Ai versetti da 6 a 8, la sapienza afferma,
a più riprese, l’esattezza del suo insegnamento
e fa delle osservazioni che a prima vista potrebbero sembrare
scontate: “Ascoltate, perché dirò cose elevate,
dalle mie labbra usciranno sentenze giuste, perché la
mia bocca proclama la verità e abominio per le mie labbra
è l’empietà. Tutte le parole della mia bocca
sono giuste; niente vi è in esse di fallace o perverso”.
In realtà, l’insegnamento della sapienza non si
presenta al nostro pensiero come evidentemente veritiero. La
luce della sapienza, per quanto sia perfettamente libera da
ogni menzogna e da ogni stortura, non è facilmente giudicabile
come tale, da parte di coloro che si trovano dinanzi al suo
insegnamento. Essa proclama infatti una verità divina,
superiore alle intelligenze create, e per questo in molti punti
essa è irraggiungibile dalla logica umana. Il Nuovo Testamento,
soprattutto nel racconto evangelico della Passione, metterà
in evidenza questo dato di fatto: Cristo, pur essendo personalmente
Dio, non viene accolto dai dottori della legge e dagli esperti
del sacro; ciò significa che l’insegnamento di
Gesù non è, in se stesso, evidente. Non è
evidente la sua derivazione celeste. Noi accogliamo la volontà
di Dio, le sue disposizioni, i suoi insegnamenti, non perché
siano conformi alla nostra logica e al nostro pensiero, ma perché
vengono da Lui che è sapienza infinita e increata. Il
v. 9 afferma che per vedere lo splendore della sapienza di Dio,
occorre dimorare in essa: “tutte sono leali per chi le
comprende e rette per chi possiede la scienza”. Lo stesso
insegnamento ritorna nelle parole che Gesù rivolge a
Nicodemo: “se uno non rinasce dall’alto, non può
vedere il regno di Dio” (Gv 3,3). Il regno di Dio, allora,
non si può percepire mentre si è ancora fuori
di esso; bisogna essere già nella luce per gustare l’insegnamento
della luce. I versetti 10 e 11 sembrano porre in contrasto la
ricchezza della sapienza e le ricchezze umane rappresentate
dai termini: argento, oro, perle. Le espressioni disgiuntive
dei versetti 10 e 11: “Accettate la mia istruzione e non
l’argento, la scienza anziché l’oro fino,
perché la scienza vale più delle perle e nessuna
cosa preziosa l’uguaglia”, non considerano la sapienza
e la ricchezza come due termini in antitesi, ma, al contrario,
le ricchezze divine offerte dalla sapienza sono la sintesi di
tutti i beni che umanamente possono essere desiderati. Dio,
contrariamente a quanto si possa pensare, non ci mette dinanzi
all’opzione se scegliere le cose celesti, perdendo i beni
della terra, o quelle terrestri, perdendo i beni celesti. Al
cristiano viene posta dinanzi la scelta dei beni celesti, che
portano con sé ogni altra forma di benessere. Lo stesso
concetto possiamo individuarlo nei versetti successivi: “presso
di me c’è ricchezza e onore, sicuro benessere ed
equità” (v. 18), e ancora: “per dotare di
beni quanti mi amano e riempire i loro forzieri” (v. 21).
Questa medesima prospettiva ritorna anche nel libro del Siracide
e soprattutto nell’insegnamento di Gesù. Il vangelo
di Matteo, riporta un insegnamento di Cristo, secondo cui chi
sceglie il regno di Dio come primo valore della propria vita,
riceve anche tutti gli altri aspetti della felicità e
del benessere umano: “Cercate prima il regno di Dio e
la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”
(Mt 6,33). Cristo afferma semmai che l’uomo perde sia
la felicità celeste sia la felicità terrena, quando
pone al vertice dei valori delle ricchezze secondarie, ma chi
sceglie il Regno di Dio non deve rinunciare alla fruizione di
quanto Dio ha creato per noi e di quelle cose che quaggiù
formano il normale bagaglio del vivere. Il capitolo 6 del vangelo
di Matteo così si esprime: “Per la vostra vita
non affannatevi di quello che mangerete o berrete… Guardate
gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né
ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non contate voi forse più di loro?... Osservate come
crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure
io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva
come uno di loro” (vv. 25.26.28-29). Queste parole sottolineano
come Dio non è avaro nel suo rapporto con le creature,
ed è solito dare molto di più di quello che è
strettamente necessario. Tuttavia, è richiesta alla nostra
libertà una scelta intelligente, perché, nel momento
in cui le cose create venissero scelte per se stesse, perderebbero
immediatamente la loro utilità e diventerebbero un ostacolo
alla santità. La virtù della povertà subentra
proprio qui. La virtù della povertà è richiesta
a coloro il cui animo facilmente si attacca alle cose secondarie,
col rischio di perdere quelle principali. La virtù della
povertà guarisce gli orientamenti sbagliati del cuore
e guida l’uomo verso la ricchezza più grande. Se
il vangelo indica all’uomo la via della povertà,
mentre la Sapienza dice che lei una volta scelta riempie di
benessere tutti coloro che la amano, non è perché
la povertà è la condizione ideale pensata da Dio,
ma perché tale virtù è necessaria per ampliare,
dentro il cuore umano, gli spazi che Dio vuole riempire con
la sua presenza. La sapienza si presenta, inoltre, per coloro
che l’accolgono, come una virtù connessa all’esercizio
del potere. In questo senso la sapienza è una virtù
necessaria non solo ai governanti, che, per emettere giuste
sentenze devono ascoltare l’insegnamento della sapienza,
ma a ogni uomo, che deve prendere decisioni che lo rendono responsabile,
sia nell’ambito privato che in quello pubblico. Chi possiede
la sapienza governa e non è governato; vale a dire: è
in controllo di ciò che lo circonda e non è come
un fuscello spinto da qualunque vento. Questo carattere di dominio,
connesso al dono della sapienza, viene specificato nell’esperienza
sacramentale della Chiesa dal Battesimo. Col Battesimo il cristiano
assume una dignità regale, oltre che profetica e sacerdotale.
Ciò allude al fatto che il battezzato non è più
un suddito nei confronti della vita, ma è associato al
governo di Dio sul mondo e perfino sul regno delle tenebre.
Quando la rinuncia battesimale a ciò che non è
Dio è veramente radicale, tutte le potenze straniere
perdono immediatamente la loro presa sulla vita del battezzato;
dinanzi alla dignità e alla maestà di un cristiano,
che ha sviluppato le potenzialità della grazia battesimale,
i demoni fuggono. Il cristiano si muove nel mondo come un principe
libero da ogni potestà, essendo lui capace di governare
senza essere governato, se non da Dio solo. I versetti 15 e
16 del capitolo ottavo non si riferiscono perciò soltanto
ai re di questo mondo, ma ad ogni cristiano che, nel suo cammino
di perfezione, giunge alla maturità della sua statura.
I re di questo mondo, infatti, non sempre sono illuminati dalla
sapienza. È emblematica, sotto questo punto di vista,
la figura di Erode: egli possiede le insegne della regalità,
la corona e lo scettro, ma in realtà è un uomo
meschino, dominato dalle sue passioni personali e posto in trappola,
nel giorno del suo compleanno, dalla imprudenza dei suoi stessi
gesti e del suo linguaggio (cfr. Mc 6,21-29). Il Nuovo Testamento,
e in particolare l’insegnamento di Gesù, recupererà
in pieno le due caratteristiche della sapienza che abbiamo menzionato
per applicarle all’esperienza del discepolato: la sapienza
come virtù di governo e di dominio, e la sapienza come
sorgente di tutti i beni.Un’altra caratteristica radicale
della sapienza, che pervade la quasi totalità dei primi
21 versetti, è la stretta connessione della sapienza
con la santità. Il v. 13 fa dire alla Sapienza: “Temere
il Signore è odiare il male: io detesto la superbia,
l’arroganza, la cattiva condotta e la bocca perversa”.
Questo versetto sintetizza le tre dimensioni del peccato, quella
interiore (la superbia e l’arroganza), quella delle opere
(la cattiva condotta) e quella del linguaggio (la bocca perversa).
L’affermazione della sapienza ci fa comprendere come il
peccato, nelle sue varie forme, sia incompatibile con essa.
Tutto questo che abbiamo detto, ci offre un importante criterio
di discernimento relativamente ai falsi maestri, ossia a coloro
che usano la dialettica e costruiscono ragionamenti persuasivi.
Sono tanti quelli che sanno raccontarla bene e a sentirli sembrerebbe
che la verità stia tutta dalla loro parte; altri ancora
costruiscono con arte la “loro” verità, demolendo
in modo aggressivo le convinzioni altrui e mettendo in evidenza
il peccato - vero o presunto - degli altri, in modo da risultare,
alla fine, solo loro i giusti della situazione. Il criterio
di discernimento che desumiamo allora dal v. 13 e dal suo immediato
contesto si può riassumere così: non bisogna mai
prendere come verità le parole persuasive di chicchessia,
se prima non si esamina il livello di santità della sua
vita, perché difficilmente lo Spirito Santo potrebbe
parlare sulle labbra impure, o assumere come strumento di verità
chi cammina su un doppio sentiero e la cui vita non è
pienamente illuminata dalla grazia. La sapienza detesta la superbia,
l’arroganza, la cattiva condotta e la bocca perversa (cfr.
v. 13). Essa non abita in un cuore che in qualche maniera si
trova a muoversi su qualcuno di questi settori, sia che si tratti
di quello interiore della superbia, dove si pretende di poter
fare a meno di Dio affermando la proprio autonomia dinanzi a
Lui, sia che si tratti di quello esteriore dell’arroganza,
propria di chi vuole affermare se stesso davanti agli uomini.
La sapienza detesta l’una e l’altra cosa, così
come detesta la cattiva condotta, cioè azioni squilibrate
che creano sofferenze, divisioni e conflitti. Questa prospettiva
ci conduce alla seguente conclusione: non possiamo pensare che
la verità possa dimorare nella mente di un determinato
uomo, se la santità non si afferma nella sua personalità
al di sopra delle forze del peccato. Il peccato ha il potere
di condizionare la mente dell’uomo, di offuscarla, di
alterare la conoscenza delle cose e di alienare talvolta la
persona dalla realtà che la circonda, immergendola in
un mondo irreale e inesistente. L’inganno dello spirito
delle tenebre ha una presa fortissima su una mente che non è
custodita dal cammino di santità. Non è possibile
separare, insomma, la mente dal cuore; non si può pensare
che un cuore dominato dal peccato possa coesistere con una mente
capace di riconoscere facilmente la verità. Nel momento
in cui la sapienza, attraverso la santità, prende dimora
nella vita dell’uomo, vi sono alcune conseguenze pratiche,
che producono alcuni segnali visibili esteriormente. Il primo
è la prudenza: “Io, la sapienza, possiedo la prudenza
e ho la scienza e la riflessione” (v. 12). La prudenza
è l’atteggiamento contrario all’impulsività
e deriva dalla guarigione delle passioni sregolate. Alla prudenza
il nostro autore associa anche la riflessione. La prudenza e
la riflessione sono quindi due atteggiamenti connessi. Infatti,
come la superficialità porta la persona ad agire impulsivamente,
senza riflettere, così la prudenza, divenuta una virtù
permanente nel cuore del cristiano, ispira la riflessione e
il discernimento prima della decisione e dell’opera. La
parola “riflessione” allude anche a un altro aspetto
dell’opera della sapienza nel cuore dell’uomo, ossia
a un processo di approfondimento che la vita della persona subisce,
quando vive sotto l’influsso dello Spirito di Dio. La
riflessione indica quell’atteggiamento richiesto da Cristo
ai suoi discepoli nei confronti della Parola seminata nel campo,
ossia la profondità. Il seme caduto nel terreno non profondo,
germoglia presto ma subito muore (cfr. Mt 13,5-6). Chi naviga
in superficie, infatti, fa abortire il seme della Parola, che
non trova un grembo dove potersi annidare. La riflessione è
il grembo adeguato, perché la Parola scenda in profondità,
si annidi e si faccia persona, cioè il Cristo concepito
per la fede dentro di noi. La sapienza guarisce il cuore umano
dall’alienazione. Ci si può alienare in due modi:
attraverso le banalità o attraverso un’eccessiva
preoccupazione sulle cose importanti ma che non riguardano la
verità di Dio, o vi si sostituiscono. La nostra mente
si nutre di idee come del suo cibo naturale, e se tali idee
sono malsane, il nostro io si ammala inevitabilmente. L’unico
cibo che può nutrire la nostra interiorità è
la scienza (v. 12), cioè la verità di Dio. La
lettera ai Colossesi si esprime in questi termini: “La
Parola di Dio dimori tra voi abbondantemente” (Col 3,16).
Occorre stare bene attenti alle ore della giornata e al cibo
mentale che noi propiniamo al nostro pensiero durante la veglia.
La parte finale del capitolo ottavo dei Proverbi, nei versetti
da 22 a 31, introduce la sapienza in un discorso di autopresentazione
che ha un unico parallelo nella Bibbia nel libro del Siracide
al capitolo 24. Il tema trattato riguarda la relazione tra la
sapienza e il cosmo. La sapienza, oltre a essere una luce che
illumina i passi dell’uomo verso la perfezione, è
anche un’energia in stretta relazione con il creato. L’autore
sottolinea che in natura, tutti gli esseri, anche i più
piccoli e insignificanti, hanno uno scopo, una ragione d’essere,
una legge che presiede alla loro esistenza. Questa legge è
la legge naturale, è il riflesso immanente della volontà
di Dio nel mondo fisico. La legge naturale è quindi il
secondo canale della manifestazione della volontà di
Dio, un canale che è alla portata di tutti. Infatti,
mentre il canale della Rivelazione è alla portata soltanto
di coloro che hanno il dono della fede, la legge naturale è
invece sotto gli occhi di tutti, in modo particolare degli studiosi
e degli scienziati. Da questo concetto di legge naturale derivano
tante conseguenze per la vita cristiana, tra cui un particolare
stile di approccio con il creato e con la natura, e in particolare
col mondo della fecondità umana, della corporeità
e della sessualità. Al v. 22 la sapienza si presenta
come se fosse una creatura: “Il Signore mi ha creato all’inizio
della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d’allora”.
L’evangelista Giovanni identificherà la sapienza
creatrice di Proverbi 8 e di Siracide 24 con il Verbo della
vita, che non è una creatura ma è coeterno e consustanziale
al Padre: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso
Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1). L’AT non poteva
giungere a tali profondità: esso si limita a inquadrare
l’esistenza e l’attività della sapienza nell’ordine
di una creatura che è prima di tutte le altre e al tempo
stesso anche l’architetto che imprime una legge alle cose
che esistono. Sarà la rilettura cristologica quella che
permetterà un ampliamento degli orizzonti per comprendere
che il Cristo è la sapienza increata che insieme al Padre
produce le creature e le fa sussistere con la potenza della
sua Parola (cfr. Eb 1,3). Il termine utilizzato da Giovanni
per esprimere questo carattere di legge immanente è logos.
Nella visione dei rabbini, e nell’interpretazione giudaica
di questo testo, la sapienza, ossia la legge immanente, coincide
con la Torah, ovvero con il decalogo dato a Mosè sul
Sinai. Secondo i rabbini, il dono che Mosè riceve sul
Sinai esisteva prima ancora della creazione del mondo, perché
Dio prima ha creato la Torah e poi l’ha presa come criterio
e riferimento per creare il mondo. Al v. 31 la sapienza si presenta
come orientata verso l’umanità: “mi ricreavo
sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.
La sapienza si estende in tutta la realtà creata, regolando
ogni cosa e ogni essere, i figli dell’uomo rappresentano
però la sua delizia. Dio, infatti, si compiace di mettersi
in relazione con l’uomo, comunicandogli la sua luce, le
sue ricchezze, e perfino rendendolo partecipe della sua beatitudine:
“beati quelli che seguono le mie vie… beato l’uomo
che mi ascolta…” (vv. 32 e 34). Il compiacimento
che Dio prova nei confronti dell’umanità creata
dalle sue mani non è puramente estetico, come quello
da Lui espresso in Genesi riguardo alle altre opere della sua
creazione, fatte con assoluta perfezione, ma è un compiacimento
che vuole elevare l’uomo ad una relazione profonda e personale
con Lui. Infatti, mentre tutte le altre creature sono in funzione
dell’uomo, per il suo benessere e la sua felicità,
Dio ha voluto l’uomo per se stesso e non per qualche scopo
creato. Secondo alcuni Padri della Chiesa, sarebbe proprio questa
una delle ragioni che ha scatenato l’invidia del demonio:
la presa di coscienza che una creatura così bassa nell’ordine
e nei gradi dell’essere, potesse essere destinata da Dio
a tali altezze di gloria . La delizia di Dio è dunque
dialogare con l’uomo. Ma se l’opera della creazione
che Dio ha realizzato con la sapienza possiede una legge intrinseca,
per cui nell’universo non c’è nulla di casuale,
molto di più la vita dell’uomo, che è oggetto
del compiacimento di Dio, è orientata e diretta verso
la santità, anche nelle più piccole situazioni
e negli eventi quotidiani più banali. Il compiacimento
di Dio nei confronti dell’uomo è fattivo, e si
realizza in una guida sapiente, illuminata in tutti i passi
che noi andiamo facendo lungo il corso dei nostri giorni. Naturalmente,
però, se la creazione può essere ordinata da Dio
senza che essa vi resista, nei confronti dell’uomo, l’opera
creatrice di Dio può scontrarsi con la libertà
e la disubbidienza. Da qui l’invito ripetuto e accorato
dei versetti 32, 33 e 34: “Ora, figli, ascoltatemi: beati
quelli che seguono le mie vie! Ascoltate l’esortazione
e siate saggi, non trascuratela! Beato l’uomo che mi ascolta!”.Non
è soltanto la sapienza che si diletta degli uomini; anche
l’uomo trova solo in essa l’unico motivo per essere
felice, anzi, come dicono i vv. 32, 33, e 34, “beato”.
Questa è certamente l’esperienza di guarigione
più profonda, di cui l’essere umano ha bisogno.
Prima ancora di guarire da un singolo malessere, abbiamo bisogno
di guarire dalla malattia più radicale che è insita
in noi: l’incapacità di vivere bene la nostra presenza
nel mondo. Abbiamo bisogno di smettere di essere una nota stonata
dentro la rete di relazioni in cui siamo inseriti, e di ritrovare
la ragione ultima per cui esistiamo. Incontrando la sapienza
si riceve l’illuminazione, si comprende di avere una missione
precisa in questo mondo, un carisma, un dono di grazia di cui
tutti gli uomini devono beneficiare, si comprende di essere
destinati alla gloria celeste. Chi ha capito queste cose è
un uomo guarito. Se uno ha veramente creduto di essere figlio
di Dio, destinato alla gloria, orientato verso uno scopo che
arricchisce la Chiesa, non può che entrare fin da ora
in un sentimento di riconoscenza e di beatitudine.
L’incontro con la sapienza ha anche un carattere graduale.
Il v. 34 è molto significativo a questo riguardo: “Beato
l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie
porte, per custodire attentamente la soglia”. Questa precisazione
temporale “ogni giorno”, allude indubbiamente a
un processo graduale di illuminazione, che si verifica attraverso
una fedeltà quotidiana nella ricerca della sapienza.
Alla porta della sapienza bisogna bussare per ricevere quell’illuminazione
che ci guarisce, e bisogna farlo ogni giorno. Il termine “soglia”
allude proprio a questo processo di maturazione, di crescita
e di mistagogia che ci introduce all’interno della casa
della sapienza. La conclusione del capitolo ottavo, nei versetti
da 32 a 36, costituisce un brano di esortazione posto sulle
labbra della sapienza. Un’esortazione che riguarda innanzitutto
l’ascolto. La sapienza come luce che orienta la vita dell’uomo,
nasce innanzitutto dall’ascolto, come già si è
detto. La trascuratezza o l’attenzione verso i messaggi
che Dio rivolge alla nostra vita è una scelta, e da questa
decisione conseguono tutta una serie di effetti. L’uomo
che ha trovato la sapienza ne diventa custode: “vegliando
ogni giorno alle mie porte, per custodire attentamente la soglia”
(v. 34). Colui che giunge alla sapienza diventa anche custode
della porta che immette nella casa della sapienza, ne diventa
responsabile, perché dipenderà anche da lui il
fatto che altri la possano trovare. La testimonianza dell’uomo
che ha trovato la sapienza, quando è autentica, aiuta
infatti gli altri a percorrere la stessa strada di luce che
è già stata percorsa da lui. Nel vangelo, Cristo
attribuisce ai dottori della legge e ai farisei proprio questa
grave responsabilità di non essere entrati nella casa
della sapienza e di aver impedito agli altri di entrarvi (cfr.
Mt 23,13). Il testo, però, distingue nettamente gli effetti
negativi che la persona produce su se stessa, quando non si
piega agli insegnamenti della sapienza da quelli che può
produrre sugli altri. Gli effetti su se stessi sono realmente
distruttivi: “Chi pecca contro di me, danneggia se stesso;
quanti mi odiano amano la morte” (v. 36). Allontanarsi
dalla sapienza non significa soltanto perdere l’orientamento
di una vita equilibrata, ma molto di più: è lo
stesso che amare la morte (cfr. Prv 9,18). Tuttavia, l’allontanamento
personale dalle vie della sapienza, non produce negli altri
dei danni irreparabili, ma soltanto un aumento delle difficoltà
nel loro avvicinarsi alla casa della sapienza. Le conseguenze
distruttive, quelle mortali, sono destinate unicamente al soggetto
che anziché amare la sapienza volge le sue energie mentali
e affettive nella direzione sbagliata: “Se sei sapiente,
lo sei a tuo vantaggio, se sei beffardo, tu solo ne porterai
la pena” (Prv 9,12). Il testo promette a colui che entra
nella casa della sapienza una felicità non umana espressa
col temine “beatitudine” (cfr vv. 32 e 34). La conoscenza
della sapienza immette la persona in una esperienza di pienezza,
di gioia, che supera i confini dell’umana felicità.
E’ questa la prima promessa che la sapienza rivolge a
colui che si pone alla sua scuola. La seconda promessa è
la vita piena, la piena salute del corpo e dello spirito: “Chi
trova me, trova la vita” (v. 35). Infatti, la piena salute
non consiste nella custodia del proprio corpo, nell’alimentazione,
negli esercizi ginnici, ma nel recupero della propria intima
verità . Terza promessa: colui che entra nella casa della
sapienza sperimenta una particolare efficacia nella sua preghiera
personale: “ottiene favore dal Signore” (v. 35).
Perché la preghiera sia accolta presso Dio è necessario
che l’orante abbia purificato le proprie vie e si sia
incamminato vero la casa della sapienza, per diventare custode
della sua soglia. Solo così si può pregare con
efficacia per se stessi, per la Chiesa e per l’umanità.
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