"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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1 La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne. 2 Ha ucciso gli animali, ha preparato il vinoe ha imbandito la tavola. 3 Ha mandato le sue ancelle a proclamaresui punti più alti della città: 4 “Chi è inesperto accorra qui! ”. A chi è privo di senno essa dice: 5 “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. 6 Abbandonate la stoltezza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza”. 7 Chi corregge il beffardo se ne attira il disprezzo, chi rimprovera l’empio se ne attira l’insulto. 8 Non rimproverare il beffardo per non farti odiare; rimprovera il saggio ed egli ti amerà. 9 Dá consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà la dottrina. 10 Fondamento della sapienza è il timore di Dio, la scienza del Santo è intelligenza. 11 Per mezzo mio si moltiplicano i tuoi giorni, ti saranno aggiunti anni di vita. 12 Se sei sapiente, lo sei a tuo vantaggio, se sei beffardo, tu solo ne porterai la pena. 13 Donna irrequieta è follia, una sciocca che non sa nulla. 14 Sta seduta alla porta di casa, su un trono, in un luogo alto della città, 15 per invitare i passantiche vanno diritti per la loro strada: 16 “Chi è inesperto venga qua! ”. E a chi è privo di senno essa dice: 17 “Le acque furtive sono dolci, il pane preso di nascosto è gustoso”. 18 Egli non si accorge che là ci sono le ombree che i suoi invitati se ne vanno nel profondo degli inferi.
Il capitolo 9 descrive con tratti significativi la casa della sapienza: “La sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne” (v. 1). Le colonne sono simbolo e caratterizzazione della stabilità, della sicurezza, della protezione. Il fatto che queste colonne siano sette indica che la casa della sapienza è incrollabile, saldissima, capace di garantire una assoluta stabilità. Le colonne, inoltre, non possono riferirsi a una casa normale; come sappiamo, esse caratterizzano la struttura architettonica dei templi e dei palazzi dei re. La casa della sapienza è in realtà un tempio, una dimora solenne e regale. Con questa immagine l’autore vuole sottolineare la preziosità del dono della sapienza, che mette l’uomo in una relazione di amicizia con Dio e, al tempo stesso, gli comunica un carattere regale. La sapienza immette la persona nell’autentica conoscenza di Dio e nella giusta disposizione verso di Lui, nell’ubbidienza verso la sua Maestà e nell’adorazione della sua divinità. L’uomo che ha trovato la sapienza attraversa le situazioni quotidiane, anche difficili, con uno spirito superiore, senza essere dominato da nulla, senza perdere mai il controllo di sé, e senza uscire in nulla dalle giuste misure. Colui che ha trovato la sapienza si muove in una perenne armonia, perché Dio stesso ripristina in lui l’immagine intatta dell’uomo originario, quello uscito dalle mani del Creatore. L’inizio del capitolo 9 richiama gli stessi temi del capitolo precedente. Il capitolo 8 si apriva con la sapienza che chiamava sulla cima della alture, lungo la via e nei crocicchi delle strade; il capitolo 9 ritorna sullo stesso tema con altre figure, il cui significato è comunque analogo: “Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città” (v. 3). Il luogo scelto dalla sapienza per far risuonare la sua voce è, come nel capitolo 8, un luogo aperto, uno spazio nel quale si diffonde la sua voce ad ampio raggio nell’atmosfera. Ciò vuol significare che nessun uomo può rimanere ignaro dei suoi richiami. Contestualmente, ritorna una seconda idea già intravista all’inizio del capitolo 8: per mettersi alla scuola della sapienza è necessaria una sola fondamentale caratteristica: sentire il bisogno di essere istruiti, non avere l’illusione di essere sufficienti a se stessi con il proprio buon senso e con il proprio saperci fare. In realtà molti uomini cadono in questa trappola, molti sono coloro che ritengono il proprio buon senso, e la propria capacità di barcamenarsi nella vita, sufficiente ad affrontare ogni circostanza. La convinzione di non essere bisognosi di accrescere la propria sapienza, causa il decadimento dello spirito umano, come accade a un atleta troppo sicuro della propria preparazione agonistica, che tende a prendersela comoda agli allenamenti, sperimentando solo nella prova concreta della gara di essersi sopravvalutato. Al contrario, il dinamismo di crescita verso una vita piena è determinato dalla consapevolezza di non avere ancora imparato tutto: “Chi è inesperto accorra qui! A chi è privo di senno essa dice…” (v. 4). La sapienza non ha costruito la casa per se stessa, ma per dare all’uomo un luogo di rifugio dagli smarrimenti della vita. Senza di lei, infatti, la mente umana si smarrirebbe, sarebbe travolta da idee, concetti, immagini, ipotesi, teorie contrarie e contraddittorie, nessuna delle quali sarebbe capace di pacificare il bisogno di verità che ognuno si porta dentro. In questa casa viene immaginato un banchetto ricco e abbondante: “Ha ucciso gli animali, ha preparato il vino e ha imbandito la tavola” (v. 2). Ma ciò che concretamente la sapienza offre in modo diretto ai suoi invitati è pane e vino, un cibo apparentemente povero: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato” (v. 5). Questo contrasto contiene una caratteristica fondamentale della sapienza: essa dona le ricchezze più preziose attraverso un ammanto umile e dimesso, al punto tale che sarà necessario superare la povertà delle apparenze, per giungere all’autentica sostanza donata dalla sapienza. La sapienza comunica all’uomo una qualità di vita carica di valori, una vita piena e beata, ma attraverso doni che non attirano l’attenzione di coloro che vanno a caccia dello straordinario. Occorrerà avere uno sguardo penetrante per cogliere la preziosità nascosta della sapienza. Spesso è molto più facile essere afferrati dalle proposte del mondo, da qualunque genere di iniziativa che serve solamente a passare il tempo, insomma, da tutto ciò che è gradevole all’apparenza ma privo di contenuto. La sapienza ha voluto preparare un convito capovolgendo i termini delle proposte del mondo, offrendo le cose più preziose dietro un ammanto povero e dimesso, con un’apparenza che non attrae. Per questo sarà necessario mettere in moto tutte le forze della propria volontà, della propria perseveranza e della propria fede, per giungere a gustare quel cibo che risana e che comunica la vera vita. È questo lo stile di Dio. Se i suoi doni avessero un’apparenza esteriore attraente, non ci sarebbe nessun merito nel proseguire la ricerca di essi e nell’aprirsi alla loro accoglienza. Il Signore ha voluto porre un banco di prova alla soglia della casa della sapienza, così che non possono entrare in essa coloro che sono soliti fermarsi alle apparenze, giudicando le cose in maniera sommaria e senza un’indagine profonda. Alla fine del capitolo 9, l’autore presenterà una figura antidivina, antitesi della sapienza: la follia, la donna irrequieta seduta su un trono, che propone una magistero falso ma attraente: “le acque furtive sono dolci, il pane preso di nascosto è gustoso” (v. 17). Le due immagini, quella della sapienza e quella della donna irrequieta, sono contrapposte e rappresentano la duplice possibilità che si pone dinanzi all’uomo nel momento in cui debba decidere su cosa far poggiare i cardini della propria vita. La casa che la sapienza ha edificato è contrassegnata da una particolare solennità, come si è visto, ma anche il banchetto da essa preparato ha qualcosa di regale, di sovrabbondante, di solenne; tuttavia, i suoi invitati si troveranno dinanzi a un menù apparentemente deludente: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato” (v. 5). Occorre soffermarsi ancora per comprendere questa sproporzione tra la natura regale del banchetto della sapienza e l’apparente povertà del suo menù. Tale sproporzione vuole sottolineare lo spazio dell’esercizio della fede e, al tempo stesso, la custodia della libertà umana. Il pane e il vino, inoltre, sono elementi che Cristo assumerà come cibi costitutivi del suo banchetto, donando la sapienza sotto la specie eucaristica, che è la presenza reale del Corpo. Anche il banchetto eucaristico, nelle sue apparenze, è ugualmente deludente, un rito sobrio ed essenziale, privo di quelle caratteristiche che attirino l’attenzione o la curiosità, e per questo facilmente disertato. È chiaro allora che la libertà umana può essere esercitata pienamente, soltanto se le meraviglie di Dio si presentano all’uomo con apparenza umile e dimessa. Se Dio si manifestasse con la sua gloria insostenibile, tutta l’umanità cadrebbe in ginocchio dinanzi alla sua Maestà; ma questo atto di adorazione non sarebbe libero. Negli Atti degli Apostoli si narra di un mago di nome Simone, il quale, dopo aver visto i miracoli compiuti dall’Apostolo Pietro, si rivolse allo stesso dicendo: “date anche a me questo potere perché a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo” (At 8,19). Si capisce, però, che la sua richiesta non è libera, bensì condizionata dal proprio desiderio di grandezza, stimolato, a sua volta, dai prodigi operati dagli Apostoli; è infatti troppo facile schierarsi con il più forte, quando questi dimostra chiaramente di esserlo. Era troppo facile radunarsi intorno a Cristo che moltiplicava i pani e guariva gli infermi, era facile perfino volerlo eleggere re, visto che risolveva così a buon mercato i problemi secolari dell’umanità; ma quando viene arrestato e crocifisso, non c’è più nessuno con Lui. Tutti si mettono al riparo, fuggendo. Questo significa che, finché il Signore manifesta in modo troppo evidente la sua potenza, nessuno è veramente libero di cercarlo o di amarlo, perché attratto dalla seduzione della potenza e della gloria. Anche nell’esperienza della Chiesa, inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è un atto veramente libero e meritevole, perché in essa la Maestà di Cristo è perfettamente nascosta; non si potrebbe dire lo stesso dinanzi alla gloria e alla Maestà del Cristo risorto. Questa è la ragione per cui la sapienza invita ad un banchetto dove si riceve il cibo sostanziale, l’unico che garantisce la vita, ma con un menù apparentemente deludente: perché dinanzi a questo invito gli uomini, esercitando la loro libertà, abbiano il merito di sedersi al banchetto della sapienza, senza essere attratti dallo straordinario; oppure scelgano liberamente, se proprio sono a caccia dello straordinario, di seguire un’altra voce, quella della follia, che risuona anch’essa dai luoghi alti della città e, apparentemente, da un trono regale: “Sta seduta alla porta di casa, su un trono, in un luogo alto della città, per invitare i passanti che vanno diritti per la loro strada” (v. 14). Un aspetto particolare dell’insegnamento della sapienza è costituito dal tema della correzione: “Chi corregge il beffardo se ne attira il disprezzo” (v. 7). Subito dopo l’immagine della casa della sapienza e del suo banchetto, segue dunque il riferimento alla correzione fraterna. L’idea di fondo è che può correggere il suo prossimo, solo colui che si è lasciato correggere da Dio. Destinatari dell’invito della sapienza sono, infatti, gli inesperti e coloro che sono privi di senno: “Chi è inesperto accorra qui! A chi è privo di senno essa dice…” (v. 4). Abbiamo già sufficientemente sottolineato il fatto che le espressioni qualificative “inesperto” e “privo di senno” non si riferiscono ad uno stato di peccato, o a qualsivoglia colpevolezza, bensì alla disposizione di apertura di colui che non ritiene di avere già imparato tutto e che perciò è ben disposto nei confronti di qualcosa di nuovo, che possa essergli insegnato. Gli stessi termini ritornano al v. 16: “Chi è inesperto venga qua! E a chi è privo di senno essa dice…”, ma con un significato totalmente diverso. L’invito qui è posto sulle labbra della stoltezza, che attrae per similitudine tutti coloro che hanno scelto le sue strade. I termini “inesperto” e “privo di senno”, in questo secondo caso, acquistano un’accezione deteriore, nel senso di una stoltezza colpevole. La Bibbia, in diversi punti, sottolinea il fatto che i fenomeni umani spesso sono uguali solo in apparenza, ma nel loro intrinseco valore possono essere diversissimi. Così c’è, ad esempio, una gioia santa che si sperimenta in Dio (cfr. Lc 1,47), e una gioia colpevole e falsa, di cui Dio non si compiace (cfr. Lc 6,25). Ma c’è anche una sofferenza benedetta e (cfr. Mt 5,4) e una sofferenza che porta alla disperazione (cfr. 2 Cor 7,10). In questo caso, il testo considera due tipi di stoltezza, quella colpevole, di chi non si smuove per propria scelta da una situazione di squilibrio, né cerca di superare la propria ignoranza della volontà di Dio, e quella incolpevole, di coloro, cioè, che sanno bene di non aver imparato tutto e che tendono l’orecchio per migliorare se stessi. La correzione, allora, appare come un elemento costitutivo del banchetto della sapienza, mensa alla quale si siedono tutti coloro che non ritengono di essere maggiorenni davanti a Dio. La sapienza, pur essendo un dono proveniente direttamente da Dio, ha bisogno di essere alimentata attraverso una ricerca personale, e una disponibilità di ascolto e di accoglienza della testimonianza di coloro che camminano sulle stesse vie di ricerca dei beni sapienziali. Il tema della correzione va inserito dentro un quadro biblico più ampio. Dal punto di vista biblico, essa viene considerata da due punti di vista complementari: quello della modalità della correzione (cfr. Mt 18,15-18) e quello del destinatario della stessa. Un primo punto di vista della correzione fraterna è dunque quello della modalità. Infatti, pur nell’intenzione ottima di volere aiutare una persona, potrebbe darsi che uno lo faccia nella modalità sbagliata. In questo senso, la correzione fraterna fallisce, non perché quella persona non andava corretta, ma perché non andava corretta in quel modo. Il secondo punto di vista della correzione lo troviamo ai vv. 7 e 8 del nostro testo, e riguarda il destinatario della correzione: “Chi corregge il beffardo se ne attira il disprezzo, chi rimprovera l’empio se ne attira l’insulto”. Questi versetti ci mettono in guardia dal voler correggere ad ogni costo chiunque; infatti, potrebbe succedere di correggere nella maniera giusta una persona che non andava corretta, perché a torto creduta in errore. Può succedere anche di correggere nel modo sbagliato una persona che andava corretta, e può succedere ancora, come suggeriscono i vv. 7-8, che una persona, oggettivamente meritevole di essere corretta, sia invece inopportuno correggerla, perché la correzione, compiuta anche nella migliore delle modalità, dà a questa persona l’occasione di commettere un ulteriore peccato, quello del disprezzo e dell’insulto del dono di consiglio utile. In questa circostanza lui commette un peccato, ma è l’iniziativa della correzione che gli ha fornito l’occasione per commetterlo. La sapienza consiste proprio nel discernimento delle opportunità, dei modi e dei destinatari della correzione. La sapienza si astiene dal correggere, quando la correzione provocherebbe mali maggiori di quelli già prodotti dal comportamento errato di colui che si vorrebbe correggere. Il nostro testo identifica una categoria di persone che comunque non deve essere mai oggetto di correzione fraterna, ossia la categoria dei beffardi e degli empi. Beffardi sono tutti coloro che coltivano un atteggiamento di compiacimento verso il peccato, in pratica coloro che commettono il male ridendoci su. È chiaro che questa disposizione non può essere oggetto di correzione, perché colui che ama il peccato, ritenendo che sia una cosa buona e utile, non potrà mai cedere al consiglio del giusto o all’ipotesi di una conversione; anzi, come dice il nostro testo, la correzione rappresenterà per lui una possibilità in più di confermare se stesso nella scelta del male, facendosi beffe di colui che desidera dargli una mano. La seconda categoria di persone che non è da considerarsi oggetto di correzione fraterna è quella degli empi. L’empio è colui che nega al di sopra di sé qualsiasi legge, rifiuta di accettare la sua condizione di creatura e tende a dare a se stesso uno statuto di assolutezza; da queste basi nasce il peccato contro lo Spirito Santo. L’empio è, in sostanza, colui che rifiuta Dio come Dio e se stesso come creatura; è colui che crea la legge morale a partire da se stesso, e che fa del proprio pensiero, dei propri bisogni e delle proprie passioni, la legge assoluta. L’empio non può essere, quindi, oggetto di correzione fraterna, perché, dal suo punto di vista, la legge morale è lui stesso, e chiunque gli proponga qualcosa di diverso, sbaglia lui. Il testo dice che “Chi rimprovera l’empio se ne attira l’insulto”; infatti, mentre il beffardo disprezza, ride sul male, l’empio invece aggredisce e insulta il giusto. La correzione fraterna appare in questo capitolo come una parte integrante dell’itinerario che conduce l’uomo verso la sapienza. Chi non accoglie la correzione, non può compiere salti di qualità nella propria statura morale; anzi, il testo sottolinea che soltanto il saggio è disposto ad accogliere la correzione e a rallegrarsene. La correzione segna una netta linea di confine che separa il saggio dallo stolto. Dinanzi alla correzione, il saggio se ne rallegra e approfondisce la sua santità: “Rimprovera il saggio ed egli ti amerà… Dà consigli al saggio ed egli diventerà ancora più saggio, istruisci il giusto ed egli aumenterà la dottrina” (vv. 8-9). Il saggio, in un certo senso, considera suo benefattore colui che, talvolta, potrebbe anche ferirlo, oppure causargli amarezza, col mettere in evidenza alcuni aspetti del suo carattere, o del suo comportamento, che oggettivamente sono bisognosi di miglioramento. Il testo contiene, in riferimento al saggio, tre verbi che esprimono le tre manifestazioni dell’atto del correggere: rimproverare, dare consigli, istruire (cfr. vv. 8-9). Il saggio ha perciò bisogno del rimprovero, ha bisogno di essere richiamato laddove i suoi gesti non fossero pienamente luminosi, ma ha bisogno anche di consiglio, perché nessuno possiede la verità tutta intera. Mentre il rimprovero fa riferimento a un’opera imperfetta, bisognosa di aggiustamento, il consiglio fa riferimento ad un’opera che ancora deve essere compiuta, e per la quale nessun saggio ritiene di avere in tasca tutte le soluzioni. Nella visione biblica, il saggio, non è colui che possiede la verità ma, al contrario, è un ricercatore di essa, sapendo di non possederla; e perciò rimane continuamente aperto ad accogliere nuove stimolazioni e nuovi suggerimenti. Il rimprovero rivolto al saggio allude alla possibilità, molto concreta, che il saggio, in quanto uomo, possa sbagliare. Il terzo verbo, istruire, presenta un’indicazione ancora più ampia circa la modalità del correggere. Mentre il rimprovero e il consiglio sono atti episodici, che come tali riguardano particolari momenti della vita del saggio, il verbo istruire esprime invece uno studio, una riflessione sulla verità di Dio che si prolunga nel tempo: “Istruisci il giusto ed egli aumenterà la dottrina”. La correzione, il miglioramento qualitativo dei propri atti e dei propri pensieri, non deriva soltanto da singoli episodi di correzione, ma anche dall’istruzione, dallo studio e dalla meditazione di ogni giorno.

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