"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 35-36

Si apre un nuovo giorno e il Battista è ancora lì. La sua è una figura piuttosto statica, non è mai descritto nell’atto di muoversi. E’ piuttosto la folla che si muove, andando verso di lui. Ciò ha un grande significato teologico in riferimento alla natura della testimonianza cristiana: non si diventa testimoni di Cristo perché “si fa” qualcosa, ma perché “si è”; si diventa testimoni di Cristo in forza di quei valori che incarniamo giorno dopo giorno. Il Battista non va a Gerusalemme ad agitarsi, perché i cittadini si accorgano di lui e accettino il suo invito alla conversione. Avviene invece il contrario: sono i cittadini di Gerusalemme che escono dalla città per andare da lui. Ogni autentica testimonianza cristiana è come la testimonianza del Battista: non ci si agita, non si fa nulla per essere notati, non ci si scervella per trovare il modo (o i modi) di rendere testimonianza a Cristo, eppure un forte messaggio parte ugualmente da noi, dalla nostra vita e mette gli altri in movimento. La testimonianza cristiana non è finalizzata a mettere in movimento il testimone, ma è finalizzata a mettere in movimento i destinatari della testimonianza. La testimonianza non va intesa come la produzione di qualcosa (parole, atteggiamenti, gesti…), ma come una forza misteriosa che tocca le coscienze e le apre alla conversione. E questa forza è tanto più attiva quanto meno ci si agita.  La staticità di Giovanni ha anche un altro risvolto: il Battista rimane lì finché dura la sua missione; la sua staticità è il simbolo della fedeltà alla propria chiamata fino al suo termine. Egli infatti resterà lì, e porterà avanti la sua missione di precursore fino a quando il Messia inizierà il proprio ministero. Egli conosce già il Messia, ma i suoi discepoli non lo hanno ancora scoperto. Quando lo conosceranno, passeranno dal discepolato veterotestamentario al discepolato cristiano. Il passaggio dall’uno all’altro discepolato avviene nel momento in cui il Battista, in presenza dei suoi discepoli, indica Gesù come l’Agnello di Dio. In questa definizione si percepisce l’imminenza di una nuova Pasqua e con essa una nuova esperienza di liberazione. 

v. 37

I discepoli del Battista sembrano cogliere all’istante l’identità di Gesù, che si cela nelle parole di Giovanni, e subito lo lasciano per “seguire Gesù”. Questa espressione figura qui per la prima volta con un significato pregnante di discepolato. “Seguire Gesù” significa camminare con Lui sullo stesso sentiero, ma dietro di Lui, in certo senso mettendo i propri piedi sulle sue orme; “seguire Gesù” significa vivere come Lui. Il successivo dialogo tra Gesù e i due discepoli chiarisce molto bene questi concetti.

v. 38

I discepoli si mettono in cammino verso Cristo ed Egli si volta verso di loro, interrogandoli: “Che cercate?”. Il senso di questa immagine è che non c’è atto d’amore che non venga corrisposto da Dio. Nel momento in cui i due discepoli si volgono verso Cristo, Cristo si volge verso di loro. Il movimento del discepolo verso il Maestro, però, non raggiunge alcun obiettivo senza l’iniziativa di Gesù: è Lui che pone la domanda cruciale “che cercate?”, intendendo dire che il discepolato prende vita sulla base delle sue motivazioni interiori e orientando così il pensiero dei discepoli fin dall’inizio verso ciò che veramente conta. La domanda di Gesù allude anche al fatto che è sempre possibile seguirlo per una motivazione erronea. Cristo infatti non dà per scontato che i due discepoli lo stiano seguendo con le motivazioni giuste. Andargli dietro, fino a questo punto, è stato solo un movimento fisico che ha avuto il fiume Giordano come tappa iniziale. Per questo Gesù adesso si ferma, si volge verso di loro e chiede “che cercate?”; in questo modo il movimento fisico si muta in un movimento di ricerca interiore. In risposta, i discepoli gli pongono una domanda: “Dove abiti?” In questa domanda, posta usando l’appellativo di Rabbì, essi già riconoscono Cristo come Maestro, ossia: intuiscono che Egli ha da insegnare loro qualcosa che ancora non sanno. Il discepolato del Battista era infatti una fase provvisoria, che doveva necessariamente evolversi e sfociare in qualcosa di nuovo e di diverso. Cristo appare loro come il definitivo compimento del loro discepolato, ossia il punto di arrivo del loro pellegrinaggio interiore verso la Verità. La domanda dei discepoli ha una valenza particolare in questo senso: chiedere a Gesù “dove abiti?” è lo stesso che chiedergli su quali valori e quali mete si regga la sua vita di uomo.

v. 39

A questa domanda Cristo non dà una risposta né teorica né descrittiva; l’espressione “Venite e vedrete” suona più come un invito che come una delucidazione. Al tempo stesso, ciò svela la vera natura di quel che essi hanno chiesto: alla loro domanda non si potrà rispondere se non mediante la vita comune col Maestro. Non è un caso che il primo verbo sia al presente e il secondo al futuro: la chiamata a seguirlo vivendo come Lui si verifica adesso, ma la conoscenza effettiva di Lui non si potrà ottenere nello stesso momento in cui avviene la chiamata. La conoscenza di Cristo andrà crescendo man mano che il discepolo accetta di diventare come il Maestro. In questo modo il discepolo conoscerà il Maestro come in una immagine rispecchiata dentro la propria stessa vita. La vita del Maestro si replicherà infatti in quella del suo discepolo, che ne sarà specchio fedele e darà, non solo a se stesso, ma anche al mondo esterno, un vivo e credibile segno del Risorto. Ma per prima cosa il discepolo deve entrare nell’orbita di Gesù, e ciò non può mai corrispondere a una semplice informazione, quanto piuttosto a una esperienza personale.

Uno dei risultati dell’esperienza diretta dell’ingresso nell’orbita di Gesù è la possibilità di compiere un’opzione per Lui. Infatti, l’evangelista precisa che i due discepoli “giunsero, videro dove viveva e da quel giorno rimasero con Lui”. La decisione di rimanere con Lui, nasce dall’avere visto, per esperienza diretta, la dimora di Cristo. Cioè, dal fatto di avere preso coscienza cosa comporti il vivere come Lui. Allora si decide. In questo momento si forma il primo nucleo della comunità di Cristo, con due discepoli che accettano di fermarsi a vivere con Lui. L’evangelista annota perfino l’orario: erano circa le quattro del pomeriggio. Così si intende in termini moderni la menzione originale dell’ora decima. Questa determinazione cronologica lascia intravedere la mano del testimone oculare. Non si spiegherebbe altrimenti: chi scrive era uno dei due discepoli che quel giorno incontrarono il Signore.

La menzione dell’ora ha però un altro risvolto: per gli ebrei l’inizio del nuovo giorno coincide col tramonto del giorno precedente. Le quattro del pomeriggio è un orario non lontano dal tramonto; dunque l’incontro col Maestro si verifica al confine tra due giorni, e precisamente in prossimità della fine del giorno. Il distacco dal discepolato dell’AT e l’ingresso nel discepolato cristiano ha luogo mentre tramonta un giorno e ne nasce un altro. Il nuovo giorno li troverà già divenuti discepoli di Cristo e in essi è rappresentata in nuce la nuova umanità. E’ questo il preludio di un altro evento che segnerà in modo irreversibile due fasi storiche: la Risurrezione che apre il primo giorno della settimana, cioè la settimana della nuova creazione. Il Sabato ebraico è passato ed è stato sostituito da un nuovo tempo sacro, memoriale della definitiva liberazione: la Pasqua di Gesù.Notiamo ancora che i primi discepoli di Gesù sono due; e sono di nuovo due + due (Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni), sebbene in un contesto diverso, anche nella prima chiamata secondo i Sinottici. E quando poi li manderà in missione, li manderà a due a due. Il numero due è, in sostanza, il simbolo del “noi” della comunità cristiana. Cristo non si presenta mai come un Maestro isolato di individui isolati. Al contrario, intorno a Lui si sviluppa un’esperienza comunitaria, una nuova famiglia, un nuovo popolo. Fin dal primo incontro coi discepoli è esplicita la sua volontà di rivolgersi al “noi” dell’umanità radunata come nuovo popolo di Dio.

v. 40

I discepoli che incontrano Gesù in quel tardo pomeriggio sono due, ma viene chiamato per nome solo uno dei due: “era Andrea il fratello di Simon Pietro”. L’altro rimane anonimo, per il momento; successivamente sarà conosciuto come “il discepolo che Gesù amava”. E’ un altro segnale del testimone oculare e scrittore del IV vangelo, che resta nascosto, senza mai chiamarsi per nome nelle scene in cui è protagonista. Egli è anche la personificazione dell’autentico discepolato, insieme a Maria Maddalena e alla Madre di Gesù. Queste tre figure rappresentano infatti il cammino completo di un discepolato che giunge con Cristo fino alla vetta del monte calvario, dopo che tutti gli altri sono fuggiti. Egli è il discepolo che si lascia amare, senza porre a Cristo alcun limite di azione nella propria vita. Ma su questo dovremo tornare a suo luogo.

v. 41

Il discepolo chiamato per nome è Andrea, fratello di Simon Pietro. L’incontro con Gesù provoca in Andrea una singolare reazione: nasce in lui il bisogno di farlo conoscere agli altri. Il testo dice “incontrò per primo suo fratello”, intendendo dire che Simon Pietro non è l’unico destinatario della notizia dell’incontro col Messia. L’espressione utilizzata da Andrea è costruita significativamente al plurale: “abbiamo trovato il Messia”. L’esperienza più piena dell’incontro con Cristo è possibile solo in termini comunitari. Per questo, il primo incontro con Gesù non è tanto il risultato di una ricerca isolata, quanto piuttosto di un incontro dalla dimensione comunitaria. La testimonianza che ne scaturisce non è formulata al singolare (“ho trovato il Messia”), bensì al plurale (“abbiamo trovato il Messia”).

v. 42

Simon Pietro non giunge a Cristo per iniziativa personale, ma lo incontra di riflesso, dopo che lo ha incontrato suo fratello. Alla notizia di questo primo incontro col Messia non reagisce positivamente, non esprime nessun entusiasmo. Gesù però fissa il suo sguardo su di lui. Qualunque sia il modo o la via per la quale si è giunti alla conoscenza di Cristo, l’origine vera di questa attrazione è sempre una chiamata di Lui. Lo sguardo di Gesù fisso su Pietro dice che quell’incontro non è casuale, anche se apparentemente avviene mediante Andrea. Può avvenire infatti mediante chiunque, ma è sempre Cristo che chiama. Cristo pronuncia innanzitutto il suo nome: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni”. Con questo atteggiamento Cristo esprime la sua profonda conoscenza di quell’uomo che, umanamente, lo incontra per la prima volta. Cristo conosce esattamente il passato di Pietro e la sua storia familiare, rappresentati dal patronimico “figlio di Giovanni”; ma conosce altrettanto esattamente il suo futuro e la storia che Dio vuole fare con lui: “ti chiamerai Cefa, che vuol dire Pietro”.

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