiente
né i dinamismi del vissuto corporeo. Esso possiede una
ricchezza che non va sottovalutata, una ricchezza che però
si espone a possibili alterazioni, in assenza dell’ascolto
della Parola. Nella Bibbia viene sottolineato a più riprese
il fatto che la condizione del nostro corpo influisce sulle nostre
virtù e sulla disposizione del nostro spirito. Vi sono
delle figure emblematiche che sottolineano questa verità.
Una di queste figure è Golia, che sfida boriosamente Davide
e tutto l’esercito d’Israele. Questa sfida viene sostenuta
dalla percezione corporea della propria imponenza e al tempo stesso
dalla figura esile di Davide. Golia è un uomo di alta statura,
di grande forza fisica e di grande abilità di combattimento
(cfr. 1 Sam 17,4). In questo caso, la percezione del proprio corpo
spinge la persona verso la presunzione, verso le diverse manifestazioni
della superbia e dello spirito di vendetta. Un altro personaggio
biblico significativo è Naaman il Siro, che, pur partendo
dall’orgoglio, realizza però un itinerario inverso
rispetto a quello di Golia. Naaman è un uomo prode, un
generale dell’esercito, un uomo abituato a vincere e a comandare,
ma un certo giorno scopre di essere malato (cfr. 2 Re 5,1-14).
Nel momento in cui Naaman si ammala di lebbra, comincia un itinerario
verso l’umiltà che lo porterà a ubbidire perfino
ai suoi servi, che di solito ubbidiscono a lui. In questo caso,
il vissuto corporeo dalla salute alla malattia, dispone Naaman
ad acquistare una virtù che prima non aveva. Quindi la
condizione fisica influisce in diversi modi sulla disposizione
dello spirito e sulla posizione che si assume soggettivamente
davanti alla vita. Per questo, l’opera di Dio come educatore,
talvolta si realizza nella sapiente alternanza della salute e
della malattia, a condizione che però la persona sia inclinata
già verso la virtù, altrimenti gli esiti potrebbero
essere ben diversi. Il v. 8 del capitolo terzo dei Proverbi sembra
suggerire questa verità: “Salute sarà per
il tuo corpo e un refrigerio per le tue ossa”. In realtà,
Naaman è un uomo già inclinato verso la verità,
per questo la sua debolezza fisica, dovuta alla malattia, lo spinge
verso l’umiltà; diversamente lo avrebbe spinto verso
la ribellione o verso la disperazione. Il vissuto corporeo è
dunque un banco di prova, come lo sono le difficoltà ambientali
e relazionali. La maniera di affrontarlo può spingere la
persona verso la virtù, e quindi verso tappe superiori
di santità, oppure verso la direzione contraria. Tutto
dipende dai presupposti personali e dall’opzione fondamentale
del soggetto. Colui che è inclinato verso la verità
troverà sempre nei banchi di prova, fisici o ambientali,
delle tappe di crescita e di maturazione. Diversamente si dovrà
ricominciare sempre da capo, tutte le volte che una prova affrontata
male deruberà la persona di tutte le ricchezze accumulate
fino a quel momento. Il vissuto corporeo è anche una dimensione
di ricchezza sotto un altro aspetto: Cristo fa del proprio corpo
il culto più perfetto, offrendo se stesso sul legno della
croce. Per questo l’Apostolo Paolo, nella prima lettera
ai Corinzi, dice: “Glorificate Dio nel vostro corpo!”
(1 Cor 6,20), e nella lettera ai Romani “Vi esorto ad offrite
i vostri corpi come sacrificio vivente” (Rm 12,1). Accanto
alla divina pedagogia che forma l’uomo interiore, c’è
anche tutta una dimensione eucaristica, in cui il cristiano è
invitato ad entrare facendo del proprio corpo la propria preghiera
incessante, il proprio sacrificio di lode che si innalza a Dio
nella Eucaristia della Chiesa.
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