"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Chi invece vive fuori dalla divina paternità non può mai avere questa sicurezza, perché è esposto, per propria volontà, ad ogni vento che soffia e a tutti quegli impedimenti che il nemico pone sul cammino di chi non vive nella luce della divina paternità. Ma nel momento in cui questa luce viene apprezzata e accolta, e in essa ci si stabilisce abitualmente, abbiamo la certezza della verità espressa dal v. 12: “Quando cammini non saranno intralciati i tuoi passi, e se corri non inciamperai”. Il Signore non permette che ci siano impedimenti sul cammino dei suoi servi, i quali realizzano la sua volontà. Se impedimenti e deviazioni si pongono, questi impedimenti e queste deviazioni esprimono la volontà di Dio che così dispone. Una strada che si chiude, per chi vive nella luce di Dio, è segno che quella strada non deve essere percorsa. Per i servi di Dio, quello che Lui dispone è buono, anche quando sembra che vengano precluse strade e obiettivi desiderati. Se Dio ha decretato così, vuol dire che quell’obiettivo, una volta raggiunto, ci avrebbe danneggiato. Noi infatti, non conosciamo il futuro e non perciò sappiamo regolare noi stessi, ignorando quali conseguenze avrà tra dieci anni una decisione presa oggi. Ma se l’affidamento della nostra vita nelle mani di Dio ha il carattere teologale della fede fiduciale, allora abbiamo l’assoluta certezza che, al di là dei nostri giudizi personali, Dio realizza nella nostra vita il suo disegno in modo completo e perfetto. Per chi vive fuori dalla paternità di Dio non si può dire lo stesso: non si sa mai quali strade si chiudono perché Dio non le vuole, e quali strade invece si chiudono per il potere di Satana. La grande liberazione dell’uomo consiste infatti nella scelta radicale di vivere nella fiducia. E’ per questo che il maligno, per prima cosa, e al di sopra di tutto, nelle sue molteplici strategie, tende a cancellare la paternità di Dio dal cuore dell’uomo, insieme alla fiducia che ne consegue, sostituendola con la cultura del sospetto. Al v. 12 si collega un altro concetto che emerge al v. 6: “Non abbandonarla ed essa ti custodirà, amala e veglierà su di te”. L’autore vuole dire insomma che chi osserva la Parola di Dio, è custodito dalla Parola stessa. Il Signore non ci protegge dal male, afferrandoci per i capelli, mentre noi ci andiamo a cacciare nei guai. Egli ci protegge, avendo tracciato una via, e su quella via tracciata da Lui noi siamo assolutamente sicuri. La via assolutamente sicura è quella del vangelo: nessuno di coloro che se ne allontanano è garantito nella sua integrità, ma quelli che custodiscono la Parola hanno la sicurezza di essere custoditi dalla Parola. Al contrario la via degli empi è presentata come l’oscurità: “La via degli empi è come l’oscurità: non sanno dove saranno spinti a cadere” (v. 19). Al capitolo 4 l’autore dei Proverbi riprende alcuni temi trattati precedentemente. Il versetto 4: “Il tuo cuore ritenga le mie parole, custodisci i miei precetti e vivrai”, ripresenta la questione della salute, che non è posta in rapporto diretto con lo stato fisico della persona. La vita non è collegata insomma allo stato fisico della persona, bensì alla volontà di Dio che ci fa esistere fin quando vuole; la qualità del rapporto con la Parola diventa perciò più importante del cibo quotidiano, dal momento che la vita non dipende dagli alimenti: “Ascolta, figlio mio, e accogli le mie parole ed esse moltiplicheranno gli anni della tua vita” (v. 10). Questo versetto, in modo particolare, relativizza il nutrimento del corpo. L’alimento materiale che ci sostiene in vita non è la causa del prolungamento dei nostri giorni; è piuttosto la volontà di Dio che ci fa esistere ed è la sua energia vitale che ci tiene in piedi e che moltiplica i nostri giorni. Anche il v. 13 ritorna sullo tesso tema: “Attieniti alla disciplina, non lasciarla, praticala perché essa è la tua vita” (v. 13). Un’insistenza che non è senza ragione. La salute vera non implica l’assenza totale delle malattie, ma una profonda guarigione interiore e la libertà da ogni potere negativo che opprime il nostro spirito. La malattia fisica, o il semplice decadimento senile, vengono vissuti in modo totalmente diverso da colui che vive nelle tenebre del peccato e da colui che invece cammina nella luce del Signore. Chi vive nel peccato anche al minimo mal di testa si disorienta, riempiendo di fantasmi e di paure il proprio pensiero, o diventando intrattabile e intollerante. Al contrario, chi cammina nutrito dalla Parola, e vive nella luce della sapienza, non è scalfito da nulla: il suo spirito s’innalza al di sopra dei fatti contingenti e li signoreggia. Comprendiamo allora come la pienezza della vita e della salute consistano in definitiva nella pienezza della santità. Il testo prosegue poi con alcuni versetti dedicati alle caratteristiche e alle conseguenze della conoscenza del male: “Non battere la strada degli empi e non procedere per la via dei malvagi” (v. 14); “Evita quella strada, non passarvi, sta’ lontano e passa oltre” (v. 15); “Essi non dormono, se non fanno del male; non si lasciano prendere dal sonno, se non fanno cadere qualcuno” (v. 16); “mangiano il pane dell’empietà e bevono il vino della violenza” (v. 17); “Non deviare né a destra né a sinistra, tieni lontano il piede dal male” (v. 27). L’autore intende dire non solo che non si deve assumere lo stile dei malvagi e degli empi (cfr. v. 14), ma anche che la vicinanza alle sorgenti del male ha sempre una potenza di avvelenamento sulla persona, e che nessuno può pensare di rimanere a contatto con le manifestazioni del male, anche per una semplice conoscenza, senza subirne un avvelenamento e una corruzione, almeno tendenziale (cfr. v. 15). Le esortazioni dei versetti 14, 15 e 27, rispondono a due diverse minacce che l’uomo può ricevere dal male: la minaccia che deriva dalla scelta e dal compimento del male (cfr. v. 14), e quella che deriva dal semplice avvicinarsi a esso (cfr. vv. 15 e 27). Questo secondo tema viene poi ripreso al v. 24: “Tieni lungi da te la bocca perversa, e allontana da te le labbra fallaci”. Però, mentre i versetti precedenti si riferiscono alla vicinanza dell’uomo alla sorgente del peccato, il v. 24 si riferisce al male che si diffonde attraverso il linguaggio. Il nostro modo di parlare potrebbe mettere in circolo un certo veleno nell’animo di chi ci ascolta, quale può essere quello della maldicenza, che spinge gli altri a cadere. Nel momento in cui qualcuno mi comunica un suo pensiero negativo, un suo giudizio, o una sua interpretazione malevola del gesto di qualcun altro, sia che la cosa sia vera, sia che sia falsa, questo messaggio mi avvelena comunque. Tutto ciò che è impregnato di odio e di veleno, di sospetto e di giudizio, contagia pericolosamente come si contagia una malattia. Per questo non soltanto bisogna evitare di avvelenare gli altri con i nostri pensieri oscuri, ma bisogna anche chiudere le proprie orecchie a tutto ciò che non ha la luce dello Spirito Santo. Il v. 24. “Tieni lungi da te la bocca perversa, e allontana da te le labbra fallaci”, si riferisce allo stesso tempo alla necessità del rifiuto di pronunciare parole negative, ma anche alla difesa del proprio cuore dalle parole che altri pronunciano e che potrebbero avvelenarmi, se fossero da me accolte. L’autore del libro dei Proverbi, nella sua descrizione di ciò che è necessario a chi cammina nella luce della sapienza, al v. 27 fa un’altra affermazione importante: “Non deviare né a destra né a sinistra, tieni lontano il piede dal male”. La prima parte di questo versetto è collegata al v. 23: “Con ogni cura vigila sul cuore”. “Non deviare né a destra né a sinistra” è un consiglio di vita spirituale di altissimo valore. Questo versetto, tradotto nella concretezza della vita quotidiana, purifica profondamente il nostro cuore. Esso è un invito a fare ben attenzione a dove cadono i nostri occhi. Potrebbe accadere infatti di concentrarci eccessivamente su ciò che accade intorno a noi, di porre molto zelo nel riprovare e nel biasimare gli errori degli altri, di tormentarci per il male che c’è intorno a noi, e di non avere però altrettanta cura nel vigilare sul nostro cuore. La deviazione dello sguardo verso l’esterno ha molte conseguenze negative. Se non siamo capaci di controllare i nostri occhi, dirigendoli verso cose positive, il nostro sguardo può cadere su oggetti o realtà negative che non provengono da Dio e la cui conoscenza può solo farci del male. Così, attraverso i nostri sensi, gli occhi, le orecchie, canali di comunicazione con il mondo esterno, il veleno del male penetra dentro di noi, quando non poniamo gli opportuni filtri. Tuttavia, bisogna fare ben attenzione al fatto che il nostro sguardo può anche deviare per motivi apparentemente validi. Infatti, distogliere lo sguardo da una realtà negativa è una cosa ovvia, distoglierlo da ciò che ci sembra bisognoso di correzione e di biasimo, da ciò insomma che fa appello alla nostra giustizia personale, è più difficile. Ci sono situazioni che non ci riguardano, e che noi testardamente facciamo nostre, calandoci nel ruolo gratificante di paladini di giustizia; ma tutto ciò ingarbuglia il nostro cuore, ingolfandolo di cose e situazioni che appartengono ad altri (cfr. Lc 12,13-14). Occorre convincersi, una volta per tutte, che la nostra mente è fatta per Dio, non per pascersi di ingarbugliamenti quotidiani, o di beghe e conflitti suggeriti dalla grettezza, e che la nostra vita quotidiana acquista il suo autentico senso, se noi ci preoccupiamo in primo luogo di dare a Dio la nostra risposta personale, indipendentemente da quello che gli altri fanno o non fanno. In questo senso, i versetti 23 e 27: “Con ogni cura vigila sul cuore”, “Non deviare né a destra né a sinistra”, riportano la nostra attenzione su un elemento fondamentale della vita cristiana: la risposta che appunto ciascuno, personalmente, deve dare a Dio. La realizzazione della vita cristiana non dipende da ciò che succede intorno a noi, né dalle nostre realizzazioni, ma dalla risposta che ciascuno dà a Dio nel proprio cuore. Dalla risposta data nel cuore, deriva la risposta data nelle opere. Il cuore è il luogo dove si prendono le decisioni più importanti, quindi è la sorgente del significato delle nostre opere visibili. Se il cuore è posizionato male davanti a Dio, le nostre opere non possono essergli gradite, anche se apparentemente buone. Così il fariseo che va al Tempio a pregare, ha collezionato davvero delle opere di fedele osservanza, ma non viene giustificato davanti a Dio (cfr. Lc 18,11-12.14). L’espressione: “Non deviare né a destra né a sinistra”, vuol dire anche un’altra cosa. Dio ha posto dinanzi all’uomo una strada diritta, sicura, dove non si inciampa, in questa strada appianata siamo sicuri di non cadere. La custodia di Dio e la sua sollecitudine verso ciascuno di noi va compresa principalmente in questo senso. Alcuni pensano che Dio debba manifestare loro il suo amore, afferrandoli per i capelli e tirandoli fuori dai guai, quei guai nei quali loro stessi magari si sono cacciati. In ogni caso, abbiamo un’idea errata dell’amore di Dio, da noi considerato sullo schema di quello umano, che è fondamentalmente interventista. Non comprendiamo l’amore di Dio, perché noi, quando riteniamo di amare qualcuno, tendiamo a sostituirci a lui, scegliendo per lui quello che a noi sembra buono. L’amore di Dio, invece, non ammette il modello interventista, a noi tanto caro. Dobbiamo sapere innanzitutto che la custodia delle nostre persone e la sollecitudine di Dio sulla nostra vita, consiste innanzitutto nell’averci indicato una via sicura. Ma non si sostituisce a noi nella decisione di percorrerla. Il suo Spirito ci illumina sulla bontà della via che Cristo ci mostra, ma non crea nella nostra coscienza la decisione di incamminarci, come invece vorremmo che facesse per noi e per i nostri cari. Vorremmo cioè che Dio cambiasse il nostro cuore, evitandoci la fatica personale della conversione. Ma se così facesse, ci toglierebbe ogni merito nella conquista della corona incorruttibile, che è data in ogni disciplina atletica solo a chi combatte secondo le regole. Tutte le volte che ci discosteremo anche di poco da questa via del vangelo, diritta e appianata, anche solo col pensiero, saremo in pericolo. E il Signore non potrà fare nulla, perché se uno si allontana da Lui, sottovalutando i suoi insegnamenti, cade inevitabilmente sotto quella minaccia che l’ubbidienza gli avrebbe evitato. Discostarsi dalla via di Dio non è mai senza conseguenze, perché ciò apre uno spazio all’azione omicida di Satana. I versetti finali del capitolo quarto stabiliscono un contrasto tra il destino degli empi e quello dei giusti. I due destini vengono considerati in parallelo e di essi si sottolineano alcune caratteristiche. Sia i giusti che gli empi si immettono in un processo evolutivo, che prende il via da una decisione di coscienza. Degli empi si dice che: “mangiano il pane dell’empietà e bevono il vino della violenza” (v. 17). Con queste parole l’autore vuole evidenziare come, alla base di ogni itinerario spirituale, ci sia una scelta iniziale e libera del nutrimento da dare alla propria interiorità. L’uomo empio è colui che decide di nutrirsi col pane dell’empietà, il giusto invece si nutre della Parola di Dio e delle sentenze di giustizia che escono dalla bocca del Signore. Colui che sceglie il male entra in un processo evolutivo che, a poco a poco, lo porta a cadere completamente sotto il dominio di satana: “La via degli empi è come l’oscurità: non sanno dove saranno spinti a cadere” (v. 19). Il passivo “saranno spinti”, è particolarmente significativo. Colui che sceglie il male non progetta il male, ma è soggetto lui stesso ai progetti del male, essendo usato come strumento. La scelta del male è libera insomma soltanto all’inizio, ma poi subentra la schiavitù, perché nessuno che si pone al servizio del male può rimanere libero (cfr. Gv 8,34). Chi entra in questa spirale non sa dove sarà condotto, perché il controllo di se stessi diminuisce sempre più, quando in noi prende piede il dominio del peccato. Nella lettera ai Romani, l’Apostolo Paolo, ci ricorda che il peccato non è soltanto una scelta sbagliata, ma è una forza capace di dominare e di togliere all’uomo la libertà, portandolo, come attraverso una strada in discesa, a rotolare via senza potersi fermare (cfr. Rm 7,15-19). Il concetto del libero arbitrio è allora valido soltanto per coloro che camminano nella luce. Solamente costoro hanno davvero una volontà libera, perché la forza del peccato non può agire su di essi, in quanto la grazia non lo permette; ma chi cammina nella via del peccato, a poco a poco è destinato a perdere la libertà e a diventare una specie di automa, usato come strumento per progetti che lui stesso non conosce. Il concetto biblico di libertà, infatti, non consiste nella possibilità di fare tutto ciò che si vuole, ma nel non avere ostacoli capaci di impedirmi di compiere la volontà di Dio e di realizzare le opere che Dio vuole da me. Quando il Cristo giovanneo, dice: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32), si riferisce a questo tipo di libertà: la capacità di compiere il bene, senza che nessuna forza visibile o invisibile me lo impedisca. Coloro che vivono nel peccato ritengono di essere liberi, quando fanno tutto ciò che vogliono ma, in realtà, non è così. Il peccato, infatti, mediante la ripetizione degli atti nell’arco del tempo, diventa una seconda natura. Allora ci si potrebbe chiedere, se il libero arbitrio di chi vive nel peccato viene diminuito fino a questo punto, come farà a salvarsi? La risposta ci viene data dal profeta Gioele: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (3,5). Se l’uomo caduto in potere di satana riuscisse - ed è possibile che lo faccia come il vangelo ci dimostra nella figura del ladro crocifisso accanto a Cristo (cfr. Lc 23,42-43) - a invocare il nome del Signore, sarebbe salvo. Invocare il nome del Signore, se uno lo vuole, è sempre possibile. Basta uno slancio di fiducia, un riconoscimento umile di essere incapaci di salvarci da noi stessi, un appello sincero alla bontà di Dio, la cui compassione si estende su tutte le creature. L’invocazione del nome del Signore salva immediatamente coloro i quali si rivolgono a Lui con fiducia.La via proposta da Dio, una via sicura dove non si inciampa, presuppone sempre un incessante progresso in coloro che scelgono di percorrerla: “La strada del giusto è come la luce dell’alba che aumenta lo splendore fino al meriggio” (v. 18). Gli uomini giusti, scegliendo di nutrirsi della Parola di Dio, si incamminano in un processo di evoluzione, che somiglia al sorgere del sole, e che dalla penombra dell’alba conduce gradualmente alla luce piena di mezzogiorno. Essi devono accettare perciò, rispetto alle domande che si portano dentro, la prospettiva di risposte, e di chiarezze, che non possono essere date in tempi brevi o in modo immediato, così come all’alba non è possibile avere la stessa luce che si ha quando il sole, dopo alcune ore, raggiunge lo zenit. Anche ai suoi primi discepoli, Gesù fa intendere che le risposte alle loro domanda più fondamentali non le avranno subito, ma nel corso del discepolato della sequela: “venite e vedrete” (Gv 1,39).Il nostro autore, relativamente a coloro che scelgono la via del male, al v. 16 fa un’osservazione: “Essi non dormono, se non fanno del male; non si lasciano prendere dal sonno, se non fanno cadere qualcuno”. Spesso, molti di coloro che si pongono al servizio del male – e ciò per noi è sempre motivo di grande meraviglia -, lo fanno con grande zelo e con vera dedizione; diciamo pure con tutte le loro forze. Al servizio del Signore, invece, non sempre si ha questa insonnia e questa grande convinzione, che porta la persona a un coinvolgimento totale. Da questo punto di vista, la parabola dell’amministratore disonesto (cfr. Lc 16,1-8) ci sembra un testo di estrema attualità e profondamente veritiero: quelli che servono Satana sono pochi, ma si consacrano al male con tutte le loro forze; al servizio del Signore si pongono invece la gran maggioranza dei battezzati, ma non sempre col medesimo schieramento radicale che si riscontra nei malvagi.

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