1 Figlio mio, custodisci
le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti. 2 Osserva
i miei precetti e vivrai, il mio insegnamento sia come la pupilla
dei tuoi occhi. 3 Lègali alle tue dita, scrivili sulla
tavola del tuo cuore. 4 Di’ alla sapienza: “Tu sei
mia sorella”, e chiama amica l’intelligenza, 5 perché
ti preservi dalla donna forestiera, dalla straniera che ha parole
di lusinga.
Il presente capitolo è costituito
quasi interamente dalla allegoria della donna infedele, immagine
della stoltezza, in chiaro e aperto contrasto con la figura della
sapienza personificata, descritta al capitolo successivo. I primi
cinque versetti fungono da introduzione al racconto allegorico
che si estende fino al v. 23. I versetti da 24 a 27 costituiscono
una conclusione esortativa.Vediamo intanto i significati dei versetti
da 1 a 5. La sezione si apre con una insistente esortazione all’ascolto
dell’insegnamento paterno, che ruota intorno a tre verbi:
“Figlio mio, custodisci le mie parole e fa’ tesoro
dei miei precetti. Osserva i miei precetti e vivrai”. Nella
scelta di questi tre verbi si coglie un significativo crescendo:
fare tesoro è più che custodire, ma osservare, cioè
inserire un principio nel vivo della propria esistenza, è
ancora di più dell’uno e dell’altro. Tuttavia,
non si arriva ad attuare le esigenze della volontà di Dio,
se prima non si custodiscono nel proprio cuore come un prezioso
bagaglio, come la pupilla dell’occhio (cfr. v. 2). Nel cammino
di fede tutto avviene con gradualità, per questo il primo
obiettivo del credente è quello quantomeno di ricordare
ciò che Dio vuole da noi. In una tappa più matura,
sarà possibile attuarlo in pieno.I precetti dell’insegnamento
sapienziale vengono poi messi in relazione con due elementi antropologici:
le dita e il cuore: “Lègali alle tue dita, scrivili
sulla tavola del tuo cuore” (v. 3). Le dita alludono alla
dimensione operativa dell’essere umano, così come
le mani sono spesso simbolo delle opere, sia di Dio creatore,
sia dell’uomo impegnato nel lavoro quotidiano (Sal 19,2;
Sir 38,31). In modo particolare, però, le dita sono connesse
all’attività artistica, perché un artista,
a differenza dell’artigiano, lavora più con le dita
che con le mani: Dio infatti mette le stelle con le dita (Sal
8,4), compiendo così la sua opera di artista, che orna
la materia creata e la rende più bella. Il cuore è
invece sinonimo di “coscienza”; si tratta cioè
della dimensione della interiorità, dove l’uomo scopre
l’ordine dei valori e prende le decisioni più importanti
per il presente e per il futuro. Il cuore non può custodire
i valori, senza che si manifestino all’esterno in uno stile
di vita splendido, come l’opera di un artista dalla bellezza
incantevole, come è davvero la vita dei santi. Il testo
dei Proverbi qui non parla di “mano” ma di “dita”,
ovvero non parla solo dell’applicazione di un principio
a una determinata azione o opera. La sfumatura è ancora
più sottile: la vita di un uomo che traduce nella propria
esistenza l’ordine dei valori, si forma come il capolavoro
di un artista, degno di onore e di imitazione. Tutto questo è
possibile, quando la persona raggiunge una certa connaturalità
con le cose di Dio: “Di’ alla sapienza: Tu sei mia
sorella, e chiama amica l’intelligenza” (v. 4). Connaturalità
vuol dire trovarsi insieme nello stesso mondo: chi entra nel mondo
di Dio, acquista connaturalità coi misteri del Regno, e
perciò diventa capace di comprenderli. Nel vangelo di Giovanni,
la figura di Nicodemo, a cui Cristo svela la nascita dall’alto,
allude proprio a questa verità: non basta “conoscere”
la volontà di Dio, ma bisogna anche esservi connaturali.
Nicodemo è connaturale solo al mondo dell’antica
alleanza, e perciò non può capire le parole chiare
di Gesù, che richiedono la connaturalità con la
grazia (cfr. Gv 3,5-10). Questo stile di vita, fatto di ubbidienza
agli insegnamenti di Dio, compresi per connaturalità, preserva
la persona dalla seduzione della donna straniera, figura della
tentazione che allontana dall’alleanza con Dio. Questo è
appunto il tema della prossima sezione.
6 Mentre dalla finestra della mia casastavo osservando
dietro le grate, 7 ecco vidi fra gli inesperti, scorsi fra i giovani
un dissennato. 8 Passava per la piazza, accanto all’angolo
della straniera, e s’incamminava verso la casa di lei, 9
all’imbrunire, al declinare del giorno, all’apparir
della notte e del buio. 10 Ecco farglisi incontro una donna, in
vesti di prostituta e la dissimulazione nel cuore. 11 Essa è
audace e insolente, non sa tenere i piedi in casa sua. 12 Ora
è per la strada, ora per le piazze, ad ogni angolo sta
in agguato. 13 Lo afferra, lo bacia e con sfacciataggine gli dice:
14 “Dovevo offrire sacrifici di comunione; oggi ho sciolto
i miei voti; 15 per questo sono uscita incontro a te per cercarti
e ti ho trovato.16 Ho messo coperte soffici sul mio letto, tela
fine d’Egitto; 17 ho profumato il mio giaciglio di mirra,
di aloè e di cinnamòmo. 18 Vieni, inebriamoci d’amore
fino al mattino, godiamoci insieme amorosi piaceri, 19 poiché
mio marito non è in casa, è partito per un lungo
viaggio, 20 ha portato con sé il sacchetto del denaro,
tornerà a casa il giorno del plenilunio”. 21 Lo lusinga
con tante moine, lo seduce con labbra lascive; 22 egli incauto
la segue, come un bue va al macello; come un cervo preso al laccio,
23 finché una freccia non gli lacera il fegato; come un
uccello che si precipita nella rete e non sa che è in pericolo
la sua vita.
L’introduzione si conclude al v. 5 con la
menzione della donna straniera, simbolo dell’attrattiva
menzognera del peccato, che promette gioie e ispira sogni di grandezza,
il cui esito termina nel vuoto e nella più cocente delusione.
Dal v. 6 al v. 23 viene descritta la dinamica della tentazione,
e ai versetti da 24 a 27 si colloca la conclusione in forma di
esortazione paterna. Il tema della donna straniera, enunciato
al v. 5, viene ripreso in forma narrativa al versetto successivo,
sviluppando una piccola trama incentrata sul tradimento della
fedeltà coniugale - figura dell’infedeltà
religiosa -, trama che si estende fino al v. 23. I protagonisti
di questo brevissimo racconto sono due: un giovane, definito con
due appellativi - inesperto e dissennato (cfr. v. 7) -, e una
donna, definita come straniera (cfr. v. 8), cioè come colei
che non conosce la legge divina di Israele e perciò agisce
lasciandosi guidare dal capriccio umano. L’incontro tra
i due protagonisti diventa l’emblema, nel racconto del narratore,
della seduzione che porta il credente ad assimilarsi a maniere
e a stili di vita estranei al popolo di Dio, il cui esito finale
è il fallimento. Vediamo più da vicino i versetti
chiave. Notiamo subito che il racconto si apre con la tonalità
di una testimonianza oculare: “Mentre dalla finestra della
mia casa stavo osservando dietro le grate” (v. 6). Questa
inquadratura iniziale sembra avere lo scopo di smentire i due
protagonisti nella loro convinzione di muoversi nell’ombra,
protetti dal favore dell’oscurità, come si vede dall’insistenza
del narratore su questo punto: il loro incontro avviene “all’imbrunire,
al declinare del giorno, all’apparir della notte e del buio”
(v. 9). Ai due sembra che le loro azioni siano totalmente sconosciute,
sfuggendo a qualunque sguardo; invece, c’è qualcuno
che non li ha perduti di vista nemmeno per un istante. Gli occhi
dell’uomo sapiente, infatti, vedono anche ciò che
si muove nell’oscurità e non ignorano le macchinazioni
di Satana, per quanto ordite astutamente nelle tenebre. Il sapiente
è descritto come uno che guarda dalla finestra, ovvero
da un punto di osservazione posto in alto; di conseguenza, egli
è colui che ha una visione ampia e panoramica della realtà,
non parziale e alterata come quella degli stolti. Il sapiente,
inoltre, non cade nelle insidie posizionate nell’oscurità,
perché le vede come in pieno giorno, in forza della luce
del discernimento che illumina i suoi occhi. Queste trappole nascoste
vengono alla luce sotto i suoi occhi, non soltanto quando esse
sono posizionate personalmente contro di lui, ma anche quando
la vittima è qualcun altro. In questo caso, la vittima
di turno è il giovane inesperto. La dinamica della tentazione
è significativamente descritta da alcuni versetti chiave
dalla mirabile profondità, sui quali ci sembra opportuno
soffermarci. La prima osservazione che spontaneamente sorge, fin
dall’inizio della trama, riguarda il personaggio del giovane
che si lascia sedurre. La trappola che gli viene preparata, non
può scattare immediatamente. Saranno necessari alcuni passaggi,
o tappe, prima che il cerchio si chiuda per catturare la vittima.
Questo significa che l’uomo può spezzare il processo
suggestionante della tentazione maligna, prima che sia troppo
tardi. Infatti, la trappola del demonio scatta solo alla fine
del suo procedimento, non all’inizio. Tutta la sapienza
strategica del credente, nel suo combattimento contro le forze
del male, sta nel tempismo, cioè nella prontezza a reagire
e ad opporsi energicamente all’insidia, prima di avere varcato
quel punto di non ritorno, descritto dalla scena del v. 13, oltre
il quale difficilmente si può non cadere nella rete di
Satana. Dobbiamo ancora osservare che l’intero costrutto
del dinamismo della tentazione, prende le mosse da un gesto incauto
del giovane, il quale si incammina verso la casa della straniera,
pensando, come si è detto, di sfuggire all’osservazione
di chiunque: “Passava per la piazza, accanto all’angolo
della straniera, e s’incamminava verso la casa di lei”
(v. 8). Del resto, anche la prima tentazione, quella che si svolge
presso l’albero della conoscenza, prende le mosse da un
gesto incauto della donna: l’avvicinamento a quel perimetro
di rischio, del quale i progenitori erano già stati avvisati.
Il serpente inganna la donna presso l’albero, perché
negli altri spazi dell’Eden egli non poteva muoversi altrettanto
liberamente. Solo quando ci si avvicina alla sua dimora, la sua
azione può liberamente svilupparsi. Il giovane del racconto
sapienziale, commette l’errore di pensare che l’avvicinamento
non necessario alle sorgenti del male possa essere senza conseguenze.
Vi è infatti un altro genere di avvicinamento al male,
ed è quello dell’apostolato, quello che Gesù
stesso personifica nei giorni del suo ministero, ponendosi accanto
alle miserie dell’uomo, per sollevarle; ma questo genere
di avvicinamento al peccato, presuppone una santità a lungo
maturata, oltre che una specifica chiamata di Dio, che nessuno
può improvvisare o inventare. Chi, in un eccesso di zelo,
tenta di compiere un bene superiore alle proprie forze, o al presente
non richiesto da Dio, rischia non meno del giovane incauto che
si avvicina alla casa della straniera, attratto dalla sua seduzione.
Il giovane protagonista del racconto, dunque, si avvicina per
propria iniziativa alla dimora del male, simboleggiato dalla straniera.
In questo suo avvicinarsi, il male attinge la forza per aggredirlo:
“Ecco farglisi incontro una donna in vesti da prostituta”
(v. 10). La straniera gli si fa incontro, facendo leva sull’esercizio
erroneo della libertà, che il giovane sta gestendo nella
maniera peggiore. I due si incontrano infatti a metà strada:
Satana non può percorrere, di suo, tutta la distanza che
lo separa dal cuore dell’uomo. Deve attendere pazientemente
il suo avvicinamento ai propri territori, rimanendo in agguato
nelle vicinanze (cfr. v. 12). La trappola scatterà dopo.
L’incontro rappresenta una tappa ulteriore della dinamica
della tentazione, ed è al tempo stesso quel punto di non
ritorno, che caratterizza tutte le tentazioni. Esse sono vincibili
solo se prese in tempo. Ma se questo tempo scade, e l’opera
di Satana nella vita della persona si evolve al di là,
allora solo un miracolo straordinario può preservare l’uomo
dalla caduta nel peccato grave. La scena descritta dal nostro
autore è estremamente eloquente oltre che di grande efficacia
narrativa: “Lo afferra, lo bacia” (v. 13) e gli parla
mentendogli (cfr. vv. 14ss). I due verbi messi insieme, afferrare
e baciare, insieme al discorso che la donna gli rivolge, descrivono
una tappa nuova e più profonda della strategia della tentazione.
Il primo verbo, afferrare, allude al fatto che l’uomo solo
all’inizio si muove liberamente verso lo spirito del male,
dopo viene afferrato da lui e cessa di essere libero. Il giovane
protagonista descrive bene questo processo: giunge liberamente
nei pressi della casa della donna, nessuno lo spinge con forza;
una volta giunto, però, viene afferrato, e la sua libertà
di conseguenza diminuisce. La metafora è chiara: la tentazione,
se non viene stroncata presto, si rafforza e cresce di intensità,
mentre la persona si indebolisce in proporzione inversa. Il verbo
baciare, invece, si riferisce al fatto che il rafforzamento della
tentazione si accompagna sempre a una seduzione che fa sembrare
piacevole il male. Per questo, diventa sempre più difficile
resistervi, una volta superato quel confine, mentre prima dell’abbraccio
che afferra, è sempre possibile volgere i propri passi,
e l’attenzione della propria mente, altrove. Lui, che all’inizio
si era incamminato liberamente verso la casa di lei, adesso che
lei si è avvicinata, perde la libertà, e viene afferrato
con seducente violenza. Il brano dei versetti da 14 a 20 riporta
il discorso che la donna gli rivolge, simbolo di una tappa ancora
più evoluta della tentazione. Mentre nella tappa precedente
egli è semplicemente afferrato e baciato, in questa tappa
si mostra anche disponibile all’ascolto delle cose che lei
gli dice. Non viene riportata neppure una parola del giovane e
il suo silenzio è un chiaro segnale dell’accoglienza
acritica di quanto gli viene detto. Dobbiamo riconoscere apertamente
che Satana consegue un risultato molto grande, nel momento in
cui trova un cuore disposto ad ascoltare i suoi suggerimenti e
i suoi ragionamenti contorti. I contenuti del suo discorso sono
quelli che l’uomo si è sentito propinare fin dall’albero
della conoscenza. Innanzitutto la finta benevolenza, arma micidiale
dello spirito del male: “sono uscita incontro a te per cercarti
e ti ho trovato” (v. 15). Finge insomma di volergli bene.
Il nemico si presenta sempre in questa veste di amico e di consigliere,
di colui che si preoccupa di noi e della nostra felicità.
Se infatti si presentasse col suo vero volto, fuggiremmo all’istante.
Ai consigli e agli inviti si aggiungono poi una valanga di promesse
di felicità: “Ho messo coperte soffici sul mio letto,
tela fine d’Egitto; ho profumato il mio giaciglio di mirra,
di aloè e di cinnamòmo. Vieni, inebriamoci d’amore
fino al mattino, godiamoci insieme amorosi piaceri” (vv.
16-18). Si tratta ovviamente di promesse che riguardano la sfera
sensibile e le realtà terrene. Anche nel deserto, il tentatore
ha prospettato a Gesù una felicità puramente terrena,
per distoglierlo dalla sua missione (cfr. Mt 4,1-11). Le sue esche
sono quindi sempre le stesse. Infine, gli dimostra razionalmente
che non corre affatto alcun pericolo nell’accettare il suo
invito: “poiché mio marito non è in casa,
è partito per un lungo viaggio, ha portato con sé
il sacchetto del denaro, tornerà a casa il giorno del plenilunio”
(vv. 19-20).Il risultato è, in un primo tempo, la cattura:
“egli incauto la segue, come un bue va al macello; come
un cervo preso al laccio, finché una freccia non gli lacera
il fegato; come un uccello che si precipita nella rete”
(vv. 22-23b) e successivamente la morte: “e non sa che è
in pericolo la sua vita” (v. 23c)
24 Ora, figlio mio, ascoltami, fa’ attenzione
alle parole della mia bocca. 25 Il tuo cuore non si volga verso
le sue vie, non aggirarti per i suoi sentieri, 26 perché
molti ne ha fatti cadere trafitti ed erano vigorose tutte le sue
vittime. 27 La sua casa è la strada per gli inferi, che
scende nelle camere della morte.
I versetti finali hanno il sapore di una conclusione esortativa
che giunge come logica conseguenza del racconto. Il destino di
coloro che non ascoltano gli insegnamenti sapienziali e li sottovalutano
è insomma esposto a un grande pericolo, quello di essere
deviati dal sentiero che Dio ha tracciato per loro. Il risultato
di questa deviazione di percorso non è un semplice fallimento
come tanti, ma è la morte definitiva: “La sua casa
è la strada per gli inferi, che scende nelle camere della
morte” (v. 27). Dinanzi a questo rischio nessuno può
illudersi di essere forte: “Il tuo cuore non si volga verso
le sue vie, non aggirarti per i suoi sentieri, perché molti
ne ha fatti cadere trafitti ed erano vigorose tutte le sue vittime”
(vv. 25-26). L’eccessiva sicurezza di sé è
fuori luogo. La protezione da una simile minaccia non sta nelle
proprie risorse personali, sempre insufficienti, ma nella fedeltà
e nell’ubbidienza agli insegnamenti della sapienza.
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