"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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1 Ascoltate, o figli, l’istruzione di un padre e fate attenzione per conoscere la verità, 2 poiché io vi do una buona dottrina; non abbandonate il mio insegnamento. 3 Anch’io sono stato un figlio per mio padre, tenero e caro agli occhi di mia madre. 4 Egli mi istruiva dicendomi: “Il tuo cuore ritenga le mie parole; custodisci i miei precetti e vivrai. 5 Acquista la sapienza, acquista l’intelligenza; non dimenticare le parole della mia bocca e non allontanartene mai. 6 Non abbandonarla ed essa ti custodirà, amala e veglierà su di te. 7 Principio della sapienza: acquista la sapienza; a costo di tutto ciò che possiedi acquista l’intelligenza. 8 Stimala ed essa ti esalterà, sarà la tua gloria, se l’abbraccerai. 9 Una corona di grazia porrà sul tuo capo, con un diadema di gloria ti cingerà”. 10 Ascolta, figlio mio, e accogli le mie parole ed esse moltiplicheranno gli anni della tua vita. 11 Ti indico la via della sapienza; ti guido per i sentieri della rettitudine. 12 Quando cammini non saranno intralciati i tuoi passi, e se corri, non inciamperai. 13 Attieniti alla disciplina, non lasciarla, praticala, perché essa è la tua vita. 14 Non battere la strada degli empie non procedere per la via dei malvagi. 15 Evita quella strada, non passarvi, sta lontano e passa oltre. 16 Essi non dormono, se non fanno del male; non si lasciano prendere dal sonno, se non fanno cadere qualcuno; 17 mangiano il pane dell’empietà e bevono il vino della violenza. 18 La strada dei giusti è come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio. 19 La via degli empi è come l’oscurità: non sanno dove saranno spinti a cadere. 20 Figlio mio, fa attenzione alle mie parole, porgi l’orecchio ai miei detti; 21 non perderli mai di vista, custodiscili nel tuo cuore, 22 perché essi sono vita per chi li trova e salute per tutto il suo corpo. 23 Con ogni cura vigila sul cuore perché da esso sgorga la vita. 24 Tieni lungi da te la bocca perversa e allontana da te le labbra fallaci. 25 I tuoi occhi guardino diritto e le tue pupille mirino diritto davanti a te. 26 Bada alla strada dove metti il piede e tutte le tue vie siano ben rassodate. 27 Non deviare né a destra né a sinistra, tieni lontano il piede dal male.
Il capitolo quarto dei Proverbi pone dinanzi al lettore una serie di inviti e di esortazioni, in parte riprendendo alcuni temi precedenti, e in parte proponendo alcuni temi nuovi. I versetti chiave su cui ci soffermeremo, ci permetteranno di entrare dentro l’insegnamento del testo. Analizziamo innanzitutto il versetto di apertura: “Ascoltate, o figli, l’istruzione di un padre e fate attenzione per conoscere la verità” (v. 1). Un primo tema che ci viene presentato è il criterio di discernimento, che occorre stabilire come filtro dinanzi a tutti i messaggi che ci arrivano dal mondo esterno. In sostanza, quali messaggi che arrivano dall’esterno noi possiamo registrare come veri? La nostra inclinazione naturale ci porterebbe a registrare come veri quei messaggi che posseggono una forza di persuasione e di convincimento. Questo criterio è erroneo. La retorica antica, infatti, ha tentato, con successo, di sostituire il vero con il persuasivo, rendendo credibile anche il falso. Rileggendo il primo versetto, ci accorgiamo che ogni messaggio va filtrato innanzitutto a partire dalla natura della sua origine; non bisogna porre l’attenzione sui contenuti del messaggio, bensì sulla sua sorgente, ovvero su colui da cui proviene l’insegnamento. Il cristiano non si lascia conquistare il cuore da insegnamenti seducenti, persuasivi, ferrei nella loro logica, ma che provengano da sorgenti dubbie. Il criterio del cristiano nell’accogliere la verità è interamente incentrato su Colui da cui l’insegnamento proviene: Dio e i suoi servi fedeli. Questo fatto produce una serie di notevoli conseguenze. Il cristiano sa bene che la propria intelligenza ha dei limiti insuperabili, connessi alla sua condizione di creatura, e che le proprie conoscenze non sono sufficienti a dirigerlo nella vita con totale perfezione. Potrebbe avvenire che un’astuzia più grande della sua, o un’intelligenza più smaliziata, potrebbe sedurlo, conquistando la sua attenzione attraverso dottrine, pensieri, insegnamenti persuasivi ma falsi. Il primo versetto ha una parola chiave: “Ascoltate, o figli, l’istruzione di un padre”. Il Signore chiede che noi accogliamo il suo insegnamento non in forza del convincimento, o della persuasione, che esso può suscitare in noi, e neppure in forza di una qualche dimostrazione, ma in base alla fiducia risposta in Colui che parla, il quale è Padre e non può volere il male dei suoi figli. Un’immagine che nel vangelo di Luca commenta con grande precisione il bivio dinanzi a cui la mente umana si trova, quando deve accogliere una determinata verità: è l’apparizione dell’angelo a Zaccaria e la promessa di un figlio in circostanze che ormai, umanamente, non possono più lasciar prevedere alcuna nascita. Dinanzi a una promessa così assurda, Zaccaria mette in moto i meccanismi della sua razionalità e conclude che non ha senso quello che gli viene promesso. In questo frangente, Luca pone sulle labbra dell’arcangelo una parola rivelativa del giusto criterio di discernimento che deve essere applicato dinanzi a qualunque messaggio, anche il più strano: “Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio” (Lc 1,19). Con queste parole l’arcangelo intende dire a Zaccaria di non guardare all’apparente assurdità del messaggio, perché Dio è capace di compiere molte cose che sembrano assurde alla mente umana, ma di guardare piuttosto all’identità di colui che gli parla, senza gettare ombre di sfiducia sulla parola di chi sta, da tempo immemorabile, davanti al trono di Dio per servirlo. In tutti gli insegnamenti che non offrono una dimostrazione immediata della loro verità, il demonio è solito spingere la persona a illuminare con la sua intelligenza e con la sua razionalità, quello spazio d’ombra, dove invece si deve esercitare la fede e l’abbandono in Colui che ci parla. Ed è questa la grande trappola che scatta in modo micidiale, quando il criterio di verità comincia ad appoggiarsi solo sulle evidenze umane e sulla dimostrazione razionale, e in definitiva su ciò che, in modo immediato, si presenta come vero, in forza della sua lampante logicità. Il testo dei Proverbi presenta un criterio del tutto diverso: il vero non è necessariamente ciò che è persuasivo; il vero rivelato da Dio, talvolta, non ha affatto una forza persuasiva capace di piegare la nostra razionalità, e può essere accolto solo con un atto di innocente fiducia. Ciò comporta la decisione di compiere un passaggio definitivo dalla sensibilità alla fede fiduciale. Il punto di partenza è infatti la sensibilità, stadio naturale dell’essere umano, mentre l’atteggiamento della fede è un conquista successiva. Il cristiano comincia il suo cammino di fede, perché in esso trova un benessere personale e perchè in Cristo trova una consolazione adeguata alle esigenze del proprio cuore. Questo fenomeno all’inizio del cammino è ammissibile e anche normale. Ma un tale atteggiamento, se dovesse continuare nel corso degli anni, al di là dei tempi normali dell’iniziazione, porterebbe la persona a camminare non secondo la fede ma secondo la sensibilità, che giudica vero ciò che fa star bene e falso ciò che produce disagio. Così facendo la persona accetterebbe l’esperienza cristiana modellandola sulla propria sensibilità, sulle proprie aspettative, sui propri bisogni di consolazione, e finirebbe per strumentalizzare i doni di Cristo, amando se stessa con la gratificazione delle cose di Dio. A questo punto verrebbe tradita in pieno la parola della croce. Il bivio è perciò posto sul cammino di ciascuno tra la fede e la sensibilità. Chi porta avanti il proprio cammino spirituale nella linea della sensibilità, non potrà attuare quelle parti del vangelo che non sono logiche oppure poco gradevoli; non potrà vivere nella mitezza, nella misericordia e nell’altruismo, perché tutte queste cose non sono logiche e sono contrarie alla nostra umana sensibilità. Ma non potrà neppure accogliere la pedagogia di Dio, che ci plasma e che dispone le cose e gli eventi della nostra vita, fino ai più piccoli, come piace a Lui, e non come piace a noi. Dinanzi alla ribellione, all’irrigidimento e al rifiuto dell’uomo, dominato dalla sensibilità e dal razionalismo, l’opera di Dio dovrà fermarsi e ricominciare ogni giorno da capo. Il v. 2 sviluppa ulteriormente il tema fondamentale enunciato dal versetto precedente: “io vi do una buona dottrina; non abbandonate il mio insegnamento”. Lo Spirito di Dio, attraverso queste parole, richiama all’ascolto, e ancora una volta non chiede l’accoglienza di questa dottrina in base alla proporzione dei nostri convincimenti, ma ci chiede di accogliere la verità di Dio in virtù di Colui che la rivela: “io vi do una buona dottrina”. Questo è un principio che non sottolineeremo mai abbastanza: nella nostra esperienza cristiana rischiamo di confondere il nostro amore per la Parola con la fedeltà a essa, pensando di essere fedeli tanto quanto la amiamo. Ma ordinariamente non è così: la gioia con cui ascoltiamo la predicazione del vangelo è cosa diversa dalla nostra effettiva conversione. La conversione passa attraverso la rinuncia a valutare la verità delle cose alla luce della sensibilità e della logica personale. L’autentico cammino di fede si svolge così nell’oscurità, cioè nella fiducia che, nel linguaggio cristiano, è un suo sinonimo: fidarsi equivale infatti a rimanere nel buio delle dimostrazioni. Nella seconda parte del v. 2: “non abbandonate il mio insegnamento”, si allude alla possibilità che un decadimento spontaneo, e talvolta anche inconscio, possa verificarsi come una malattia segreta che ci colpisce nel nostro cammino di fede, e di cui ci rendiamo spesso conto quando essa si trova già in uno stadio avanzato. Il decadimento, la perdita di quota nella nostra vita spirituale, infatti, non è mai un fenomeno che si presenta improvvisamente, né si manifesta con sintomi facilmente riconoscibili. Il demonio sarebbe certamente molto stupido, se applicasse con noi delle strategie improvvise di urto. Egli preferisce piuttosto l’offuscamento graduale e impercettibile delle chiarezze, che al principio del cammino di fede si pongono come propositi e come punti fermi, accolti con entusiastica gioia dal soggetto. In realtà, tutte le mattine abbiamo bisogno di iniziare il cammino di fede, come se fosse il primo giorno, e poi vivere l’intera giornata intensamente come se fosse l’ultima. Occorre vivere e apprezzare ogni istante della vita nella sua novità e nella sua irripetibilità, come se il nostro cammino di fede stesse iniziando in quel momento, perché la consuetudine non ci faccia perdere quota in modo così graduale da non capirlo neppure noi stessi, per poi rendercene conto quando stiamo già volando raso terra. Il capitolo quarto presenta una particolare insistenza sul tema della figliolanza: “Ascoltate, o figli, l’istruzione di un padre” (v. 1); “Anch’io sono stato un figlio per mio padre” (v. 3); “Figlio mio, fa’ attenzione alle mie parole” (v. 20). Questa insistenza dà al lettore la sensazione di un presupposto che potrebbe tradursi così: non è possibile vivere nella luce della sapienza, quando non si è capaci di vivere nei sentimenti e nelle disposizioni del figlio. Le due realtà sembrano strettamente connesse: l’uomo sapiente rimane eternamente figlio. Egli vive in una logica apparentemente contraddittoria, perché la luce che dirige la sua vita lo mette in grado di scegliere con esattezza, di consigliare gli altri, di governare e dirigere circostanze e situazioni verso la giusta meta, senza che questo produca in lui alcuna forma di autosufficienza o di radicale autonomia. Dall’altro lato, però, l’uomo sapiente vive anche come colui che continuamente sa di dovere imparare, come colui che, in un certo senso, non è mai cresciuto, perché la sapienza che illumina i suoi passi deriva da un rapporto di nobile sottomissione, di fiducia filiale, e di docilità nei confronti di Dio, che continuamente lo istruisce, perfino di notte, come dice il Salmo (cfr. Sal 16,7). Ma, questa luce di sapienza, si allontana e si affievolisce, quando il cuore umano si dirige verso l’autonomia, verso il miraggio ingannevole della maggiore età opposta alla divina paternità. Fino a quando non si cade nell’illusione di essere cresciuti e di essere bastevoli a se stessi, chiamata dai padri greci “delirio della philautia”, la luce che è in noi non si spegnerà. Vivendo come bambini, abbandonati e fiduciosi nella divina pedagogia, il primo frutto è infatti la luce della sapienza.Questa insistenza sul tema della figliolanza esprime anche una seconda verità. Il versetto terzo si apre con queste parole: “Anch’io sono stato un figlio per mio padre”. Dunque prima c’è il discepolato e poi c’è l’apostolato, prima c’è l’esperienza filiale, l’abbandono fiducioso all’opera di Dio, che ci introduce nella vera sapienza, e soltanto dopo la nostra parola sarà luminosa, utile per coloro che ci ascoltano. Nessuno può pensare di essere utile agli altri, senza prima avere compiuto le tappe di ascolto, di maturazione e di crescita che sono proprie dei figli di Dio nel loro cammino di iniziazione. Agli altri non si giova facendo loro del bene umano; agli altri si giova soltanto quando si cresce soggettivamente nella luce e nella santità. Lo stesso insegnamento viene dato a Caterina da Siena da parte del Signore, quando le dice: “Ogni creatura dotata di ragione ha una vigna tutta per sé, cioè la vigna della propria anima… Questi miei servi sono lavoratori veri, che bene coltivano la loro anima… E lavorando la loro vigna, dissodano anche quella del prossimo, poiché non si può lavorare l’una senza lavorare al tempo stesso anche l’altra”. Il testo presenta qualche altro versetto chiave che contiene, nel contesto dell’esperienza filiale, delle indicazioni preziose: “Quando cammini non saranno intralciati i tuoi passi, e se corri non inciamperai” (v. 12). Chi è entrato nell’atmosfera interiore della fiducia filiale, ha la certezza che nessun ostacolo potrà bloccare il suo itinerario.

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