"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 43-44

Continua la successione dei giorni, che culminerà nell’episodio delle nozze di Cana. La decisione di Gesù di partire per la Galilea segna l’inizio effettivo del suo ministero pubblico. Questa partenza è l’occasione di un altro incontro: “Incontrò Filippo e gli disse: Seguimi!”. Anche Filippo viene chiamato da Gesù a intraprendere il cammino del discepolato. Si tratta di una chiamata diretta, non come quella dei due discepoli, che lo seguono per indicazione del Battista, né come quella di Pietro, che incontra il Maestro grazie ad Andrea, suo fratello. Ciò sottolinea la libertà di Dio nel chiamare chi vuole, quando vuole e come vuole. Può servirsi di circostanze o di intermediari, ma può anche non servirsi di nessuno.

v. 45

Se le chiamate sono diverse nella loro modalità, il frutto, però, sembra essere lo stesso; anche Filippo, incontrato Gesù, sente il bisogno di annunciare agli altri la sua scoperta: “Filippo incontrò Natanaele e gli disse:Abbiamo trovato il Messia”. Natanaele concepisce il messianismo come una realtà profondamente radicata nelle promesse veterotestamentarie, come il compimento definitivo della Legge e dei Profeti. Cristo, però, sorprenderà anche i migliori conoscitori delle Scritture, come p. es. Nicodemo, andando molto aldilà delle consuete interpretazioni rabbiniche del messianismo.

v. 46

La prima reazione di Natanaele è negativa: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”. Il collegamento tra il Messia e Nazaret gli sembra incredibile. E’ già il primo segnale con cui Cristo indica un messianismo collocato aldilà delle aspettative dell’umano buon senso. Durante il suo ministero pubblico, infatti, nel suo insegnamento salteranno una dopo l’altra tutte le categorie rabbiniche, fino alla morte di croce, con la quale salterà anche l’ultimo appiglio per la ragione umana.“Filippo gli rispose: Vieni e vedi”. Filippo utilizza quasi la stessa espressione che Gesù aveva usato con i due discepoli. Di nuovo ritorna il tema della esperienza personale di Cristo. I discepoli non potranno avere un’idea adeguata del Maestro, se all’ascolto della Parola non si unisce il tentativo di vivere come Lui. Notiamo come Cristo non dia mai ai suoi discepoli una definizione di se stesso: è la vita comune con Lui ciò che apre la strada verso il mistero della sua identità. La sua identità viene rivelata ai discepoli dallo Spirito, ma sulla base del coinvolgimento personale di ciascuno.

vv. 47-51

Natanaele accetta questo invito e si muove verso Gesù. Qui, come con i primi due discepoli, Cristo risponde all’amore del discepolo con il suo: è Lui che prende l’iniziativa dicendogli, “Ecco davvero un israelita dove non c’è falsità”. Nel momento in cui Natanaele si muove verso Cristo, Cristo si muove verso Natanaele, e gli svela di conoscerlo intimamente, giudicandolo un autentico israelita. Tanto che Natanaele se ne meraviglia: “Come mi conosci?”. La risposta di Gesù è piuttosto enigmatica: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico”. Dietro questa espressione un po’ misteriosa, però, c’è una chiara teologia della vocazione. Natanaele è arrivato a Cristo tramite Filippo, ma in realtà, prima che egli incontrasse Filippo, Cristo lo aveva già visto, cioè lo aveva eletto. Natanaele risponde con una professione di fede la cui prospettiva è ristretta all’orizzonte ebraico: il Messia è il re di Israele. Gesù corregge la visione angusta del discepolo: la regalità di Israele è troppo poco, rispetto agli obiettivi della sua autentica missione: “Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo”.Gesù allude evidentemente alla visione di Giacobbe in Betel (Gen 28,11-17), ma la presenta non come un fatto episodico, bensì come una nuova fase della storia. L’espressione “Il cielo aperto”, indica l’apertura definitiva di una frontiera fino ad allora chiusa. Sul Figlio dell’uomo, vale a dire: grazie al Figlio dell’uomo, il cielo sarà permanentemente aperto da ora in poi. Che il cielo poi si apra sul Figlio dell’uomo, significa che oramai il corpo umano di Cristo è il luogo della manifestazione della gloria di Dio. E’ Lui il Tempio, è Lui Betel. All’espressione “Figlio di Dio”, che Natanaele aveva usato come appellativo, Cristo oppone l’appellativo “Figlio dell’uomo”. E’ la medesima espressione che Gesù utilizzerà parlando della sua Passione, cioè della sua umanità passibile di sofferenza: “Il Figlio dell’uomo sarà consegnato”. Ciò indica il prezzo che Lui dovrà pagare perché i cieli possano aprirsi per accogliere permanentemente tutta l’umanità. Il Figlio dell’uomo dovrà essere innalzato (cfr. Gv 3,14-15), e solo allora il cielo si aprirà.

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