"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
Indietro Avanti
Tu sei in: Home > Lectio Divina > Il Libro dei Proverbi > Capitolo VII

1 Figlio mio, custodisci le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti. 2 Osserva i miei precetti e vivrai, il mio insegnamento sia come la pupilla dei tuoi occhi. 3 Lègali alle tue dita, scrivili sulla tavola del tuo cuore. 4 Di’ alla sapienza: “Tu sei mia sorella”, e chiama amica l’intelligenza, 5 perché ti preservi dalla donna forestiera, dalla straniera che ha parole di lusinga.
Il presente capitolo è costituito quasi interamente dalla allegoria della donna infedele, immagine della stoltezza, in chiaro e aperto contrasto con la figura della sapienza personificata, descritta al capitolo successivo. I primi cinque versetti fungono da introduzione al racconto allegorico che si estende fino al v. 23. I versetti da 24 a 27 costituiscono una conclusione esortativa.Vediamo intanto i significati dei versetti da 1 a 5. La sezione si apre con una insistente esortazione all’ascolto dell’insegnamento paterno, che ruota intorno a tre verbi: “Figlio mio, custodisci le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti. Osserva i miei precetti e vivrai”. Nella scelta di questi tre verbi si coglie un significativo crescendo: fare tesoro è più che custodire, ma osservare, cioè inserire un principio nel vivo della propria esistenza, è ancora di più dell’uno e dell’altro. Tuttavia, non si arriva ad attuare le esigenze della volontà di Dio, se prima non si custodiscono nel proprio cuore come un prezioso bagaglio, come la pupilla dell’occhio (cfr. v. 2). Nel cammino di fede tutto avviene con gradualità, per questo il primo obiettivo del credente è quello quantomeno di ricordare ciò che Dio vuole da noi. In una tappa più matura, sarà possibile attuarlo in pieno.I precetti dell’insegnamento sapienziale vengono poi messi in relazione con due elementi antropologici: le dita e il cuore: “Lègali alle tue dita, scrivili sulla tavola del tuo cuore” (v. 3). Le dita alludono alla dimensione operativa dell’essere umano, così come le mani sono spesso simbolo delle opere, sia di Dio creatore, sia dell’uomo impegnato nel lavoro quotidiano (Sal 19,2; Sir 38,31). In modo particolare, però, le dita sono connesse all’attività artistica, perché un artista, a differenza dell’artigiano, lavora più con le dita che con le mani: Dio infatti mette le stelle con le dita (Sal 8,4), compiendo così la sua opera di artista, che orna la materia creata e la rende più bella. Il cuore è invece sinonimo di “coscienza”; si tratta cioè della dimensione della interiorità, dove l’uomo scopre l’ordine dei valori e prende le decisioni più importanti per il presente e per il futuro. Il cuore non può custodire i valori, senza che si manifestino all’esterno in uno stile di vita splendido, come l’opera di un artista dalla bellezza incantevole, come è davvero la vita dei santi. Il testo dei Proverbi qui non parla di “mano” ma di “dita”, ovvero non parla solo dell’applicazione di un principio a una determinata azione o opera. La sfumatura è ancora più sottile: la vita di un uomo che traduce nella propria esistenza l’ordine dei valori, si forma come il capolavoro di un artista, degno di onore e di imitazione. Tutto questo è possibile, quando la persona raggiunge una certa connaturalità con le cose di Dio: “Di’ alla sapienza: Tu sei mia sorella, e chiama amica l’intelligenza” (v. 4). Connaturalità vuol dire trovarsi insieme nello stesso mondo: chi entra nel mondo di Dio, acquista connaturalità coi misteri del Regno, e perciò diventa capace di comprenderli. Nel vangelo di Giovanni, la figura di Nicodemo, a cui Cristo svela la nascita dall’alto, allude proprio a questa verità: non basta “conoscere” la volontà di Dio, ma bisogna anche esservi connaturali. Nicodemo è connaturale solo al mondo dell’antica alleanza, e perciò non può capire le parole chiare di Gesù, che richiedono la connaturalità con la grazia (cfr. Gv 3,5-10). Questo stile di vita, fatto di ubbidienza agli insegnamenti di Dio, compresi per connaturalità, preserva la persona dalla seduzione della donna straniera, figura della tentazione che allontana dall’alleanza con Dio. Questo è appunto il tema della prossima sezione.
6 Mentre dalla finestra della mia casastavo osservando dietro le grate, 7 ecco vidi fra gli inesperti, scorsi fra i giovani un dissennato. 8 Passava per la piazza, accanto all’angolo della straniera, e s’incamminava verso la casa di lei, 9 all’imbrunire, al declinare del giorno, all’apparir della notte e del buio. 10 Ecco farglisi incontro una donna, in vesti di prostituta e la dissimulazione nel cuore. 11 Essa è audace e insolente, non sa tenere i piedi in casa sua. 12 Ora è per la strada, ora per le piazze, ad ogni angolo sta in agguato. 13 Lo afferra, lo bacia e con sfacciataggine gli dice: 14 “Dovevo offrire sacrifici di comunione; oggi ho sciolto i miei voti; 15 per questo sono uscita incontro a te per cercarti e ti ho trovato.16 Ho messo coperte soffici sul mio letto, tela fine d’Egitto; 17 ho profumato il mio giaciglio di mirra, di aloè e di cinnamòmo. 18 Vieni, inebriamoci d’amore fino al mattino, godiamoci insieme amorosi piaceri, 19 poiché mio marito non è in casa, è partito per un lungo viaggio, 20 ha portato con sé il sacchetto del denaro, tornerà a casa il giorno del plenilunio”. 21 Lo lusinga con tante moine, lo seduce con labbra lascive; 22 egli incauto la segue, come un bue va al macello; come un cervo preso al laccio, 23 finché una freccia non gli lacera il fegato; come un uccello che si precipita nella rete e non sa che è in pericolo la sua vita.
L’introduzione si conclude al v. 5 con la menzione della donna straniera, simbolo dell’attrattiva menzognera del peccato, che promette gioie e ispira sogni di grandezza, il cui esito termina nel vuoto e nella più cocente delusione. Dal v. 6 al v. 23 viene descritta la dinamica della tentazione, e ai versetti da 24 a 27 si colloca la conclusione in forma di esortazione paterna. Il tema della donna straniera, enunciato al v. 5, viene ripreso in forma narrativa al versetto successivo, sviluppando una piccola trama incentrata sul tradimento della fedeltà coniugale - figura dell’infedeltà religiosa -, trama che si estende fino al v. 23. I protagonisti di questo brevissimo racconto sono due: un giovane, definito con due appellativi - inesperto e dissennato (cfr. v. 7) -, e una donna, definita come straniera (cfr. v. 8), cioè come colei che non conosce la legge divina di Israele e perciò agisce lasciandosi guidare dal capriccio umano. L’incontro tra i due protagonisti diventa l’emblema, nel racconto del narratore, della seduzione che porta il credente ad assimilarsi a maniere e a stili di vita estranei al popolo di Dio, il cui esito finale è il fallimento. Vediamo più da vicino i versetti chiave. Notiamo subito che il racconto si apre con la tonalità di una testimonianza oculare: “Mentre dalla finestra della mia casa stavo osservando dietro le grate” (v. 6). Questa inquadratura iniziale sembra avere lo scopo di smentire i due protagonisti nella loro convinzione di muoversi nell’ombra, protetti dal favore dell’oscurità, come si vede dall’insistenza del narratore su questo punto: il loro incontro avviene “all’imbrunire, al declinare del giorno, all’apparir della notte e del buio” (v. 9). Ai due sembra che le loro azioni siano totalmente sconosciute, sfuggendo a qualunque sguardo; invece, c’è qualcuno che non li ha perduti di vista nemmeno per un istante. Gli occhi dell’uomo sapiente, infatti, vedono anche ciò che si muove nell’oscurità e non ignorano le macchinazioni di Satana, per quanto ordite astutamente nelle tenebre. Il sapiente è descritto come uno che guarda dalla finestra, ovvero da un punto di osservazione posto in alto; di conseguenza, egli è colui che ha una visione ampia e panoramica della realtà, non parziale e alterata come quella degli stolti. Il sapiente, inoltre, non cade nelle insidie posizionate nell’oscurità, perché le vede come in pieno giorno, in forza della luce del discernimento che illumina i suoi occhi. Queste trappole nascoste vengono alla luce sotto i suoi occhi, non soltanto quando esse sono posizionate personalmente contro di lui, ma anche quando la vittima è qualcun altro. In questo caso, la vittima di turno è il giovane inesperto. La dinamica della tentazione è significativamente descritta da alcuni versetti chiave dalla mirabile profondità, sui quali ci sembra opportuno soffermarci. La prima osservazione che spontaneamente sorge, fin dall’inizio della trama, riguarda il personaggio del giovane che si lascia sedurre. La trappola che gli viene preparata, non può scattare immediatamente. Saranno necessari alcuni passaggi, o tappe, prima che il cerchio si chiuda per catturare la vittima. Questo significa che l’uomo può spezzare il processo suggestionante della tentazione maligna, prima che sia troppo tardi. Infatti, la trappola del demonio scatta solo alla fine del suo procedimento, non all’inizio. Tutta la sapienza strategica del credente, nel suo combattimento contro le forze del male, sta nel tempismo, cioè nella prontezza a reagire e ad opporsi energicamente all’insidia, prima di avere varcato quel punto di non ritorno, descritto dalla scena del v. 13, oltre il quale difficilmente si può non cadere nella rete di Satana. Dobbiamo ancora osservare che l’intero costrutto del dinamismo della tentazione, prende le mosse da un gesto incauto del giovane, il quale si incammina verso la casa della straniera, pensando, come si è detto, di sfuggire all’osservazione di chiunque: “Passava per la piazza, accanto all’angolo della straniera, e s’incamminava verso la casa di lei” (v. 8). Del resto, anche la prima tentazione, quella che si svolge presso l’albero della conoscenza, prende le mosse da un gesto incauto della donna: l’avvicinamento a quel perimetro di rischio, del quale i progenitori erano già stati avvisati. Il serpente inganna la donna presso l’albero, perché negli altri spazi dell’Eden egli non poteva muoversi altrettanto liberamente. Solo quando ci si avvicina alla sua dimora, la sua azione può liberamente svilupparsi. Il giovane del racconto sapienziale, commette l’errore di pensare che l’avvicinamento non necessario alle sorgenti del male possa essere senza conseguenze. Vi è infatti un altro genere di avvicinamento al male, ed è quello dell’apostolato, quello che Gesù stesso personifica nei giorni del suo ministero, ponendosi accanto alle miserie dell’uomo, per sollevarle; ma questo genere di avvicinamento al peccato, presuppone una santità a lungo maturata, oltre che una specifica chiamata di Dio, che nessuno può improvvisare o inventare. Chi, in un eccesso di zelo, tenta di compiere un bene superiore alle proprie forze, o al presente non richiesto da Dio, rischia non meno del giovane incauto che si avvicina alla casa della straniera, attratto dalla sua seduzione. Il giovane protagonista del racconto, dunque, si avvicina per propria iniziativa alla dimora del male, simboleggiato dalla straniera. In questo suo avvicinarsi, il male attinge la forza per aggredirlo: “Ecco farglisi incontro una donna in vesti da prostituta” (v. 10). La straniera gli si fa incontro, facendo leva sull’esercizio erroneo della libertà, che il giovane sta gestendo nella maniera peggiore. I due si incontrano infatti a metà strada: Satana non può percorrere, di suo, tutta la distanza che lo separa dal cuore dell’uomo. Deve attendere pazientemente il suo avvicinamento ai propri territori, rimanendo in agguato nelle vicinanze (cfr. v. 12). La trappola scatterà dopo. L’incontro rappresenta una tappa ulteriore della dinamica della tentazione, ed è al tempo stesso quel punto di non ritorno, che caratterizza tutte le tentazioni. Esse sono vincibili solo se prese in tempo. Ma se questo tempo scade, e l’opera di Satana nella vita della persona si evolve al di là, allora solo un miracolo straordinario può preservare l’uomo dalla caduta nel peccato grave. La scena descritta dal nostro autore è estremamente eloquente oltre che di grande efficacia narrativa: “Lo afferra, lo bacia” (v. 13) e gli parla mentendogli (cfr. vv. 14ss). I due verbi messi insieme, afferrare e baciare, insieme al discorso che la donna gli rivolge, descrivono una tappa nuova e più profonda della strategia della tentazione. Il primo verbo, afferrare, allude al fatto che l’uomo solo all’inizio si muove liberamente verso lo spirito del male, dopo viene afferrato da lui e cessa di essere libero. Il giovane protagonista descrive bene questo processo: giunge liberamente nei pressi della casa della donna, nessuno lo spinge con forza; una volta giunto, però, viene afferrato, e la sua libertà di conseguenza diminuisce. La metafora è chiara: la tentazione, se non viene stroncata presto, si rafforza e cresce di intensità, mentre la persona si indebolisce in proporzione inversa. Il verbo baciare, invece, si riferisce al fatto che il rafforzamento della tentazione si accompagna sempre a una seduzione che fa sembrare piacevole il male. Per questo, diventa sempre più difficile resistervi, una volta superato quel confine, mentre prima dell’abbraccio che afferra, è sempre possibile volgere i propri passi, e l’attenzione della propria mente, altrove. Lui, che all’inizio si era incamminato liberamente verso la casa di lei, adesso che lei si è avvicinata, perde la libertà, e viene afferrato con seducente violenza. Il brano dei versetti da 14 a 20 riporta il discorso che la donna gli rivolge, simbolo di una tappa ancora più evoluta della tentazione. Mentre nella tappa precedente egli è semplicemente afferrato e baciato, in questa tappa si mostra anche disponibile all’ascolto delle cose che lei gli dice. Non viene riportata neppure una parola del giovane e il suo silenzio è un chiaro segnale dell’accoglienza acritica di quanto gli viene detto. Dobbiamo riconoscere apertamente che Satana consegue un risultato molto grande, nel momento in cui trova un cuore disposto ad ascoltare i suoi suggerimenti e i suoi ragionamenti contorti. I contenuti del suo discorso sono quelli che l’uomo si è sentito propinare fin dall’albero della conoscenza. Innanzitutto la finta benevolenza, arma micidiale dello spirito del male: “sono uscita incontro a te per cercarti e ti ho trovato” (v. 15). Finge insomma di volergli bene. Il nemico si presenta sempre in questa veste di amico e di consigliere, di colui che si preoccupa di noi e della nostra felicità. Se infatti si presentasse col suo vero volto, fuggiremmo all’istante. Ai consigli e agli inviti si aggiungono poi una valanga di promesse di felicità: “Ho messo coperte soffici sul mio letto, tela fine d’Egitto; ho profumato il mio giaciglio di mirra, di aloè e di cinnamòmo. Vieni, inebriamoci d’amore fino al mattino, godiamoci insieme amorosi piaceri” (vv. 16-18). Si tratta ovviamente di promesse che riguardano la sfera sensibile e le realtà terrene. Anche nel deserto, il tentatore ha prospettato a Gesù una felicità puramente terrena, per distoglierlo dalla sua missione (cfr. Mt 4,1-11). Le sue esche sono quindi sempre le stesse. Infine, gli dimostra razionalmente che non corre affatto alcun pericolo nell’accettare il suo invito: “poiché mio marito non è in casa, è partito per un lungo viaggio, ha portato con sé il sacchetto del denaro, tornerà a casa il giorno del plenilunio” (vv. 19-20).Il risultato è, in un primo tempo, la cattura: “egli incauto la segue, come un bue va al macello; come un cervo preso al laccio, finché una freccia non gli lacera il fegato; come un uccello che si precipita nella rete” (vv. 22-23b) e successivamente la morte: “e non sa che è in pericolo la sua vita” (v. 23c)
24 Ora, figlio mio, ascoltami, fa’ attenzione alle parole della mia bocca. 25 Il tuo cuore non si volga verso le sue vie, non aggirarti per i suoi sentieri, 26 perché molti ne ha fatti cadere trafitti ed erano vigorose tutte le sue vittime. 27 La sua casa è la strada per gli inferi, che scende nelle camere della morte.
I versetti finali hanno il sapore di una conclusione esortativa che giunge come logica conseguenza del racconto. Il destino di coloro che non ascoltano gli insegnamenti sapienziali e li sottovalutano è insomma esposto a un grande pericolo, quello di essere deviati dal sentiero che Dio ha tracciato per loro. Il risultato di questa deviazione di percorso non è un semplice fallimento come tanti, ma è la morte definitiva: “La sua casa è la strada per gli inferi, che scende nelle camere della morte” (v. 27). Dinanzi a questo rischio nessuno può illudersi di essere forte: “Il tuo cuore non si volga verso le sue vie, non aggirarti per i suoi sentieri, perché molti ne ha fatti cadere trafitti ed erano vigorose tutte le sue vittime” (vv. 25-26). L’eccessiva sicurezza di sé è fuori luogo. La protezione da una simile minaccia non sta nelle proprie risorse personali, sempre insufficienti, ma nella fedeltà e nell’ubbidienza agli insegnamenti della sapienza.

Tu sei in: Home > Lectio Divina > Il Libro dei Proverbi > Capitolo VII
Indietro Avanti
Commenti; suggerimenti; Pregasi contattare il Webmaster
 
Copyright © 2001-2007 "CristoMaestro" Tutti i diritti  riservati