"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 19-24

La missione del battista di testimoniare la luce, si concretizza sul terreno della storia proprio all’inizio del racconto evangelico. I primi destinatari di tale testimonianza sono i rappresentanti della classe dirigente religiosa: sacerdoti e leviti. Essi stessi mandano a interrogarlo sulla sua identità, segno che l’attività del battista suscita delle preoccupazioni in coloro che gestiscono il potere religioso. Ancora maggiori preoccupazioni susciterà il ministero pubblico di Gesù. Verso di Lui, la loro reazione sarà quella dei vignaioli che buttano fuori dalla vigna il figlio del padrone (cfr. Mc 12,1-12). Ma per il momento il battista li rassicura: il Messia non è lui. La risposta di Giovanni suona: “Io non sono il Cristo”. Si percepisce qui un’eco diretta di 1,8: “non era lui la luce”. Dall’altro lato, la negazione di Giovanni battista prepara l’affermazione di Gesù: “Io Sono”, che risuonerà più volte in tutto il IV vangelo. Alla samaritana: “quando verrà il Messia ci annunzierà ogni cosa”; le disse Gesù: “Sono io” (4,25-26). Ai Giudei: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, saprete che Io Sono” (8,28) e “prima che Abramo fosse, Io Sono” (8,58). Nel vangelo di Giovanni, non troviamo mai sulle labbra del battista l’espressione “io sono”, perché essa è esclusiva di Gesù. Perfino in 1,23 il battista non pronuncia la frase “io sono”, come sembrerebbe dalla nostra traduzione italiana della CEI, ma il testo greco dice semplicemente: “Io, una voce”. Solo Cristo può permettersi la prima persona del verbo essere, perché sulle sue labbra essa riporta l’eco della rivelazione sinaitica, dove il nome di Dio è proprio questo: “Dirai agli israeliti: Io Sono mi ha mandato a voi” (Es 3,14).Il battista non si limita a negare di essere il Messia, ma nega anche tutte le altre possibilità di attribuzione a se stesso di una particolare identità. Egli non è il Messia, ma non è neppure Elia né il profeta. Ci colpisce soprattutto la sua negazione di essere Elia, mentre sono ovvie le altre due: il titolo “il profeta” allude a Dt 18,15, dove si annuncia negli ultimi tempi la comparsa di un secondo Mosè, che in fondo si assimila in pieno all’attesa messianica. La figura di Elia, invece, rappresenta il messaggero inviato prima della venuta del Messia e i Sinottici concordano nell’indicare in Giovanni battista il precursore che cammina nella spirito del profeta Elia: “Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia” (Lc 1,17); Gesù stesso dice ai suoi discepoli, in riferimento al battista: “E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire” (Mt 11,14). Insomma, Giovanni battista, non pronuncia la formula “io sono” neppure per indicare ciò che lui veramente è nel disegno di Dio. Sarà infatti Cristo a rendergli questa testimonianza. Ma è anche questa la prospettiva dell’Apostolo Paolo: “ciascuno avrà la sua lode da Dio” (1 Cor 4,5).

Egli si presenta soltanto come “voce” che grida; questa “voce” riecheggia la profezia di Isaia 40,3, dove il popolo di Dio è invitato a rimuovere gli ostacoli che esso stesso ha posto tra sé e Dio. Così il battista sintetizza il suo messaggio alla classe dirigente di Israele, che attende da lui una risposta sulla sua identità. Forse il potere religioso è già inquieto al pensiero di doversi misurare con la pienezza carismatica del Messia; il potere religioso ha già paura di perdere i suoi privilegi e di essere eclissato da Colui che viene con un’autorità spirituale comunicata direttamente da Dio. Il ministero del battista, col fascino irresistibile che esercita sulle folle, è già un segnale che mette il sinedrio in un atteggiamento di sospetto. Infatti, qui appaiono anche, per la prima volta, i farisei, che nel corso del vangelo si opporranno continuamente all’insegnamento di Gesù. Essi, insieme alle loro istituzioni, incarneranno la tenebra che si oppone alla luce. Essi non saranno capaci in linea di massima di accogliere il Messia, perché hanno assolutizzato la legge di Mosè. Più precisamente, hanno assolutizzato l’istituzione umana che rappresenta la legge mosaica. In definitiva, hanno assolutizzato se stessi. Ma la risposta del battista raddrizza l’inutile preoccupazione del potere umano: “preparate la via del Signore”, ossia: il potere religioso deve preoccuparsi solo di una cosa: rimuovere gli ostacoli che esso ha posto tra sé e Dio, tra il popolo e Dio. Il resto è tutto inutile.

vv. 25-28

Le negazioni del battista disorientano la commissione farisaica che lo interroga; la loro replica è perfino scontata: perché battezzi, se non sei nessuna di queste figure? Evidentemente non hanno colto l’unico messaggio rivolto loro esplicitamente e che dovevano cogliere: rimuovere gli ostacoli innalzati davanti a Dio. Tuttavia la loro domanda ha un senso: ricevere il battesimo dalle mani di Giovanni significava riconoscerlo come inviato di Dio, mentre il battista stesso non reclama per sé alcuna identità carismatica. La risposta del battista chiarisce anche questa forma di nascondimento: il battesimo da lui amministrato non possiede alcuna efficacia spirituale; è solo un simbolo di penitenza, e come tale va ridimensionato (v. 26). Egli battezza infatti solo con acqua, che è un elemento terrestre e preesistente, mentre il Messia battezzerà con una forza divina e celeste, che è lo Spirito. L’acqua appartiene al creato visibile e tocca solo le membra; lo Spirito penetra nell’intimo dell’uomo e vi crea cose nuove. E Colui che battezzerà con l’energia divina è già presente in mezzo a loro, ma del tutto sconosciuto. Cristo continuerà a essere per molti uno sconosciuto, anche dopo la sua manifestazione piena a Israele. Per i farisei di tutti i tempi è infatti molto difficile intendere l’opera dello Spirito, in quanto essi ne conoscono e ne privilegiano solo una: quella delle opere che derivano dalla Legge mosaica. Ugualmente sarà difficile per loro intendere la differenza abissale tra i due battesimi, quello di Cristo e quello di Giovanni.Di grande significato teologico è l’espressione usata dal Battista al v. 27, che apparentemente sembrerebbe una semplice professione di umiltà. A una attenta analisi rivela di essere ben altro. “Non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo” è una allusione alla legge del Deuteronomio (25,5-10). Quando uno moriva senza figli, un parente doveva sposare la vedova. Se uno rinunciava a questo diritto, la cerimonia di rinuncia consisteva nello slacciare il sandalo. In sostanza, il Battista afferma di non potere sciogliere il legaccio del sandalo di Gesù, e ciò equivale a dire che Gesù è il vero sposo, lo sposo legittimo, a cui il sandalo non può essere sciolto, perché nessuno ha più diritto di Lui di sposare il suo popolo. Il v. 28 colloca la scena in un quadro geografico, anch’esso carico di significati teologici: tutto ciò avviene “al di là del fiume Giordano”. Il Giordano è il fiume attraversato dal popolo, sotto la guida di Giosuè, per entrare nella terra promessa. Il Cristo sposo si presenta nei pressi di quel fiume che si trova al confine della terra promessa, per indicare che Egli sta per introdurre l’umanità nella vera e definitiva terra promessa, quella che abbonda dei beni messianici. La terra promessa nella quale Cristo introduce l’umanità va inoltre cercata “al di là del Giordano”, cioè fuori dai confini visibili e dalle istituzioni di Israele. Il Regno di Cristo infatti non coincide con il regno di Israele, e sarà proprio questo fraintendimento a impedire il discepolato dei farisei come pure a causare la defezione di Giuda: essi cercheranno i beni del Messia nell’aldiqua del Giordano, anziché cercarli nell’aldilà.

vv. 29-34

Il giorno dopo il Battista indica Gesù che passa con l’appellativo di Agnello di Dio. Prima lo aveva definito come lo Sposo, ora come l’Agnello. Dietro l’immagine dello Sposo c’è tutta la tradizione profetica; dietro l’immagine dell’Agnello c’è invece la memoria dell’Esodo. L’Agnello pasquale immolato il 14 di Nizan rappresentava la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Nel Vangelo di Giovanni troveremo continui riferimenti all’Esodo. Qui definire Cristo come Agnello equivale ad annunciare una nuova pasqua di liberazione. Essa consisterà soprattutto nella eliminazione del peccato del mondo e in un nuovo battesimo che è il battesimo nello Spirito. Questa è l’opera specifica del Messia: battezzare nello Spirito, avendo cancellato il peccato del mondo attraverso la propria immolazione. Così si apre il cammino pasquale dell’uomo dalla tenebra alla luce e dalla morte alla vita. Colui che battezza nello Spirito, ha lo Spirito che dimora in Lui in modo permanente. Il fatto che lo Spirito assume l’aspetto di una colomba si può ricondurre a un solo riferimento biblico, che è quello del primo racconto della creazione in Gen 1: lo Spirito di Dio si libra sulle acque caotiche primordiali. Sembra che lo Spirito di Dio ripeta su Cristo il suo aleggiare, in vista di una nuova creazione che sarà compiuta in Lui. La discesa dello Spirito su Cristo vuole indicare anche l’investitura messianica, ossia l’Unzione da parte del Padre. La parola “Cristo” infatti altro non significa che “Unto”. In quanto uomo Egli è abilitato dal Padre, mediante la potenza dello Spirito, ad agire e parlare con autorità messianica. E ciò avviene a partire dal battesimo nel Giordano. Un’altra espressione che si incontra come definizione evangelica dell’identità di Gesù è “il Santo di Dio”, che si incontra, p. es., in 6,69; si potrebbe tradurre “il consacrato di Dio”, ossia l’Unto o il Cristo. Sono tutte definizioni dal medesimo significato. Questa unzione di Gesù, che ha luogo nel fiume Giordano, è essenzialmente diversa dalle unzioni dei re di Israele: essi venivano unti da un profeta, ma qui il Battista ha la funzione di un mero testimone; chi unge Gesù, comunicandogli l’autorità messianica e regale è direttamente Dio, senza mediatori umani. E’ importante anche notare come il Battista non riconosca il Messia in base al suo aspetto fisico. Anzi, i due non si erano mai incontrati prima di quel momento. Il Messia è riconosciuto da lui in base alla presenza dello Spirito. Il significato è molto chiaro: l’identità di Gesù non è raggiungibile attraverso i canali della scienza umana. Chi arriva alla conoscenza di Gesù come Signore, vi arriva per un impulso proveniente dallo Spirito. Nessuno può dire che Gesù è il Signore, se non sotto l’azione dello Spirito (cfr. 1 Cor 12,3). Questo concetto sarà riaffermato con forza dopo la risurrezione di Gesù dai morti: il fatto di avere vissuto con Lui per tre anni non mette gli Apostoli e i discepoli in grado di riconoscerlo quando Lui appare. Nessuno può accedere alla sua autentica identità se non nella luce dello Spirito.

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