"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
Indietro Avanti
Tu sei in: Home > Lectio Divina > Il Libro dei Proverbi > Capitolo V (Parte II)

Il criterio di discernimento dei pensieri che si percepisce dietro le parole: “le sue vie volgono qua e là”, consiste allora nel valutare il grado di stabilità dei propositi e dei progetti che sono nella nostra mente. I pensieri e i propositi suggeriti dallo Spirito di Dio si depositano dentro di noi in maniera stabile e non ci lasciano più. Lo spirito del male, invece, è solito agire al contrario, destabilizzando la persona nei suoi equilibri, per far perdere l’armonia delle proprie reazioni nei confronti del mondo esterno, e per spingere il nostro sguardo a posarsi ora su un oggetto, ora su un altro, ora sulla parola che qualcuno ha pronunciato, ora sul gesto che qualcuno ha compiuto. In questa maniera, il tentatore ci porta fuori da noi stessi, generando confusione e disorientamento. Il v. 9 mette in luce un’altra delle conseguenze della dispersione del cuore umano in molteplici amori: “per non mettere in balìa di altri il tuo vigore e i tuoi anni in balìa di un uomo crudele”. L’uomo crudele, di cui qui si parla, è simbolo della potenza delle tenebre, che incessantemente tenta di esercitare un potere sull’uomo. La nostra energia nel servire Dio, e nel compiere gli atti relativi alla virtù, dipende dal grado di fedeltà al primato che abbiamo dato a Dio nella nostra vita. Infatti, più sono gli oggetti che disperdono il nostro cuore in molteplici attaccamenti, più aumenta la nostra inettitudine a realizzare le esigenze della volontà di Dio; al contrario, quanto più aumenta la nostra integrità nell’amare Dio, tanto più aumenta l’energia del servizio che a Lui rendiamo. La molteplicità di amori secondari che distolgono il cuore dell’uomo dalla fedeltà e dalla integrità del cammino di fede, produce l’apertura di canali attraverso i quali fuoriesce l’energia e la potenza della virtù . La perdita dell’energia spirituale porta l’uomo a desiderare di compiere il bene, ma non alla capacità di attuarlo. Infatti, colui che ha il cuore diviso in tanti amori secondari, non è più in possesso del suo vigore, ma è in balia della forza del peccato che domina su di lui e gli impedisce di compiere il bene richiesto da Dio. La persona che cade in questo genere di infermità spirituale si trova allora nella stessa situazione di Sansone, dopo che con l’inganno gli sono stati tagliati i capelli: assediato dai Filistei egli scopre improvvisamente di essere diventato debole e di non riuscire a tenere testa ai suoi nemici (cfr. Gdc 16,18-20). Un’altra delle conseguenze della dispersione del cuore è il fenomeno del saccheggio: “perché non si sazino dei tuoi beni gli estranei, non finiscano le tue fatiche in casa di un forestiero” (v. 10). Il forestiero, di cui qui si parla, è immagine del demonio, il quale non si accontenta di deviare l’uomo dal cammino della verità, ma lo vuole depredare di tutto quel bene e di quella ricchezza che Dio gli ha riversato dentro, mediante la grazia. La persona con il cuore diviso si trova allora indebolita nel suo slancio verso il bene e spogliata di tutti i beni spirituali che Dio le aveva depositato in cuore. Cristo ha espresso molto bene questo concetto nella parabola del seminatore, e in particolare nell’immagine simbolica degli uccelli che planano per beccare il seme caduto lungo la strada (cfr. Mt 13,4). Dove opera la grazia di Dio, lì è immancabilmente in opera anche il suo nemico, nel ruolo di un uccello predatore. Cristo vuol renderci insomma consapevoli del fatto che Satana, producendo suggestioni e disorientamenti, è davvero capace di svuotare il cuore umano di tutte le sue ricchezze, lasciandoci come quel malcapitato che si trova lungo la via tra Gerusalemme e Gerico, disteso a terra, stordito e pieno di ferite (cfr. Lc 10,29-35). Il seme della sua Parola, depositato dentro il cuore umano, ha perciò bisogno di essere custodito perché il nemico non se ne appropri, “perché non si sazino dei tuoi beni gli estranei, non finiscano le tue fatiche in casa di un forestiero”. Al v. 11 si coglie una esplicita esortazione a valorizzare il tempo che scorre nei nostri giorni: “e tu non gema sulla tua sorte, quando verranno meno il tuo corpo e la tua carne”. C’è dunque un tempo favorevole, un periodo di esistenza che ci viene assegnato dall’alto e dentro cui ci giochiamo tutto. I vv. 12, 13 e 14, esprimono il rammarico di chi, giunto al declino della propria vita, prende coscienza di avere sciupato gli anni che aveva a disposizione e che ormai sono passati: “Perché mai ho odiato la disciplina e il mio cuore ha disprezzato la correzione? Non ho ascoltato la voce dei miei maestri, non ho prestato orecchio a chi m’istruiva. Per poco non mi son trovato nel colmo dei mali in mezzo alla folla e all’assemblea”. Tale rammarico è determinato dal fatto che, mentre il tempo scorre via, le occasioni si riducono, ed è già una grazia, anche alla fine della vita, poter aprire gli occhi sulle proprie macerie, perché si possono ancora ricostruire, prima che giunga la morte. Infatti, nella potenza dello Spirito, è ancora possibile risanare, anche in poco tempo, tutto ciò che è stato rovinato da una vita intera di superficialità, di peccato e di mancanza di impegno nella risposta alla grazia. Il libro della Sapienza, al capitolo 5, descrive lo stesso rammarico, ma dal punto di vista dell’uomo che si trova nell’aldilà, ossia dal punto di vista di coloro che non hanno aperto gli occhi durante il tempo della vita terrena ma dopo la morte: “Abbiamo dunque deviato dal cammino della verità; la luce della giustizia non è brillata per noi, né mai per noi si è alzato il sole. Ci siamo saziati nelle vie del male e della perdizione; abbiamo percorso deserti impraticabili, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore. Che cosa ci ha giovato la nostra superbia? Che cosa ci ha portato la ricchezza con la spavalderia? Tutto questo è passato come ombra e come notizia fugace, come una nave che solca l’onda agitata, del cui passaggio non si può trovare traccia, né scia della sua carena sui flutti” (Sap 5,7-10). La stessa cosa accade, nella parabola di Gesù, al ricco epulone, accecato per tutta la vita dalle sue stesse passioni, apre gli occhi sulla propria verità solo dopo avere varcato la soglia di questa vita (cfr. Lc 16,19-31). Troppo tardi. Il personaggio che parla ai vv. 12, 13 e 14 del libro dei Proverbi è, tutto sommato, più fortunato: esprime il suo rammarico trovandosi ancora in questa vita. Inoltre, va notato che il suo pentimento non riguarda il fatto di non aver compiuto particolari gesti, ma la trascuratezza e la superficialità nel conoscere la volontà di Dio: “Non ho ascoltato la voce… non ho prestato orecchio…”. Sicuramente c’è differenza, agli occhi di Dio, tra chi semplicemente compie gesti contrari alla sua volontà, senza conoscerla bene, e chi invece non gli importa neppure di conoscerla (cfr. Lc 12,47-48). Contemporaneamente, l’ascolto potrebbe avere un secondo difetto, accanto a quello dell’indifferenza, un difetto che potremmo definire come l’appagamento dell’aver capito. In questo caso, la persona non è indifferente alla conoscenza della volontà di Dio, anzi, nell’ascolto della Parola di Dio, sente gioia e consolazione. Ma si ferma lì. Lo stesso entusiasmo che prova al suono degli insegnamenti divini, gli fa pensare di avere già fatto tutto. Da questo presupposto nasce la grande malattia che talvolta colpisce gli uomini di fede: la separazione tra la fede e la vita, tra la Parola ascoltata - o addirittura insegnata - e le scelte compiute (cfr. Mt 23,3). Comprendiamo allora che la grazia di Dio si accoglie nella fedeltà alla Parola, e che non vi sono altre maniere per potere approfondire e sviluppare i doni di Dio. La bontà naturale non basta. Soltanto la fedeltà alla Parola immette nel cuore umano le energie potenti della santità. Lo stesso insegnamento ci era già stato dato nel capitolo primo: “Poiché vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto” (Prv 1,24-25). Mentre l’insegnamento del capitolo 5 è dato dal punto di vista di colui che ha sciupato il dono di Dio, l’insegnamento del capitolo 1 è invece posto dal punto di vista di Dio, che offre gratuitamente la sua grazia e si trova dinanzi al mistero del rifiuto del suo dono. Il tema della divina pedagogia sta però alla base di entrambi i testi: il Signore non ci protegge, innalzando barriere intorno alla nostra vita, ma istruendoci giorno dopo giorno sul percorso più sicuro, come un padre fa con i suoi figli. Chi è fedele a questa educazione quotidiana arriverà preparato ai momenti di prova, con una statura molto alta nei tempi del combattimento e della tentazione, e nessuna forza lo potrà travolgere. La mancanza di fedeltà a questa educazione di Dio, inevitabilmente porta la persona ad affrontare le grandi svolte della vita in una maniera impreparata, come uno studente stolto, che perde tempo durante l’anno e poi arriva impreparato agli esami finali. Questa graduale preparazione dell’uomo alle prove della vita avviene all’interno della comunità cristiana e non nel perimetro privato del proprio appartamento: “Per poco non mi son trovato nel colmo dei mali in mezzo alla folla e all’assemblea” (v. 14). Il riferimento all’assemblea è molto significativo. Infatti, la voce dei maestri di sapienza, che fa eco alla voce di Dio, risuona dentro l’assemblea, ossia dentro la comunità cristiana radunata nello Spirito, dove risuona la predicazione apostolica. Avviene così che l’assemblea riceve la stessa Parola, ma l’esito non è uguale per tutti: alcuni procedono e crescono nella santità, altri no, secondo le loro libere scelte. Il personaggio che parla al v. 14 ha preso coscienza del fatto che, pur avendo ricevuto la stessa Parola nell’assemblea, egli si è trovato spiazzato: mentre l’assemblea procedeva in avanti, lui non ne teneva il passo. Il tema della fedeltà a Dio torna ancora una volta al v. 15: “Bevi l’acqua della tua cisterna e quella che zampilla dal tuo pozzo”, al v. 18: “Sia benedetta la tua sorgente; trova gioia nella donna della tua giovinezza”, e soprattutto al v. 20: “Perché figlio mio invaghirti di una straniera e stringerti al petto di un’estranea?”. In questo ultimo versetto si coglie tra le righe la strategia che lo spirito del male applica per allontanare l’uomo da Dio: inoculare nel cuore dell’uomo il sentimento dell’estraneità. La prima esperienza di allontanamento dell’uomo da Dio si colloca alle origini della storia sacra. I progenitori che vivono nel giardino di Eden, avendo ascoltato per leggerezza e superficialità la voce del serpente, cominciano a sentirsi estranei nei confronti del loro Padre e di quell’ambiente vitale che Dio aveva destinato alla loro felicità: il giardino piantato a oriente. Il sentimento dell’estraneità è il segno certo che il falso maestro è penetrato nei circuiti del pensiero e ha prodotto quel sentimento originario di lontananza e di dubbio sull’amore e sulla divina paternità, da cui si generò il primo peccato. Ci chiediamo: com’è possibile che nella mente dell’uomo si stravolgano i valori? Che si alteri la verità al punto da sentirsi estranei in casa propria e verso il proprio stesso padre? E’ chiaro che la potenza di questa alterazione non può che spiegarsi mediante il potere ipnotico che Satana esercita su quelli che lo accolgono come maestro. E’ lui che, davanti alla coscienza umana, falsifica la realtà e fa sembrare bene il male e male il bene. L’accoglienza di Satana come maestro è determinata da una superficialità nel rapporto con Dio, cioè da una incapacità di giungere alla preghiera profonda: “perché le tue sorgenti non scorrano al di fuori, i tuoi ruscelli nelle pubbliche piazze, ma siano per te solo e non per degli estranei insieme a te” (vv. 16-17). Le pubbliche piazze sono il simbolo della superficialità, dell’esteriorità, del rumore, del frastuono, di tutto quello che ingolfa e aggroviglia lo spirito umano nelle dissipazioni. Quando il cuore umano perde la custodia di se stesso, e diviene una piazza pubblica, dove si urla e si alterca, il primo che ne approfitta è Satana. Cristo, alla pubblica piazza, oppone la camera intima della propria casa: “quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il padre tuo nel segreto” (Mt 6,6). La profondità della preghiera impedisce a Satana di raggiungerci con il suo veleno e con i suoi artigli, ma quelli che navigano nella superficie della vita sono delle prede troppo facili. Allo stesso tempo, questi due versetti tratteggiano anche una caratteristica fondamentale dell’uomo sapiente: il rifiuto della ribalta. Cristo, nel discorso della montagna, sottolineerà questo lineamento inconfondibile dell’uomo di Dio: “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3); “quando digiuni profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,17-18). Vivendo in profondità le proprie giornate, l’uomo sapiente non fa trasparire nulla della sua ricchezza interiore né della profondità del suo rapporto con Dio, e pone un velo di pudore sul proprio cammino di santità, che tutti sconoscono. Cristo ne ha dato l’esempio nella sua vita terrena. L’accusa che gli fu rivolta negli anni del suo ministero pubblico è quella di essere un uomo troppo normale, un mangione e un beone, amico dei peccatori e dei pubblicani (cfr. Mt 11,19). L’infinita santità di Dio si è nascosta così bene nell’umanità di Gesù, che nessuno dei suoi contemporanei avrebbe scommesso sulla sua santità, attribuendo, dall’altro lato, a Belzebù i suoi miracoli (cfr. Mc 3,22). I suoi discepoli sono chiamati a fare lo stesso: ad amare una santità nascosta e a fuggire da tutti gli aspetti della vanagloria e dell’autocompiacimento. Questa è la purezza che Dio cerca nei suoi adoratori: la libertà da se stessi, dalla propria immagine e dal desiderio di apparire. Al v. 22, la rovina dell’empio non è attribuita a nessun altro, se non a lui stesso: “L’empio è preda delle sue iniquità, è catturato con le funi del suo peccato”. L’uomo che rifiuta di camminare sulla via dell’ubbidienza alla volontà di Dio ha tanti nemici, ma essi riescono a penetrare dentro di lui e a saccheggiare i suoi beni spirituali, solo perché lui stesso è il grande alleato dei suoi nemici. La sua prigione e la sua malattia non sono da ricercarsi altrove. Anche se l’empio ha la caratteristica di uno spirito giudicante, che cerca fuori di sé le cause dei propri mali, e le trova in modo talvolta perfettamente persuasivo, in realtà è lui il vero nemico di se stesso. In questo versetto si può anche cogliere come l’azione di Satana sia crudele e infame: prima istiga l’uomo al peccato e poi esce di scena, lasciando che sia l’uomo, da solo, a consumare l’atto di ribellione e di disubbidienza. La responsabilità del peccato umano ricade quindi unicamente sul soggetto: “L’empio è preda delle sue iniquità, è catturato con le funi del suo peccato”. Per questo, dopo avere stimolato l’uomo al peccato, il tentatore si muta in un accusatore (cfr. Ap 12,10). Al v. 23 ritorna una tematica precedentemente trattata: “Egli morirà per mancanza di disciplina, si perderà per la sua grande stoltezza”. La conseguenza ultima del peccato non è la malattia spirituale, non è la povertà di chi ha perduto la grazia di Dio, ma è la morte. L’obbiettivo del maligno non è quello di arrecare all’uomo un qualche danno, ma di ucciderlo.

Tu sei in: Home > Lectio Divina > Il Libro dei Proverbi > Capitolo V (Parte II)
Indietro Avanti
Commenti; suggerimenti; Pregasi contattare il Webmaster
 
Copyright © 2001-2007 "CristoMaestro" Tutti i diritti  riservati