"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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1 La Sapienza forse non chiama e la prudenza non fa udir la voce? 2 In cima alle alture, lungo la via,
nei crocicchi delle strade essa si è posta, 3 presso le porte, all’ingresso della città, sulle soglie degli usci essa esclama: 4 “A voi, uomini, io mi rivolgo, ai figli dell’uomo è diretta la mia voce. 5 Imparate, inesperti, la prudenza e voi, stolti, fatevi assennati. 6 Ascoltate, perché dirò cose elevate, dalle mie labbra usciranno sentenze giuste, 7 perché la mia bocca proclama la veritàe abominio per le mie labbra è l’empietà. 8 Tutte le parole della mia bocca sono giuste; niente vi è in esse di fallace o perverso; 9 tutte sono leali per chi le comprendee rette per chi possiede la scienza. 10 Accettate la mia istruzione e non l’argento, la scienza anziché l’oro fino, 11 perché la scienza vale più delle perlee nessuna cosa preziosa l’uguaglia”. 12 Io, la Sapienza, possiedo la prudenza e ho la scienza e la riflessione. 13 Temere il Signore è odiare il male: io detesto la superbia, l’arroganza, la cattiva condotta e la bocca perversa. 14 A me appartiene il consiglio e il buon senso, io sono l’intelligenza, a me appartiene la potenza. 15 Per mezzo mio regnano i re e i magistrati emettono giusti decreti; 16 per mezzo mio i capi comandano e i grandi governano con giustizia. 17 Io amo coloro che mi amano e quelli che mi cercano mi troveranno.
18 Presso di me c’è ricchezza e onore, sicuro benessere ed equità. 19 Il mio frutto val più dell’oro, dell’oro fino, il mio provento più dell’argento scelto. 20 Io cammino sulla via della giustizia e per i sentieri dell’equità, 21 per dotare di beni quanti mi amano e riempire i loro forzieri. 22 Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d’allora. 23 Dall’eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra. 24 Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; 25 prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io sono stata generata. 26 Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi, né le prime zolle del mondo; 27 quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso;
28 quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso; 29 quando stabiliva al mare i suoi limiti, sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia; quando disponeva le fondamenta della terra, 30 allora io ero con lui come architettoed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante; 31 dilettandomi sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo. 32 Ora, figli, ascoltatemi: beati quelli che seguono le mie vie! 33 Ascoltate l’esortazione e siate saggi, non trascuratela! 34 Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte, per custodire attentamente la soglia. 35 Infatti, chi trova me trova la vita, e ottiene favore dal Signore; 36 ma chi pecca contro di me, danneggia se stesso; quanti mi odiano amano la morte”.
All’inizio di questo capitolo è opportuno compiere una fondamentale distinzione tra la sapienza e la scienza. Possiamo dire così: la scienza consiste in una certa quantità di cose da sapere, la sapienza, invece, è la luce per vedere le cose conosciute. Nell’insegnamento biblico, tra la sapienza e la scienza, c’è la stessa distanza che c’è in natura tra la luce del sole e gli oggetti che vengono illuminati da essa. La sapienza, infatti, è la luce che permette di vedere; le cose che si vedono rappresentano, invece, la scienza. Nell’ordine naturale delle cose, l’uomo può conoscere non soltanto se ha degli oggetti da vedere, ma soprattutto se ha la luce per poterli vedere. Così potrebbe darsi il caso, poniamo, di una stanza totalmente al buio, in cui un osservatore, pur avendo una vista acuta, non potrebbe distinguere gli oggetti che vi si trovano; oppure, si potrebbe anche pensare al caso di una stanza scarsamente illuminata, in cui i mobili, avvolti nella penombra, non siano facilmente distinguibili, così che un osservatore potrebbe credere di vedere quello che non c’è. Sul piano dello spirito avviene qualcosa di simile: i nostri occhi interiori non solo hanno bisogno di un oggetto da vedere, ma hanno bisogno soprattutto di una luce che illumini l’oggetto. Se la luce non è adeguata, l’oggetto che si vede potrebbe presentarsi in una forma alterata o falsificata. Questa verità è alla portata dell’esperienza di tutti. Quando osserviamo un determinato oggetto, posto fuori di noi, lo vediamo con gli occhi del corpo, ma lo “vediamo” anche con gli occhi interiori, che ci mettono in grado di cogliere il significato o il senso delle cose che vediamo. Per “vedere” la realtà in questo senso, cioè con gli occhi interiori, abbiamo bisogno che una luce, dentro di noi, illumini l’oggetto considerato. Facciamo un altro esempio: Se due persone guardano insieme uno stesso evento, non necessariamente concordano nella sua interpretazione o nel suo significato, perché dentro di loro lo “vedono” illuminato da una luce diversa. Solo gli occhi del corpo vedono lo stesso oggetto, ma quelli della mente “vedono” cose diverse, così che parlando e scambiandosi le opinioni su ciò che stanno osservando, possono perfino giungere a dubitare se stiano davvero discutendo intorno allo stesso argomento. L’uomo crede così di conoscere, ma in realtà non conosce affatto, e si trova in una condizione peggiore dell’ignoranza, qual è l’inganno. Infatti, mentre l’ignorante è colui che semplicemente non sa, l’ingannato è colui che vive in un mondo inesistente, o meglio: in un mondo che esiste solo nelle sue convinzioni erronee, che lo tiranneggiano. Una figura letteraria rappresentativa di questa situazione, anche se ironicamente portata all’estremo, è il personaggio di Cervantes, don Chisciotte della Mancia. Questi non è un uomo ignorante, ma uno che vive in un mondo che non c’è. Chi non riesce a “vedere” le cose nella luce giusta, rischia di andare verso un destino non del tutto diverso da quello di don Chisciotte. Se poi ci si chiede quale sia le luce giusta per “vedere” le cose, rispondiamo che essa consiste nella sapienza, la quale ci colloca nello stesso punto di vista da cui Dio guarda le cose. Questo punto di vista è l’unico che ci fa cogliere la realtà così com’è. A questo punto del discorso, possiamo cogliere tutta l’importanza del dono della sapienza e la ragione per la quale essa viene considerata il più prezioso dei doni di Dio. Secondo l’insegnamento biblico, quando manca la luce della sapienza, tutte le cose che l’uomo vede intorno a sé, gli appaiono in una forma non corrispondente alla verità che Dio ha posto in esse, e quindi la conoscenza che ne risulta è falsa. Per questo motivo, il capitolo 8 di Proverbi proclamerà la sapienza più preziosa dell’oro e di qualunque ricchezza che umanamente si possa desiderare (cfr. v. 19). La sapienza è dunque l’unica luce che dà all’uomo la libertà dalla più umiliante delle condizioni: la menzogna donchisciottesca. Quest’ultima ci fa vivere in un mondo irreale, dipinto soltanto sulle pareti del nostro pensiero, e ciò ci impedisce di affrontare con sano realismo le circostanze e le problematiche quotidiane. La sapienza è invece la vera luce, quella che illumina ogni uomo (cfr. Gv 1,9), una luce il cui chiarore fa conoscere le cose nella loro esatta dimensione e nella loro essenziale verità. Il capitolo ottavo del libro dei Proverbi è caratterizzato dalla personificazione della Sapienza. La prima osservazione che il lettore sente di dover su questo capitolo, riguarda proprio la scelta dell’autore di personificare la sapienza. Anche il capitolo 24 del Siracide presenta la sapienza in forma personale, quasi a voler indicare che essa non è una dottrina, né un insieme di dati conoscitivi da immagazzinare nella memoria, ma molto di più. Il v. 12 afferma: “Io, la sapienza, possiedo la prudenza e ho la scienza e la riflessione”. La scienza, che è costituita dall’insieme delle verità da conoscere, è quindi un possesso della sapienza che, per questo motivo, viene considerata superiore. C’è infatti una grande distanza tra colui che possiede e l’oggetto posseduto, e il primo è sempre maggiore del secondo. La sapienza dice: “A me appartiene il consiglio e il buon senso, io sono l’intelligenza, a me appartiene la potenza” (v. 14). Il consiglio, il buon senso, l’intelligenza e la potenza, sono dunque prerogative della sapienza, e ad essa appartengono. Colui che riceve il dono della sapienza è in grado di giudicare rettamente ogni cosa e di applicare in modo corretto i principi generali ai casi particolari. La persona che manca della sapienza agisce, invece, con un disordine costante nella propria vita, perché non è in grado di calibrare e di moderare i propri gesti e le proprie parole, non avendo la luce sufficiente per farlo. Una tale persona potrebbe anche essere coltissima, o ricca di erudizione, ma incapace di vivere con equilibrio e ordine nella vita quotidiana e nelle relazioni interpersonali. Accade così che le piccole cose vengano talvolta ingigantite e considerate gravi, mentre altre, veramente gravi, vengono sottovalutate e reputate di poco conto, con delle conseguenze non piccole. Chi non ha la luce della sapienza, insomma, non è capace di dare a ciascuna cosa, a ciascuna persona, e perfino a Dio stesso, il suo giusto posto nel proprio cuore. Si potrebbe essere, come dice l’Apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi, conoscitori di tutto, possedere la scienza, parlare la lingua degli angeli e degli uomini (cfr. 1 Cor 13,1-2), ma essere privi di quella luce che permette di vedere e di giudicare rettamente ogni cosa. Il capitolo ottavo si apre con un appello della sapienza. Essa è descritta nell’atto di prendere l’iniziativa di farsi conoscere: “La Sapienza forse non chiama e la prudenza non fa udir la voce?” (v. 1). Si tratta di una domanda retorica, che sottolinea il pungolo continuo, che ha luogo in ogni coscienza, della verità e del bene La luce della sapienza non è perciò una conquista difficile, non bisogna recarsi ai confini del mondo per trovarla, perché la sapienza chiama, e fa sentire la sua presenza, non in luoghi impervi, non attraverso itinerari e percorsi lunghi e difficili, ma là dove si svolge la vita quotidiana della città e degli ambiente domestici: “In cima alle alture, lungo la via, nei crocicchi delle strade essa si è posta, presso le porte, all’ingresso della città, sulle soglie degli usci” (vv. 2-3). Il facile raggiungimento della sapienza è la nota dominante di tutto il discorso che si svilupperà successivamente. La stoltezza appare allora come una deviazione non voluta da Dio, come la conseguenza del rifiuto di un dono gratuito che è a portata di mano e facilmente raggiungibile da tutti. Bisogna notare che al v. 3 l’autore parla di “soglia”, a proposito della manifestazione della sapienza; ciò sta chiaramente a indicare che l’ingresso della sapienza nella casa, cioè il superamento del limite della soglia, è il risultato di un atto libero di accoglienza, con il quale si apre la propria casa e il proprio cuore a un ospite. Nel Nuovo Testamento, Cristo si presenterà proprio così: come un viandante che cerca asilo. Si presenterà sotto questa forma fin dalla sua nascita quando, per decreto di Cesare Augusto, Maria e Giuseppe partono per farsi registrare ma non trovano una soglia che si apra ad accogliere il piccolo Gesù; anche durante la vita pubblica il Cristo storico non ha dove posare il capo e dimora là dove viene ospitato; infine, dopo la Risurrezione, Egli si presenterà ai discepoli di Emmaus come un viandante che entra nella loro casa solo se insistentemente invitato: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino” (Lc 24,29). I primi tre versetti del capitolo ottavo ci inducono a pensare che Dio esercita nel cuore di ogni uomo una continua spinta di conversione verso i sentieri della giustizia. La voce di Dio, a differenza di quella di Satana che si fa sentire di tanto in tanto - quando subentrano la tentazione e la suggestione mentale -, risuona nel cuore umano in maniera continua, stimolando l’uomo verso le scelte migliori. Nessuno può quindi temere di essere privato da Dio della luce sapienziale in modo arbitrario, né si deve pensare che questa luce ci raggiunga solo in certi momenti e non in altri. Essa splende piuttosto in modo permanente nella nostra coscienza; occorre solo saperla riconoscere e ascoltare. La voce di Dio è infatti dolce, discreta, infinitamente rispettosa della nostra libertà; la voce di Satana è, invece, la voce dell’aggressore, del prevaricatore, del ladro intenzionato a prendersi con la forza ciò che non è suo, e per resistergli bisogna imporsi alle sue strategie con tutte le proprie forze. Il fatto che la sapienza faccia sentire la sua voce ovunque, ridimensiona la nostra tendenza a correggere e consigliare gli altri, oltre le giuste misure e i tempi opportuni, quasi che essi fossero completamente al buio, o fossero come bambini discoli da ricondurre alla disciplina, convincendoli a forza di insistenze. Dobbiamo tenere sempre presenti le parole iniziali di questo capitolo, per non cadere nella facile illusione di cambiare il pensiero e il comportamento degli altri a forza di parole; essi, intanto, non sono per niente esclusi dalla luce dello Spirito Santo, che già brilla dentro di loro e stimola le loro coscienze a scegliere il meglio. Il Signore raggiunge tutti e dialoga con tutti attraverso canali invisibili che Lui solo conosce. L’esempio di Gesù ci rende consapevoli del fatto che non dobbiamo illuderci che la nostra parola umana possa essere più forte di quella che Dio fa risuonare nella coscienza dell’uomo. Cristo non ha corretto né insegnato in tutte le circostanze e dinanzi a tutti gli uomini. Ha corretto Pietro a cesarea di Filippo (cfr. Mt 16,21-23), ma non ha corretto Erode (cfr. Lc 23,8-9); ha parlato alle folle ma non ha parlato al sommo sacerdote, se non per l’insistenza di questi nel nome del Dio vivente (cfr. Mt 26,62-64). Egli non si è illuso che la sua parola, pronunciata all’esterno, e percepita con le orecchie, potesse essere più forte e più persuasiva di quella che lo Spirito Santo pronuncia perennemente nella coscienza di ogni uomo. La nostra testimonianza e la nostra correzione devono arrivare alla fine, dopo avere a lungo pregato, dopo aver compiuto un adeguato discernimento sui destinatari della nostra correzione, sui tempi, sui luoghi, sulle modalità, e perfino sul tono della voce e sulle formule del linguaggio. Solo allora potremo essere utili, se la nostra voce saprà inserirsi, in maniera misurata e armonica, nella voce dello Spirito Santo e della divina sapienza, che già parla in maniera eloquente e forte nella coscienza di ciascuno. Chi resiste a questa spinta interiore rimane inevitabilmente sordo a qualunque altra parola. Al v. 4 vengono indicati i destinatari della sapienza: “A voi uomini, io mi rivolgo, ai figli dell’uomo è diretta la mia voce”. Oltre ad essere presente in ogni luogo, la luce della sapienza ha una destinazione unica: gli uomini (infatti, gli angeli non ne hanno bisogno e i demoni la combattono). Questo versetto ci offre anche la risposta a una domanda che sovente ci possiamo porre, osservando gli eventi della vita sociale: Come mai Dio non ferma la mano di coloro che operano il male, e compiono delitti efferati? Il testo dei Proverbi risponde positivamente a questa domanda: Certo che li ferma. Dio ferma coloro che scelgono il male, illuminando infallibilmente le loro coscienze. Così, all’alba dell’umanità, quando Caino concepisce nel suo cuore il disegno di uccidere il fratello, Dio non gli paralizza la mano, ma gli parla a lungo, per condurlo alla ragionevolezza. Dobbiamo notare che, nel capitolo 4 del libro della Genesi, Dio parla soltanto a Caino; ad Abele, invece, non dice nulla. La Parola di Dio raggiunge perciò la coscienza di Caino e gli dà tutte le indicazioni necessarie per non compiere il delitto, che poi sarà ugualmente compiuto, per un atto di libera scelta. E’ così che Dio ferma la mano dei delinquenti: facendo luce nella loro coscienza, ma senza violentare la loro libertà. Il v. 5 delimita la categoria dei destinatari all’interno della categoria più grande, rappresentata dagli uomini in generale: “Imparate, inesperti, la prudenza e voi, stolti, fatevi assennati”. Per ricevere da Dio il dono della sapienza non basta allora essere uomini, ma occorre anche avere una disposizione d’animo di accoglienza e di docilità, individuata dalle parole “stolti e inesperti”. Queste due espressioni, benché negative in se stesse, non hanno una connotazione offensiva, ma esprimono semplicemente la consapevolezza dell’uomo intellettualmente onesto di non essere capace di regolare se stesso, e di avere bisogno di una luce particolare, proveniente da Dio, che diriga i suoi passi. Infatti, la Scrittura conosce due diversi tipi di stoltezza. C’è la stoltezza dell’età, la condizione incolpevole di chi, immaturo e inesperto a causa dei propri anni, ha bisogno di qualcuno che lo guidi, e c’è una stoltezza colpevole, derivante da una scelta morale, in cui la propria volontà è orientata lucidamente verso il male. Il v. 5 si riferisce al primo tipo. I destinatari del dono della sapienza sono perciò quegli uomini che, in una lettura onesta del proprio cuore, non si illudono di essere maggiorenni davanti a Dio, e perciò rimangono aperti al dono di una luce che viene dall’alto. Coloro che si ritengono sapienti sono già usciti dalla traiettoria della sapienza e non possono essere raggiunti da essa. Per accogliere l’istruzione divina che ci conduce gradualmente alla comprensione della volontà del Padre occorre essere come bambini. Nel Nuovo Testamento, Cristo insegnerà ai suoi discepoli proprio questa verità. Il termine aramaico da Lui utilizzato per rivolgersi al Padre, Abbà, è tratto dal linguaggio dei bambini ebrei che solevano rivolgersi al loro padre in questo modo, termine che Gesù avrà usato durante tutta la sua infanzia per rivolgersi a Giuseppe. Gli evangelisti sono rimasti così impressionati da questo atteggiamento di Gesù, che assume verso Dio il ruolo e gli atteggiamenti di un bambino, da riportare questa parola così come Cristo l’ha pronunciata. Tutti gli altri interventi e gli insegnamenti di Gesù ci sono pervenuti in lingua greca, solo questo termine, Abbà – e pochi altri - è stato riportato nell’originario suono aramaico. Per scoprire la volontà di Dio, e lasciarsi istruire dalla sua sapienza, occorre imparare a sentirsi come bambini inesperti, che attendono di apprendere ogni giorno cosa Dio si aspetta da loro. Va notato pure che l’acquisizione della sapienza, e dunque la possibilità di ricevere questa luce, non dipende né da particolari opere né dalla sola preghiera, ma dall’ascolto: “Ascoltate, perché dirò cose elevate, dalle mie labbra usciranno sentenze giuste” (v. 6). A coloro che si ritengono bisognosi di una luce per dirigersi nella vita, l’autore suggerisce, come condizione necessaria, l’ascolto. Questo significa che la Parola di Dio, accolta nella fede, produce nell’animo umano una illuminazione, che passa attraverso il linguaggio biblico. La Parola di Dio, nel cuore dell’uomo che la medita assiduamente, deposita una luce permanente che illumina in modo veritiero gli eventi della vita quotidiana, circostanze, fatti e persone. Non sarà necessario nei singoli eventi, e nelle singole circostanze, ricordare materialmente le parole della Scrittura, perché colui che le ha già ascoltate, anche se le ha dimenticate nella sua memoria cosciente, se le porta sempre dentro. La Parola di Dio è efficace, e con la sua forza di vita e di santità si deposita nel cuore umano e vi rimane.

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