"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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1 Figlio mio, se hai garantito per il tuo prossimo, se hai dato la tua mano per un estraneo, 2 se ti sei legato con le parole delle tue labbrae ti sei lasciato prendere dalle parole della tua bocca, 3 figlio mio, fà così per liberartene: poiché sei caduto nelle mani del tuo prossimo, và, gèttati ai suoi piedi, importuna il tuo prossimo; 4 non concedere sonno ai tuoi occhiné riposo alle tue palpebre, 5 lìberatene come la gazzella dal laccio, come un uccello dalle mani del cacciatore. 6 Và dalla formica, o pigro,
guarda le sue abitudini e diventa saggio. 7 Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone, 8 eppure d’estate si provvede il vitto, al tempo della mietitura accumula il cibo. 9 Fino a quando, pigro, te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? 10 Un po’ dormire, un po’ sonnecchiare, un pò incrociare le braccia per riposare11 e intanto giunge a te la miseria, come un vagabondo, e l’indigenza, come un mendicante. 12 Il perverso, uomo iniquo, va con la bocca distorta, 13 ammicca con gli occhi, stropiccia i piedie fa cenni con le dita. 14 Cova propositi malvagi nel cuore, in ogni tempo suscita liti.
15 Per questo improvvisa verrà la sua rovina, in un attimo crollerà senza rimedio. 16 Sei cose odia il Signore, anzi sette gli sono in abominio: 17 occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, 18 cuore che trama iniqui progetti, piedi che corrono rapidi verso il male, 19 falso testimone che diffonde menzogne e chi provoca litigi tra fratelli. 20 Figlio mio, osserva il comando di tuo padre,
non disprezzare l’insegnamento di tua madre. 21 Fissali sempre nel tuo cuore, appendili al collo. 22 Quando cammini ti guideranno, quando riposi veglieranno su di te, quando ti desti ti parleranno; 23 poiché il comando è una lampadae l’insegnamento una luce e un sentiero di vita le correzioni della disciplina, 24 per preservarti dalla donna altrui, dalle lusinghe di una straniera. 25 Non desiderare in cuor tuo la sua bellezza; non lasciarti adescare dai suoi sguardi, 26 perché, se la prostituta cerca un pezzo di pane, la maritata mira a una vita preziosa. 27 Si può portare il fuoco sul pettosenza bruciarsi le vesti28 o camminare sulla brace senza scottarsi i piedi? 29 Così chi si accosta alla donna altrui, chi la tocca, non resterà impunito. 30 Non si disapprova un ladro, se ruba per soddisfare l’appetito quando ha fame; 31 eppure, se è preso, dovrà restituire sette volte, consegnare tutti i beni della sua casa. 32 Ma l’adultero è privo di senno; solo chi vuole rovinare se stesso agisce così. 33 Incontrerà percosse e disonore, la sua vergogna non sarà cancellata, 34 poiché la gelosia accende lo sdegno del marito, che non avrà pietà nel giorno della vendetta; 35 non vorrà accettare alcun compenso, rifiuterà ogni dono, anche se grande.
I versetti da 1 a 19 del capitolo 6 presentano una struttura un po’ frammentaria. Vengono trattati infatti, in questi versetti, argomenti tra loro slegati, consigli pratici accostati l’uno all’altro senza una ragione particolare. Dal v. 20 del capitolo 6 fino alla fine del capitolo 7 viene ripreso il tema della fedeltà all’Alleanza con Dio, primo amore dell’uomo. Il primo ambito di consigli che il nostro autore rivolge al suo discepolo riguarda l’uso equilibrato della Parola, un tema che possiamo definire tra i più importanti della letteratura sapienziale. In modo particolare, il libro del Siracide, tornerà ampiamente sull’uso del linguaggio, sulle conseguenze positive che ne derivano quando è usato bene, o sulla devastazione che può produrre, quando è usato senza misura e senza discernimento. Il libro del Siracide sottolineerà l’importanza del linguaggio con un’immagine plastica molto efficace: “Meglio scivolare sul pavimento che con la lingua” (Sir 20,18). I primi versetti del capitolo attirano l’attenzione del lettore su una particolare caratteristica del linguaggio, che è quella di creare, quando è usato male, un laccio e una trappola, innanzitutto per colui che parla. Nella letteratura sapienziale il cattivo uso della parola umana, è presentato come un’arma che colpisce non soltanto coloro che ne sono destinatari, ma anche colui che la pronuncia: “se ti sei legato con le parole delle tue labbra e ti sei lasciato prendere dalle parole della tua bocca…” (v. 2). Un linguaggio non controllato, avventato, irriflessivo, si ripercuote negativamente su chi parla, rubandogli, in un certo senso, la dignità e la libertà del proprio spirito. Il nostro autore ne porta un esempio eloquente al v. 1: “Figlio mio, se hai garantito per il tuo prossimo, se hai dato la tua mano per un estraneo”. Se si agisce in maniera imprudente, dando fiducia a un uomo che non si conosce a sufficienza, le conseguenze che ne derivano si ribaltano tragicamente sulla persona che ha offerto la propria fiducia creandogli un legamento simile al laccio del cacciatore che prende con la sua trappola la gazzella e l’uccello: “liberatene come la gazzella dal laccio, e come un uccello dalle mani del cacciatore” (v. 5). Ma liberarsi da situazioni ingarbugliate, dove ci si va a cacciare per la propria imprudenza, ha come prezzo la perdita della dignità personale: “perché sei caduto nelle mani del tuo prossimo, va’, gettati ai suoi piedi, importuna il tuo prossimo; non concedere sonno ai tuoi occhi né riposo alle tue palpebre” (vv. 3-4). Questi versetti esprimono l’inquietudine che abita nel cuore dell’uomo che ha agito e parlato in maniera imprudente, e descrivono, con l’immagine della prostrazione servile, la perdita di dignità e di libertà che è la conseguenza di ogni parola pronunciata male e di ogni gesto fuori misura. Il secondo ambito, in cui l’autore dei Proverbi conduce il suo lettore, è la laboriosità, virtù caratteristica dell’uomo saggio: “Và dalla formica, o pigro, guarda le sue abitudini e diventa saggio. Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone, eppure d’estate si provvede il vitto, al tempo della mietitura accumula il cibo. Fino a quando, pigro, te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? Un po’ dormire, un po’ sonnecchiare, un po’ incrociare le braccia per riposare e intanto giunge a te la miseria, come un vagabondo, e l’indigenza, come un mendicante” (vv. 6-11). Il nostro autore parte dalla considerazione che Dio non ha creato nulla per l’inutilità, ma ogni cosa, nell’universo, ha uno scopo ben preciso (cfr. Sir 39,21). Anche i più piccoli esseri viventi, quali, ad esempio, le formiche, citate qui dal nostro autore, hanno un ruolo negli equilibri generali del cosmo; diversamente, questi esseri, non sarebbero stati neppure creati. All’interno del creato non c’è nulla che possa essere definito come trascurabile o insulso, perché Colui che ha fatto il mondo ha agito, ponendo la stessa cura e la stessa attenzione alle cose piccole come alle cose grandi.La formica è anche simbolo di un atteggiamento che l’autore vuole suggerire al suo lettore: “Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone, eppure d’estate si provvede il vitto, al tempo della mietitura accumula il cibo” (vv. 7-8). Questi due versetti chiave deplorano la situazione di colui che ha bisogno di un’autorità esterna, sopra di sé, per impegnarsi nelle cose, nelle attività e nei doveri quotidiani. La formica non ha alcuna autorità cui sottostare, né un capo, né un padrone, né un sorvegliante, ma ha dentro di sé la legge della sua operosità. L’uomo saggio, analogamente alla formica, ha dentro di sé la legge della disciplina, e dell’ordine delle cose, nella sua vita quotidiana, e non ha bisogno di alcuna autorità esterna che gli imponga di fare il bene; per lui, infatti, il compimento del bene, è un’esigenza intima del suo spirito. Egli avverte un senso di profondo disagio, quando le circostanze della vita quotidiana lo costringono all’inattività. Così come la formica, l’uomo saggio sente dentro di sé l’esigenza di vivere la propria vita quotidiana nella laboriosità, senza mai sciupare il tempo prezioso che Dio gli mette a disposizione. L’uomo saggio vive laboriosamente, perché è consapevole che tutto quello che facciamo ha il Signore come primo destinatario, e non un uomo qualunque (cfr. Col 3,23).La Scrittura, in diversi punti, parla dell’ozio, e lo considera una manifestazione di debolezza. Ciò risulta evidente nella figura del re Davide, il quale, dopo il riposo pomeridiano, anziché impegnarsi nelle sue attività quotidiane, sale sul terrazzo della sua reggia e inizia a passeggiare, come se non avesse niente da fare. Questo sarà l’inizio della sua grande caduta e del suo adulterio nei confronti di Uria, l’Hittita (cfr. 2 Sam 11,2-3). L’attività quotidiana, che impegna la mente dell’uomo in cose utili e positive, è anche una grande custodia dai pensieri vani, dalle tentazioni del maligno e da ogni genere di leggerezza che possa penetrare nel cuore. Al contrario, la pigrizia pone la persona in uno stato di passività tale, che la propria mente vaga da un pensiero all’altro, in una sorta di vagabondaggio, e talvolta indugia in pensieri che spingono verso il peccato. Dio stesso, nella Scrittura, non è presentato in stato di riposo, ma come Colui che crea, lavora e produce il bene incessantemente: “Il Padre mio opera sempre” (Gv 5,17). Anche Cristo ha scelto la laboriosità come condizione della sua vita quotidiana, sia nella vita nascosta, sia nella vita pubblica, non però al punto da superare le misure. La laboriosità, infatti, non deve diventare affanno o schiavitù dell’uomo nei confronti del lavoro. Ciò si può facilmente dedurre dai vangeli. In essi Cristo è descritto, in alcune circostanze del suo ministero pubblico, nell’atto di invitare i suoi discepoli a riposare in disparte (cfr. Mc 6,30-31). L’immagine della formica ci fa comprendere che nell’osservazione del mondo, anche semplicemente dei fenomeni più ordinari della natura, si possono cogliere tanti valori che riguardano lo spirito. Cristo, infatti, nel suo insegnamento pubblico, molto spesso utilizza metafore tratte dalla natura per svelare ai suoi discepoli delle verità che riguardano lo spirito. L’immagine del chicco di grano, per esempio, ci svela il suo mistero pasquale di morte e risurrezione (cfr. Gv 12,24), unica via per giungere alla vita piena, mentre quella del seminatore ci fa comprendere cosa accade tutte le volte che si annuncia la Parola del Regno (cfr. Mt 13,3-9). I versetti da 9 a 11 considerano le conseguenze della mancanza della virtù della laboriosità: “Fino a quando, pigro, te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? Un po’ dormire, un po’ sonnecchiare, un po’ incrociare le braccia per riposare e intanto giunge a te la miseria, come un vagabondo, e l’indigenza, come un mendicante”. Questi versetti ammettono un duplice livello di interpretazione. Il primo, può cogliersi nella visione realistica della vita, in cui la mancanza di impegno nel lavoro quotidiano, produce come inevitabile conseguenza la miseria, o il dissesto finanziario. Il secondo livello si colloca, invece, sul piano della vita spirituale e del cammino di santità, dove vige lo stesso principio. Anche nel cammino di fede, e nella nostra crescita nel Signore, non c’è acquisizione di virtù, se non nell’impegno quotidiano e nella laboriosità sul piano spirituale. Tale impegno nella crescita interiore rende la persona ben equipaggiata dinanzi alle svolte o alle prove che Dio permette, e lo fa capace di rispondere adeguatamente alla divina pedagogia. Così la miseria e l’indigenza, di cui si parla al v. 11, sul piano spirituale, rappresentano lo svuotamento e la povertà di grazia, in cui incorre l’uomo che non si mette nella signoria di Dio. Colui che non moltiplica la grazia di Dio con il proprio impegno, la perde, e si ritrova come un soldato nudo dinanzi a un esercito agguerrito e feroce. Il cristiano viene a trovarsi allora impreparato dinanzi alle prove della vita, che lo travolgono come la miseria e l’indigenza travolgono il pigro. Tale impegno spirituale è comunque inseparabile dalla laboriosità umana, né si deve pensare che sia possibile essere laboriosi sul piano dello spirito e non esserlo su quello dei doveri quotidiani. Sarebbe un madornale fraintendimento. Chi vive la vita quotidiana sottovalutando il peso dei propri doveri e compiendoli in maniera approssimativa, si inganna di essere laborioso sul piano dello Spirito e di crescere nelle virtù evangeliche. L’uomo virtuoso, infatti, sa che la propria risposta a Dio si gioca nelle piccole cose di ogni giorno, e che esse, al di là delle motivazioni penultime e circostanziali, hanno sempre il Signore come destinatario (cfr. Col 3,23), e Dio non si può servire approssimativamente. Possiamo senz’altro dire che l’impegno, la precisione, la maniera assolutamente fedele di svolgere i propri doveri quotidiani, è il segnale visibile di un impegno autentico sul piano della vita cristiana e della santità. Con questo non si vuole dire che la laboriosità sia necessariamente un segno di santità, perché esiste anche una laboriosità sorretta da motivazioni umane, e dal miraggio del profitto, ma si vuole dire che non c’è santità senza laboriosità. La Scrittura dà diversi esempi significativi di tale verità. Nel libro della Genesi, all’uomo che si trova nell’amicizia divina dell’Eden, ossia ancor prima del peccato originale, viene comandato di gestire il creato, di dominarlo, di custodirlo, facendosi collaboratore dell’opera di Dio, mediante il lavoro (cfr. Gen 2,15). Il Signore non vuole che l’uomo sia ozioso. Anche Giuseppe venduto dai fratelli in Egitto, ci dà lo stesso insegnamento. La sua capacità di compiere in maniera perfetta tutti i suoi doveri quotidiani, anche piccoli, è il segno inconfondibile della sua sapienza e della sua statura morale (cfr. Gen 39,22-23). E poi, anche Giuseppe, il padre putativo di Gesù, uomo di intensa vita interiore, santo al punto tale da essere scelto da Dio come custode del Redentore, trascorre le sue giornate in un impegno lavorativo indefesso. Tale dedizione alla virtù della laboriosità è il segno visibile della sua statura morale e della elevatezza della sua santità. Nei vv. 12-19, l’autore del libro dei Proverbi fa alcune osservazioni che hanno un denominatore comune: lo stretto collegamento che esiste tra l’anima e il corpo. Non c’è nulla che avviene nell’anima che non abbia nel corpo una sua precisa ripercussione, e vice versa. La struttura dell’uomo è una struttura unitaria, ma il principio che ci fa uomini, quello che è innestato nel nostro io, e che chiamiamo anima, determina la condizione di tutta la persona. Il nostro autore ai vv. 12-13 dice: “Il perverso, uomo iniquo, va con la bocca distorta, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita”. In questi versetti, l’idea portante è che ciò che accade nell’animo umano, si manifesta nel corpo con una serie di alterazioni visibili: “va con la bocca distorta, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita”. C’è qualcosa che si deforma anche nel corpo, quando il nostro spirito non è sano o non è in pace. In modo particolare, è sulla soglia dello sguardo, che si manifesta in modo più evidente il buio o la luce che ognuno di noi si porta dentro. Nei versetti da 16 a 19, l’autore indica sette cose che sono in abominio al Signore e tra esse, in prima posizione, viene posta l’alterigia, ossia la superbia. Dal peccato di superbia, posto in prima posizione, come a voler indicare ad indicare la sua gravità capitale, derivano tanti altri peccati di seguito enumerati: “lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che trama iniqui progetti, piedi che corrono rapidi verso il male, falso testimone che diffonde menzogne e chi provoca litigi tra fratelli”. Questa serie di peccati, viene aperta da un particolare peccato che sorge nello spirito, ma che si manifesta attraverso gli occhi. Questo enunciato, che afferma l’intima connessione tra l’anima e il corpo, ci permette di spiegare una serie di fenomeni che riguardano sia il corpo storico, cioè il corpo che noi abbiamo in questa vita, sia il corpo che riceveremo nell’ultimo giorno, quando il Signore ci ricostituirà nell’unità psicofisica, mediante la risurrezione della carne. In questo mondo, e in questa vita, è l’anima che dà al corpo la sua vitalità, quindi non è nel principio fisico e biologico ciò in cui consiste la nostra salute (cfr. Gv 6,63). Questo non è ancora pienamente evidente nell’esperienza quotidiana della nostra vita, ma ne abbiamo tuttavia una percezione abbastanza chiara, quando viviamo in pieno stato di grazia e ci sentiamo inondati di pace, anche in mezzo alle sofferenze. La pace interiore è il segno inconfondibile del fatto che Dio si compiace del nostro modo di vivere, che replica quello del Figlio primogenito (cfr. Lc 3,22). Quando si vive, insomma, nell’amicizia con il Signore, e nella pace interiore che ne deriva, ci si accorge che il proprio corpo acquista delle energie particolari, che gli giungono appunto dalla salute dell’anima e non tanto dalle sue forze fisiche. Anche in presenza di gravi malattie del corpo, l’uomo che vive pienamente nella grazia, gode di una grande vitalità e non è sopraffatto da alcuna infermità. Infatti, l’energia dello spirito dà al corpo una forza, che sul piano della natura non possiede. Da qui nascono tutti gli eroismi della vita cristiana. Molto di più ciò sarà evidente nella risurrezione dei corpi: il corpo risorto non aggiungerà nulla di sostanziale all’anima, anzi, esso riceverà dall’anima la sua incorruttibilità, la sua spiritualizzazione e la libertà da tutti i condizionamenti delle leggi fisiche che vigevano nell’al di qua . Il nostro testo ai vv. 16 e 17 pone la superbia come un peccato originante, ovvero una radice che produce altri peccati. Il v. 17, con la definizione “occhi alteri”, si riferisce alla manifestazione fisica della superbia. Tale disordine interiore si manifesta in modo privilegiato nello sguardo, che, in tal modo, diventa la manifestazione esterna di questa disposizione negativa di spirito, corrispondente, nella dimensione umana, al peccato di Lucifero nella dimensione angelica. La Bibbia conosce due principali manifestazioni della superbia: la superbia nei confronti del prossimo, comunemente detta orgoglio, e la superbia nei confronti di Dio. Di quest’ultima ne abbiamo un esempio nel faraone, che così si esprime dinanzi a Mosé: “Non conosco il Signore” (Es 5,2). Coloro che vivono un peccato di superbia nei confronti di Dio sono soliti attribuire a se stessi il bene che fanno, i risultati che ottengono, le mete che raggiungono e, in generale, sono soliti riferire ogni cosa a se stessi. Questa manifestazione della superbia che si oppone a Dio è quella più genuinamente satanica. Essa può perfino manifestarsi in un cammino cristiano, in cui molti peccati sono stati vinti e molti demoni sono stati buttati fuori dalla casa del proprio cuore. Anzi, la vera tentazione della superbia, si presenta proprio quando tutti gli altri peccati sono stati vinti e sradicati. Infatti, solo allora il demone della vanagloria può avere presa sull’anima. E in questo caso, con lui ritornano tutti quelli che in precedenza erano stati scacciati. Il sottile sentimento di avere il merito delle cose buone compiute, delle virtù conquistate, dei superamenti realizzati è la fessura che fa entrare la vanagloria. Il resto è una conseguenza. La seconda manifestazione della superbia, che comunemente prende il nome di orgoglio, riguarda, invece, il sentimento di superiorità nei confronti del prossimo. In questo caso, potrebbe succedere che la persona rimanga sottomessa a Dio, mantenendo dentro di sé il sentimento della maestà di Dio e della sua signoria, ma nelle relazioni con il prossimo subentri la percezione della propria superiorità. Se questo germoglio malsano non viene presto reciso dal soggetto, cresce e produce frutti amari: la conseguenza della superbia nei confronti del prossimo è l’alterazione delle relazioni interpersonali e la loro successiva frantumazione. In questo modo l’uomo si ritrova, a poco a poco, sempre più solo. Un esempio della superbia nei confronti del prossimo si può individuare nella figura di Golia. Nel racconto biblico della sfida con Davide, Golia coltiva nel suo cuore due sentimenti paralleli e, nel suo caso, inseparabili tra loro, che nascono sulla radice dell’orgoglio: la sopravvalutazione delle proprie risorse e il disprezzo di quelle altrui. La seconda cosa che sta in abominio al Signore è “la lingua bugiarda” (cfr. v. 17), ossia l’uso della menzogna e di quei meccanismi di difesa che vengono posti in atto nelle situazioni difficili, trincerandosi però dietro una serie di motivazioni inventate e inesistenti. Nello stesso contesto immediato, al v. 19, viene detto che il Signore odia il: “falso testimone che diffonde menzogne e chi provoca litigi tra fratelli”. Le due espressioni, quella del v. 17 e quella del v. 19, esprimono due concetti diversi. Non ogni menzogna ha la stessa gravità. C’è diversità di gravità tra una menzogna che semplicemente esprime ciò che non è, e che potrebbe non danneggiare alcuno, rispetto ad una menzogna, come quella del falso testimone, che invece danneggia gravemente il prossimo nel suo buon nome, nella sua libertà, o nei suoi beni. L’espressione “lingua bugiarda”, si riferisce a colui che utilizza la menzogna senza arrecare danni a terzi, e mente per il gusto di mentire, o di far percepire agli altri di essere ciò che non è. L’uso della menzogna, in altre circostanze, potrebbe essere, per alcuni, un meccanismo di difesa con cui si cerca di evitare mali maggiori. Questa disposizione certamente non è gradita a Dio, ma è sempre meno grave di quella menzogna che colpisce il prossimo e lo danneggia gravemente in qualche settore della sua vita. In modo particolare, nell’ambito dei tribunali, la falsa testimonianza è sempre un peccato grave, la cui gravità è proporzionata ai danni che produce, fino alla possibilità della condanna giudiziaria di un innocente. Nella Bibbia abbiamo diversi esempi di tale uso della menzogna che danneggia l’innocente, ricordiamo la vicenda di Susanna narrata nella parte finale del libro di Daniele (cfr. cap. 13) e il racconto della Passione di Gesù, alla cui condanna contribuirono falsi testimoni (cfr. Mt 26,60-61). La parte finale del capitolo 6, dal v. 20 al 35 riprende le tematiche legate alla simbologia dell’amore umano e della fedeltà coniugale applicate alla fedeltà dell’uomo all’Alleanza con Dio. La questione sarà trattata più nel dettaglio dal capitolo 7, tralasciamo perciò il commento di questi versetti finali, che, sotto l’aspetto dell’insegnamento sapienziale, ritroviamo interamente nel capitolo successivo.

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