"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
Indietro Avanti
Tu sei in: Home > Lectio Divina > Il Libro dei Proverbi > Capitolo V (Parte I)

1 Figlio mio, fa’ attenzione alla mia sapienzae porgi l’orecchio alla mia intelligenza, 2 perché tu possa seguire le mie riflessionie le tue labbra custodiscano la scienza. 3 Stillano miele le labbra di una stranierae più viscida dell’olio è la sua bocca; 4 ma ciò che segue è amaro come assenzio, pungente come spada a doppio taglio. 5 I suoi piedi scendono verso la morte, i suoi passi conducono agli inferi. 6 Per timore che tu guardi al sentiero della vita, le sue vie volgono qua e là; essa non se ne cura. 7 Ora, figlio mio, ascoltamie non allontanarti dalle parole della mia bocca. 8 Tieni lontano da lei il tuo camminoe non avvicinarti alla porta della sua casa, 9 per non mettere in balìa di altri il tuo vigore e i tuoi anni in balìa di un uomo crudele, 10 perché non si sazino dei tuoi beni gli estranei, non finiscano le tue fatiche in casa di un forestiero11 e tu non gema sulla tua sorte, quando verranno meno il tuo corpo e la tua carne, 12 e dica: “Perché mai ho odiato la disciplinae il mio cuore ha disprezzato la correzione? 13 Non ho ascoltato la voce dei miei maestri, non ho prestato orecchio a chi m’istruiva. 14 Per poco non mi son trovato nel colmo dei mali in mezzo alla folla e all’assemblea”. 15 Bevi l’acqua della tua cisterna e quella che zampilla dal tuo pozzo, 16 perché le tue sorgenti non scorrano al di fuori, i tuoi ruscelli nelle pubbliche piazze, 17 ma siano per te solo e non per degli estranei insieme a te. 18 Sia benedetta la tua sorgente; trova gioia nella donna della tua giovinezza: 19 cerva amabile, gazzella graziosa, essa s’intrattenga con te; le sue tenerezze ti inebrino sempre; sii tu sempre invaghito del suo amore! 20 Perché, figlio mio, invaghirti d’una straniera e stringerti al petto di un’estranea? 21 Poiché gli occhi del Signore osservano le vie dell’uomo ed egli vede tutti i suoi sentieri. 22 L’empio è preda delle sue iniquità, è catturato con le funi del suo peccato. 23 Egli morirà per mancanza di disciplina, si perderà per la sua grande stoltezza.
Il capitolo 5 ruota intorno a una tematica abbastanza omogenea: la fedeltà coniugale. Non si tratta soltanto di esortazioni orientate alla custodia dell’unità familiare. La fedeltà coniugale, nella Bibbia, soprattutto nella letteratura profetica, è il simbolo della fedeltà a Dio, della capacità di mettere al vertice del proprio cuore il Signore, la sua volontà, le sue aspettative, in una parola: l’alleanza. Così, se da un lato l’esortazione del capitolo 5 riguarda il valore della fedeltà coniugale, dove l’intimità domestica viene considerata come il luogo privilegiato dove conservare le cose più preziose, dall’altro l’immagine della straniera (cfr. v. 3) è simbolo della seduzione che può provenire da tradizioni religiose estranee al puro culto di Israele. Il v. 1 presenta un parallelismo sinonimico tipico delle stile ebraico: “Figlio mio, fa attenzione alla mia sapienza e porgi l’orecchio alla mia intelligenza”. Con le parole: “Figlio mio”, l’autore vuole sottolineare che, colui che si mette in ascolto della Parola di Dio, deve avere in sé le disposizioni di fiducia derivanti dal rapporto padre-figlio. Cristo andrà ben oltre, indicando a modello dei discepoli le disposizioni del bambino (cfr. Mt 18,3), e non quelle del figlio adulto, verso il proprio padre. Possiamo intuire il senso dell’insegnamento di Gesù in questi termini: Come il bambino, che non è in grado di capire tutte le motivazioni dei comandi e delle scelte dei suoi genitori, e tuttavia vive bene se ubbidisce, così l’uomo adulto deve accogliere similmente la volontà di Dio, i suoi comandi e le sue disposizioni, non perché esse siano chiare e comprensibili, ma perché Dio è Padre e non può volere nulla di male per i suoi figli; da ciò deriva che chi gli ubbidisce vive meglio. La Parola di Dio, infatti, nelle sue proposte e nelle sue promesse, sorpassa di gran lunga la sensibilità e la ragione dell’uomo e, in certi casi, può essere accolta solo in forza della fiducia riposta in Colui che in essa si rivela. Se si pretendesse di aderire all’insegnamento di Cristo in forza del convincimento che uno può acquisire riflettendoci sopra, nove volte su dieci si giungerebbe alla conclusione che non c’è alcuna ragionevolezza nei precetti evangelici. Per questo fallisce l’evangelizzazione dell’Apostolo Paolo nell’areopago di Atene (cfr. At 17,22-33). Il razionalismo greco non poteva che cozzare contro le esigenze della fede oscura. Dinanzi all’altezza irraggiungibile della Sapienza di Dio, ai suoi decreti e alle sue disposizioni, l’uomo può imboccare solo due vie: o quella della fiducia nella divina paternità o quella del rifiuto di chi conferisce il dottorato alla propria intelligenza.Il v. 2, nella sua seconda parte, aggiunge un particolare nuovo alle esortazioni precedenti: “perché tu possa seguire le mie riflessioni e le tue labbra custodiscano la scienza”. Precedentemente, in modo particolare ai versetti 20 e 21 del capitolo 4, l’esortazione a custodire le parole di Dio aveva un carattere pronunciatamene interiore: “Figlio mio, fa’ attenzione alle mie parole, porgi l’orecchio ai miei detti, non perderli mai di vista, custodiscili nel tuo cuore”. Al v. 2 del capitolo 5 questa esortazione si completa con un aspetto dal carattere più estrinseco: “le tue labbra custodiscano la scienza”. Questo significa che all’uomo saggio non è richiesto di custodire la Parola di Dio soltanto nella memoria, quasi segregandola nel proprio pensiero. La sapienza deve piuttosto manifestarsi all’esterno, illuminando ambienti e situazioni col chiarore della verità. L’uso del linguaggio, la misurazione delle parole e l’alternanza dei silenzi, l’offerta di una chiave di lettura che aiuti il prossimo a vedere le cose come le vede Dio, sono cose che hanno un’importanza fondamentale nel cammino di santità. Dal momento in cui la Parola di Dio è entrata totalmente nel linguaggio umano, le nostre parole hanno acquistato una dignità, e soprattutto un’efficacia, che noi non siamo in grado di immaginare. I libri sapienziali ritorneranno sovente su questo argomento, cercando di mettere bene in evidenza il valore della parola umana, che può divenire una potenza distruttiva, quando è ispirata dal buio interiore di chi la pronuncia, ma diviene anche un meraviglioso strumento di salvezza, quando attraverso di essa agisce lo Spirito di Dio. L’efficacia di guarigione, di liberazione e di salvezza del linguaggio umano è l’efficacia stessa della Redenzione. L’esortazione del v. 2: “le tue labbra custodiscano la scienza”, allude a questa verità che si realizza in maniera piena nel linguaggio della Vergine Maria. Il vangelo di Luca, nel racconto della visita di Maria alla cugina Elisabetta, mette in risalto come al solo saluto della Vergine, Elisabetta abbia ricevuto l’effusione dello Spirito Santo (Lc 1,41); il semplice suono della voce di Maria diventa insomma il veicolo dello Spirito Santo. Questa verità riguarda il linguaggio di tutti i cristiani, i quali, nella misura in cui sono abitati dallo Spirito di Dio, parlano con efficacia di salvezza, portando luce e comunione negli ambienti in cui risuona la loro parola. Non dobbiamo, perciò, mai banalizzare il linguaggio, col rischio di usarlo solo per occupare il tempo, o per dire cose banali e oziose. L’Apostolo Paolo, nelle esortazioni ai Colossesi e agli Efesini, invita i fedeli a purificare il proprio linguaggio da ogni aspetto triviale e sconveniente (cfr. Ef 4,29-31; 5,3-4; Col 3,8). Così come esiste un’intemperanza nel cibo, o nell’uso delle realtà temporali, esiste anche un’intemperanza del linguaggio, che porta a parlare eccessivamente o fuori tempo. Una cosa buona detta male, o a tempo inopportuno, non differisce molto da una cosa cattiva, per la quale, invece, non c’è mai un tempo opportuno, che possa farla diventare buona. Il libro dei Proverbi ci dirà più avanti che il molto parlare non è mai senza colpa (cfr. 10,19), anche quando si dicono molte cose buone. Custodire la Parola di Dio nelle proprie labbra, quindi, significa innanzitutto imparare la sobrietà del linguaggio, l’uso della parola a tempo debito, la purificazione radicale del linguaggio da ogni forma di banalità, o di oziosità sconvenienti, consapevoli che dalle nostre conversazioni può passare lo Spirito di Dio che santifica, oppure insinuarsi la strategia del nemico che divide, avvelena, crea fratture, rovinando così l’opera paziente della grazia. Dicevamo che il tema della fedeltà coniugale, oggetto del capitolo quinto, possiede anche una seconda valenza, che riguarda l’alleanza con Dio, a cui è dovuta l’osservanza e la fedeltà. L’assunzione di questo punto di vista, ci permette di leggere alcuni versetti sotto l’aspetto delle dinamiche dell’azione del maligno che tenda di condurre l’uomo verso l’adulterio religioso, cioè verso un amore diviso e non più interamente consegnato all’unico Sposo, che è Dio. I versetti 3 e 4 sono, infatti, suscettibili di una lettura e di una interpretazione che si inquadrano appunto nell’orizzonte del combattimento spirituale: “Stillano miele le labbra di una straniera e più viscida dell’olio è la sua bocca; ma ciò che segue è amaro come assenzio, pungente come spada a doppio taglio”. La donna straniera, a cui qui si allude, è simbolo dell’idolatria, intesa non soltanto nel senso di un culto destinato ad altre divinità, ma nel senso più generale di un possibile amore diviso, di un cuore che non è fedele all’unico Amore, al primato di Dio nella propria vita. Dietro le parole dei versetti 3 e 4, si può facilmente cogliere l’azione seducente del maligno, che è solito proporre all’uomo un bene attraente, o qualcosa che somiglia a un bene, ma che, una volta seguito, conduce alla perdita della felicità e della grazia. Questa dinamica della tentazione è un punto di riferimento per il processo del discernimento dei pensieri. Se da un lato è facile comprendere che i pensieri cattivi e peccaminosi vanno espulsi immediatamente dalla propria mente, non è altrettanto facile comprendere che ogni pensiero buono, nato nella nostra mente, ha bisogno di essere vagliato, prima di essere accettato e seguito nelle sue conseguenze. La tentazione del demonio comincia, infatti, non di rado con la proposta di un bene o con un pensiero apparentemente buono, la cui evoluzione, tuttavia, condurrà verso risultati cattivi: “più viscida dell’olio è la sua bocca; ma ciò che segue è amaro”. I pensieri che si presentano come buoni non devono essere applicati prontamente, senza prima valutarne il processo evolutivo. Può infatti succedere che un pensiero, che in un primo momento ci riempie di pace e di consolazione, dopo alcuni giorni inizi a creare un senso di amarezza. Questo è il segno chiaro che quel pensiero, apparentemente ottimo, non viene da Dio ma dal nemico del genere umano. L’imprudenza e la precipitazione sono perciò contrari al metodo di un retto discernimento . Nel NT abbiamo un esempio di retto discernimento in Giuseppe di Nazaret. Il pensiero di rimandare Maria in segreto, senza danneggiarla e senza sposarla, era un pensiero buono, e perfino lodevole, perchè non esponeva Maria all’obbrobrio e alla maldicenza, e nello stesso tempo risolveva tutte le sue perplessità. Giuseppe però non applica subito questo pensiero: ha la saggezza di aspettare che dentro di sé si faccia luce. Questo si capisce dal fatto che egli rimane a considerare per un po’ questa soluzione che pure gli pare buona. E mentre il tempo trascorre, il pensiero si manifesta nella sua verità. Il Signore gli manda un angelo per correggere l’orientamento della sua mente: “Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo…” (Mt 1,19-20). Se Giuseppe avesse agito precipitosamente, non avrebbe permesso allo Spirito di fare luce dentro di lui e, di conseguenza, avrebbe danneggiato l’opera di Dio e sciupato la propria altissima vocazione. Occorre allora valutare l’evoluzione dei nostri pensieri buoni per alcune ore, o per alcuni giorni, per scoprire se davvero essi provengano da Dio, o da noi stessi, oppure dal nemico. Il v. 5 completa l’insegnamento sul discernimento, spingendo lo sguardo sulle conseguenze che attendono chi si allontana dal tracciato di Dio: “I suoi piedi scendono verso la morte, i suoi passi conducono agli inferi”. Con queste parole lo Spirito Santo, attraverso l’autore sacro, vuole dirci di non pensare che il maligno, stendendo le mani sulla nostra vita, possa semplicemente danneggiarci. L’obiettivo di Satana non è quello di danneggiarci, ma quello di ucciderci; Gesù lo definisce infatti “omicida fin dal principio” (cfr. Gv 8,44). Accogliere le tentazioni e le suggestioni maligne nella propria mente, e nel proprio cuore, non provoca un semplice avvelenamento, ma un’inoculazione di germi di morte che, se non espulsi in tempo, rischiano di spegnere lentamente la nostra vita spirituale. E’ bene che questo sia molto chiaro nella nostra mente: fuggendo dal maligno noi non fuggiamo semplicemente da qualcosa di cattivo, ma da colui che conduce alla morte. La seconda parte del versetto 6: “le sue vie volgono qua e là”, si collega per contrasto al versetto conclusivo del capitolo precedente: “non deviare né a destra né a sinistra” (Prv 4,27). Presentando le vie della tentazione maligna come delle vie di instabilità, il v. 6 ci fornisce un altro criterio di discernimento dei pensieri. Lo spirito del male, quando influisce sulla nostra persona, produce il fenomeno dell’instabilità. Lo Spirito di Dio, al contrario, comunica il dono della fortezza, che dà equilibrio, mantiene fedeli ai propositi fatti, alla parola data, alle mete e agli obiettivi che il vangelo pone davanti a noi. Il dono della fortezza, poiché stabilizza la luce della verità dentro di noi, permette di rimanere incrollabili dinanzi a qualunque difficoltà, con un animo fermo, non soggetto alla mutevolezza della natura, dell’umore e dei sentimenti.

Tu sei in: Home > Lectio Divina > Il Libro dei Proverbi > Capitolo V (Parte I)
Indietro Avanti
Commenti; suggerimenti; Pregasi contattare il Webmaster
 
Copyright © 2001-2007 "CristoMaestro" Tutti i diritti  riservati