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Il criterio di discernimento dei pensieri che si percepisce dietro
le parole: “le sue vie volgono qua e là”, consiste
allora nel valutare il grado di stabilità dei propositi
e dei progetti che sono nella nostra mente. I pensieri e i propositi
suggeriti dallo Spirito di Dio si depositano dentro di noi in
maniera stabile e non ci lasciano più. Lo spirito del male,
invece, è solito agire al contrario, destabilizzando la
persona nei suoi equilibri, per far perdere l’armonia delle
proprie reazioni nei confronti del mondo esterno, e per spingere
il nostro sguardo a posarsi ora su un oggetto, ora su un altro,
ora sulla parola che qualcuno ha pronunciato, ora sul gesto che
qualcuno ha compiuto. In questa maniera, il tentatore ci porta
fuori da noi stessi, generando confusione e disorientamento. Il
v. 9 mette in luce un’altra delle conseguenze della dispersione
del cuore umano in molteplici amori: “per non mettere in
balìa di altri il tuo vigore e i tuoi anni in balìa
di un uomo crudele”. L’uomo crudele, di cui qui si
parla, è simbolo della potenza delle tenebre, che incessantemente
tenta di esercitare un potere sull’uomo. La nostra energia
nel servire Dio, e nel compiere gli atti relativi alla virtù,
dipende dal grado di fedeltà al primato che abbiamo dato
a Dio nella nostra vita. Infatti, più sono gli oggetti
che disperdono il nostro cuore in molteplici attaccamenti, più
aumenta la nostra inettitudine a realizzare le esigenze della
volontà di Dio; al contrario, quanto più aumenta
la nostra integrità nell’amare Dio, tanto più
aumenta l’energia del servizio che a Lui rendiamo. La molteplicità
di amori secondari che distolgono il cuore dell’uomo dalla
fedeltà e dalla integrità del cammino di fede, produce
l’apertura di canali attraverso i quali fuoriesce l’energia
e la potenza della virtù . La perdita dell’energia
spirituale porta l’uomo a desiderare di compiere il bene,
ma non alla capacità di attuarlo. Infatti, colui che ha
il cuore diviso in tanti amori secondari, non è più
in possesso del suo vigore, ma è in balia della forza del
peccato che domina su di lui e gli impedisce di compiere il bene
richiesto da Dio. La persona che cade in questo genere di infermità
spirituale si trova allora nella stessa situazione di Sansone,
dopo che con l’inganno gli sono stati tagliati i capelli:
assediato dai Filistei egli scopre improvvisamente di essere diventato
debole e di non riuscire a tenere testa ai suoi nemici (cfr. Gdc
16,18-20). Un’altra delle conseguenze della dispersione
del cuore è il fenomeno del saccheggio: “perché
non si sazino dei tuoi beni gli estranei, non finiscano le tue
fatiche in casa di un forestiero” (v. 10). Il forestiero,
di cui qui si parla, è immagine del demonio, il quale non
si accontenta di deviare l’uomo dal cammino della verità,
ma lo vuole depredare di tutto quel bene e di quella ricchezza
che Dio gli ha riversato dentro, mediante la grazia. La persona
con il cuore diviso si trova allora indebolita nel suo slancio
verso il bene e spogliata di tutti i beni spirituali che Dio le
aveva depositato in cuore. Cristo ha espresso molto bene questo
concetto nella parabola del seminatore, e in particolare nell’immagine
simbolica degli uccelli che planano per beccare il seme caduto
lungo la strada (cfr. Mt 13,4). Dove opera la grazia di Dio, lì
è immancabilmente in opera anche il suo nemico, nel ruolo
di un uccello predatore. Cristo vuol renderci insomma consapevoli
del fatto che Satana, producendo suggestioni e disorientamenti,
è davvero capace di svuotare il cuore umano di tutte le
sue ricchezze, lasciandoci come quel malcapitato che si trova
lungo la via tra Gerusalemme e Gerico, disteso a terra, stordito
e pieno di ferite (cfr. Lc 10,29-35). Il seme della sua Parola,
depositato dentro il cuore umano, ha perciò bisogno di
essere custodito perché il nemico non se ne appropri, “perché
non si sazino dei tuoi beni gli estranei, non finiscano le tue
fatiche in casa di un forestiero”. Al v. 11 si coglie una
esplicita esortazione a valorizzare il tempo che scorre nei nostri
giorni: “e tu non gema sulla tua sorte, quando verranno
meno il tuo corpo e la tua carne”. C’è dunque
un tempo favorevole, un periodo di esistenza che ci viene assegnato
dall’alto e dentro cui ci giochiamo tutto. I vv. 12, 13
e 14, esprimono il rammarico di chi, giunto al declino della propria
vita, prende coscienza di avere sciupato gli anni che aveva a
disposizione e che ormai sono passati: “Perché mai
ho odiato la disciplina e il mio cuore ha disprezzato la correzione?
Non ho ascoltato la voce dei miei maestri, non ho prestato orecchio
a chi m’istruiva. Per poco non mi son trovato nel colmo
dei mali in mezzo alla folla e all’assemblea”. Tale
rammarico è determinato dal fatto che, mentre il tempo
scorre via, le occasioni si riducono, ed è già una
grazia, anche alla fine della vita, poter aprire gli occhi sulle
proprie macerie, perché si possono ancora ricostruire,
prima che giunga la morte. Infatti, nella potenza dello Spirito,
è ancora possibile risanare, anche in poco tempo, tutto
ciò che è stato rovinato da una vita intera di superficialità,
di peccato e di mancanza di impegno nella risposta alla grazia.
Il libro della Sapienza, al capitolo 5, descrive lo stesso rammarico,
ma dal punto di vista dell’uomo che si trova nell’aldilà,
ossia dal punto di vista di coloro che non hanno aperto gli occhi
durante il tempo della vita terrena ma dopo la morte: “Abbiamo
dunque deviato dal cammino della verità; la luce della
giustizia non è brillata per noi, né mai per noi
si è alzato il sole. Ci siamo saziati nelle vie del male
e della perdizione; abbiamo percorso deserti impraticabili, ma
non abbiamo conosciuto la via del Signore. Che cosa ci ha giovato
la nostra superbia? Che cosa ci ha portato la ricchezza con la
spavalderia? Tutto questo è passato come ombra e come notizia
fugace, come una nave che solca l’onda agitata, del cui
passaggio non si può trovare traccia, né scia della
sua carena sui flutti” (Sap 5,7-10). La stessa cosa accade,
nella parabola di Gesù, al ricco epulone, accecato per
tutta la vita dalle sue stesse passioni, apre gli occhi sulla
propria verità solo dopo avere varcato la soglia di questa
vita (cfr. Lc 16,19-31). Troppo tardi. Il personaggio che parla
ai vv. 12, 13 e 14 del libro dei Proverbi è, tutto sommato,
più fortunato: esprime il suo rammarico trovandosi ancora
in questa vita. Inoltre, va notato che il suo pentimento non riguarda
il fatto di non aver compiuto particolari gesti, ma la trascuratezza
e la superficialità nel conoscere la volontà di
Dio: “Non ho ascoltato la voce… non ho prestato orecchio…”.
Sicuramente c’è differenza, agli occhi di Dio, tra
chi semplicemente compie gesti contrari alla sua volontà,
senza conoscerla bene, e chi invece non gli importa neppure di
conoscerla (cfr. Lc 12,47-48). Contemporaneamente, l’ascolto
potrebbe avere un secondo difetto, accanto a quello dell’indifferenza,
un difetto che potremmo definire come l’appagamento dell’aver
capito. In questo caso, la persona non è indifferente alla
conoscenza della volontà di Dio, anzi, nell’ascolto
della Parola di Dio, sente gioia e consolazione. Ma si ferma lì.
Lo stesso entusiasmo che prova al suono degli insegnamenti divini,
gli fa pensare di avere già fatto tutto. Da questo presupposto
nasce la grande malattia che talvolta colpisce gli uomini di fede:
la separazione tra la fede e la vita, tra la Parola ascoltata
- o addirittura insegnata - e le scelte compiute (cfr. Mt 23,3).
Comprendiamo allora che la grazia di Dio si accoglie nella fedeltà
alla Parola, e che non vi sono altre maniere per potere approfondire
e sviluppare i doni di Dio. La bontà naturale non basta.
Soltanto la fedeltà alla Parola immette nel cuore umano
le energie potenti della santità. Lo stesso insegnamento
ci era già stato dato nel capitolo primo: “Poiché
vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci
ha fatto attenzione; avete trascurato ogni mio consiglio e la
mia esortazione non avete accolto” (Prv 1,24-25). Mentre
l’insegnamento del capitolo 5 è dato dal punto di
vista di colui che ha sciupato il dono di Dio, l’insegnamento
del capitolo 1 è invece posto dal punto di vista di Dio,
che offre gratuitamente la sua grazia e si trova dinanzi al mistero
del rifiuto del suo dono. Il tema della divina pedagogia sta però
alla base di entrambi i testi: il Signore non ci protegge, innalzando
barriere intorno alla nostra vita, ma istruendoci giorno dopo
giorno sul percorso più sicuro, come un padre fa con i
suoi figli. Chi è fedele a questa educazione quotidiana
arriverà preparato ai momenti di prova, con una statura
molto alta nei tempi del combattimento e della tentazione, e nessuna
forza lo potrà travolgere. La mancanza di fedeltà
a questa educazione di Dio, inevitabilmente porta la persona ad
affrontare le grandi svolte della vita in una maniera impreparata,
come uno studente stolto, che perde tempo durante l’anno
e poi arriva impreparato agli esami finali. Questa graduale preparazione
dell’uomo alle prove della vita avviene all’interno
della comunità cristiana e non nel perimetro privato del
proprio appartamento: “Per poco non mi son trovato nel colmo
dei mali in mezzo alla folla e all’assemblea” (v.
14). Il riferimento all’assemblea è molto significativo.
Infatti, la voce dei maestri di sapienza, che fa eco alla voce
di Dio, risuona dentro l’assemblea, ossia dentro la comunità
cristiana radunata nello Spirito, dove risuona la predicazione
apostolica. Avviene così che l’assemblea riceve la
stessa Parola, ma l’esito non è uguale per tutti:
alcuni procedono e crescono nella santità, altri no, secondo
le loro libere scelte. Il personaggio che parla al v. 14 ha preso
coscienza del fatto che, pur avendo ricevuto la stessa Parola
nell’assemblea, egli si è trovato spiazzato: mentre
l’assemblea procedeva in avanti, lui non ne teneva il passo.
Il tema della fedeltà a Dio torna ancora una volta al v.
15: “Bevi l’acqua della tua cisterna e quella che
zampilla dal tuo pozzo”, al v. 18: “Sia benedetta
la tua sorgente; trova gioia nella donna della tua giovinezza”,
e soprattutto al v. 20: “Perché figlio mio invaghirti
di una straniera e stringerti al petto di un’estranea?”.
In questo ultimo versetto si coglie tra le righe la strategia
che lo spirito del male applica per allontanare l’uomo da
Dio: inoculare nel cuore dell’uomo il sentimento dell’estraneità.
La prima esperienza di allontanamento dell’uomo da Dio si
colloca alle origini della storia sacra. I progenitori che vivono
nel giardino di Eden, avendo ascoltato per leggerezza e superficialità
la voce del serpente, cominciano a sentirsi estranei nei confronti
del loro Padre e di quell’ambiente vitale che Dio aveva
destinato alla loro felicità: il giardino piantato a oriente.
Il sentimento dell’estraneità è il segno certo
che il falso maestro è penetrato nei circuiti del pensiero
e ha prodotto quel sentimento originario di lontananza e di dubbio
sull’amore e sulla divina paternità, da cui si generò
il primo peccato. Ci chiediamo: com’è possibile che
nella mente dell’uomo si stravolgano i valori? Che si alteri
la verità al punto da sentirsi estranei in casa propria
e verso il proprio stesso padre? E’ chiaro che la potenza
di questa alterazione non può che spiegarsi mediante il
potere ipnotico che Satana esercita su quelli che lo accolgono
come maestro. E’ lui che, davanti alla coscienza umana,
falsifica la realtà e fa sembrare bene il male e male il
bene. L’accoglienza di Satana come maestro è determinata
da una superficialità nel rapporto con Dio, cioè
da una incapacità di giungere alla preghiera profonda:
“perché le tue sorgenti non scorrano al di fuori,
i tuoi ruscelli nelle pubbliche piazze, ma siano per te solo e
non per degli estranei insieme a te” (vv. 16-17). Le pubbliche
piazze sono il simbolo della superficialità, dell’esteriorità,
del rumore, del frastuono, di tutto quello che ingolfa e aggroviglia
lo spirito umano nelle dissipazioni. Quando il cuore umano perde
la custodia di se stesso, e diviene una piazza pubblica, dove
si urla e si alterca, il primo che ne approfitta è Satana.
Cristo, alla pubblica piazza, oppone la camera intima della propria
casa: “quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la
porta, prega il padre tuo nel segreto” (Mt 6,6). La profondità
della preghiera impedisce a Satana di raggiungerci con il suo
veleno e con i suoi artigli, ma quelli che navigano nella superficie
della vita sono delle prede troppo facili. Allo stesso tempo,
questi due versetti tratteggiano anche una caratteristica fondamentale
dell’uomo sapiente: il rifiuto della ribalta. Cristo, nel
discorso della montagna, sottolineerà questo lineamento
inconfondibile dell’uomo di Dio: “non sappia la tua
sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3); “quando
digiuni profumati la testa e lavati il volto, perché la
gente non veda che tu digiuni, ma solo il tuo Padre che è
nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”
(Mt 6,17-18). Vivendo in profondità le proprie giornate,
l’uomo sapiente non fa trasparire nulla della sua ricchezza
interiore né della profondità del suo rapporto con
Dio, e pone un velo di pudore sul proprio cammino di santità,
che tutti sconoscono. Cristo ne ha dato l’esempio nella
sua vita terrena. L’accusa che gli fu rivolta negli anni
del suo ministero pubblico è quella di essere un uomo troppo
normale, un mangione e un beone, amico dei peccatori e dei pubblicani
(cfr. Mt 11,19). L’infinita santità di Dio si è
nascosta così bene nell’umanità di Gesù,
che nessuno dei suoi contemporanei avrebbe scommesso sulla sua
santità, attribuendo, dall’altro lato, a Belzebù
i suoi miracoli (cfr. Mc 3,22). I suoi discepoli sono chiamati
a fare lo stesso: ad amare una santità nascosta e a fuggire
da tutti gli aspetti della vanagloria e dell’autocompiacimento.
Questa è la purezza che Dio cerca nei suoi adoratori: la
libertà da se stessi, dalla propria immagine e dal desiderio
di apparire. Al v. 22, la rovina dell’empio non è
attribuita a nessun altro, se non a lui stesso: “L’empio
è preda delle sue iniquità, è catturato con
le funi del suo peccato”. L’uomo che rifiuta di camminare
sulla via dell’ubbidienza alla volontà di Dio ha
tanti nemici, ma essi riescono a penetrare dentro di lui e a saccheggiare
i suoi beni spirituali, solo perché lui stesso è
il grande alleato dei suoi nemici. La sua prigione e la sua malattia
non sono da ricercarsi altrove. Anche se l’empio ha la caratteristica
di uno spirito giudicante, che cerca fuori di sé le cause
dei propri mali, e le trova in modo talvolta perfettamente persuasivo,
in realtà è lui il vero nemico di se stesso. In
questo versetto si può anche cogliere come l’azione
di Satana sia crudele e infame: prima istiga l’uomo al peccato
e poi esce di scena, lasciando che sia l’uomo, da solo,
a consumare l’atto di ribellione e di disubbidienza. La
responsabilità del peccato umano ricade quindi unicamente
sul soggetto: “L’empio è preda delle sue iniquità,
è catturato con le funi del suo peccato”. Per questo,
dopo avere stimolato l’uomo al peccato, il tentatore si
muta in un accusatore (cfr. Ap 12,10). Al v. 23 ritorna una tematica
precedentemente trattata: “Egli morirà per mancanza
di disciplina, si perderà per la sua grande stoltezza”.
La conseguenza ultima del peccato non è la malattia spirituale,
non è la povertà di chi ha perduto la grazia di
Dio, ma è la morte. L’obbiettivo del maligno non
è quello di arrecare all’uomo un qualche danno, ma
di ucciderlo.
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