| 1
Figlio mio, fa’ attenzione alla mia sapienzae porgi l’orecchio
alla mia intelligenza, 2 perché tu possa seguire le mie
riflessionie le tue labbra custodiscano la scienza. 3 Stillano
miele le labbra di una stranierae più viscida dell’olio
è la sua bocca; 4 ma ciò che segue è amaro
come assenzio, pungente come spada a doppio taglio. 5 I suoi piedi
scendono verso la morte, i suoi passi conducono agli inferi. 6
Per timore che tu guardi al sentiero della vita, le sue vie volgono
qua e là; essa non se ne cura. 7 Ora, figlio mio, ascoltamie
non allontanarti dalle parole della mia bocca. 8 Tieni lontano
da lei il tuo camminoe non avvicinarti alla porta della sua casa,
9 per non mettere in balìa di altri il tuo vigore e i tuoi
anni in balìa di un uomo crudele, 10 perché non
si sazino dei tuoi beni gli estranei, non finiscano le tue fatiche
in casa di un forestiero11 e tu non gema sulla tua sorte, quando
verranno meno il tuo corpo e la tua carne, 12 e dica: “Perché
mai ho odiato la disciplinae il mio cuore ha disprezzato la correzione?
13 Non ho ascoltato la voce dei miei maestri, non ho prestato
orecchio a chi m’istruiva. 14 Per poco non mi son trovato
nel colmo dei mali in mezzo alla folla e all’assemblea”.
15 Bevi l’acqua della tua cisterna e quella che zampilla
dal tuo pozzo, 16 perché le tue sorgenti non scorrano al
di fuori, i tuoi ruscelli nelle pubbliche piazze, 17 ma siano
per te solo e non per degli estranei insieme a te. 18 Sia benedetta
la tua sorgente; trova gioia nella donna della tua giovinezza:
19 cerva amabile, gazzella graziosa, essa s’intrattenga
con te; le sue tenerezze ti inebrino sempre; sii tu sempre invaghito
del suo amore! 20 Perché, figlio mio, invaghirti d’una
straniera e stringerti al petto di un’estranea? 21 Poiché
gli occhi del Signore osservano le vie dell’uomo ed egli
vede tutti i suoi sentieri. 22 L’empio è preda delle
sue iniquità, è catturato con le funi del suo peccato.
23 Egli morirà per mancanza di disciplina, si perderà
per la sua grande stoltezza.
Il capitolo 5 ruota intorno a una tematica
abbastanza omogenea: la fedeltà coniugale. Non si tratta
soltanto di esortazioni orientate alla custodia dell’unità
familiare. La fedeltà coniugale, nella Bibbia, soprattutto
nella letteratura profetica, è il simbolo della fedeltà
a Dio, della capacità di mettere al vertice del proprio
cuore il Signore, la sua volontà, le sue aspettative, in
una parola: l’alleanza. Così, se da un lato l’esortazione
del capitolo 5 riguarda il valore della fedeltà coniugale,
dove l’intimità domestica viene considerata come
il luogo privilegiato dove conservare le cose più preziose,
dall’altro l’immagine della straniera (cfr. v. 3)
è simbolo della seduzione che può provenire da tradizioni
religiose estranee al puro culto di Israele. Il v. 1 presenta
un parallelismo sinonimico tipico delle stile ebraico: “Figlio
mio, fa attenzione alla mia sapienza e porgi l’orecchio
alla mia intelligenza”. Con le parole: “Figlio mio”,
l’autore vuole sottolineare che, colui che si mette in ascolto
della Parola di Dio, deve avere in sé le disposizioni di
fiducia derivanti dal rapporto padre-figlio. Cristo andrà
ben oltre, indicando a modello dei discepoli le disposizioni del
bambino (cfr. Mt 18,3), e non quelle del figlio adulto, verso
il proprio padre. Possiamo intuire il senso dell’insegnamento
di Gesù in questi termini: Come il bambino, che non è
in grado di capire tutte le motivazioni dei comandi e delle scelte
dei suoi genitori, e tuttavia vive bene se ubbidisce, così
l’uomo adulto deve accogliere similmente la volontà
di Dio, i suoi comandi e le sue disposizioni, non perché
esse siano chiare e comprensibili, ma perché Dio è
Padre e non può volere nulla di male per i suoi figli;
da ciò deriva che chi gli ubbidisce vive meglio. La Parola
di Dio, infatti, nelle sue proposte e nelle sue promesse, sorpassa
di gran lunga la sensibilità e la ragione dell’uomo
e, in certi casi, può essere accolta solo in forza della
fiducia riposta in Colui che in essa si rivela. Se si pretendesse
di aderire all’insegnamento di Cristo in forza del convincimento
che uno può acquisire riflettendoci sopra, nove volte su
dieci si giungerebbe alla conclusione che non c’è
alcuna ragionevolezza nei precetti evangelici. Per questo fallisce
l’evangelizzazione dell’Apostolo Paolo nell’areopago
di Atene (cfr. At 17,22-33). Il razionalismo greco non poteva
che cozzare contro le esigenze della fede oscura. Dinanzi all’altezza
irraggiungibile della Sapienza di Dio, ai suoi decreti e alle
sue disposizioni, l’uomo può imboccare solo due vie:
o quella della fiducia nella divina paternità o quella
del rifiuto di chi conferisce il dottorato alla propria intelligenza.Il
v. 2, nella sua seconda parte, aggiunge un particolare nuovo alle
esortazioni precedenti: “perché tu possa seguire
le mie riflessioni e le tue labbra custodiscano la scienza”.
Precedentemente, in modo particolare ai versetti 20 e 21 del capitolo
4, l’esortazione a custodire le parole di Dio aveva un carattere
pronunciatamene interiore: “Figlio mio, fa’ attenzione
alle mie parole, porgi l’orecchio ai miei detti, non perderli
mai di vista, custodiscili nel tuo cuore”. Al v. 2 del capitolo
5 questa esortazione si completa con un aspetto dal carattere
più estrinseco: “le tue labbra custodiscano la scienza”.
Questo significa che all’uomo saggio non è richiesto
di custodire la Parola di Dio soltanto nella memoria, quasi segregandola
nel proprio pensiero. La sapienza deve piuttosto manifestarsi
all’esterno, illuminando ambienti e situazioni col chiarore
della verità. L’uso del linguaggio, la misurazione
delle parole e l’alternanza dei silenzi, l’offerta
di una chiave di lettura che aiuti il prossimo a vedere le cose
come le vede Dio, sono cose che hanno un’importanza fondamentale
nel cammino di santità. Dal momento in cui la Parola di
Dio è entrata totalmente nel linguaggio umano, le nostre
parole hanno acquistato una dignità, e soprattutto un’efficacia,
che noi non siamo in grado di immaginare. I libri sapienziali
ritorneranno sovente su questo argomento, cercando di mettere
bene in evidenza il valore della parola umana, che può
divenire una potenza distruttiva, quando è ispirata dal
buio interiore di chi la pronuncia, ma diviene anche un meraviglioso
strumento di salvezza, quando attraverso di essa agisce lo Spirito
di Dio. L’efficacia di guarigione, di liberazione e di salvezza
del linguaggio umano è l’efficacia stessa della Redenzione.
L’esortazione del v. 2: “le tue labbra custodiscano
la scienza”, allude a questa verità che si realizza
in maniera piena nel linguaggio della Vergine Maria. Il vangelo
di Luca, nel racconto della visita di Maria alla cugina Elisabetta,
mette in risalto come al solo saluto della Vergine, Elisabetta
abbia ricevuto l’effusione dello Spirito Santo (Lc 1,41);
il semplice suono della voce di Maria diventa insomma il veicolo
dello Spirito Santo. Questa verità riguarda il linguaggio
di tutti i cristiani, i quali, nella misura in cui sono abitati
dallo Spirito di Dio, parlano con efficacia di salvezza, portando
luce e comunione negli ambienti in cui risuona la loro parola.
Non dobbiamo, perciò, mai banalizzare il linguaggio, col
rischio di usarlo solo per occupare il tempo, o per dire cose
banali e oziose. L’Apostolo Paolo, nelle esortazioni ai
Colossesi e agli Efesini, invita i fedeli a purificare il proprio
linguaggio da ogni aspetto triviale e sconveniente (cfr. Ef 4,29-31;
5,3-4; Col 3,8). Così come esiste un’intemperanza
nel cibo, o nell’uso delle realtà temporali, esiste
anche un’intemperanza del linguaggio, che porta a parlare
eccessivamente o fuori tempo. Una cosa buona detta male, o a tempo
inopportuno, non differisce molto da una cosa cattiva, per la
quale, invece, non c’è mai un tempo opportuno, che
possa farla diventare buona. Il libro dei Proverbi ci dirà
più avanti che il molto parlare non è mai senza
colpa (cfr. 10,19), anche quando si dicono molte cose buone. Custodire
la Parola di Dio nelle proprie labbra, quindi, significa innanzitutto
imparare la sobrietà del linguaggio, l’uso della
parola a tempo debito, la purificazione radicale del linguaggio
da ogni forma di banalità, o di oziosità sconvenienti,
consapevoli che dalle nostre conversazioni può passare
lo Spirito di Dio che santifica, oppure insinuarsi la strategia
del nemico che divide, avvelena, crea fratture, rovinando così
l’opera paziente della grazia. Dicevamo che il tema della
fedeltà coniugale, oggetto del capitolo quinto, possiede
anche una seconda valenza, che riguarda l’alleanza con Dio,
a cui è dovuta l’osservanza e la fedeltà.
L’assunzione di questo punto di vista, ci permette di leggere
alcuni versetti sotto l’aspetto delle dinamiche dell’azione
del maligno che tenda di condurre l’uomo verso l’adulterio
religioso, cioè verso un amore diviso e non più
interamente consegnato all’unico Sposo, che è Dio.
I versetti 3 e 4 sono, infatti, suscettibili di una lettura e
di una interpretazione che si inquadrano appunto nell’orizzonte
del combattimento spirituale: “Stillano miele le labbra
di una straniera e più viscida dell’olio è
la sua bocca; ma ciò che segue è amaro come assenzio,
pungente come spada a doppio taglio”. La donna straniera,
a cui qui si allude, è simbolo dell’idolatria, intesa
non soltanto nel senso di un culto destinato ad altre divinità,
ma nel senso più generale di un possibile amore diviso,
di un cuore che non è fedele all’unico Amore, al
primato di Dio nella propria vita. Dietro le parole dei versetti
3 e 4, si può facilmente cogliere l’azione seducente
del maligno, che è solito proporre all’uomo un bene
attraente, o qualcosa che somiglia a un bene, ma che, una volta
seguito, conduce alla perdita della felicità e della grazia.
Questa dinamica della tentazione è un punto di riferimento
per il processo del discernimento dei pensieri. Se da un lato
è facile comprendere che i pensieri cattivi e peccaminosi
vanno espulsi immediatamente dalla propria mente, non è
altrettanto facile comprendere che ogni pensiero buono, nato nella
nostra mente, ha bisogno di essere vagliato, prima di essere accettato
e seguito nelle sue conseguenze. La tentazione del demonio comincia,
infatti, non di rado con la proposta di un bene o con un pensiero
apparentemente buono, la cui evoluzione, tuttavia, condurrà
verso risultati cattivi: “più viscida dell’olio
è la sua bocca; ma ciò che segue è amaro”.
I pensieri che si presentano come buoni non devono essere applicati
prontamente, senza prima valutarne il processo evolutivo. Può
infatti succedere che un pensiero, che in un primo momento ci
riempie di pace e di consolazione, dopo alcuni giorni inizi a
creare un senso di amarezza. Questo è il segno chiaro che
quel pensiero, apparentemente ottimo, non viene da Dio ma dal
nemico del genere umano. L’imprudenza e la precipitazione
sono perciò contrari al metodo di un retto discernimento
. Nel NT abbiamo un esempio di retto discernimento in Giuseppe
di Nazaret. Il pensiero di rimandare Maria in segreto, senza danneggiarla
e senza sposarla, era un pensiero buono, e perfino lodevole, perchè
non esponeva Maria all’obbrobrio e alla maldicenza, e nello
stesso tempo risolveva tutte le sue perplessità. Giuseppe
però non applica subito questo pensiero: ha la saggezza
di aspettare che dentro di sé si faccia luce. Questo si
capisce dal fatto che egli rimane a considerare per un po’
questa soluzione che pure gli pare buona. E mentre il tempo trascorre,
il pensiero si manifesta nella sua verità. Il Signore gli
manda un angelo per correggere l’orientamento della sua
mente: “Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva
ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre stava pensando
a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore
e gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere
con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato
in lei viene dallo Spirito Santo…” (Mt 1,19-20). Se
Giuseppe avesse agito precipitosamente, non avrebbe permesso allo
Spirito di fare luce dentro di lui e, di conseguenza, avrebbe
danneggiato l’opera di Dio e sciupato la propria altissima
vocazione. Occorre allora valutare l’evoluzione dei nostri
pensieri buoni per alcune ore, o per alcuni giorni, per scoprire
se davvero essi provengano da Dio, o da noi stessi, oppure dal
nemico. Il v. 5 completa l’insegnamento sul discernimento,
spingendo lo sguardo sulle conseguenze che attendono chi si allontana
dal tracciato di Dio: “I suoi piedi scendono verso la morte,
i suoi passi conducono agli inferi”. Con queste parole lo
Spirito Santo, attraverso l’autore sacro, vuole dirci di
non pensare che il maligno, stendendo le mani sulla nostra vita,
possa semplicemente danneggiarci. L’obiettivo di Satana
non è quello di danneggiarci, ma quello di ucciderci; Gesù
lo definisce infatti “omicida fin dal principio” (cfr.
Gv 8,44). Accogliere le tentazioni e le suggestioni maligne nella
propria mente, e nel proprio cuore, non provoca un semplice avvelenamento,
ma un’inoculazione di germi di morte che, se non espulsi
in tempo, rischiano di spegnere lentamente la nostra vita spirituale.
E’ bene che questo sia molto chiaro nella nostra mente:
fuggendo dal maligno noi non fuggiamo semplicemente da qualcosa
di cattivo, ma da colui che conduce alla morte. La seconda parte
del versetto 6: “le sue vie volgono qua e là”,
si collega per contrasto al versetto conclusivo del capitolo precedente:
“non deviare né a destra né a sinistra”
(Prv 4,27). Presentando le vie della tentazione maligna come delle
vie di instabilità, il v. 6 ci fornisce un altro criterio
di discernimento dei pensieri. Lo spirito del male, quando influisce
sulla nostra persona, produce il fenomeno dell’instabilità.
Lo Spirito di Dio, al contrario, comunica il dono della fortezza,
che dà equilibrio, mantiene fedeli ai propositi fatti,
alla parola data, alle mete e agli obiettivi che il vangelo pone
davanti a noi. Il dono della fortezza, poiché stabilizza
la luce della verità dentro di noi, permette di rimanere
incrollabili dinanzi a qualunque difficoltà, con un animo
fermo, non soggetto alla mutevolezza della natura, dell’umore
e dei sentimenti.
|